L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Donne a Lesbo

Il matrimonio rappresentava l’evento culminante della vita del tìaso; è infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all’educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenèo, fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti.

L’apparizione della stella della sera rappresenta l’inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti è proprio l’invocazione a Espero:

Espero, tutto riporti

quanto disperse la lucente Aurora:

riporti la pecora, riporti la capra,

ma non riporti la figlia alla madre.

Trad. S.Quasimodo


Letteratura e… eros: La tradizione greca

La prima poesia da menzionare nel repertorio della letteratura amorosa è senz’altro quella di Saffo, poetessa greca di Lesbo, nata e vissuta tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. Tra il numero di odi, epitalammi e inni che le si attribuiscono, soltanto l’Ode a Afrodite ci è giunto integralmente. In questo mirabile poema, il tema dell’amore, la celebrazione della bellezza e della grazia femminile trovano espressione in una forma al contempo tenera e ardente:

…io voglio ricordare

i nostri celesti patimenti:

le molte ghirlande di viole e rose

che a me vicina, sul grembo

intrecciasti col timo;

i vezzi di leggiadre corolle

che mi chiudesti intorno

al delicato collo;

e l’olio da re, forte di fiori,

che la tua mano lisciava

sulla lucida pelle;

e i molli letti…

 

Applaudita da Platone come la Decima Musa, lodata da Plutarco, Ovidio, Catullo e Orazio, Saffo è la creatrice del lirismo erotico, l’inventrice della strofa che prende il suo nome (strofa saffica) e una figura che rimane ancora oggi punto di riferimento di numerosi poeti. La sua poesia descrive la vita delle ragazze del tiaso, una comunità esclusivamente femminile dove si praticavano attività raffinate ed artistiche come la musica e la danza e dove si intrattenevano relazioni amorose omosessuali in un’atmosfera di devozione alla dea Afrodite. Nella Grecia di Saffo (VII-VI sec. a. C.), però, relazioni con persone dello stesso sesso erano tutt’altro che anormali ed immorali e, anzi, non essendo finalizzate alla mera procreazione, costituivano un passaggio pedagogico e fisiologico verso l’età adulta. L’intensità del sentimento raggiunge livelli così alti da confondersi, talvolta, con il desiderio di morte:

…essere morta, morta!

Lei lacrimava fitto

lasciandomi. Disse:”Che sorte

crudele, Saffo! Credi, non vorrei

lasciarti”…

 

e, come ritroviamo nell’Ode ad Afrodite, l’unica ode attribuibile con certezza a Saffo, l’amore per una donna diviene il tema centrale di una preghiera, in un’inusuale commistione di sacro e profano:

 

Afrodite dal trono dipinto,

Afrodite immortale, figlia di Zeus,

tessitrice di inganni, ti prego,

non domare con pene e con ansie d’amore,

o Regina, il mio cuore…

 

È la divinità, inoltre, che diviene garante della corrispondenza dei sentimenti: la legge del tiaso, a cui nessuna può sottrarsi, è infatti la reciprocità dell’amore:

…Oh, ma se ora ti fugge, presto ti inseguirà,

se doni rifiuta, presto doni farà,

se già non ti ama, presto ti amerà,

anche contro sua voglia…

Sotto lo pseudonimo di Lesbia, che richiama la terra natia di Saffo, viene celata la donna amata da Catullo, poeta latino del I° sec. a.c. Ad essa vengono dedicati numerosi canti in cui il poeta indaga la sintomatologia dell’amore:

…perché appena ti guardo più non mi riesce

di parlare,

la lingua si inceppa, subito un fuoco sottile

corre sotto la pelle,

gli occhi non vedono più, le orecchie

rombano…

 

Catullo, in aperto contrasto con la tradizione letteraria e sociale dell’epoca, considera l’amore, l’eros e la passione valori fondamentali per un uomo, a cui riserva uno spazio privato ed artistico significativo ed inconcepibile per un cittadino romano, le cui energie dovevano essere quasi esclusivamente rivolte alla vita pubblica e alla politica:

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,

le proteste dei vecchi tanto austeri

tutte, dobbiamo valutarle nulla.

Il sole può calare e ritornare,

per noi quando la breve luce cade

resta una eterna notte da dormire.

Baciami mille volte e ancora cento

poi nuovamente mille e ancora cento

e dopo ancora mille e dopo cento,

e poi confonderemo le migliaia

tutte insieme per non saperle mai,

perché nessun maligno porti male

sapendo quanti sono i nostri baci.

