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La televendita del corpo: “Mi sento velina dentro”

Secondo la più classica delle dicotomie di cui sopra, quali madre e puttana, oltre alle aspiranti “casalinghe perfette”, l’ altra faccia della presenza femminile in video sta nei “sipari di carne femminile”, per citare una battuta di Paolo Bonolis, che forse intendeva essere ironica, o critica, ma che nei fatti trasuda disprezzo.

Ce le descrive con dovizia di particolari Silvia Ballestra : «…. Veline, graziose ragazzette pocciute e chiappute ( sempre riprese dal basso) … (…) sorridenti fino alla paresi pupazzesca degli zigomi nel mentre che sgambettano su tacchi vertiginosi, insaccate in tutine più o meno fascianti . (…) Quelle che girano le caselline dei telequiz, quelle che portano la busta, quelle che introducono gli ospiti ( tutte cose che si possono fare dignitosamente, anche senza essere agghindate come puttane dell’ angiporto) .»

Ed aggiunge ancora altri particolari orrorifici , citando a sua volta un articolo di Luisa Muraro su “Vanity fair” su ciò che tanti uomini prediligono vedere in TV e nella pubblicità : « Quelle donne patinate così funzionali al loro immaginario sono seduttrici simpatiche, belle, profumate, apparentemente pronte a togliersi le mutande a uno schiocco di dita, ironiche ma porche, forti ma deboli il giusto.

Lievamente accarezzano cofani di macchine lucenti, servono aperitivi con scollature ti-vedo-non-ti-vedo, ammiccano, fanno capire che ci starebbero al volo, sprizzano sesso e intimi umori, anche verniciando con l’ antiruggine un cancello, e intanto- bontà loro – non presentano la minima sfumatura psicologica, ombra di problematicità e nessuna ambizione che non sia quella (facile facile) di risvegliare a lui (proprio a lui !) qualche torpore nell’ uccello .»

Dall’ altro lato , sconfortata, Loredana Lipperini riporta i versi della canzone di Pink, Stupid girls, che recitano : « What happened to the dream of a girl president? / She’s dancing in the video next to 50 Cent .» e da questo punto in poi commenta le scene dei numerosissimi “videoclip con rapper machissimo e bionde” , nonché le movenze di una buona parte delle cantanti ballerine che scorrazzano su MTV, siano esse « lolite come Britney Spears, finte trasgressive come Avril Lavigne, o donne superfatali. (…) I loro video dicono una cosa sola : sesso . »

Se si prova ad azzerare l’ audio, e l’ ho fatto qualche tempo fa, ognuno di questi clip, al di là della musica, sembra una vera e propria pubblicità di bordelli, con pose lascive , strusciamenti di vario tipo, corpi seminudi.

Anche la voce è usata per alludere al sesso, e lo nota Silvia. Ballestra : « La voce femminile appena preorgasmica, densa di lascive promesse grondante umori sessuali che dice ora dalla TV : Auto emociòn , con l’ accento spagnolo che dovrebbe agire da ulteriore viagra .»

Di recente Gad Lerner osservava che, con tutta probabilità, il sorpasso in termini di ascolti del telegiornale di Canale 5 sull’ omologo della Rai è stato attivamente promosso , ed alla fine conseguito, tramite lo sfruttamento delle “curve” : infatti il programma che precedeva il Tg “indugiava ostentatamente sul posteriore di una ballerina”.

Mentre gli spettacoli in TV si spostavano sempre più avanti nell’ uso e nell’ abuso dei corpi femminili, naturalmente anche gli spot ed i cartelloni pubblicitari non avevano più remore di alcun genere ; tornavano così dei “tipi classici” di pubblicità che da decenni non si vedevano più in giro. Io ne descrivevo alcuni nella tesi del 1979 . Sono tornati in auge la “donna-natura” , quasi del tutto senza vestiti ma leopardata , con sottotitolo : “Una voglia naturale” ; lo sciupafemmine circondato da giovanissime adoranti ( “Nato con la camicissima”), e dovunque nudi di donna per attirare l’ attenzione. Negli ultimi tempi è apparso evidente che ogni limite di opportunità e di decenza veniva superato, e si è chiesta a gran voce la rimozione almeno della pubblicità alludente alla violenza: quella di Dolce e Gabbana, nella quale uomini circondavano una donna adagiata per terra richiamando la scena di uno stupro, l’ altra del marchio di moda Relish, dove poliziotti “perquisivano” due giovani donne stringendole con atteggiamenti violenti ed osceni. Anche il “trash” e la cafoneria non hanno limiti : a Napoli i cittadini hanno chiesto che venissero tolti cartelloni enormi e veramente disturbanti , come quello che presentava due enormi seni allo sguardo dei passanti o l’ altro che, per reclamizzare una società di navigazione, recitava: “Abbiamo le poppe più famose d’ Italia” ; non poppe di navi ma una schiera di giovani discinte .

Dice ancora L. Lipperini : « Nel febbraio 2007 il magazine americano “Newsweek” dedica l’ articolo di copertina, Girls Gone Bad , al dilagante entusiasmo delle bambine ( dai sei anni in su ) nei confronti di pop star seminude e svaporate come Paris Hilton, Britney Spears . (…) Cosa stiamo facendo, si chiedono le autrici (…) ? Stiamo forse allevando una generazione di baby- prostitute che vestono come lolite e vivono per le borse di Dolce e Gabbana ? ” I messaggi che arrivano sono questi : “Bisogna puntare sul corpo : questa è la carta vincente delle donne ” ed anche : “ Che l’ obiettivo sia il successo, che sia – come nei secoli passati – il matrimonio, il mezzo per riuscirvi è uno solo : l’ avvenenza fisica .»

Proprio questa situazione è la causa scatenante di un vera e proprio esplosione dei vari tipi di chirurgia estetica, che coinvolge ragazzine anche minorenni. Anzi : recentemente si è parlato di regolamentare con una serie di norme ed interdire alle minorenni gli interventi al seno ( mastoplastica additiva , seni nuovi e spesso grandissimi per rassomigliare alla diva del momento ), al viso, alle labbra, ai glutei, etc.

