“I libri si rispettano usandoli.” U. Eco

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Eros, Anima e Verità: la Filosofia nel “Fedro” di Platone.

Ogni essere umano è fatto di passioni, ma la più alta, secondo il grande filosofo greco, resta quella che segue sempre la Verità.

Il Fedro è annoverato come uno dei più importanti dialoghi di Platone, per alcuni addirittura il suo capolavoro. Nell’ottica dell’ermeneutica contemporanea, l’opera contiene idee di straordinaria modernità ed in qualche modo getta luce sull’intera biografia intellettuale del filosofo.

Scritto dopo la Repubblica tra il 368 e il 363 a.C., il Fedro apre la fase dei grandi dialoghi dialettici. La prima parte è centrata sulla figura di Eros, la seconda invece sulla dialettica e sull’importanza della scrittura. Platone intende, con questo dialogo, mostrare la differenza sostanziale che passa tra i discorsi orali e scritti, le loro peculiarità, e in definitiva le possibilità di ognuna, percorrendo un itinerario che inizia con degli esempi riguardanti il tema di Eros, passando poi al tentativo di fornire la metodologia adeguata per la scrittura, per giungere infine al fondamento di ogni discorso. È certamente uno dei dialoghi più letti e amati, soprattutto per la molteplicità e l’eterogeneità dei temi affrontati: l’Amore tra un uomo adulto e un giovane dello stesso sesso, il mondo delle Idee, l’immortalità dell’Anima e la reincarnazione, il rapporto tra oralità e scrittura, retorica e dialettica, quindi i fondamenti per giungere al vero e al falso attraverso il discorso. In poche parole sembra condensarsi in quest’opera l’idea compiuta e definitiva della Filosofia secondo Platone.

La narrazione in forma mitica della natura dell’anima e del suo destino si colloca nel Fedro all’interno di un discorso in onore di Eros.

Si tratta di una potente riabilitazione delle componenti passionali dell’anima, che, nella loro forma più nobile e più autentica, ne esprimono lo slancio ideale.

L’immagine usata per descrivere l’anima è quella, notissima, della biga alata: un carro guidato da un auriga e trainato da due cavalli, di cui uno buono e disposto a seguire un ordine, l’altro disordinato e resistente al comando. Compare qui, come nella Repubblica, 
un modello psichico tripartito, basato su una componente razionale e due componenti passionali, legate al desiderio e alle emozioni.

In questo contesto viene particolarmente valorizzato l’aspetto dinamico dell’anima: principio di movimento e con ciò di vita, l’anima partecipa dello spirito cosmico; e la sua aspirazione più profonda è innalzarsi fino a vedere 
i principi eterni, i modelli ideali su cui
 si regge ogni cosa.   Le ali dell’anima rappresentano questa aspirazione; i cavalli ne sono la forza motrice.

È dunque evidente che la sola ragione non basta né a capire né a volere ciò che è buono e bello e che solo armonizzando le diverse componenti l’anima umana sarà interamente se stessa, partecipe dello spirito cosmico. Quando cade in un corpo, perdendo le ali, a salvarla interviene l’èros: l’amore per la bellezza spinge l’anima a rimettere le ali e a volgersi di nuovo all’idealità e all’eternità.

L’auriga è la parte razionale dell’anima, mentre il cavallo bianco e docile rappresenta la forza irrazionale positiva e quello nero e inquieto rappresenta la forza irrazionale negativa.

La biga-anima è poi alata perché è capace di portare alla visione del divino, con la sola interferenza della sua stessa struttura: infatti avendo dei cavalli misti, la biga non è stabile nel suo tragitto nel cielo.

Cielo che è diviso in dodici schiere di dei e demoni, con a capo un dio e dietro a seguire tutte le anime; queste schiere compiono un giro completo della volta celeste per arrivare alla sommità e contemplare il mondo dell’Iperuranio, il mondo della Verità; ma per la sua instabilità la biga umana non è sempre capace di arrivare a contemplare totalmente la Pianura della Verità, e intanto o riesce a contemplarla solo per un attimo, o a vedere solo qualcosa, oppure si spezzano le ali prima e non arriva al termine del giro; la responsabilità di tutto ciò è posta nell’auriga, nella parte razionale che deve riuscire a mantenere il controllo della biga, e quanto più è maldestro tanto meno riesce a contemplare la Verità, nutrendosi dell’opinione.

