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Storia del gioiello. Il Seicento e il Settecento

La Francia impone nel XVII secolo mode e comportamenti. Il termine “barocco” con cui si definisce lo stile dell’arte del seicento, sembra derivi dal portoghese “barroco” che vuol dire perla irregolare. Lo stile che distinse anche la produzione di gioielli è, infatti, quello irregolare, sfarzoso, eccentrico. Il rococò nasce in Francia negli anni trenta del XVIII secolo e predomina il gusto fino alla fine del secolo.
Gli uomini continuano adornarsi di gioielli, anche se ne limitano l’uso alle occasioni speciali. Giacomo Casanova nelle sue memorie cita la propria tabacchiera, la catena dell’orologio e i suoi anelli, tutti gioielli che identificavano subito il ceto sociale del proprietario.
Un altro fenomeno importante di questo secolo consiste nel fatto che per la prima volta si allarga il pubblico che acquista e indossa gioielli e, per tale motivo, la classe borghese inizia ad acquistare monili realizzati con nuovi materiali, economici, che i progressi tecnici e scientifici rende simili alle pietre preziose.
Inizia ad aumentare lo sviluppo della bigiotteria.

L’orafo fornitore
La struttura dell’industria orafa somiglia molto a quella attuale: la produzione era organizzata con apprendisti, operai qualificati e maestri artigiani che lavoravano in piccoli laboratori. I laboratori rifornivano i gioiellieri che vendevano al dettaglio.
I venditori si facevano conoscere attraverso annunci in cui era indicata la propria città e gli oggetti prodotti.

Gioielli prodotti
Il seicento è il secolo della perla la cui iridescenza e irregolarità si adatta alla perfezione al gusto dominante. Inoltre durante il XVI secolo in Francia si credeva che migliorassero il colorito. Erano indossate in gran numero in collane, orecchini, come ornamento nei capelli e venivano anche cucite direttamente sugli abiti. Un’ immagine emblematica è fornita da un dipinto d’ignoto conservato a Londra alla National Gallery in cui è ritratta la regina Elisabetta I con la sua collana di perle pagata 3000 sterline.
Molto di moda erano le gemme, importate dall’India e valorizzate da nuovi tagli e lucidature.
Si diffonde l’uso di incastonare i diamanti inserendo, nell’incastonatura, una piastra sottile metallica colorata in modo da ottenere tonalità pastello.
Le spille con diamanti erano piuttosto grandi e indossate numerose in dimensioni decrescenti fino alla vita. L’abbigliamento era impreziosito da gemme e perle che erano utilizzate in modo funzionale -come bottoni o fibbie per le scarpe- o a scopi esclusivamente decorativi – cucite lungo tutto l’abito.
Gli orecchini prodotti si arricchirono di gemme, smalto e oro: la tipologia più utilizzata è quella a girandola, tre gocce di cui la centrale in posizione più bassa, che ricorda i candelabri dell’epoca.
Un altro gioiello molto in uso era il sigillo che era sospeso alla catena dell’orologio o utilizzato come anello. Il gioiello caratteristico delle dame del settecento era la chètelaine un ornamento da cintura che aveva sia funzione pratica che decorativa. La chètelaine era una placca decoratica che si indossava sulla cintura alla quale venivano appesi, per mezzo di catene, diversi oggetti come orologi, sigilli, libri, ètui ( piccolo astuccio contenente forbici, matita, coltellino per frutta pieghevole ecc.) La bellezza di questi gioielli consiste nel fatto che le varie parti che erano agganciate alla cintura erano impreziosite in diversi modi (durante il neoclassicismo, ad esempio, con scene di mitologia classica) ed erano spesso dipinte a smalto.
Le fibbie gioiello per le scarpe erano molto diffuse sia per gli uomini che per le donne in sostituzione dei nastri utilizzati in precedenza. I cammei furono di gran moda durante lo stile neoclassico. J. Wedgwood inizia la sua caratteristica produzione di prodotti caratterizzati da figure bianche su sfondo colorato. Verso la fine del seicento si iniziò ad utilizzare un diverso tipo di abbigliamento a secondo del momento della giornate: durante il giorno si preferivano abiti e gioielli semplici e, alla sera, venivano indossati vestiti e gioielli fastosi.
A fine settecento la Rivoluzione francese impose mode e comportamenti e suggerì ai gioiellieri un ricco repertorio iconografico. L’immagine della ghigliottina, ad esmpio, fu di gran moda, per la produzione di orecchini, e indossandoli, venivano espresse le proprie ideologie politiche.