Il libro Appena ho 18 anni mi rifaccio. Storie di figli, genitori e plastiche , dal titolo eloquente, racconta l’ ossessione di ragazze ( e talora di qualche ragazzo) che in nome della visibilità, per acquisire doti utili a superare casting e provini televisivi, non esitano ad affrontare operazioni chirurgiche pericolose, e sovente dalla riuscita dubbia. L’ ultima edizione del famigerato “Grande Fratello” presentava lo spettacolo penoso di una giovane donna che si era procurata artificialmente mammelle mostruosamente enormi, e durante tutto il programma non aveva altro scopo che manipolarle ed esibirle eccitando il voyeurismo degli spettatori.

Questo per una supposta sete di “gloria”, per una fama che sarà sicuramente effimera.

Allo stesso modo sono penose, ed inquietanti, le risposte che , alla domanda : “Quali sono i tuoi sogni, l’ obiettivo da raggiungere nella vita ?” ci vengono dalla grande maggioranza delle ragazze : essere notate, approdare in TV, esibirsi come “veline” o ballerine o “ragazze immagine” ( in genere significa , con un sorriso idiota elargito alla platea, , camminare poco o niente vestite dondolandosi e sculettando) .

Una ragazza partecipante ad una selezione per un “casting” televisivo ha esclamato : « Mi sento velina dentro ».

Secondo il dottor Corrado Augias, che l’ ha commentata è una : «“espressione spaventosa”, portato di una corruzione ( intendo delle menti ) che va avanti da anni nel silenzio ».

Non possiamo neanche dare troppo torto a queste giovani, se confrontiamo la possibilità di avere in tal modo guadagni stratosferici con la realtà che le circonda, nel modo reale del lavoro, dove non trovano altro che call center da 300 o 400 euro al mese, ed in genere lavori umilianti e precari, precarissimi.

Enrica Morlicchio, che insegna Sociologia dello sviluppo alla Federico II di Napoli, chiede a tutti uno “sguardo di genere” sulle vicende di veline e ragazze che utilizzano il proprio corpo per emergere , visto che emergono nel quadro di rapporti che restano : « rigidamente patriarcali e maschilisti . (…) Dove altrimenti le donne potrebbero esercitare la loro intelligenza e competenza ? In un mercato del lavoro che offre scarsissime occasioni ? (…) Il tasso di occupazione femminile nelle province di Bari e di Napoli era rispettivamente pari al 33% e 24% a fronte del 66%, tanto per dire di Bologna, mentre il tasso di inattività femminile ( donne in età da lavoro non occupate ma neanche attivamente in cerca di lavoro per carichi familiari o perché scoraggiate ) era pari al 62% a Bari e al 70% a Napoli.

I tassi di disoccupazione delle giovani donne in entrambe le città raggiungono livelli di vera e propria esclusione sociale. Parlare di “tetto di cristallo” (…) suona quasi ridicolo : qui siamo al piano ammezzato. (…) Nel Mezzogiorno un mercato del lavoro sempre più asfittico allontana quote consistenti finanche dalla ricerca dell’ occupazione, bloccando i processi di emancipazione attraverso il lavoro…».

Tutte dicono, e purtroppo risulta vero : « E’ molto più facile trovare lavoro con la bellezza che con la laurea ».

Tutto si lega : alla fin fine , si è montato lo spettacolo illusionista del teleschermo e nella realtà da tempo si sono alterate, e rese crudelmente attaccate ad un filo , le possibilità di guadagnarsi la vita per i nostri giovani.

Del resto, Silvio Berlusconi, è, lo fa notare in un articolo Denise Pardo : “ l’ editore delle ragazze Fast Food di “Drive in” e delle ragazze Cin Cin di “Colpo grosso”, prima avvisaglia dell’ universo femminile berlusconiano ”.

Questo uomo politico è definito il leader più maschilista d’ Europa ; il quotidiano spagnolo “El Pais” giudica il comportamento del nostro attuale premier « grave da un punto di vista morale, civico e culturale, e mina la dignità della donna».

Su tutti i giornali del mondo si commenta il fatto accertato che una “escort” ( prostituta di lusso) sia stata ingaggiata, pare con 2000 euro, da un imprenditore che ingrassa i suoi affari e la sua influenza pagando “squillo” e accompagnandole alle feste che avvenivano nelle varie case di esponenti politici. Il fatto gravissimo è che questa ragazza doveva poi, quale ricompensa, risultare candidata alle elezioni europee, e solo il timore dello scandalo ha fatto depennare il suo nome in extremis.

Un esempio pratico dell’ estremo disprezzo che queste persone hanno per l’ intelligenza e la creatività femminili ce lo dà la seguente notizia. Un recente provvedimento del ministro ai Beni culturali, Sandro Bondi, consente alla vincitrice del concorso “Miss Italia” di accedere direttamente, senza passare per il rigoroso concorso pubblico, alla scuola per attori nel Centro sperimentale di cinematografia, a Roma.

Le supposte doti fisiche che il titolo di “Miss Italia” attesta, dunque, possono fare a meno di qualunque talento per la recitazione, doti espressive, profondit{ nell’ interpretazione dei personaggi.

Se avessimo usato solo il criterio di una scontata “bella presenza” non avremmo mai avuto le interpretazioni strepitose di attrici come Anna Magnani o Meryl Streep, che non sono certo delle vistose bellezze. Ma è evidente che questo ministro non riconosce alle donne nulla di valido o di interessante che non sia la bellezza fisica.

Ormai il termine “velina” è diventato così imperante e diffusamente appiccicato alle donne, ed ha prodotto una tale svalutazione di chiunque sia nata femmina, che ormai qualunque donna può essere definita “velina”.

La formidabile atleta Federica Pellegrini, la nuotatrice più strepitosa che l’ Italia abbia mai avuto, si è ritenuta offesa dalla stampa ( vedi i quotidiani di luglio 2008 ) perché la dipingevano come una bambola sexy, interessata solo ad argomenti di amore o di eventuali figli. Anche la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, è rimasta allibita quando la si è citata definendola : “ Una velina ; in gran forma, elegante, tutta vaporosa”. La cosa grave è che si riteneva in tal modo di farle un complimento, mentre la dottoressa, giustamente irritata, ha puntualizzato con decisione e disappunto di rifiutare tale appellativo.