 


Saffo

La divina Saffo, l’hagné, considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, nacque ad Ereso, nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, ma la sua vita si svolse a Mitilene dalla quale, ai tempi della caduta dei Cleanattidi, a causa delle lotte politiche, fu esiliata per qualche tempo, e di ciò resta testimonianza nel “marmo pario”, un’iscrizione che attesta la sua presenza in Sicilia tra il 607 e il 590 a. C., perché, a parte un frammento superstite in cui ne accenna genericamente, …te Cipro e Pafo, oppure Palermo, non ne fa menzione.   Rimpatriò poi durante il regno di Pittaco, per il quale non nutriva simpatìa, considerandolo promotore delle restrizioni che mortificavano l’amore per il lusso della classe aristocratica, come prova un’ode nella quale si rivolge alla figlia (bella, dall’aspetto simile ai fiori dorati) inducendola a rinunciare alla mitra variegata che la fanciulla desidera per le sue chiome perché Pittaco si scandalizzerebbe, chiamando a testimone il poeta Alceo, con quale vi fu un vincolo di solidarietà e simpatia, e che di lei in modo lusinghiero scrisse: Saffo, veneranda, dal soave sorriso, dal crine di viola.

Ben poco sappiamo di Saffo, che ebbe un marito e una figlia, che raggiunse la vecchiaia  (infatti, in un papiro troviamo allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi), che era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto ma, soprattutto, che amò molto e che l’amore riversato nei versi fu un canto limpido e toccante.

Saffo fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che erano solite riunirsi intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita “tiaso”, costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza, e che l’abbandonavano solo quando poi prendevano marito e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei versi ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta.

Nei suoi frammenti ricorrono parecchi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria, che Saffo ammirava, stimava e celebrava, esaltandone le lodi e la bellezza, festeggiandone con gioia le nozze e lamentandone la partenza per terre lontane, con versi armoniosi e di rara bellezza, testimonianza preziosa del suo canto e dei suoi sentimenti. Di Gòngila esaltò soprattutto la bellezza, che era tale da offuscare quella della stessa dea:

O mia Gongila, ti prego

metti la tunica bianchissima

e vieni a me davanti: intorno a te

vola desiderio d’amore.

Così adorna, fai tremare chi guarda;

e io ne godo, perché la tua bellezza

rimprovera Afrodite.

Per Arignota, bella come la luna tra gli astri, che aveva sposato un uomo potente ed ormai abitava lontano, e che malinconicamente supplicava la poetessa di raggiungerla, Saffo si struggeva di nostalgia perché avrebbe voluto rivedere il suo bel volto e le movenze aggraziate.

Ad un’altra amica, esitante nel congedarsi, Saffo, pur afflitta dall’amarezza del distacco, ricordava le ore trascorse insieme in soave intimità e, frenando la commozione, e trattenendo il pianto, recava conforto:

“Vorrei essere morta, sai,davvero”

era così disfatta nel congedo

e parlava parlava:”Oh, Saffo,

è terribile quello che proviamo!

Non son io che lo voglio se ti lascio”,

e io le rispondevo: addio,

su, vai, e ricordati di me,

perché lo sai come ti seguivamo:

e se no-allora io lo voglio

che ti ricordi, perché tu dimentichi-

com’era bello ,ciò che provavo,

quante corone di viole

ti posavi sul capo,insieme a me,

di rose, croco, salvia, di cerfoglio,

e quante s’intrecciavano ghirlande

per il tuo collo delicato

fatte dei fiori della primavera…

Oppure si lasciava prendere da una furiosa gelosia come nella celebre ode tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, quella in cui descrive le sofferenze al cospetto della coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto.

 Il colloquio dell’amica con l’uomo amato suscitava infatti in lei il sentimento violento e appassionato della gelosia, che la rapiva nella sua ardente visione e le impediva di udire qualsiasi altra cosa intorno a sé, espresso con tale potenza mai eguagliata da nessun altro poeta. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, già famosa ai tempi di Saffo, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:

Mi appare simile agli Dei

quel signore che siede innanzi a te

e ti ascolta,tu parli da vicino

con dolcezza,

e ridi, col tuo fascino, e così

il cuore nel mio petto ha sussultato,

ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto

non ho più voce,

no, la mia lingua è come spezzata,

all’improvviso un fuoco lieve è corso

sotto la pelle, i miei occhi non vedono,

le orecchie mi risuonano,

scorre un sudore e un tremito mi prende

tutta , e sono più pallida dell’erba,

è come se mancasse tanto poco

ad esser morta;

pure debbo farmi molta forza.

Il mondo poetico di Saffo può apparire chiuso ed impenetrabile ma non è difficile comprendere la genesi dei versi sensibilissimi e delicati; il suo animo femminile non poteva certo cantare secondo i motivi usuali della lirica del suo tempo,le lotte politiche non l’attraevano, non sono donna di pertinaci rancori, ma l’anima ho mite, armi e apparecchi militari non le interessavano,  chi una schiera di cavalli,chi di fanti,chi uno stuolo di navi dice essere la cosa più bella su la nera terra, io invece ciò che si ama, e tanto meno era portata per l’esaltazione del simposio o delle espressioni dei piaceri effimeri collegati, ad esempio, alle gioie del vino. Portata per l’introspezione Saffo, coltivò soprattutto la vena intimistica, ed è appunto con lei che nella poesia nasce l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco, condizione che per lei non era di chiusura giacché, nata in una famiglia aristocratica, aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre dalla vita normale, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia e indipendenza, Saffo si ripiegava in se stessa, si creava un suo mondo poetico, in una cerchia diversa da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia, virtù squisitamente femminili.