E’ nella pianura della Verità che si trova il nutrimento per le ali dell’anima: si diventa veri uomini in proporzione alla quantità di Verità contemplata.

cavalli alati

Passeggiando lungo le rive dell’Ilisso, Fedro racconta a Socrate di aver avuto in precedenza un confronto con Lisia, all’epoca considerato il miglior scrittore della Grecia, riguardo a Eros. Lisia infatti considera Eros un male per gli uomini. Si prosegue con Socrate che mostra al ragazzo gli errori nella tesi di Lisia, sia nel contenuto che nella forma. Poi, successivamente, Socrate si cimenta in un elogio a Eros.

Per un’adeguata conoscenza della natura di Eros, secondo Platone, è necessario rintracciare il veicolo in cui s’insedia e attraverso il quale agisce, ovvero l’Anima. In altri termini, Eros coincide sempre con la natura stessa dell’Uomo. Platone passa alla dimostrazione dell’immortalità dell’Anima che, essendo principio di ogni movimento e vita, deve essere ingenerata, quindi increata e incorruttibile. In pagine famosissime, il filosofo rappresenta l’Anima attraverso il Mito della biga alata. Questa è trainata da due cavalli, uno bianco e l’altro nero, che rappresentano le forze irrazionali, ovvero l’ira e la concupiscenza, e da un cocchiere che è il simbolo dell’intelligenza. Le tre forze agiscono con sinergia nell’Anima con una certa complessità: il cavallo bianco è mansueto, l’altro invece tenace e testardo, rendendo la guida al cocchiere non facile.

Le anime, prima di entrare in un corpo, si muovono nell’Iperuranio, ovvero un luogo sopra-celeste, simbolo delle realtà intelligibili e non sensibili. Il fine delle anime è quello di giungere alla Pianura della Verità ove risiedono le verità eterne e il Prato della Verità. L’Anima infatti non può volare se non si nutre dell’erba di questo prato.

Quelle che hanno visto la Verità si trapiantano nei corpi di uomini dalla differente statura morale, che vanno dal Filosofo fino al grado più basso, il Tiranno, mentre l’Anima che non ha contemplato la Verità non potrà giungere alla forma di Uomo.

Ovviamente il fulcro di questa storia fervida d’immaginazione è l’essenza della Filosofia, dal quale dipende la Dialettica, ossia la scienza che ci permette di distinguere il vero dal falso attraverso i discorsi. Indispensabile, in questo caso, individuare la figura di Eros. Esso, per Platone, è il filosofo per eccellenza. La Filosofia si basa su un rapporto irriducibile tra la passione e la ragione: la prima senza la seconda cade nell’irrazionale, la seconda senza la prima giunge a mere astrazioni che non insegnano nulla. Eros costituisce, allora, una dimensione irrinunciabile per la Filosofia.

L’errore di Lisia è stato quello di presentare un discorso raffinato ma disordinato, comportandosi nei confronti di Fedro come un retore che parla solo con lo scopo di persuadere l’opinione pubblica. Invece i criteri da seguire sono soltanto quelli imposti dalla Verità. Per bocca di Socrate, Platone arriva a formulare le tre regole di base:

la prima, si deve parlare o scrivere solo se si ha una vera conoscenza di ciò che sto trattando;

la seconda, poiché ogni discorso mira ad essere anche convincente, chi parla deve conoscere la natura dell’anima; l’ultima, chi parla deve tener conto dei suoi interlocutori, ovvero presentare le sue tesi in proporzione alle capacità delle anime a cui si rivolge.


Jane Austen

jane austen Jane Austen è considerata una delle più grandi autrici di lingua inglese. Benchè abbia scritto nel corso di tutta la sua vita, cominciando a stendere le prime versioni dei suoi romanzi già da giovanissima, riuscì a vedere pubblicato uno dei suoi libri solo all’età di trentasei anni. I suoi romanzi furono subito molto apprezzati, ma l’utrice rimase pressoché sconosciuta in vita, poiché pubblicò tutti i suoi libri, ad eccezione dei due postumi, in forma anonima. Tutto quello che sappiamo della sua vita schiva deriva dalle raccolte di memorie di alcuni suoi nipoti e da alcune raccolte di sue lettere.