Pina Picierno, una giovane deputata del Pd, è stata attaccata dal suo ex compagno di partito, Ciriaco De Mita, con le parole : « Da chi sono stato sostituito ? Da una quasi velina» . E la deputata deve difendersi, e ricordare che ha cominciato a far politica da giovanissima, militante già a 16 anni. Alle donne ormai tocca sempre difendersi, solo del fatto di essere donna.

Del resto, è diventato ormai di pubblico dominio che, allo stesso identico modo in cui si preparava un casting effettuando selezioni per le reti televisive di stampo berlusconiano, si sceglievano le candidate alle elezioni , italiane e per l’ europarlamento.

Anche a questo si riferivano le esplicite parole di Veronica Lario, la quale, per il suo ruolo bene “informata dei fatti”,            denunciava la « sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne» , aggiungendo che tutto ciò « va contro le donne in genere e soprattutto quelle che sono sempre state in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti ».

Nel momento in cui scrivo, il massimo discredito delle istituzioni e dei rappresentanti del popolo italiano deriva proprio dal fatto che dalla TV o dalla benevolenza dell’ editore televisivo ( tra parentesi anche capo del governo italiano) ormai si passa direttamente alla politica, senza nessuna soluzione di continuità e senza distinzione alcuna tra il piano del divertimento e dello spettacolo e quello istituzionale.

Sono state candidate come forma di “sistemazione” via via attricette, starlette, vallette, annunciatrici, meteorine, concorrenti del “Grande Fratello”.

E’ partito tutto- dicono i quotidiani- dalla « famosa Noemi, protagonista dello “scandalo di Casoria” », la quale ha detto serafica, rispondendo a domande: « No, non mi candiderò alla prossime regionali. Preferisco candidarmi alla Camera. Ci penserà papi Silvio ».

Al che ha scritto Alexander Stille , il 28 maggio 2009 : « Il fatto che una ragazzina che non ha neppure fatto la maturità possa pensare che, grazie al rapporto con il suo “papi” le spetti un posto in parlamento è sintomo di una degenerazione evidente ».

Il presidente del Consiglio invoca la privacy della vita privata, ma come fa notare Nando Dalla Chiesa ( su “L’ Unità” del 25 giugno 2009) : « Le molte giovani donne che hanno rapporti di amicizia, di tenerezza e di complicità con il capo del governo vengono ricompensate e talora risarcite con incarichi di rilievo nella politica, con candidature a ogni livello, dalle Europee alla Circoscrizionali; con posti nella pubblica amministrazione o enti vari.            Il fatto che si sia affermato questo criterio di scelta per reclutare la classe dirigente è un fatto privato o un fatto pubblico ? ».

Il corto circuito tra spettacolo televisivo e politica è ormai pervasivo e non più sopportabile.

Gad Lerner, in un suo articolo del 7 luglio 2009, denuncia : « la riduzione umiliante del corpo femminile a un modello unico monotono, sottomesso e plastificato”, ed aggiunge che in Italia, come in nessuna altra nazione, la condizione femminile assurge a “questione politica primaria, dirompente al di là delle aspettative di una opposizione che su questo terreno è rimasta muta perché vittima anch’ essa della medesima arretratezza culturale. (…) Berlusconi ha trasferito nei suoi palazzi – oltrepassando in casa propria un’ allusione già fin troppo esplicita e volgare- gli spettacolini della televisione da lui forgiata a sua immagine e somiglianza. Sessista fino al parossismo. Senza paragoni possibili per sistematicità e pervasività con quella delle altre nazioni civili ».

Da un po’ di tempo a questa parte il nostro Paese viene accostato non tanto alle democrazie occidentali, ma alle satrapie orientali, o al tardo impero romano. Il politologo Giovanni Sartori ha chiamato il suo ultimo libro , riferito all’ attuale regime in Italia, “Il sultanato” .

Secondo Sartori, è un titolo ben scelto, visto che il principe in carica ha , tra l’ altro, “un gradevole harem di belle donne”.

I Paesi più avanzati in campo politico e civile sanzionano un simile discredito delle istituzioni e restano allibiti dalla compravendita delle cariche e dalle stesse offerte quali regalìe del sovrano, come non si vedeva dai tempi dell’ assolutismo.

Il “Sunday Times” ha intitolato un suo articolo : “Una notte nell’ harem di Berlusconi” scrivendo : « Amici imprenditori acquisivano meriti con lui procurandogli ragazze carine e compiacenti ». Si è parlato di donne assoldate per “ divertire ” il principe, di “prostituzione di regime”.

Il “New York Times”, scandalizzato, cerca di spiegare ai lettori americani tali situazioni : « Immaginate un mondo in cui Donald Trump avesse il controllo della NBC, fosse presidente degli Stati Uniti e offrisse a Miss California, in cambio dei suoi favori, un seggio al Senato. Sareste solo a metà strada di quel che succede in Italia ».

Ci si meraviglia che il popolo italiano possa accettare una tale situazione e rimanervi indifferente ; ma ormai i commentatori hanno tratto la conclusione che gli italiani sono del tutto indifferenti alle questioni morali : spesso cinicamente ammiccanti, mai irritati dalle evidenti bassezze del caso. Nessuna meraviglia, nessuna vergogna, nessuna presa di distanza da queste situazioni che pure squalificano l’ Italia in campo internazionale.

Probabilmente, politicamente ignoranti e provinciali quali in maggioranza si dimostrano, non se ne rendono neanche conto.

Il presidente piace agli italiani – si è detto – , poiché essi vi trovano rispecchiata all’ ennesima grado la loro essenza : la mentalità maschilista è dunque connaturata all’ indole italiana, che difatti, come si è già detto, ha reso imperante il sessismo attraverso il voto nelle lezioni, fino al livello più alto del potere politico in Italia.

Il problema – ha detto esplicitamente il professor Umberto Eco – non è certo il Capo del Governo, sono gli Italiani.

Secondo Angelica Mucchi Faina , docente di Psicologia sociale all’ Università di Perugia,: « Si è passato ogni limite, la situazione è scaduta sempre più e con effetti devastanti. E non mi riferisco solo all’ immagine dell’ Italia che questa delegittimazione, costante e sistematica delle donne trasmette all’ estero (…) né solo ai criteri da TV show con i quali sono state selezionate le candidate alle scorse elezioni. Mi riferisco alle ricadute che questi comportamenti possono produrre sulle nuove generazioni, le quali crescono assistendo ad un simile spettacolo di arroganza del potere e di sopraffazione maschile.