Da un epigramma sepolcrale che scrisse per lei Tullio Laurèa, un amico di Cicerone, si apprende che gli antichi conoscevano una raccolta dei carmi di Saffo divisa in ben nove libri: dell’enorme produzione lirica sono stati tramandati scarsi brani, quasi tutti incompiuti, tuttavia sufficienti a rilevare nelle sue composizioni una tecnica unica, un sentimento che sgorga dal profondo dell’anima assetata di amore e di bellezza, che  investe ed anima personaggi e cose.

Tecnica caratteristica è quella di trarre materia ed occasione del suo canto dalle scene di vita quotidiana per trasfigurarle in un mondo fantastico, in cui trionfano, in perfetta armonia ed equilibrio di colori ed immagini, la bellezza, l’amore e la luce.

Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un ‘aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che pure le suggerivano immagini intime di raccoglimento e contemplazione della bellezza.

Ecco, allora, che in un giorno di primavera rievoca un tempio dell’isola di Creta visitato di persona o che solo le è stato descritto, ed al ricordo si sovrappone una visione smagliante di colore:

Qui da noi: un tempio venerando,

un pomario di meli deliziosi,

altari dove bruciano profumi

d’incenso, un’acqua

freddissima che suona in mezzo ai rami

dei meli, e le ombre dei rosai

in tutto il posto, e dalle foglie scosse

trabocca sonno,

poi un florido prato, coi cavalli,

i fiori della primavera, aliti

dolcissimi che spirano…

dove Cipride coglie le corone

e delicatamente mesce un nettare

che si mescola nelle grandi feste,

in coppe d’oro…

E nella solitudine di una notte senza luna e senza stelle si riflette la solitudine del suo animo:

E’ tramontata la luna, e le Pleiadi;

e la notte è a metà, ed il tempo trapassa,

ed io riposo in solitudine.

Anche l’idea della morte nella poesia di Saffo suggerisce armoniose immagini di serenità e di bellezza, perché per Saffo il regno delle tenebre non può non avere giardini coperti di fiori e bagnati di rugiada:

E mi prende un desiderio di morire,

e di vedere le rive dell’Acheronte

coperte di rugiada,fiorite di loto.

E grande sensibilità vibra anche nelle liriche dedicate alle amiche del tiaso; la bellezza di un ‘amica assente, Attide, che spicca a Sardi fra le donne lidie, suggerisce una visione di cielo notturno in cui brilla l’astro lunare:

Forse in Sardi

spesso col pensiero qui ritorna

nel tempo che fu nostro: quando

eri per lei come una Dea rivelata,

tanto era felice del tuo canto.

Ora in Lidia è bella fra le donne

come quando il sole è tramontato

e la luna dalle dita di rose

vince tutte le stelle e la sua luce

modula sulle acque del mare

e i campi presi d’erba:

e la rugiada illumina la rosa,

posa sul gracile timo e il trifoglio

simile a fiore.

Solitaria vagando ,esita

A volte se pensa ad Attide:

di desiderio l’anima trasale,

il cuore è aspro.

E d’improvviso: “Venite!”urla;

e questa voce non ignota

a noi per sillabe risuona

scorrendo sopra il mare.

Il tema predominante affrontato è sempre quello dell’amore, considerato da Saffo il più potente dei sentimenti umani, il cui ruolo è determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, e colto in tutte le sue sfumature, sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre:

Mammina mia,

non posso più battere

il telaio,

stregata dall’amore

per un ragazzo

per opera della languida Afrodite.

Il tiaso diretto da Saffo era consacrato alle Muse e ad Afrodite, non stupisce perciò che nei versi della poetessa compaia spesso la dea come presenza benevola. Famosa fin dall’antichità è la composizione dedicata appunto ad Afrodite, un inno d’invocazione, una preghiera tradizionale nella forma ma innovativa nel contenuto, poco religiosa, giacché poetessa e dea sono poste in diretto rapporto confidenziale, in dolce patto d’alleanza, fino ad annullare, con complicità tipicamente femminile, la distanza tra umano e divino:

Afrodite immortale dal trono variopinto,

figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,

non distruggermi il cuore di disgusti,

Signora, e d’ansie,

ma vieni qui, come venisti ancora,

udendo la mia voce da lontano,

e uscivi dalla casa tutta d’oro

del Padre tuo:

prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci

ti portavano sulla terra nera

fitte agitando le ali giù dal cielo

in mezzo all’aria,

ed erano già qui: e tu, o felice,

sorridendo dal tuo volto immortale,

mi chiedevi perché soffrissi ancora,

chiamavo ancora,

che cosa più di tutto questo cuore

folle desiderava: “chi vuoi ora

che convinca ad amarti? Saffo,dimmi,

chi ti fa male?