Motivi
I motivi ripresi dalla produzione orafa, durante il Seicento e il Settecento, erano molto spesso i fiori, sia quelli rappresentati nei testi di botanica che quelli esotici, come dimostrava il libro del 1635 Lire des ouvrages d’orfevrerie di Gilles Légaré. Un altro motivo molto diffuso il fiocco e deriva dai nastri con cui si fissavano i gioielli. Le spille a fiocco con le cocche rivolte verso il basso si chiamavano Sévigné (dal nome della scrittrice francese Madame de Sévigné).
Per quanto riguarda la produzione d’anelli, si diffonde il modello giardinetti, chiamato così perchè erano decorati con piccoli cesti di fiori realizzati con pietre colorate e diamanti.
Nel seicento continuavano ad essere apprezzati i gioielli memento mori e in questo secolo nascono monili il cui fine era quello di ricordare una persona defunta; formati da un piccolo contenitore sul quale vi era impresso lo stemma, le iniziali e la data della morte della persona deceduta, avevano all’interno uno spazio in cui erano custoditi i capelli, il tutto era poi ricoperto da un cristallo e montato ad anello, ciondolo ecc.
Gli anelli, la maggior parte delle volte, recano messaggi d’amore, a volte espliciti, altre nascosti (ad es. le lettere sono disposte come rebus a formare frasi amorose).

Bigiotteria
L’allargamento degli acquirenti al mercato del gioiello comporta lo sviluppo della “bigiotteria” attraverso l’uso sempre più diffuso del vetro e dell’acciaio che erano utilizzati per creare gioielli molto originali e apprezzati da una cliente sempre più numerosa. Già nel 1670 il londinese George Ravenscroft aveva creato un tipo di vetro in grado di essere tagliato come un diamante perchè particolarmente duro. Questo materiale fu poi perfezionato da G.F. Strass (1701-1773) che produsse la qualità più resistente, un vetro piombifero molto luminoso.
L’acciaio, utilizzato soprattutto in Inghilterra, era adoperato a borchie sfaccettate e avvicinate per aumentare lo scintillio.


Don Giovanni, modello del libertino

La figura seicentesca del libertino trova la sua più riuscita rappresentazione nel Don Giovanni di Moliére (rappresentato per a prima volta nel 1665): Don Giovanni, gentiluomo di corte, ateo perverso, libertino, ha abbandonato Donna Elvira, che tenta invano di ricondurlo a sé, e, gettato dalla tempesta sulla costa siciliana insieme al servo Sganarello, è salvato da alcuni popolani. Seduce quindi Carlotta e Maturina, due contadine attirate dalle sue promesse di matrimonio. Inseguito dai fratelli di Elvira, sempre in compagnia di Sganarello, si rifugia in una foresta, dove vuole costringere un povero a bestemmiare. Dopo aver salvato la vita a Don Carlo, fratello di Elvira, Don Giovanni invita a cena la statua di un “commendatore” da lui ucciso in precedenza e la statua accetta. Mette poi alla porta il signor Domenica, suo creditore, e risponde con insolenza e con scherno al padre Don Luigi che gli rimprovera la sua vita dissoluta. Dopo essere rimasto insensibile anche alle preghiere di Elvira che vorrebbe farlo ravvedere, Don Giovanni si mette a tavola e la statua del “commendatore” lo invita a sua volta a cena per il giorno dopo. Don Giovanni finge di pentirsi di fronte al padre, ma confessa a Sganarello di volersi servire ora dell’ipocrisia ed è appunto da ipocrita che risponde al fratello di Elvira. Ma ecco che compare sulla scena uno spettro che concede a Don Giovanni pochi istanti per pentirsi. Poiché egli se la ride, la statua del “commendatore” lo prende per mano: su Don Giovanni si abbatte un fulmine, la terra gli si apre sotto i piedi ed è inghiottito nell’inferno, mentre il servo Sganarello si lamenta per il salario arretrato che nessuno gli pagherà.