Ecco, i modelli che sono proposti al giovani dell’ era Berlusconi : prepotenza e maschilismo ai ragazzi, disponibilità, ammiccamenti e intrighi alle ragazze »( da “L’ Unità” del 25 giugno 2009 ) .

«“ Perché le donne italiane non reagiscono?” E’ la domanda che mi viene spesso posta da giornaliste straniere, che non si capacitano del silenzio delle donne …» – si è chiesta di recente Chiara Saraceno.

Esse purtroppo non sfuggono, come il resto della popolazione in generale, all’ incantamento narcotizzante in cui siamo immersi.

Pur tuttavia Michela Marzano pare risponderle, sul quotidiano del 5 agosto 2009, con queste parole : : « Quante adolescenti hanno gli strumenti critici necessari per decostruire le immagini e i discorsi che arrivano loro attraverso la televisione e la pubblicità ?

Per rifiutare la sudditanza al potere maschile bisognerebbe prima di tutto riconoscerla come una forma di sudditanza. (…) Accade spesso che ci si sottometta a una forma di schiavitù quando non si è avuta la possibilità di conoscere altro. L’ abitudine ci fa accettare l’ inaccettabile. Accade a tutti.

Perché, allora , stupirsi se le giovani donne non si ribellano e considerano normale la sudditanza al potere maschile? Quale altro modello hanno a loro disposizione ? »

Anche Miriam Mafai , in un articolo del giorno precedente, 4 agosto 2009, poneva decisamente la questione, fondamentale, dei modelli di vita offerti. Esistono infatti le bambolotte ancheggianti della TV ed esistono anche splendide ed intelligenti atlete come Federica Pellegrini e Alessia Filippi, affermatesi nel nuoto. Come le tante campionesse che hanno regalato primati prestigiosi all’ Italia, nella scherma, nel ciclismo ed in tanti altri sport. Allo stesso modo esistono donne ( e sono tante !) che , affrontando percorsi di studio e di ricerca sempre più complessi, pervengono a posti di sempre maggiore responsabilità.

« Il fatto è che , purtroppo – lei dice –non ci vengono mai proposte come modello. Tutti conosciamo la faccia di Patrizia D’ Addario ( e della svaporata Noemi, aggiungerei ..) . Ma nessuna tv ci propone la faccia di Cristina Battaglia, a 35 anni vicepresidente dell’ Enea, o quella di Amalia Ercoli Finzi che al Politecnico di Milano insegna come volare nello spazio, o quella di Sandra Bavaglio, giovane astronoma a cui “Time” ha già dedicato una copertina.»

La cosa peggiore è che, nonostante le apparenze, non sembra che siano stati fatti molti passi in avanti dal 1700 in poi.

Nadia Urbinati, in un articolo del 30 giugno 2009, richiama le severissime critiche che nel ‘700 Mary Wollstonecraft faceva alle donne del suo tempo, che secondo lei si dimostravano complici del loro servaggio, e si facevano « oggetto di attenzioni triviali da parte di uomini che consideravano tali attenzioni un tributo virile da pagare al gentil sesso, quando in realtà essi lo insultano affermando la propria superiorità ». Da Mary sono partite tutte quelle battaglie per strappare le donne dalla soggezione del “privato” , perché si affermassero pienamente nella sfera pubblica , nella scuola, nel lavoro e nell’ esercizio della politica. E dopo tante battaglie e lotte di secoli per affermare i propri diritti, che cosa vediamo ? – dice la giornalista -Giovani ragazze , la cui «presenza sulla scena sociale è tutta privatissima, proprio come vogliono che sia da tempi immemorabili gli uomini…»

Ed osserva sconsolata : « Non è facile essere donne in questo tempo di stravolgimento dei valori e dei costumi, di smarrimento del senso comune. Non è facile trascendere ciò che ci sta intorno e che ci offende : vicende di giovani donne che si lasciano abbagliare da vecchi e meno vecchi uomini potenti; che accettano di farsi rimpicciolire fingendosi “bimbe” di un “papi”. Non c’ è glamour in questa società dei diminutivi.

Le ragazze che sono veline, meteorine e ricevono farfalline e tartarughine : un linguaggio che le rimpicciolisce trasformando il serraglio in un parco ludico infantile. »

Il gioco non ci mette poi molto a trasformarsi nei peggiori incubi. Elena Gianini Belotti osservava , nella sua prefazione a “Ancora dalla parte delle bambine” , che ancora oggi l’ unico obiettivo indicato alle donne è di piacere all’ uomo e conquistarsi con ogni mezzo il principe azzurro . « Un principe azzurro che però non è più romantico, gentile e protettivo come un tempo veniva poeticamente inventato e descritto, ma affamato di sesso, che pretende e ottiene con maniere spicce per non dire brutali. La cronaca è piena di storie di bambine di dodici anni, prede e talvolta complici di giovanissime belve senza scrupoli, sempre più spesso munite di telefonini con cui le ritraggono in pose erotiche che subito trasmettono ai compagni del branco. »

E la cronaca conferma ogni giorno le conclusioni della illustre studiosa, e ci fa toccare con mano quale è il risultato finale di questa pervasiva educazione a “vendersi”. Il messaggio ovunque diffuso è : « La donna, per fare strada, deve essere disponibile»

« Da Ascoli Piceno – segnala L. Lipperini – arriva il tariffario di una tredicenne : “Tre euro per una foto del seno, quattro per le parti intime, dieci euro per la figura intera” (…) Sono le stesse ragazzine a filmarsi e a offrire immagini del proprio corpo in cambio di soldi. »

26 ottobre 2007, Ivrea. Una mamma si è accorta per caso dal cellulare di sua figlia di 12 anni, studentessa di scuola media, che essa veniva fotografata nuda e in pose scabrose – pare consenziente – dagli amici, e tali scatti hanno fatto il giro dell’ istituto e del paese di residenza.

7 marzo 2008. Padova. Il sindaco delle città, Paola Candiotto, commenta allibita gli episodi di sesso avvenuti sullo scuolabus degli studenti di scuola media. « Ragazzini dai 10 ai 14 anni acquistavano favori sessuali dalle coetanee : palpeggiamenti, attenzioni morbose e carezze in cambio di ricariche telefoniche da 10 euro.»