Se ora ti sfugge, presto ti cercherà,

se non vuole i tuoi doni ne farà,

se non ti ama presto ti amerà,

anche se non vorrai”.

Vieni anche adesso, toglimi di pena.

Ciò che il cuore desidera che avvenga,

fa’ tu che avvenga. Sii proprio tu

la mia alleata.

Nei versi che seguono, frammenti intensi e suggestivi che pure esaltano il sentimento amoroso, l’amore s’impone invece come forza, in profonda analisi psicologica:

Eros mi ha squassato la mente

come il vento del monte

si scaglia sulle querce.

Nel canto di Saffo, come in tutta la letteratura greca, ritroviamo anche la caratteristica dell’erotismo, spesso censurata dall’interpretazione moderna, eppure l’eros, da Omero fino alla produzione ellenistica, fu elemento ben presente in molteplici aspetti, eliminato dalla letteratura ufficiale solo con l’avvento dell’ebraismo e soprattutto del Cristianesimo.

Per meglio comprendere il rapporto che i Greci avevano con l’eros è necessario ricordare che differente fu il loro concetto di morale,  la nostra cultura confina l’eros nel tabù, invece i Greci lo legavano alla religiosità tradizionale e lo vivevano come rito della fecondità e celebrazione misterica; inoltre non separavano rigidamente l’eros eterosessuale da quello omosessuale, frequenti sono infatti nell’Iliade le allusioni ai legami omoerotici, come quelli tra Achille e Patroclo, e la stessa figura di Elena è rappresentata come intrisa di irresistibile sensualità.

Per quanto riguarda gli uomini sono i dialoghi di Platone ad attestare l’esistenza dell’erotismo maschile, ma anche in molte commedie di Aristofane, come la Lisistrata, si ritrova conferma della libertà dell’erotismo nella cultura greca, come pure è testimoniata la pratica dell’incesto nella riflessione della poesia tragica, dall’Edipo Re di Sofocle agli epigrammi e al romanzo dell’età ellenistica, che affrontavano l’eros in tutti i suoi aspetti.

Fu, poi, con la diffusione della cultura giudaico- cristiana, e soprattutto con quella del cristianesimo, che le tematiche dell’erotismo vennero emarginate e addirittura eliminate fino a compromettere la stessa corretta comprensione del patrimonio culturale greco.

E’ con Saffo che, per la prima volta nella storia della letteratura, abbiamo la rappresentazione dell’erotismo femminile (definito col tempo, con connotazione denigratoria, “saffico”), ma che è semplicemente espressione dell’eros vissuto legittimamente e in normalità nella cultura greca, ed è per questo che cantò con schiettezza l’amore, anche verso le sue amiche del tiaso, senza veli e ritrosie, proprio per la diversa moralità della cultura greca .

Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: Saffo, un essere meraviglioso! Chè in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguagliò quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata.

I suoi versi, in cui la rievocazione delle scene è sempre limpida e chiara, come sincero fu il sentimento ispiratore dei versi, l’amicizia che la legava alle sue compagne, furono spesso denigrati fin dall’antichità: basti pensare ad Orazio che definì Saffo dispregiativamente mascula.

Il processo denigratorio nei suoi confronti risale, però, ai commediografi attici, che l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e che arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore dalla rupe di Leucade (come riprende Leopardi) perché invaghitasi senza speranza del bellissimo Faone; più onesti e sinceri gli entusiasmi di Platone, che chiamarono Saffo bella e saggia, di Teofrasto che ne rilevò la grazia, e di Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore.

Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo. Il suo amore fu squisitamente femminile, investì tutto ciò che la circondava, in delicatezza e levità, tanto che ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, in purezza e sincerità.