Il Libertinismo

In netta opposizione alla difesa delle ragioni del cuore e della fede dispiegate da Pascal, prende vita nel Seicento una corrente di pensiero che, per quanto composita e mai realmente unitaria, presenta come principale caratteristica la critica dell’ortodossia religiosa in nome dell’autonomia della ragione da ogni autorità (in primis dall’autorità ecclesiastica). Proprio l’intenzione di emanciparsi da ogni forma di servitù intellettuale conferisce il nome al movimento, detto “libertinismo” in riferimento al libertus latino, ossia l’ex schiavo affrancato. La corrente libertina si sviluppa con particolare vigore nella Francia dei primi decenni del Seicento (Parigi è il centro propulsore di questo movimento culturale e in questo ambiente si accendono polemiche e dibattiti che vedono coinvolti molti filosofi ma anche scrittori e poeti), come reazione al tentativo di restaurazione della più rigida ortodossia da parte della Riforma cattolica. Il libertinismo trae origine soprattutto dal Rinascimento e dalla sua affermazione della dignità e dell’autonomia intellettuale dell’uomo, nonché dalla sua riscoperta del “vero” Aristotele pagano (in contrapposizione a quello, trasfigurato, a cui si richiamavano i Medioevali). Temi portanti della corrente libertina sono, inoltre, l’affermazione (giudicata all’epoca sconcertante presso gli strati più arretrati della popolazione) dell’infinità dell’universo, già difesa da Giordano Bruno. Se è vero che, in certo senso, viene riscoperto un nuovo e autentico Aristotele, è altrettanto vero che i Libertini recuperano tendenzialmente i filosofi post-aristotelici, derivandone precisi assunti a cui fare costante riferimento: così dallo stoicismo mutuano l’esigenza di individuare una morale razionalistica, svincolata dalla religione, e la concezione di un universo retto da leggi necessarie e necessitanti, cui nulla (compreso l’uomo) può sfuggire (in siffatta prospettiva cade definitivamente la possibilità dei miracoli). Dall’epicureismo è invece desunta la concezione materialistica e atomistica del reale e dell’uomo, mero aggregato di atomi e, in forza di ciò, destinato a non godere di alcuna vita ultraterrena. L’eredità dello scetticismo – nella sua veste “pirroniana” -, invece, consiste, grazie alla mediazione di Montaigne, nella consapevolezza dei limiti intrinseci della conoscenza umana e la conseguente centralità della sospensione del giudizio (epoch). Il punto su cui tuttavia i Libertini insistono maggiormente è la tematica dell’impostura religiosa, ovvero la distruzione di quei dogmi volti all’assoggettamento del popolo al potere. Tale critica sfocia o in un moderato deismo, tale per cui alla concezione dogmatica e scritturale del Dio cristiano viene opposto un Dio razionalmente inteso come principio ordinatore del cosmo (e ciò passerà in eredià agli Illuministi), oppure in un più radicale panteismo di marca bruniana, per cui Dio altro non sarebbe se non il mondo nella sua vitale realtà, o, nei casi più estremi, in un’aperta professione di ateismo. In ogni caso, al di là delle varie posizioni assunte dai suoi componenti, il libertinismo tende a propugnare la tolleranza religiosa. Si è soliti suddividere il movimento libertino in due fasi: nei primi decenni del Seicento, infatti, esso tende a manifestarsi come 1) libertinismo radicale, con una critica incredibilmente severa tanto al dogmatismo religioso quanto all’assolutismo politico ad esso alleato: in questa prima fase rientrano Giulio Cesare Vanini (1585-1619) – pugliese e seguace della scuola padovana giustiziato a Tolosa – e Théophile de Viau (1590-1626) – poeta francese incarcerato e messo a tacere. Verso la metà del Seicento, invece, tende a prevalere il 2) libertinismo erudito, caratterizzato da una critica razionalistica dai toni più sfumati e concilianti e, soprattutto, da un sodalizio tra il filosofo libertino e il potere politico (dal quale ottiene favori e protezione). Questo sconcertante sodalizio viene spesso giustificato machiavellicamente. In questa seconda fase rientrano François La Mothe le Vayer (1588-1672), Gabriel Naudè (1600-1653) e lo stesso Gassendi. Anche dopo la metà del secolo, tuttavia, il libertinismo non perde la propria forza espressiva: risale al 1659 l’opera anonima Theophrastus redivivus, contenente un immane compendio delle opinioni filosofiche sostenenti l’ateismo e la materialità dell’anima. L’autore che forse meglio di qualunque altro assomma in sé tutte le caratteristiche della nuova temperie culturale (critica alla religione, difesa del materialismo e della mortalità dell’anima, attacco ai miracoli) è Cyrano de Bergerac. Anche in Italia ci fu una grande diffusione di scritti e associazioni libertine: il più celebre scrittore e filosofo libertino italiano è il già citato Giulio Cesare Vanini, che afferma la necessità di seguire solamente le leggi di natura. A Venezia fu fondata dal Loredano l’Accademia degli Incogniti di cui facevano parte Cesare Cremonini e Ferrante Pallavicino.