Come al solito, c’è chi approfitta di queste notizie con l’ intenzione di restaurare un “vecchio ordine”, ed invoca “scuole separate per sesso, “come una volta”, o la separazione tra maschi e femmine, come tra i talebani. .

29 giugno 2008. Il quotidiano riporta che una ragazzina di 12 anni di Treviso si fotografava nuda in pose sexy con il cellulare, nei bagni della scuola, e vendeva gli scatti a suoi compagni, del seno nudo e di altre parti intime. Anch’ essa aveva stabilito un tariffario sulle sue foto. La dirigente scolastica ha commentato : « la studentessa voleva a tutti i costi emulare modelli di vita appresi probabilmente in televisione o sulla stampa. L’ esigenza di apparire e d’ indossare vestiti griffati era diventata più forte di qualsiasi altra cosa (…) Era arrivata al punto di buttarsi via senza ragione ».

Anche se ci può sembrare il sintomo di un impazzimento generale, si tratta di un fenomeno in crescita, diffuso tra le minorenni, le quali si ispirano all’ ideologia del capitalismo sfrenato, ovunque imperante.

L’ idea che il loro corpo è in vendita, che è un oggetto da reclamizzare e da mettere sul mercato, è stata introiettata dalle ragazze, anche giovanissime, grazie alla “televendita del corpo” che è in corso da decenni.

Esse seguono la regola del “Mi vendo” , e perché non dovrebbero vendersi ? Prima che i loro partner le fotografino di nascosto, meglio assai capitalizzare la loro avvenenza. Anzi ritengono di essere ben furbe, di aver capito “come si vive”, di essere “imprenditrici di se stesse”. Anche tra i computer di casa spuntano mini-telecamere con cui, a pagamento, queste “imprenditrici” diffondono le loro immagini morbose nel web : così assumendo, a volte senza accorgersene, i comportamenti ed i valori tipici delle prostitute.

La sociologa Chiara Saraceno si chiede ancora una volta sconcertata, in un articolo del 29 maggio 2009 : « Non capiamo come dall’ orgogliosa affermazione “ Il corpo è mio” si sia passati alla messa in rete del proprio corpo » .


La donna assente

Fino adesso lo sguardo si è concentrato in prevalenza su culture più o meno distanti da noi , nei Paesi in via di sviluppo. Ma cosa è successo nella nostra progredita Italia, ed in genere nel cuore della società occidentale ?

In precedenza ho parlato dell’ esistenza di una cultura profonda, ancestrale, viscerale, la quale ogni tanto, soprattutto nei momenti di difficoltà sociale ed economica, risale su come un magma, e di come la cultura si coagula, si stratifica nella lingua, attraverso le parole che, consapevolmente o meno, usiamo.

Parlavo della marcatura del genere ( il maschile che vale per la specie, mentre il femminile specifica il sesso), la voluta ambiguità del termine “uomo”, che dovrebbe valere per tutti gli esseri umani ma che spesso indica soltanto l’ uomo maschio, la donna vista come “alieno” da una cultura che non la esprime e non la riconosce, in quanto l’ ha resa “natura”, e come “natura” al di fuori dell’ umanità.

In definitiva, la donna “assente” dalla produzione della cultura. Se valutiamo adesso le osservazioni più recenti al riguardo, e le situazioni che le autrici sopra nominate denunciano , la conclusione è sconfortante. Anzi, per certi versi, la situazione è ancora più cupa. Allora si avvertiva la necessità di svecchiare, urgeva l’ ansia di cambiamento, le donne si sentivano strette e limitate nel ruolo che la tradizione assegnava loro.

Attualmente il clima in cui la società sembra sprofondata, opportunamente definito da Beppe Grillo “da coma farmacologico, cioè indotto”, indica rassegnazione, accettazione senza speranza di quella che è ormai la linea di tendenza della cultura ( si fa per dire) dei nostri tempi. E, come dice Elena Gianini Belotti, l’ indagine mostra « la persistenza e addirittura il rafforzamento dei condizionamenti culturali al ruolo di genere delle bambine » .

Loredana Lipperini conclude con amarezza: « Una stagione di riflessioni, di battaglie, di entusiasmi, sarebbe rifluita via come l’ acqua ». Già nel 1987, osserva lei, debuttavano in televisione le ragazze Coccodé di Renzo Arbore ( e impazzavano già le “maggiorate” di Drive in , aggiungo io…), iniziò a risalire dopo anni di crisi “il numero delle partecipanti ai concorsi di bellezza ”, mentre parallelamente si impennò il numero degli stupri. Inoltre in quello stesso anno Laura Lilli annota con stupore come in televisione siano tornate : « le battutacce da caserma che nessun comico avrebbe osato pronunciare perché non erano più popolari e la gente aveva smesso si ridere sulle donne ». Il commento di L. Lipperini è amaro : « Il vento è girato; ed è pieno di suggestioni restauratrici ».

Come conseguenza precipua di tale situazione sta il fatto che la donna è, oggi più che mai, “assente” : perché assente dai centri decisionali e relegata in un angolo, perché si tende, oggi come nel passato, a negarle la vita sociale e il ruolo che le spetta nella politica e nella legislazione.

Non sono purtroppo invecchiate negli anni le acute osservazioni che John Stuart Mill faceva nel suo libro L’ asservimento delle donne, datato 1869.

Egli scrisse : « Credo che l’ interdizione delle donne sia volta semplicemente a mantenere la loro subordinazione nella vita domestica ; infatti, il sesso maschile in generale non può ancora tollerare l’ idea di vivere con qualcuno che gli è eguale.

Se non fosse per questo, credo che quasi tutti, nell’ attuale stato delle opinioni in ambito politico e di economia politica, ammetterebbero che è un’ ingiustizia escludere met{ della razza umana dal maggior numero delle professioni lucrative e da quasi tutte le funzioni sociali elevate ; e riterrebbero un’ ingiustizia stabilire che per nascita le donne non sono adatte, né possono in alcun modo diventarlo, agli incarichi che sono aperti al più stupido e rozzo membro dell’ altro sesso, oppure, che per quanto adeguate siano, quegli incarichi dovrebbero essere loro preclusi per mantenerli a esclusivo beneficio dei maschi. » La discriminazione sessista, pur negata a parole, è ancora evidente, e si è manifestata nelle campagne elettorali in Francia e negli Stati Uniti, che coinvolgevano rispettivamente Ségolene Royal e Hillary Clinton. In entrambi i casi, verso le candidate donne si sono sprecati pregiudizi, insinuazioni e accuse.