Erotismo e letteratura

Il lungo viaggio della parola erotica, a nominare i mondi della sessualità divisa, a istituire e governare poteri nelle relazioni tra i sessi, a proiettare percorsi di liberazione dell’energia e dell’intelligenza umana, inizia con la storia della letteratura, orale e scritta. Inserita in percorsi rituali e magici, funzione concettuale e linguistica del potere di pietra del fallo sacro, il menhir, il lingam, la dava, lo scettro, sviluppa lentamente la propria complessa relazione con il discorso del piacere, iniziando nella fase storica dell’ellenismo a liberarsi dalla subaltemità ai vincoli esclusivi della procreazione. Nella cultura classica greca, come narra Diotima nel Simposio di Platone, Eros è figlio di Poros (acquisto) e di Penia (povertà): il desiderio è condannato all’indigenza, è insaziabile. Nelle feste dionisiache, dalle quali nasceranno la commedia attica e le novelle milesie – le prime narrazioni erotiche non rituali in Occidente –, la tensione al piacere diventa libera affermazione della sensualità, di un erotismo «solare» (Michel Onfray, Teoria del corpo amoroso, 2000), materialistico (da Democrito ad Aristippo di Cirene, a Epicuro), estraneo alle sublimazioni etiche del platonismo. Su questa linea si sviluppa una grande tradizione letteraria, animata in Grecia e nell’area ellenistica da poeti – Saffo, secc. VII-VI a.C, che nei suoi versi canta la passione del desiderio; Sotade, sec. IV a.C., autore di violenti epigrammi trasgressivi; Meleagro, autore della prima antologia licenziosa, La Ghirlanda (100 ca a.C.) e scrittori come Luciano di Samosata, sec. II d.C., autore dei Dialoghi delle cortigiane, all’origine della letteratura pornografica (pornè, prostituta). Questa tradizione di erotismo fondato filosoficamente si sviluppa nell’area latina soprattutto tra i secc. I a.C. – II d.C. attraverso la poesia filosofica di Lucrezio, che indaga materialisticamente le passioni umane, quella erotica di Catullo, Orazio, Ovidio – autore di un’Arte di amare che influenzerà profondamente l’umanesimo medievale e rinascimentale –, il romanzo realistico di Petronio, il Satyricon, fino al romanzo fantastico di Apuleio, L’asino d’oro. L’affermazione in Occidente della cultura giudaico-cristiana comporta un rapido processo di repressione delle pulsioni erotiche, relegandole nella sfera dell’osceno: la parola erotica viene espulsa dalla «scena» (ob scaena) e assume nuove funzioni di strumento di aggressione al mondo femminile e alla libertà sessuale. Le religioni monoteiste, le religioni del Libro, istituiscono una lunga tradizione di dualismo corpo/anima, di colpevolizzazione del piacere come deviazione dai doveri della procreazione familiare, e di feroce misoginia: Eva nasce da una costola di Adamo, ed è all’origine della sua dannazione. E profondamente misogino l’intero Medioevo: la sessualità è oscena, e alla natura immonda delle donne sono riservate turpi invettive e narrazioni; in Francia, dai fabliaux dei secc. XII-XIV fino al greve sarcasmo di Rabelais, in pieno Cinquecento, è tutto un susseguirsi di aggressioni salaci e violente, mentre la letteratura cortese del fin’amor, codificata nel De Amore di Andrea Cappellano (1180 ca), persegue una linea di sublimazione idealistica del piacere, finalizzata alla conquista delle donne sposate. In Italia, nell’area forte del cristianesimo al potere, il panorama è ancora più fosco, sia pure trasgredito da qualche limitato tentativo di trasformare la licenziosità brutale dei fabliaux in un erotismo più complesso e intrigante, come avviene, nei secc. XIV-XV nel Decameron di Giovanni Boccaccio e nelle novelle di Franco Sacchetti. La necessità di superare la dura misoginia medievale è presente anche nei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, il maggiore autore inglese del sec. XIV. È con l’umanesimo rinascimentale, e con la «rivoluzione» indotta dall’invenzione della stampa, che la ripresa di temi e autori della tradizione classica apre una nuova fase nella storia dell’erotismo letterario. In Italia, mentre prosegue la tradizione della letteratura oscena – con opere come i Sonetti lussuriosi (1526) o i Ragionamenti (1534-1536) di Pietro Aretino, dialoghi di prostitute sulla loro arte – nella cultura umanistica si diffondono atteggiamenti di libero pensiero anche nei confronti dei tabù della sessualità e del piacere: dalle Facezie (1450 ca) a sfondo sessuale di Poggio Bracciolini alle Novellae (1520) di Gerolamo Molini, fino a Le piacevoli notti (1550-53) di Giovan Francesco Straparola. Questa tendenza trova un importante sviluppo nella cultura francese, mentre in Italia sarà duramente repressa negli anni della Controriforma e nei due secoli successivi. È in Francia che nel sec. XVI la parola erotica comincia a vivere di vita propria, come nuovo lessico poetico e narrativo: nei versi dei «poeti della Pléiade», da Pierre de Ronsard a Mathurin Régnier, nelle novelle licenziose (1558) di Bonaventure Des Périers. Questo nuovo corso della letteratura erotica, su cui si abbatte la repressione più dura nel periodo della Riforma e delle guerre di religione, trova un nuovo sviluppo, in Francia, agli inizi del sec. XVII. È la grande stagione del libertinismo. I libertini, intellettuali in lotta contro l’oscurantismo religioso e il moralismo, istituiscono una nuova nozione di erotismo: la natura, il piacere, il desiderio devono essere in ogni modo assecondati nella costruzione di persone e società affrancate dall’ignoranza e dalla repressione religiosa. A causa di ciò vengono perseguitati: il poeta Théophile de Viau, autore dei versi liberamente erotici del Parnaso satirico (1623), viene processato e bandito da Parigi; Claude Le Petit