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte III)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

Verso la fine del XVII secolo nacque a Roma l’Accademia Letteraria che fu detta Arcadia, i cui ideali poetici si diffusero negli anni successivi in tutta l’Italia.
Il carattere di questa Accademia fu di forte richiamo ad una vita più semplice, lontana dai fasti dell’epoca barocca. I suoi iscritti si dissero “pastori” e presero nomi d’arte derivati dalla tradizione pastorale classica. Essi cantarono una vita idilliaca tutta vissuta nella cornice di una campagna ideale e rarefatta. Il verseggiare aggraziato dell’Arcadia, nella sua morbida musicalità, fu a lungo di moda.

Tra i letterati del XVIII secolo, appartenenti all’Arcadia vi furono certo molte dame, però conosciamo, almeno per quello che riportano alcuni testi scolastici, solo poche presenze femminili :

– MARIA SELVAGGIA BORGHINI (1656 – 1731), pisana, poetessa e Accademica degli Stravaganti, tradusse dal latino le Opere di Tertulliano. Scrisse numerosi sonetti e canzoni. Ci rimane di lei anche un epistolario con i più illustri letterati del suo secolo.

– FAUSTINA MARATTI, poetessa e bellissima moglie del poeta arcade G.B. Zappi* (conosciuto anche con il nome bucolico di Tirsi Leucasio) di cui vengono ricordati i tristi ed eleganti versi scritti per la morte del figlioletto.

*[ Dei versi inzuccherati di quest’ultimo lo scrittore Giuseppe Baretti, in polemica con tutti questi poeti, da lui considerati “perdigiorno” per le scipite “pastorellerie”, scrisse : “Oh cari que’ suoi smascolinati sonettini, pargoletti piccinini, mollemente femminini, tutti pieni d’amorini” ]

– ISABELLA PIGNONE DEL CARRETTO

– TERESA ZANI

– PETRONILLA PAOLINA MASSIMI

Di loro come di tutte le altre poetesse arcadi viene detto, forse un po’ ironicamente, che nei loro versi vagheggiarono soltanto una vita quieta a contatto con una natura artificiale, fatta di verdi boschi e chiari ruscelletti.

Verso la fine del XVIII secolo, raggiunse una certa notorietà la marchesa, patriota napoletana di padre portoghese, finita sul patibolo a soli 47 anni:

– ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL (1752-1799).
Da giovane fece parte dell’Arcadia e scrisse poesie di buona fattura, specialmente cinque sonetti in morte del figlioletto. Nella maturità, diresse, scrivendolo lei stessa quasi per intero, il giornale Monitore Napoletano, con cui cercò di avvicinare i ceti medi agli ideali della rivoluzione napoletana.