Di battute sessiste si sono riempiti molti siti di Internet, in cui Hillary Clinton è stata definita “troia”. Ci sono state volgarità, frasi oscene, battute che sul fronte “black” non sarebbero state pensabili. Infatti nulla del genere si è verificato per il candidato di pelle nera, poiché lì vigeva la regola del “politicamente corretto”, che non è stato intaccato.

Intanto tra i gadget elettorali giravano magliette con scritte come : Gi{ la vita è stronza, non votarne un’ altra”; “Elections 2008 : 99 problems and the BITCH is one” oppure : Bros before hoes” ( “Prima gli amici, poi femmine per il sesso)” . Durante i comizi c’ era chi gridava ad Hillary : “Stirami la camicia” oppure “Va’ a farmi un panino”, e si è registrato il sito “Stop running for president and make me a sandwich”.

Elizabeth Ossoff, una valente docente universitaria, ha commentato : « Tutti sarebbero insorti se qualcuno avesse urlato a Obama ‘ Vieni a lustrarmi le scarpe, oppure se in un talk show fosse stato trattato da ‘negro di merda’. E’ la prova che il sessismo è ancora permesso, il razzismo no».

Recentemente in televisione la dottoressa Chiara Saraceno, docente di Sociologia della famiglia all’ Università di Torino, ha presentato amaramente dati di come in Italia sia scarsissima la partecipazione delle donne nei luoghi di presa delle decisioni : enti locali, Governo, Parlamento, Corte Costituzionale ed anche i vertici dell’ economia.

Una ricerca per il World Economic Forum, completata nel 2006, è così riportata da Loredana Lipperini : « Vi si sostiene che i Paesi in crescita, o destinati a crescere, siano quelli in cui la presenza delle donne nella politica, nel lavoro, nell’ economia è più avanzata. Ad ogni Stato viene assegnato un punteggio in quattro aree : partecipazione al lavoro e opportunità economica ( carriera e retribuzione) delle donne ; accesso all’ istruzione ; influenza politica ; differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita. Nella classifica finale, l’ Italia è al settantasettesimo posto su 115, ultimo dell’ Unione Europea a eccezione di Cipro ». Inoltre, aggiungeva : « Con l’ 8,1 % di senatori e l’ 11,5 % di deputate, l’ Italia è all’ 85° posto nelle classifiche dei Parlamenti per presenza femminile (…) ».

Questo fa capire come era composto il Parlamento che ha legiferato “sul corpo delle donne” senza che vi fosse una loro accettabile presenza numerica nel processo di decisione: vi erano in Parlamento 848 uomini e 96 donne , di cui 71 alla Camera e 25 al Senato . Esso infatti ha approvato la retrograda, ed alquanto sadica, a ben vedere, legge 40 sulla fecondazione assistita. Con le ultime elezioni il rapporto uomini-donne è leggermente migliorato, e la presenza femminile è salita al 20 per cento circa ; ma è ancora troppo bassa.

Non c’è da meravigliarsi se, secondo il “Global Gender Gap”, il divario della condizione femminile rispetto a quella maschile in Italia è il più sfavorevole rispetto agli altri Paesi con il medesimo livello di sviluppo .

Da alcuni anni, in alcuni Paesi europei e non solo, si è cercato di introdurre delle cosiddette “quote rosa” per favorire, ed a volte imporre, una minima percentuale di donne tra i rappresentanti politici. Ciò è avvenuto ad esempio in Germania, dove, al momento della riunificazione, nel Bundestag vi era una percentuale del 16 per cento di donne deputate ; adesso siamo al 35 per cento circa, ed addirittura in questo momento il cancelliere eletto è una donna, Angela Merkel, che ha nel governo 5 ministre su un totale di 14.

Casi limite, non replicati altrove, sono in senso positivo i Paesi nordici (Islanda, Norvegia, Svezia, Danimarca e Finlandia ) dove, per scelta dei partiti, vi è una percentuale femminile altissima nel parlamento, variante dal 37 al 45 per cento.

Anche la Spagna , il Regno Unito e la Francia, in modi diversi, hanno agito in modo da avere una presenza molto più alta di donne nel Parlamento e nel Governo. In Italia, fino a questo momento, i tentativi di imporre una adeguata presenza femminile negli organismi politici sono stati oggetto di controversie e di boicottaggi.

Di recente, nel maggio 2009, la Regione Campania ha introdotto, nella legge elettorale regionale, l’ obbligo di indicare, nel caso di una doppia preferenza, un uomo e una donna della stessa lista. Ma il Consiglio dei Ministri ha immediatamente impugnato questa legge elettorale, giudicandola incostituzionale . Ed in questo senso si dovrà pronunciare la Suprema Corte.

Su “Repubblica” del 21 giugno 2009, Natalia Aspesi ricorda, a proposito delle “quote rosa”, come fu esaminata una legge che rendesse più rappresentativa la presenza femminile in Parlamento :

« Nell’ ottobre del 2005 alla camera le Quote Rosa ebbero 140 voti favorevoli e 452 contrari. Trasversalmente, a destra, al centro e a sinistra. Con alcuni illuminanti commenti, tipo : “Queste non ci devono scassare la minchia” ; “ Avranno la quota quando smetteranno di ragionare con quella parte che non è il cervello ».

E via dicendo…..

L’ altro grave problema per le donne riguarda un adeguato accesso al settore produttivo ; e già nel 1949, nella Introduzione a : Il secondo sesso , Simone de Beauvoir rifletteva sulla scarsa presenza delle donne nel lavoro : « Economicamente, uomini e donne costituiscono quasi due caste ; a parità di condizioni i primi hanno situazioni più favorevoli, salari più alti, maggiori probabilità di riuscita di codeste competitrici troppo recenti ; gli uomini occupano nell’ industria, nella politica ecc. un numero assai più grande di posti e detengono le cariche più importanti. Le donne (…) si trovano davanti a un mondo che appartiene ancora agli uomini ; i quali non mettono in dubbio i propri diritti, mentre le donne incominciano appena a farlo ».

