L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 15

Se all’inizio le accuse cadevano per mancanza di motivazioni accettabili, ben presto divennero circostanziate. Quando non era possibile scoprire qualche motivazione plausibile (come la vendetta, ad esempio, o l’invidia, o la gelosia), si tirò fuori la storia dell’interesse commerciale. Il corpo di un feto non battezzato aveva un valore economico piuttosto alto: il grasso del suo corpo, ad esempio, poteva essere utilizzato per la preparazione di un certo numero di pozioni ed era la base fondamentale di una pomata che le streghe avrebbero dovuto spalmarsi sul corpo per poter volare al settimanale appuntamento con il demonio, il Sabba. È evidente che queste erano le premesse per poter sospettare le ostetriche di stregoneria, un sospetto che diveniva  sempre più frequentemente un’accusa esplicita. La paura di questo oscuro potere delle ostetriche era  così grande che in Inghilterra le licenze concesse nel 1675 vietavano in modo specifico l’esercizio di “witchcraft, charm, sorcery or invocation contrary to the law of either God or the King”.

Poiché erano le ostetriche (e comunque, in genere, le donne con qualche competenza in ostetricia) a occuparsi di anticoncezione e di aborto, era facile far ricadere su di loro ogni sorta di colpa e di comportamento immorale. Si diceva e si scriveva – abitudine che perdurò durante tutto il medioevo – che si sbarazzavano con l’aiuto di droghe delle gravidanze adulterine, e che insegnavano alle altre donne come servirsi di pratiche misteriose per rimanere infeconde. Rapidamente la fantasia popolare era poi passata da queste accuse – che avevano un minimo di credibilità – ad accuse molto diverse e altrettanto fantasiose, come quella di indossare attrezzi falliformi per potersi comportare da uomo con le altre donne. Portate in tribunale, venivano condannate senza la benché minima prova a pene severe: 3 anni di penitenza per avere indossato un fallo; tre anni per chi si concedeva a rapporti omosessuali; due anni per aver avuto rapporti con i propri figli; sette anni di Quaresima per aver copulato con un animale (e pane e acqua e penitenza per il resto della vita).

Le cose si complicavano ancora di più quando le “mammane” sempre sospettate delle cose più incredibili, erano accusate di aver usato poteri occulti per conservare l’amore del marito o dell’amante. Erano noti alcuni metodi evidentemente ispirati alla magia nera: ingoiare il seme dell’uomo; farsi regalare un pesce, introdurlo in vagina per estrarlo solo dopo gli ultimi spasmi di agonia (del pesce); fare acquistare – sempre dal proprio amante – del pane per poi farlo impastare sulla pelle nuda del sedere; aggiungere ai cibi un po’ del proprio sangue mestruale. Tutte queste empie azioni venivano punite con molti anni di penitenza e ancora più punita era la magia con la quale una donna rendeva il proprio amante impotente, per evitare di farlo tornare dalla moglie. Per converso, se una sposa rendeva impotente il marito, la punizione non superava i 40 giorni di pane e acqua, anche troppo per un’epoca in cui ogni atto d’amore era fondamentalmente malvagio, e meno atti d’amore si consumavano, meglio era.

Gli evidenti rapporti tra le persone e la magia nera, la loro capacità di ricorrere a sortilegi e a incantesimi, le facevano giustamente sospettare delle più diaboliche macchinazioni. Si diceva che impalassero con un ramo d’albero il cadavere dei bambini non battezzati per evitare che tornassero a vivere e nuocessero ai familiari; esse stesse, se morivano in gravidanza prima di partorire, venivano impalate e inchiodate a terra con il loro bambino per evitare che tornassero a fare del male ai vivi.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 2

Quando siano arrivate, presumibilmente volando, le streghe, è difficile dirlo. La parola deriva dal termine greco stryx, strige, uccello notturno, forse civetta e forse barbagianni, una parola alla quale i Greci davano un particolare significato, connesso con la saggezza che arriva in premio all’età e all’esperienza, tanto che chiamavano con questo nome gli anziani che sapevano decifrare i segnali della natura e portare così utile consiglio ai governanti delle città. Strige divenne poi soprattutto, nell’interpretazione che ne davano i Romani, un temibile uccello notturno che, come i vampiri, succhiava il sangue dei bambini nelle culle e istillava tra le loro labbra il suo latte avvelenato. Così, per successive aggregazioni, si configurò lentamente la figura moderna della strega.

Gerolamo Tartarotti, nel suo libro “Del Congresso Notturno delle lammie”, pubblicato nel 1749, scriveva che “il moderno congresso notturno delle streghe altro non è che un impasto della Lilith degli ebrei, della Lammia e delle Gellone dei Greci, delle Strigi, Streghe e Volatili dei Latini”.

A queste figure misteriose e ambivalenti – non tutte e non sempre erano volte unicamente al male – altre se ne aggiungevano che l’immaginazione popolare costruiva, dando volto e nome ai fantasmi che popolavano i sogni dei più derelitti:  la Vicca, la Janara di Benevento, la Zucculara, l’Urìa, la Manalonga. In Romagna, terra che non ama i luoghi comuni, molto più delle streghe imperversavano i peciablégul, o cheicablégul, antipatici folletti che violentavano le donne che dormivano ignude, attaccavano le serpi alle mammelle delle vacche e sporcavano di feci le code di tutti gli animali della stalla. In alcuni casi l’interpretazione malevola era praticamente inevitabile: si pensi al Sabba, che certamente tradisce l’innocenza delle prime riunioni notturne femminili : il nome deriva da Sabazio, il cui culto – che  ebbe ampia diffusione sia in Grecia che a Roma – era fortemente legato alla figura del serpente e aveva a che fare con la fertilità, tanto che tra i riti che lo celebravano era molto nota una festa orgiastica molto simile a quelle che onoravano Dioniso. I Sabba divennero ben presto parte del Gioco di Diana, un corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali che seguiva la dea triforme per il cielo, dedicandosi al canto, al ballo e ad altre attività meno virtuose. È dunque ovvio che nella figura della strega si mescolassero almeno due componenti: una più colta che aveva a che fare con divinità femminili che avevano stretti rapporti con l’occulto e la magia; uno più popolare che derivava direttamente da riti e cerimonie eseguiti in onore di divinità misteriose, celebrati in tutta Europa  soprattutto da donne. Secoli dopo, a queste due componenti se ne aggiungerà una terza, inventata di sana pianta dal cattolicesimo, che vedeva ovunque l’eresia e attribuiva anche alle più ingenue manifestazioni del folclore il significato di vere e proprie manifestazioni diaboliche.