 

Nel XIX secolo, con la poetica nuova, più robusta e passionale, del Romanticismo, tra la schiera infinita di letterati e rimatori si trovano un discreto numero di scrittrici o poetesse.
Per prima è rammentata una scrittrice di novelle e racconti, che risentono dell’influsso del Manzoni , ma che anticipano in parte alcuni aspetti del Verismo:

– CATERINA PERCOTO (1812-1887), friulana. Tra le sue opere vi sono i Racconti, e le Novelle popolari.

Del secondo Ottocento è la milanese :

– ANNA RADIUS ZUCCARI (1846-1918), conosciuta come NEERA, (pseudonimo tratto dal nome di eroine mitologiche della poesia classica), che scrisse numerosi romanzi insieme a libri di poesie e racconti (in parte autobiografici), improntati a un tono intimistico e tardo-romantico.
Ritrasse un mondo femminile fondato su una salda riflessione morale ed ancorato a tradizionali ed ordinati principi.
I critici trovano la sua prosa dignitosa, ma un tantino opaca e generica.

Più famosa è invece la scrittrice ( e giornalista), nata a Patrasso, Grecia, da padre italiano emigrato là per lavoro e da madre greca:

– MATILDE SERAO, che fin dalla primissima infanzia (dal 1860) venne a vivere a Napoli.
A 22 anni entrò nella redazione del Corriere del Mattino, successivamente collaborò con molti giornali dell’epoca.
Sposò lo scrittore e giornalista Edoardo Scarfoglio, dal quale ebbe quattro figli.
Fondò con lui Il Corriere di Roma e poi passò al Corriere di Napoli, infine diede vita al quotidiano Il Mattino.
Separatasi dal marito nel 1902, fondò Il Giorno, che diresse fino al 1927, anno della sua morte. Scrisse molti romanzi di stile tardo romantico-verista, tra i più famosi: Il ventre di Napoli Il paese di Cuccagna.

Curiosità, anche per la sua tragica fine, suscitò la figura di:

– EVELINA CATTERMOLE MANCINI (1849-1896), fiorentina di padre scozzese, che, dopo una vita travagliata da amori burrascosi, fu assassinata dall’uomo col quale conviveva.
Con lo pseudonimo di CONTESSA LARA scrisse una raccolta di Versi (1883), che ebbe notevole successo.
Nel suo stile già si avverte il segno del prossimo Decadentismo, specie per l’estetismo, per il gusto dell’esotico, dell’erotismo e dei simboli.
La sua è una poesia di confessione autobiografica, un diario confidenziale dell’animo femminile, come possiamo capire da questi versi:

Ed eccomi qui sola a udire ancora
Il lieve brontolio de’ tizzi ardenti;
Eccomi ad aspettarlo: è uscito or ora
Canticchiando co’l sigaro tra i denti

Gravi faccende lo chiamavan fuora:
Gli amici, a ‘l giuoco de le carte intenti
Od un soprano che di vezzi infiora
D’una storpiata melodia gli accenti.

E per questo riman da me diviso
Fin che la mezzanotte o il tocco suona
A l’orologio d’una chiesa accanto.

Poi torna allegro, m’accarezza il viso,
e mi domanda se son stata buona,,
senza nemmeno sospettar che ho pianto.

Sentite e semplici sono però le parole d’amore di questi versi:

Una lanterna giapponese accende
d’un vermiglio riverbero i ricami
del grande arazzo, ove un guerrier discende,
tutto d’oro, d’un loto alto fra i rami.

Qui sono i versi suoi dentro uno scrigno
niellato da un mastro fiorentino,
e in una coppa a cui si avvolge un cigno
ho un suo mazzo di rose a me vicino.