Infatti, lei ricorda la dichiarazione di uno studente : « ogni studentessa che diventa medico o avvocato ci ruba un posto» ed osserva : « costui non metteva certo in discussione i suoi diritti su questa terra » .

Ora, c’ è da osservare che queste riflessioni della Beauvoir sembrano sorpassate ed antiche, ed è vero in una parte del mondo, soprattutto quello occidentale e progredito ; eppure, forse in Italia tale quadro è ancora attuale.

Il perché lo traggo dalla ricerca di Loredana Lipperini : « L’ Italia ha il più basso livello di partecipazione femminile al mercato del lavoro tra tutti i 25 Stati membri dell’ Unione europea, e figura al terzultimo posto tra i 30 paesi aderenti all’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ( Ocse). Dietro il nostro paese vengono Messico e Turchia. » .

Se esaminiamo che cosa c’ è dietro questa situazione, un fatto è certo : le donne che lavorano in Italia sono per lo più abbandonate a se stesse, senza servizi sociali che le offrano un supporto, né

( nella grande maggioranza dei casi ) un aiuto decisivo fornito dall’ uomo con cui vivono.

Nonostante la situazione del lavoro sia già tragica, gli ultimi anni, con la sempre maggiore parcellizzazione del mercato del lavoro, stanno dando il colpo decisivo. Ha affermato Chiara Saraceno :

« Le donne sono l’ anello debole della società perché sono l’ anello forte della famiglia. Mantengono insieme il tessuto delle cure reciproche, delle relazioni. Per questo sul mercato del lavoro trovano discriminazioni. Non sono lavoratrici su cui investire. E’ come se la società buttasse via una metà del suo capitale umano e sociale.

Una parte notevole del loro tempo è impegnato a formare il tessuto della vita quotidiana, curare le relazioni, e da queste vengono schiacciate : cura degli anziani, cura dei bambini, occuparsi della casa, fare le pulizie, tessere rapporti con il gruppo dei parenti, degli amici. Ci si aspetta che facciano tutto questo lavoro gratis, e poi vengono considerate per questo poco affidabili sul lavoro, delle lavative .

E’ problematica anche l’ assunzione, visto che le aziende domandano inevitabilmente alle donne : “ Lei è in età fertile ? ».

Rincara la dose Silvia Ballestra nel suo libro, osservando : « Le aziende milanesi considerano le donne soggetti “a rischio maternità” ».

Ed aggiunge : « Mi raccontano dei casi di mobbing al femminile che allignano ovunque – ragazze in posti strategici che, assentatesi per maternità, al ritorno non trovano più manco le scrivanie, presidiate da sostituti uomini ben decisi a non mollare l’ osso. »

Concita De Gregorio ha disegnato in un articolo questa assurda situazione : « Le donne che lavorano per 4 studiano, si laureano, prendono la patente, trovano lavoro .(…) Poi, al momento della verità, le ragazze escono di scena. Figli, casa, genitori malati, pasti da preparare : guadagnano meno degli uomini e non vale la pena. Così finalmente i conti tornano. Le donne a casa, massimo per un part time e pazienza per gli articoli pubblicati su Science. Subentrano i bamboccioni…».

Recentemente, il 16 giugno, Chiara Saraceno ha scritto in un articolo : « Il problema non è l’ opportunità o meno di stabilire una quota femminile per le posizioni che comportano potere decisionale e prestigio – in economia come in politica, nelle istituzioni culturali come nella Corte Costituzionale. Il problema è come ridurre ed evitare che si riproduca una quota maschile che si avvicina al monopolio.(…) Nonostante la retorica della parità, nonostante una uguaglianza sostanziale nei percorsi formativi, nella partecipazione al mercato del lavoro e negli stessi luoghi di decisione politica, là dove il potere decisionale rimane nelle mani di un gruppo ristretto di uomini questi tendono a mantenerlo al proprio interno e a scegliere solo chi è più simile a loro : altri uomini innanzitutto, con le stesse caratteristiche culturali, di classe sociale, di etnia, e così via.

Ciò, per altro, non ha effetto solo nelle posizioni di vertice ma lungo tutta la filiera delle posizioni e dei comportamenti sia dei decisori che delle donne stesse in tutte le fasi cruciali in cui si decide un investimento in capitale umano e in una carriera. Se l’ accesso al vertice è bloccato, non si investirà in persone potenzialmente promettenti per le loro capacità ma, appunto , del “sesso sbagliato”. E molte giovani donne possono essere scoraggiate dall’ intraprendere strade che produrranno loro frustrazioni. Con una perdita complessiva per tutti. Ci si dovrebbe chiedere a chi giova (…) restringere la ricerca delle persone più adatte e competenti alla metà del capitale umano disponibile. Tanto più che non sempre la scelta è stata così saggia, la competenza così chiara, gli esiti così positivi. »

In Francia ultimamente il governo ha deciso di rendere pienamente efficace una legge sulle pari opportunità nel mondo del lavoro, la quale viene regolarmente disattesa dalle imprese ; esprimendo l’ intenzione di intervenire, con sanzioni amministrative e anche penali, verso le aziende che non relazionano sul divario ,salariale e professionale, tra lavoratori e lavoratrici al suo interno.

In Norvegia nel 2005 è stata promulgata una legge all’ avanguardia nel mondo che, tagliando la testa al toro, ha reso obbligatoria la presenza delle donne nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in Borsa. Questa vera e propria rivoluzione, pure all’ inizio molto osteggiata , pare non abbia avuto effetti men che positivi, anzi , abituatesi all’ idea, le aziende sono più che mai convinte che convenga investire sulle potenzialità femminili.

Nel mondo del lavoro si riflette anche sulla necessità di non addossare tutto il peso della maternità alle donne lavoratrici, imponendo tassativamente che i padri e le madri godano, alternativamente, dei periodi di congedo familiare per i figli.

E’ un fatto accertato che , come dice un articolo di Cinzia Sasso del 29 luglio 2008, « molti imprenditori scartano i curricula di ragazze in età da far figli. Sembravano notizie di un’ altra era. Invece, i datori di lavoro hanno paura delle donne e delle loro assenze per maternità. Perché se un uomo fa i figli, per le aziende non è mai un problema. »

La soluzione che si impone è questa, allora : « Bisogna allargare i diritti e prevedere che i padri abbiano lo stesso periodo di congedo previsto per le donne”. Il congedo per i padri alla nascita di un bambino deve diventare obbligatorio, in quanto “ se fare i figli è qualcosa che serve a tutti. dev’ essere la società nel suo insieme a farsene carico” ».