Jane Austen nacque il 16 Dicembre 1775 a Steventon nella contea inglese di Hampshire, settima nata del reverendo George Austen e della moglie Cassandra Leigh.

Il padre di Jane era pastore della chiesa anglicana e rettore del collegio di Steventon.

I coniugi Austen ebbero in totale otto figli ( due femmine e sei maschi) e la piccola Jane crebbe in una famiglia numerosa, amante dei libri (il padre possedeva più di 500 libri) e del teatro ( i ragazzi spesso si divertivano a realizzare piccole rappresentazioni nel rettorato di Steventon).

A partire dal 1787 Jane cominciò a scrivere quelli che vengono definiti i suoi “Juvenilia”, cioè raccolte di parodie, abbozzi di romanzi e poesie, dal tono spesso umoristico, ispirati alla letteratura dell’epoca e spesso dedicati a parenti e amici.

I “Juvenilia” sono costituiti in totale da tre volumi: il primo scritto tra il 1787 e il 1790, il secondo tra il 1790 e il 1792, il terzo tra il 1792 e il 1793. Alcuni di questi lavori furono poi ripresi in epoca successiva per divenire romanzi veri e propri.

Fin dall’infanzia e fino alla fine della sua vita, la più cara amica di Jane Austen fu la sorella Cassandra a cui sono dedicati molti dei suoi primi scritti.

L’educazione di Jane e della sorella fu in gran parte affidata alla famiglia, solo fra il 1785 e il 1786 esse frequentarono una sorta di collegio per ragazze:la “Abbey school” di Reading.

Durante la sua prima giovinezza la vita di Jane e della sorella fu probabilmente presa da quelli che sembrano essere gli stessi interessi delle eroine dei suoi romanzi e cioè (oltre gli adorati romanzi) feste, balli, teatro, visite a Bah e a Londra e probabilmente flirt, come ci testimoniano alcune sue lettere.

Amava inoltre occuparsi dei nipoti e sembra fosse una zia adoratissima. Le sue nipoti preferite Fanny e Caroline Austen divennero da adulte delle vere e proprie confidenti di Jane a cui essa scrisse molte lettere.

Sembra che la giovane jane fosse una ragazza piuttosto carina (a dispetto dell’unico ritratto che abiamo di lei fatto dalla sorella Cassandra e che certamente non le rende giustizia) e non fu priva di ammiratori.

Tuttavia nell’epoca in cui visse Jane Austen intelligenza e bellezza non erano le uniche doti che una giovane dovesse possedere per poter coronare il proprio sogno d’amore; all’età di 20 anni si innamorò di un tale Thomas Lefroy che sembra la corrispondesse, ma purtroppo a causa di una totale mancanza di denaro da entrambe le parti non si sposarono mai ( un po’ come Willaoughby in Senno e Sensibilità). Sembra che questo abbia provocato non poca delusione nella giovane Jane.

Sorte ben più triste ebbe la sorella Cassandra: rimase fidanzata per ben tre anni con Thomas Flowe, non potendosi sposare sempre per mancanza di denaro, ma purtroppo questi morì di febbre gialla nei Caraibi dove si era recato come cappellano militare. Dopodichè Cassandra non si sposò mai.

Sempre nel 1797 il padre di Jane propose ad un editore “First  Impressions”, prima versione del futuro “Pride and Prejudice” (Orgoglio e Pregiudizio), ma l’editore si rifiutò

di prenderlo in considerazione.

A partire dal 1800 Jane Austen abbandonò la nativa Steventon e si trasferì a Bath con la famiglia dopo che il padre si era ritirato dal lavoro, lasciando la direzione della parrocchia al figlio maggiore James. Anche se in tutti i libri di Jane Austen non manca mai una visita a Bath, sembra che la scrittrice letteralmente odiasse questa città (forse perché lontana dalla casa natia e dalle amicizie di sempre).

Agli anni di Bath risale una “misteriosa” storia d’amore di cui sembra sia stata protagonista Jane Austen. Durante una delle estati trascorse al mare dalla famiglia Austen, probabilmente nei dintorni di Lyme, jane si innamorò di un gentiluomo con cui promise di incontrarsi una volta finita la vacanza. Purtroppo al ritorno a Bath Jane venne a sapere che il suo innamorato era morto (!!!).