Ma le strofe che han musica d’amore
quale non l’udì mai regina in soglio,
le rose che de’ suoi baci hanno odore,
non mi bastano più: lui solo voglio…

 

Una vena più fortemente realistica, che spazza via il vecchio luogo comune che vede nelle poetesse solo la languida, intima effusione del sentimento, la troviamo in

– VITTORIA AGANOOR POMPILJ (1855-1910), padovana di origine armena.
Essa ritrasse la passione amorosa senza una vera partecipazione emotiva, ma come schema convenzionale di relazioni umane, come studio di comportamento sociale, per una sua curiosità astratta ed intellettuale relativa al rapporto tra individuo ed individuo. Questa autrice arriva a pensare che vi sia una sorta di incomunicabilità tra gli esseri umani
Prendiamo ad esempio una poesia dove evoca i suoi cari:

O morti, dite una parola, dite
Una parola!…Con l’orecchio io tendo
Tutta l’anima mia…Passa una nube
E l’erba trema…Oh certo voi m’udite,
mi parlate…e son io che non v’intendo.

Oppure la poesia Dialogo:

Noi parliamo, ma so io
quel che pensate
veramente? E voi sapete
quello ch’io penso?
Van le parole e un sottile velo di riso
Spesso ne maschera il senso

 

Una famosissima scrittrice verista di questo periodo è stata:

– GRAZIA DELEDDA (1871-1936), di Nuoro. Le sue opere ebbero grande risonanza per l’attenzione e l’appassionata rievocazione del suo ambiente regionale.
Nel 1927 ricevette il Premio Nobel per la letteratura.
Ricordiamo tra i suoi più noti romanzi: Canne al VentoCosimaMarianna Sirca Elias Porolu.

Di scarso rilievo è l’opera della scrittrice:

– ANNIE VIVANTI (1868-1942), nata a Londra da padre italiano Ella viene ricordata anche perché fu allieva (molto amata) di Giosuè Carducci, che fece la prefazione ad una sua raccolta di versi Lirica, edita nel 1890.
Ebbe comunque maggiore fortuna come scrittrice di romanzi (I divoratoriVae VictisMea culpa; ecc) che per i suoi versi. Il suo stile, dicono i critici, è venato di un sentimentalismo abbastanza convenzionale.

Tra i poeti cosiddetti Crepuscolari troviamo :

– AMALIA GUGLIELMINETTI (Torino 1881-1941), famosa anche per la lunga relazione con il poeta Guido Gozzano. Le loro Lettere d’amore furono pubblicate postume nel 1951.
Essa risentì molto nei suoi versi dei moduli dannunziani.
Scrisse poesie di una sensualità inquieta (Le vergini folliL’insonneI serpenti di Medusa) e romanzi con eroine travolte da passioni sconvolgenti. Scrisse anche qualche testo per il teatro.

Sera di vento

Dolce salire nella chiara sera
sola col vento che m’abbraccia, folle
più d’ogni amor, la strada erta del colle
fra un presagio lontan di primavera

Dolce, s’io pur di un’ironia leggera
mi punga, come chi desto da un molle
sogno, se quasi già dolersi volle,
ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.
Fatta serena, del destino il gioco
senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d’avanzar guardinga
E curiosa per gioir fra poco
d’altra menzogna bella di lusinga.

 

http://www.accademia-alfieri.it/

 


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte II)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

– TERRACINA LAURA (circa 1519-1577), nobile napoletana, verseggiatrice feconda, se pure non originale. Seguì, come le altre, i moduli petrarcheschi. Scrisse le Rime, poesia dai forti accenti morali e religiosi.
Famoso fu all’epoca il suo Discorso sopra il principio di tutti i canti d’ Orlando Furioso (1550).
Di lei non ho trovato riportata nessuna poesia.

– ISABELLA DI MORRA (1520-1548) poetessa lucana. Si conosce la sua breve e tragica esistenza, ma solo poche poesie.
Figlia del feudatario della valle del Sinni che la lasciò, dopo che venne esiliato in Francia, affidata alle cure dei fratelli. Nella solitudine del castello paterno compose versi che esprimono profonda amarezza e solitudine. Strinse una relazione amorosa, con la complicità del precettore, con il poeta, nobile spagnolo Diego De Castro, che aveva un possedimento confinante col suo. Scoperta la vicenda, i fratelli uccisero lei, il precettore e infine il nobile amante.
Nel suo breve canzoniere che, va oltre l’imitazione del Petrarca, i critici hanno avvertito qualcosa di più di “una grezza testimonianza autobiografica” ed hanno messo in rilievo il suo senso accorato e malinconico della vita unito ad un accento poetico nuovo.