finisce sul patibolo per il suo Bordello delle Muse (1662), violentemente antireligioso. In tali condizioni, la letteratura libertina si diffonde clandestinamente dando così vita a un ricco mercato editoriale. Viene invece pubblicato normalmente il primo libro veramente scandaloso del sec. XVII: L’École des filles ou la Philosophie des dames (due dialoghi di Michel Millot, 1655), che nonostante il sequestro avrà una diffusione straordinaria per tutto il secolo, inaugurando il genere del trattato erotico con istruzioni pratiche e digressioni filosofiche; su questa linea, nel secolo successivo, Boyer d’Argens scriverà Thérèse filosofa (1748) e Sade La filosofia nel boudoir (1795). Nel corso del sec. XVIII questo tipo di narrazione si diffonde in Europa come genere ormai consolidato, mantenendo una stretta relazione con la critica filosofica e politica; è una ricchissima produzione di romanzi, racconti, versi, con una propria diffusione e un proprio mercato. Questa letteratura batte le piste della satira anticlericale (Storia di Don B…., 1741, di Jean-Charles Gervaise de Latouche), del racconto erotico-fantastico (Il sofà, 1741, di Crébillon figlio; I gioielli indiscreti, 1748, di Diderot), del romanzo epistolare (Le relazioni pericolose, 1782, di Laclos), del quadro di vita quotidiana (1′ Anti-Justine, 1798, di Restif de la Bretonne, all’origine del nuovo genere della letteratura pornografica che avrà grande sviluppo nella Francia post-rivoluzionaria). Il contagio è internazionale: in Inghilterra John Cleland pubblica le Memorie di Fanny Hill (1749), memorie di una donna di piacere. Sade, con i suoi libri incendiari, a portare alle estreme conseguenze la «scoperta della libertà», affondando la sua critica negli inferni di una sessualità negata dalla tradizione giudaico-cristiana, alla vigilia della Rivoluzione, durante il periodo rivoluzionario e nei primi anni della controrivoluzione borghese. L’Impero reprime il radicalismo filosofico e politico, e restaura vecchi riti moralistici. Nella letteratura erotica si apre una cesura sempre più netta tra «erotismo» e «pomografia». La tradizione settecentesca comunque prosegue, raffinata ed élitaria, fino alle nuove declinazioni della sensibilità romantica e poi decadente: da De l’amour (1822) di Stendhal, ai Fiori del male (1857) di Baudelaire, a Donne. Hombres (1890-91) di Verlaine, alle tentazioni della pornografia in Figlie di tanta madre (1926) di Pierre Louys, alla ripresa di temi dell’erotismo classico in Gide, Corydon (1924), all’erotismo vittoriano di D.H. Lawrence in L’amante di Lady Chatterley (1928). Ha invece una crescente diffusione editoriale, tra Ottocento e Novecento, nelle società borghesi occidentali, la letteratura pomografica scritta da uomini per un pubblico maschile; i registri letterari sono i più diversi, dal romanzo alla poesia, al teatro, ma la tendenza – nonostante qualche invenzione modernista (Il supermaschio di André Jarry, 1902, o Le undicimila verghe di Apollinaire, 1907) – è alla ripetizione, alla riproduzione di stereotipi. Nei primi decenni del Novecento le tematiche dell’erotismo si incontrano con la nuova cultura della psicanalisi freudiana: libido, desiderio, pulsioni di vita e di morte, istituiscono un nuovo lessico di riferimento anche per la letteratura erotica. Il campo semantico del piacere diventa sempre più complesso. Si apre una grande stagione, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, di libera ricerca e di proposta di nuove pratiche letterarie che suscitano scandalo, confliggendo con il moralismo borghese ottocentesco (l’Ulisse di James Joyce, 1922) e il puritanesimo della nuova società americana (da Tropico del cancro, 1934, di Henry Miller, a Lolita, 1955, di Vladimir Nabokov). In Francia i surrealisti, mentre recuperano la tradizione libertina e riscoprono l’incendiario Sade, propongono una nozione di erotismo «velato», codice dell’amore-passione, di nuovo impegnata su piste di ricerca mai abbandonate (il mito dell’androgino, la sublimazione della libido in energia «alta»); contro queste inclinazioni, che considera idealistiche, Georges Bataille con i suoi romanzi (Storia dell’occhio, 1928) e scritti teorici (L’erotismo, 1957) riafferma il primato del «basso», dell’osceno, di un materialismo cosciente della morte, da perseguire con eccesso, dépense (spreco). Su questa linea di analisi, gli studi sulla sessualità di Michel Foucault, negli anni ’70, proporranno nuove relazioni tra erotismo e microfisica del potere, tra sessualità e biopotere, aprendo la strada alle nuove prospettive teoriche del femminismo degli anni ’70-’90 e delle «logiche del desiderio» teorizzate da Gilles Deleuze e Félix Guattari. È in questo nuovo clima culturale che la letteratura erotica comincia ad essere declinata prevalentemente al femminile (Pauline Réage, Storia di 0, 1954; Emmanuelle Arsan, Emmanuelle,1959, Almudena Grandes, Le età di Lulù, 1989) innestando sulla rilettura di un passato sommerso e minoritario (dall’antichità classica ad autrici del Novecento come Anais Nin e Djuna Bames) incontri fecondi tra scrittura e pensiero della differenza che segnano il declino del dominio maschile sulla parola erotica e ne liberano imprevedibili potenzialità, superando la stessa dicotomia tra maschile e femminile nelle attuali contaminazioni culturali queer (contro ogni forma di «normalità») e cyborg (il corpo postfordista), orientate dal pensiero critico di Judith Butler e Donna Haraway: per liberare la parola erotica dalle prigioni sociali dei generi, e nominare nuove condizioni della soggettività. «Sa sedurre la carne la parola, / prepara il gesto, produce destini…» (Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, 1989).