Nel 1802 fu protagonista di un episodio abbastanza singolare. Jane e l’immancabile Cassandra erano ospiti a Manydown (vicino a Steventon) della famiglia Bigg, quando Harris Bigg-Whiter ( di sei anni più giovane) e piutosto ricco chiese la sua mano e, sebbene non lo amasse affatto, forse preoccupata di rimanere sola, Jane decise di accettarlo. La mattina dopo però Jane ebbe un improvviso ripensamento e lei e la sorella decisero di farsi portare in fretta e furia a casa del fratello a Steventon.

Purtroppo Cassandra distrusse tutte le lettere fra lei e la sorella in cui si faceva riferimento a questo episodio, altrimenti avremmo potuto sapere di più in merito al motivo della sua decisione, ma probabilmente l’unico vero motivo è che Jane Austen credeva nell’amore più di quanto essa stessa fosse disposta ad ammettere.

Dopo questo episodio Jane Austen non si sposò mai più.

Nel 1803 Jane Austen vendette ad un editore “Susan” (primo titolo di Northanger Abbey” o “L’abbazzia di Northanger“) al prezzo di 10 sterline. L’editore però non lo pubblicò subito come le aveva detto e libro fu dato alle stampe solo 14 anni più tardi, come opera postuma. Probabilmente sempre in questi anni scrisse “The Watson”, opera che non concluse mai, lasciandola in forma frammentaria.

Nel 1805 il padre di Jane morì e l’anno successivo la famiglia Austen (vale a dire Jane, Cassandra, la madre e la sorella di una cognata, Marta Lloyd, che nel frattempo era andata a vivere con loro) si trasferirono dapprima a Clifton e poi a Southampton, lasciando finalmente l’odiata Bath.

Un altro trasferimento avvenne nel 1809 quando il piccolo gruppo andò a vivere a Chawton nella casa fornita da uno dei fratelli Austen, Edward.

Nel 1810 Jane, perse le speranze di vedere pubblicato “Northanger Abbey”, presentò ad un editore “Sense and Sensibility” (Senno e Sensibilità”) e decise di pubblicarlo a proprie spese. Il romanzo apparve in forma anonima, l’autrice si firmò “by a lady”, nel 1811. Il romanzo ebbe successo e fruttò 140 sterline alla scrittrice.

Nel 1813 fu pubblicato anche “Pride and Prejudice” e anche questo libro riscosse un buon successo e come “Sense and Sensibility” ne fu fatta presto una ristampa.

Da questo momento in poi, anche se la figura dell’autrice rimase ancora avvolta nel mistero, Jane cominciò forse a sentire il peso della pubblica opinione e i suoi romanzi cominciarono ad avere un taglio leggermente diverso, più attento a rispettare la morale comune (in un certo senso sono meno “romanzeschi”).

Nel 1814 apparve “Mansfield Park”, la cui prima edizione andò esaurita nel giro di 6 mesi; tuttavia una seconda edizione non ebbe lo stesso successo (questo è ancora oggi uno dei libri meno amati di questa autrice, forse perché certamente il meno ironico).

Nel 1815 apparve “Emma” dedicato al principe reggente (tale era la fama della misteriosa “lady” che poteva permettersi anche questo) e fortunatamente questo libro fu abbastanza apprezzato dal pubblico.

Sempre nel 1815 cominciò a scrivere “Persuasion” (Persuasione), l’ultimo e forse più romantico libro di Jane Austen, che venne finito l’anno successivo. Nel corso dello stesso anno cominciò a sentirsi male, manifestando i sintomi della malattia che l’avrebbe consumata. Nel 1817 cominciò a lavorare ad un altro romanzo “Sanditon” che venne però lasciato incompleto. Nell’aprile del 1817 fece testamento lasciando tutto alla sorella Cassandra e il 18 Luglio 1817 morì a Winchester, dove si era recata per curarsi a causa forse (questo non è del tutto certo) di una forma del morbo di Addison.Fu seppellita nella cattedrale di Winchester.

Persuasione e Northanger Abbey furono pubblicati postumi a cura del fratello Henry, che spesso si era occupato nel passato di fare da agente lettterario per la sorella presso gli editori. Solo dopo la sua morte i libri di Jane riportarono finalmente il nome dell’autrice.

Molti anni dopo la sua morte alcuni dei suoi parenti si dedicarono a raccogliere materiale sulla vita della scrittrice. Una delle biografie più famose è il “Memoir” scritto dal nipote James Edward Austen.