Da un alto monte ove si scorge il mare
miro sovent’ io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare ( legno spalmato: nave)
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia avversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella ( rubella: nemica )
la salda speme in pianto fa mutare.:

ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l’infelice lito)
che l’onde fenda, o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

– CHIARA MATRAINI, lucchese nata nel 1514 e vissuta fin quasi alla fine del secolo, di cui si dice soltanto che scrisse rime petrarchesche di carattere amoroso.

– LAURA BATTIFERRI AMMANNATI (1523-1589) urbinate, moglie dello scultore Bernardo, che ha lasciato un Epistolario indirizzato al letterato Benedetto Varchi e le Rimedi ispirazione idillica o religiosa.

Maggiore importanza viene attribuita a

– GASPARA STAMPA, padovana (1523-1554), la quale ad otto anni, morto il padre, si trasferì a Venezia con la madre, la sorella e il fratello Baldassare (anch’egli poeta). Benché di modeste origini, si inserì bene nell’ambiente mondano della città.
Fu apprezzata cantante e poetessa (ella si dette il nome poetico di “Anassilla”, dall’Anaxus, nome latino del fiume Piave, che scorreva presso le terre del suo grande amore, il conte di Collalto). Forse fu anche “cortigiana onorata”, cioè cortigiana di alto rango culturale ed intellettuale.
Aveva venticinque anni quando conobbe il conte Collaltino di Collalto, con cui ebbe una accesa storia d’amore, durata circa tre anni. Per lui scrisse gran parte della rime del Canzoniere.
Ebbe successivamente altri amori e al Canzoniere affidò come ad una sorta di diario intimo, i suoi stati d’animo, e i moti segreti del cuore, non come grezza confessione, ma sapientemente sfumati, secondo i canoni poetici dell’epoca.
I critici del Romanticismo, forse anche per la sua morte precoce (aveva solo 31 anni), la giudicarono quasi una seconda Saffo, ma della poetessa greca non ebbe né la forza né la carica drammatica. Essa scrisse seguendo la moda del tempo, secondo il corrente gusto petrarchesco e rinascimentale. La sua lirica amorosa, pur ricca di effusione sentimentale, è troppo aggraziata e morbida, priva di un passionale trasporto.
La natura musicale di questa poetessa è evidente in tutti i suoi versi, che hanno infatti la facile orecchiabilità dei canti popolari.
Rotta la relazione con il Collalto, seppe descrivere con lieve grazia gli effetti del nuovo amore per Bartolomeo Zen, come possiamo leggere nel sonetto che segue:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale ( strano animale: la fenice)
che vive e spira nel medesmo loco.

Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

Appena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti dell’arder mio pago e contento.

Nel nuovo amore c’è una languida tenerezza, ma il tormento drammatico è lontano dall’anima della poetessa padovana.
Aggraziato è anche il sonetto che segue, in cui si rievoca, in una visione elegiaca, la notte d’amore appena trascorsa. Troviamo riproposti elementi manieristici, quali il riferimento al mito antico in cui Giove, per godere più a lungo l’amore di Alcmena, allungò la durata della notte.

O notte, a me più cara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da’ primi e da’ più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;

tu delle gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m’ha legata.

Sol mi mancò che non venni allora
la fortunata Alcmena, a cui sté tanto
più che l’usato a ritornar l’aurora.

Pur così bene io non potrò mai tanto
Dir di te, notte candida, ch’ ancora
Da la materia non sia vinto il canto.