Del resto molti padri , soprattutto tra i giovani, sarebbero felicissimi di accudire più spesso i loro figli, di essere presenti nelle loro esperienze di vita , di vivere in modo più intenso la loro crescita . Anche il Presidente degli Stati Uniti Obama ha recentemente rimpianto di essere stato spesso un “padre imperfetto”, di non aver partecipato come avrebbe voluto alla vita delle sue bambine : « Non perdetevi – riassume così le sue parole Maria Novella De Luca nel suo articolo del 22 giugno 2009 – l’ incredibile bellezza di crescere il bambino che avete messo al mondo».

Infine, c’ è da sfatare una leggenda errata e pericolosa, secondo cui le donne che lavorano mettono al mondo meno figli indebolendo così le radici della società. Una recente inchiesta sulla natalità in Italia ci presenta un quadro opposto : le regioni del Sud Italia, quelle con il più basso indice di occupazione femminile , sono in coda per indice di natalità , sono quelle dove nascono meno bambini ; al contrario le donne del Nord Italia hanno ricominciato a fare figli .« Le donne con istruzione e reddito più bassi – spiega l’ economista Daniela Del Boca – sono quelle che oggi lavorano meno e hanno meno figli. Sviluppare una rete adeguata di nidi è lo strumento più efficace per sostenere l’ offerta di lavoro tanto che un incremento dei nidi del 10% potrebbe far aumentare dal 7 al 12% la probabilità di lavorare delle donne »


Culture che odiano le donne

Studi Linguistici

Il punto di inizio delle riflessioni sull’ esistenza delle donne rimane, pietra miliare, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, scritto nel lontano 1949; e citerò spesso due testi recenti, ricchi di informazioni e di acute riflessioni: autrici Silvia Ballestra, con il suo Contro le donne nei secoli dei secoli, Ediz. Il Saggiatore , 2006, e Loredana Lipperini , che ha scritto Ancora dalla parte delle bambine , Ediz. Feltrinelli , 2007.

Il tema del linguaggio era stato ampiamente trattato negli anni ’70, e tra l’ altro la mia ricerca riporta larghi estratti dal libro della linguista Robin Lakoff su tale aspetto.

Il libro di Marina Yaguello, Le parole e le donne , pubblicato a Parigi nel 1979 e tradotto in Italia nel 1980 trattava praticamente il mio stesso argomento di ricerca.

Nella parte prima, ella esaminava il linguaggio delle donne rispetto a quello degli uomini ; nella seconda parte l’ immagine che la lingua restituisce delle donne. Più o meno, infatti, diciamo le stesse cose ed arriviamo alle stesse conclusioni.

Naturalmente, il corpus linguistico esaminato dalla studiosa si riferiva alla lingua francese e non a quella italiana, allorché si parlava di disammetrie grammaticali e semantiche, nonché dei vocaboli e del loro uso. Tuttavia anch’ essa, partendo dagli studi degli antropologi, passava poi alla socio-linguistica e al linguaggio usato nelle società sviluppate, definiva i registri linguistici e il comportamento linguistico maschile e femminile , per poi fermarsi sui tentativi di cambiamento effettuati nell’ ambito del femminismo, alla ricerca di una “identità culturale”. Fino a chiedersi se fosse possibile agire, se qualche tipo di cambiamento “volontario” e consapevole del linguaggio potesse avere luogo. Nel corso del tempo, altri studi sul linguaggio si sono susseguiti, anche stimolati, in via ufficiale, dalle autorità competenti. La linguista Alba Sabatini nel 1986 e nel 1987 ha pubblicato, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, due studi : “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” e “Il sessismo nella lingua italiana” , in cui si ribadivano gli stessi problemi ( tra cui l’ eterna svalutazione di ciò che è femminile) e si avanzavano proposte per cambiare questo stato di cose.

Tutto ciò è rimasto lettera morta.

In Italia quindi tali ricerche non producevano effetti rilevanti sull’ insegnamento e sull’ uso della lingua . Al contrario, il problema se lo è posto di recente il parlamento dell’ Unione Europea. I giornali del 17 Marzo 2009 riportano infatti il contenuto di un libretto “di istruzioni”, recentemente introdotto dall’ UE, che tratta del modo corretto di rivolgersi , per iscritto o oralmente, ad una donna, qualora ad esempio ci si rivolga ad una deputata. Si auspica l’ adozione di un linguaggio “sessualmente neutro” da usare nei dibattiti in aula, nei convegni, nelle pubblicazioni e nei documenti ufficiali.

Il libretto considera discriminatorio l’ uso di “signora” e “signorina” in tutte le lingue, ed invita a chiamare le donne con il loro cognome. Infatti, e nella tesi veniva enunciato chiaramente, agli uomini non viene chiesto il continuo richiamo alla loro condizione di sposati o di celibi. Le nuove regole sconsigliano l’ uso delle parole che contengano un riferimento al sesso : ad esempio, non più “sportsmen” ( uomini sportivi ) ma “atleti”, non “statesmmen” ( uomini statisti ) ma “leader politici”, non più oggetti “man made” (fatti dall’ uomo ) ma “sintetici, artificiali”

Le critiche dei movimenti delle donne alla struttura e all’ uso del linguaggio hanno comunque lasciato il segno : sempre più spesso infatti troviamo, nel linguaggio comune, il termine “umani” invece che “uomini” , allorché si parla della nostra specie.

Recentemente un libro che è stato best-seller nei Paesi anglosassoni ( The God Delusion di Richard Dawkins ) fa un accenno a questo tema ed osserva :

«Quando le femministe hanno imposto alla nostra attenzione la discriminazione sessuale che si nasconde nell’ uso dei pronomi, si sarebbero parlate addosso, mentre i veri problemi, come i diritti delle donne e i mali della discriminazione, erano ben altri. Ma il fronte dei bravi progressisti non si era ancora reso conto dell’ iniquità del linguaggio quotidiano.

Per quanto fossimo magari d’ accordo sulla questione politica dei diritti e della discriminazione, inconsciamente seguivamo ancora convenzioni linguistiche che facevano sentire esclusa metà del genere umano . »