RACCONTARE PER RACCONTARSI- LA MIA NUOVA PAGINA (via Lucia Sallustio)

Da oggi apro una nuova rubrica al mio blog. Raccontare per raccontarsi è lo spazio della condivisione della passione per la scrittura, della scrittura che indaga, fine come un bisturi, che scava e spala per fare riaffiorare, per liberare, per scacciare il proprio demone, fiamme che bruciano ancora, roghi che pur coperti non si spengono, alimentati da verità impronunciabili. Scrivere è tutto questo, scrivere fa male ma aiuta, scrivere diverte e fa … Read More

via Lucia Sallustio


La donna e lo SPIRITO DI SACRIFICIO (via TheCoevas)

Il sacrificio costituisce l’altra dimensione attraverso la quale la donna si è espressa per secoli…Il sacrificio è una delle grandi costanti nella vita di una donna…La storia di Alcesti è una delle più commoventi che la mitologia abbia tramandato. Euripide ci descrive Alcesti, sposa di Admeto, come una donna felice e realizzata e offre della loro unione coniugale un’immagine idilliaca e serena. Il loro è un matrimonio felice, rallegrato dalla pre … Read More

via TheCoevas


Recensione : “La metamorfosi” di Kafka.

«Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto.» È questa la storia di un giovane ritrovatosi improvvisamente scarafaggio, ed altrettanto repentinamente misconosciuto da quella che era, e che solo da parte del protagonista continua ad essere considerata tale, la sua triste famiglia. Samsa si vede repentinamente strappato dalla sua quiete quotidiana, dagli affetti famigliari (essi stentano perfino a credere che quell’essere sia il proprio figlio e fratello) e da qualsiasi tipo di interazione; e e mutato in qualsiasi caratteristica corporea ed interlocutiva, è costretto dalla sua nuova natura a cmbiare qualsiasi abitudine; ma il dramma psicologico che il protagonista è costretto ad affrontare lo porterà presto alla morte.

Agghiacciante; ecco l’aggettivo meglio descrivente questo breve racconto. Ne La Metamorfosi Kafka è riuscito a delineare con pochi, semplici tratti delle sensazioni forti e vivide, strazianti nella loro verosimiglianza. Da una breve analisi dell’opera possiamo distinguere due filoni paralleli di significato simbolico: potremmo, infatti, definire il racconto sia un’allegoria del tempo in cui è vissuto l’autore (chiave universale), sia una della vita personale dello stesso (chiave personale).

Per quanto riguarda l’interpretazione universale dell’opera, possiamo identificare Gregor (commesso viaggiatore) con il popolo Ebraico disperso nella diaspora (di cui kafka fa parte) e mistrattato dalla società come disumano; oppure, considerando nella chiave personale Gregor come l’autore stesso (e quella metamorfosi potrebbe significare la sua stessa malattia, oltre al suo personale malessere a causa della palese superiorità sensitiva dello scrittore?), la figura amica della sorella come quella di Ottla, e quella crudele del padre come quella dello stesso per Kafka.

Al di là di questo, in ogni caso, i ruoli di ogni singolo personaggi appaiono indistinti a livello morale. Gregor è vittima o eroe molare? Ed il padre è vittima o carnefice?

Sicuro è che la madre e sorella sono vittime altamente sensibili, che estraneano la loro sofferenza in maniere diametralmente opposte; ma quanto al giovane protagonista non possiamo affermare questo altrettanto sicuramente. Egli allo stesso tempo è vittima di ciò che gli è accaduto fisicamente, e delle ripercussioni che il suo cambiamento ha comportato alla sua vita; ma è sicuramente eroe in quanto soffre l’odio ed il disprezzo della famiglia senza potere difendersi, e progressivamente lasciandosi morire per redimere i famigliari dal grande peso della sua stessa esistenza. D’altro canto il padre risulta figura antagonista per eccellenza di Gregor; ma anch’egli, come madre e sorella, può essere considerato vittima, poiché la sua veemenza e crudeltà sono frutto della sua reazione verso la metamorfosi del figlio.

L’efficacia della tecnica è anche data dallo stile scrittorio secco e stridente dell’autore, che descrive con assoluta calma e freddezza episodi tragici e straordinari, come fossero elementi della realtà quotidiana.