Verso la fine del secolo, quando all’imitazione petrarchesca si sostituì una poesia che cercava di aprirsi, pur tra tante sovrastrutture di maniera, ad aspetti più realistici, troviamo la cortigiana veneziana

– VERONICA FRANCO (1546-1591), cortigiana di grande intelligenza e buona cultura. Intrattenne numerose relazioni con nobili e letterati del suo tempo. Di lei rimangono, oltre a un gruppo di sonetti, le Terze rime e le Lettere familiari a diversi.
Il Tintoretto dipinse un suo ritratto e si dice che Enrico di Valois, prima di tornare a Parigi, per essere incoronato re di Francia col nome di Enrico III, si fermasse a Venezia proprio per esserle presentato.
Le Terze Rime si possono definire lettere in versi sui più svariati argomenti, ma soprattutto sull’amore, sulla gelosia, sul ricordo di luoghi cari all’autrice, come Venezia o la campagna di Fumane nella Valpolicella.
Lo stile della poetessa è decoroso, non convenzionale e, nella confessione dei suoi amori, venato da una schietta sensualità .
Audaci dovettero sembrare ai suoi contemporanei parole come quelle della poesia che segue:

Certe proprietadi in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o versi altrui mai non espose…
Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo dell’altrui amor divien più stretto.

( proprietadi: proprietà)

Le terzine sotto riportate sono sempre tratte dalle Terze Rime e parlano del sentimento di quieta amicizia per l’uomo un tempo amato che torna dopo molti anni :

Del mio passato amor dalla potenza
queste faville in me sono rimaste,
più temperate e di minor fervenza;
da queste accesa, le mie voglie caste
in quella guisa propria di voi formo,
che ‘l santo amor a circonscriver baste.
In amicizia il folle amor trasformo,
e, pensando alle vostre immense doti,
per imitarvi l’animo riformo;
e, se ‘n ciò i miei pensier vi fosser noti,
i moderati onesti miei desiri
non lascereste andar d’effetto vuoti.

Proprio alla fine del secolo, quando era nell’aria già un presentimento del gusto barocco, ci imbattiamo in una autrice di favole pastorali, che venivano rappresentate in teatro:

– LAURA GUIDICCIONI, lucchese (1550-1599) moglie del compositore Lucchesini, visse a Firenze alla corte dei Medici. Amica del musicista E. de’ Cavalieri compose sulla sua musica (tra il 1590 e il 1595) il Satiro e la Disperazione di Fileno.

Squarci realistici si ritrovano nelle rime di una poetessa padovana che fu anche una famosa attrice di teatro:

– ISABELLA ANDREINI (1562-1604), la quale intrattenne rapporti con i maggiori letterati dell’epoca come il Tasso, il Marino, il Chiabrera.
Purtroppo non ho trovato nessun testo che riportasse i suoi versi.

Se il Rinascimento aveva affermato la libertà dell’individuo, il secolo successivo riafferma, sotto la forma appariscente e fastosa, una disciplina tutta formalistica.

Nel Seicento, infatti, in ogni genere letterario si accentua la fissità delle regole, si esaspera il formalismo e il precettismo, che mascherano l’inerzia del pensiero. Di questo secolo Leopardi disse :”L’Italia ebbe allora versi senza poesia”.

Migliaia di versi e nessun vero poeta. Antesignano di quest’epoca è il Marino, il quale asseriva:

E’ del poeta il fin, la meraviglia;
chi non sa far stupir vada alla striglia.

In questo secolo scarsa è la presenza di nomi femminili nella nostra Letteratura, infatti troviamo citate solamente:

– LUCREZIA MARINELLA, poetessa appartenente ad una nobile famiglia veneziana che scrisse in versi e in prosa. Di lei si ricorda in particolare un poema epico-religioso sulla IV Crociata, dal titolo Enrico ovvero Bisanzio acquistato.

– MARGHERITA SARROCCHI, colta poetessa napoletana (morta a Roma nel 1618), che dapprima fu amica di G.B.Marino e poi lo criticò per i suoi canoni poetici. Donna di viva intelligenza, difese nei suoi scritti le tesi di Galileo Galilei.
Scrisse in italiano e in latino, di lei si citano le Lettere e un poema Scanderbeide, pubblicato postumo nel 1623.

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