Antica Grecia. Le divinità – Eros e Afrodite

Eros e Afrodite possono essere utilizzati in modo intercambiabile in rapporto alla sessualità, al desiderio sessuale e al piacere, sia singolarmente che in coppia. Tuttavia Eros si riferisce più specificatamente all’istinto del desiderio amoroso, mentre Afrodite é implicata nell’intero campo di azioni comprese tra l’esercizio del fascino sessuale e la concreta nascita dell’atto sessuale.

 Alcuni sostengono che Eros, uscito dall’uovo cosmico, fu il primo degli dei, poiché senza di lui nessuna delle altre divinità sarebbe potuta nascere. Così si sostiene che fosse coevo della Madre Terra e del Tartaro, e si nega che egli potesse avere un padre e una madre. Una altra tradizione dice che egli nacque da Afrodite e da Ermete o da Ares o da Zeus stesso. Eros era un fanciullo ribelle, che non rispettava né la condizione né l’età altrui, ma svolazzava con le sue ali d’oro scoccando frecce a caso e infiammando i cuori con i suoi temibili dardi.

Come la cultura greca ribadisce più volte, Eros é un’emozione, una immagine, una figura, una idea, una forza sovrannaturale che ha effetto sia sul corpo sia sulla mente: obnubila l’intelletto, causa il rilassamento delle membra (Saffo); nessuno é immune dall’influsso erotico, né animali né uomini, né mortali né immortali, e il suo impero, al pari di quello di Afrodite, si esercita sul cosmo intero: terra, mare, cielo, ed é la celebrazione della vita istintuale intera quale commistione di piaceri e pericoli. Eros era venerato come dio del desiderio e in quanto tale vi erano una serie di culti a lui dedicati.

 Molti templi gli furono consacrati, per lui si svolgevano feste con agoni musicali e ginnici e concorsi dedicati alle Muse. Anche le etere svolgevano un ruolo importante nella celebrazione del dio, infatti nel santuario di Afrodite a Corinto si era immessa la pratica concreta dell’amore nella sfera religiosa e questo costume dissocia la prostituzione dal rapporto commerciale e innalza l’unione sessuale ad atto di culto. Il culto di Eros si trova anche nel cuore di Atene: non solo vi era un altare di Eros all’entrata dell’Accademia, ma anche il santuario dedicato ad Afrodite ed Eros, situato alle pendici settentrionali dell’acropoli.

 Afrodite emerse nuda dalla spuma delle onde del mare fecondata dai genitali di Urano, che Crono aveva gettato in mare per impossessarsi del potere. Inoltre sembrerebbe essere la stessa dea dall’immenso potere che nacque dal Caos e danzò sul mare, la dea insomma che era venerata in Siria e in Palestina come Ishtar. Il centro più famoso del suo culto era Pafo dove, tra le rovine di un grandioso tempio romano, si vede ancora la bianca primitiva immagine aniconica della dea. La dea fondava il suo potere non solo sulla incredibile bellezza e sul fascino, ma era anche stata dotata da Zeus, padre adottivo, di una cintura magica che la rendeva irresistibile per gli occhi di chiunque, dei e mortali. Non c’é da stupirsi dunque se veniva ritenuta la più potente di tutti gli immortali, proprio perché il suo potere era il più divino, al quale tutti dovevano soggiacere e al quale nessuno poteva opporre resistenza. Gli Elleni cercarono anche di svilire la Grande Dea del Mediterraneo, che per molto tempo aveva avuto il potere supremo a Corinto, Sparta, Tespie e Atene, condannando le sue solenni orge sessuali come se fossero sregolatezze adulterine.


Antica Grecia.L’omosessualità femminile e il circolo di Saffo

L’omosessualità femminile nell’antica Grecia aveva una funzione pedagogica analoga a quella maschile e rappresentava per l’adolescente una fase di passaggio dall’età infantile al mondo degli adulti, durante la quale la giovane veniva educata e preparata al matrimonio e ad una delle funzioni essenziali per i greci: la procreazione.

 Intorno al VII sec. a.C. in Grecia fiorirono delle comunità femminili nelle quali le relazioni omoerotiche avevano il valore di rito d’iniziazione sessuale analogo a quello della pederastia. Di rilevante importanza fu il circolo di Saffo, che rappresenta il principale modello di questa pseudo-omosessualità. L’attività della poetessa a Mitilene assolveva una ben precisa funzione sociale: Saffo educava fanciulle nobili nella ristretta cerchia del tìaso, una sorta di associazione femminile in cui le ragazze entravano a farne parte prima del matrimonio e dove trascorrevano un periodo d’istruzione e preparazione alle nozze; poi, una volta sposate, si separavano dal gruppo.

L’esperienza amorosa

L’aspetto predominante della poesia di Saffo é l’amore per le ragazze della sua cerchia, che aveva un ruolo fondamentale nel processo educativo delle adolescenti e rappresentava la preparazione alla sessualità della fase adulta. L’amore che Saffo provava verso le ragazze era un sentimento sincero, totalizzante e appassionato, che é strettamente legato al culto di Afrodite, come appare nell’Ode ad Afrodite, che apre il primo libro dell’opera di Saffo e costituisce un’accorata invocazione alla dea perché venga in aiuto della poetessa che soffre per un amore non ricambiato.

 Di rilevante importanza sono la concezione dell’amore come una forza di origine divina, che trascende la volontà dei mortali e alla quale non é lecito sottrarsi e lo svilupparsi di quest’ode sotto forma di preghiera. Riversando un’esperienza personale in un’ode che veniva cantata tra le fanciulle del tìaso riunite davanti alla statua della dea, Saffo trasforma l’esperienza individuale in collettiva e il suo intento é paradigmatico in quanto attraverso le parole di Afrodite vuole definire le “regole” dell’amore proponendo dei precisi modelli di comportamento. Saffo in questo modo vuole sanzionare il proprio ruolo e la sacralità dei rapporti che stabiliva con le ragazze della comunità.

La poetessa concepisce l’eros come una forza molto possente, un’esperienza psicologica sconvolgente, dolorosa e capace di porre una persona in conflitto con se stessa; Saffo presenta molteplici immagini efficaci per esprimere l’effetto dell’amore sulla persona che ne fa esperienza, come nel frammento 47 Voigt, nel quale viene espressa l’idea dell’eros come una pulsione che investe l’anima dall’esterno: “Squassa Eros l’animo mio, come il vento sui monti che investe le querce.” (trad. F. Sisti). Talvolta designa eros come una mescolanza di piacere e tormento, in quanto é in grado di recare gioia e serenità.

La dimensione della memoria assume un’importanza tutta speciale nella poesia saffica riveste la tematica della memoria. Ciò é spiegato dal fatto che l’esperienza di una ragazza nel tìaso era temporanea, destinata a concludersi col ritorno alla casa paterna o con il matrimonio: per questo si spiega l’esigenza di trovare, proprio nel ricordo, una forma di continuità capace di annullare in qualche modo gli effetti dell’inevitabile separazione.


Antica Grecia. L’omosessualità

Dai Greci dell’età classica era considerato vergognoso il rapporto omosessuale tra adulti; non destava invece nessuno stupore che un uomo si sentisse sessualmente attratto da un bel ragazzo imberbe e che intrattenesse con lui rapporti erotici. Non si trattava però di una vera e propria omosessualità, nel senso che l’amore omosessuale coesisteva con le pratiche eterosessuali e probabilmente, in qualche misura, anche le influenzava: la pittura vascolare a alcuni epigrammi ellenistici mostrano casi di sodomia eterosessuale. D’altra parte, il ragazzo, una volta adulto prendeva regolarmente moglie e a sua volta amava donne e ragazzi.

 Le ragioni di questa sorta di polivalenza sessuale sono da ricercare sia nella segregazione dei sessi nell’adolescenza, che avrà contribuito ad instaurare pratiche destinate a mantenersi in età adulta, sia, soprattutto, nel fatto che il rapporto tra gli uomini era l’unico che prevedesse un partner di pari livello, scelto liberamente e conquistato dopo un regolare corteggiamento: una soluzione all’insegna del disinteresse delle parti, che certo non aveva luogo né con la sposa legittima, frutto di un accordo familiare né con etere e prostitute, che erano per lo più straniere o schiave prezzolate, e forse nemmeno con la concubina, che pure beneficiava di integrazione familiare.

Non mancano gli esempi nella letteratura come nel mito: la poetessa Saffo canta il suo amore per le ragazze del circolo del tiaso, il lirico Teognide dedica interi componimenti alla formazione morale del suo giovane amante Cirno, Zeus per avere il bel Ganimede sempre accanto a lui lo porta sull’Olimpo donandogli l’immortalità. L’amore omosessuale é stato dunque uno spunto fondamentale per la produzione letteraria dall’epoca arcaica all’età classica e assumeva un ruolo basilare e quasi istituzionale nella formazione intellettuale dei giovani preparandoli ad affrontare i diversi aspetti della vita da adulti.

 


Il Cigno Nero: scena saffica


Saffo sulle note di Roberto Vecchioni