L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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L’immagine esterna e l’immagine interna secondo Simone de Beauvoir

Simone de Beauvoir nella sua opera “La terza età” del 1970, ritenuta un caposaldo della letteratura moderna sulla vecchiaia, affronta con un approccio antropologico-storico la condizione della vecchiaia, approfondendo due punti di vista: quello esteriore, cioè come la vecchiaia si presenta agli altri, e quello interiore, cioè il modo in cui la vecchiaia è assunta dal soggetto che la vive. Nella prima parte viene esposta un’analisi dettagliata della vecchiaia come fenomeno biologico con conseguenze psicologiche, e come fenomeno sociale, cioè l’autrice esamina quale ruolo l’anziano ricopra di volta in volta nelle società primitive, storiche e contemporanee. Nella seconda parte dell’opera considera la vecchiaia come fenomeno che ha una sua propria dimensione esistenziale; quindi cerca di descrivere come l’uomo anziano introietti il suo rapporto col proprio corpo, col tempo e con gli altri. Quest’opera, che a mio avviso è ancora attuale, vuole essere una denuncia provocatoria della condizione della vecchiaia vissuta tuttora con grande difficoltà e con forte rischio di povertà ed emarginazione in una civiltà che si definisce avanzata. L’analisi storica che la de Beauvoir fa delle diverse civiltà, da quelle primitive a quelle contemporanee, ci permette di sottoporre a critica il mito, secondo il quale in un tempo, non meglio definito, l’anziano viveva una condizione migliore dell’attuale, perché era amato e curato dalla famiglia, considerato e rispettato dalla comunità nel suo ruolo di custode della memoria del suo popolo. Nota l’autrice:

Una desolata enumerazione delle infermità della vecchiaia la ritroveremo in tutti i tempi, ed è importante sottolineare come questo tema (nelle opere letterarie) sia ricorrente. Anche se il significato e il valore che vengono attribuiti alla vecchiaia variano tra una società e l’altra, cionondimeno essa rimane un fatto extrastorico che suscita un certo numero di reazioni identiche” .

In questa scrupolosa esposizione scopriamo così che la vecchiaia è stata una condizione infelice, temuta, spesso vissuta nella miseria più totale, oppure odiata dai discendenti, tanto da originare comportamenti che oggi non esiteremmo a definire criminali. Leggiamo con sdegno della sorte di vecchi abbandonati a se stessi dai loro figli, lasciati morire di fame, maltrattati, oltraggiati da adulti e ragazzi, e questo non soltanto nelle civiltà primitive a matrice nomade, ma anche nella società moderna della Francia dell’800. In sostanza mi pare di poter concludere che l’immagine dell’anziano quale emerge da questo studio è quella segnata da fattori di tipo economico: l’anziano riesce a garantirsi una vecchiaia degnamente assistita nella sua fragilità soltanto là dove possiede un potere contrattuale, che può essere di natura politica o economica, quando è proprietario di un patrimonio finanziario o culturale, quando cioè le sue conoscenze divengono fondamentali nello svolgimento di arti e mestieri che garantiscono la sopravvivenza di un’economia familiare o sociale. Sono d’accordo con l’autrice quando afferma che

“la condizione del vecchio non è mai una sua conquista, ma essa è tale per concessione altrui…A seconda delle sue possibilità e dei suoi interessi, è la collettività che decide della sorte dei vecchi, e questi la subiscono anche quando si credono i più forti” .

Come abbiamo ricordato, nella seconda parte dell’opera la de Beauvoir analizza l’immagine che una persona anziana ha di se stessa, come vive il rapporto con il suo corpo, la sua mente e il suo spirito che man mano invecchiano. Anzitutto la presa di coscienza che si sta invecchiando o che gli altri ci guardano con occhi diversi, non è scontata, anzi spesso è frutto di un periodo più o meno lungo di crisi, di sofferenza, se non addirittura di angoscia. È necessario rielaborare un’immagine di noi che ci permetta di rapportarci con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente che ci circonda. L’autrice osserva come

“il morale e il fisico sono strettamente legati. Per eseguire il lavoro di riadattare al mondo un organismo che si sia modificato in senso peggiorativo bisogna aver conservato il gusto di vivere”.

Una volta preso coscienza che la vecchiaia è sopraggiunta, in un momento della vita che per ogni persona è particolare, che non si può fissare con criteri anagrafici o medico-clinici,

“il dramma del vecchio è dato assai spesso dal fatto ch’egli non può più ciò che vuole. Concepisce, progetta e, al momento d’eseguire, il suo organismo si sottrae; la stanchezza spezza i suoi slanci; cerca i ricordi attraverso le nebbie; il suo pensiero si svia dall’obiettivo che si era fissato.”

La vecchiaia può essere vissuta come “una sorta di malattia mentale in cui si prova l’angoscia di sfuggire a se stessi” .Un altro aspetto individuale evidenziato dalla de Beauvoir è il rapporto con il tempo, che “non scorre allo stesso modo nei diversi momenti della nostra esistenza: si fa sempre più celere a mano a mano che si invecchia… Il paradosso è che questa infernale velocità non sempre difende il vecchio dalla noia, al contrario”. Ciò che cambia e condiziona il vivere e il progettare quotidiano di una persona anziana è la percezione del tempo che le rimane.

“L’avvenire limitato, un passato congelato, questa è la situazione che devono affrontare le persone anziane. In molti casi essa paralizza la loro attività” .

Per attività si intende tutto ciò che l’anziano mette in opera e tutto ciò che di sé l’anziano mette a disposizione della comunità sociale, che finisce per rientrare nel ciclo della produttività inteso in senso lato, comprendendo anche la produttività sociale.


La teoria del «gender»

La “teoria del genere” è stata riconosciuta come scienza spazzatura dal consiglio dei ministri dei paesi nordici: tagliati i fondi al centro femminista NIKK (Nordic Gender Institute), che è già stato chiuso.

La teoria del genere è la nuova ideologia alla quale fanno chiaramente riferimento l’Onu e le sue varie agenzie, in particolare l’Oms, l’Unesco e la Commissione su Popolazione e Sviluppo. Essa è inoltre diventata il quadro di pensiero della Commissione di Bruxelles, del Parlamento europeo e dei vari Paesi membri dell’Unione Europea, ispirando i legislatori di quei Paesi che creano numerosissime leggi concernenti la ridefinizione della coppia, del matrimonio, della filiazione e dei rapporti tra uomini e donne segnatamente in nome del concetto di parità e degli orientamenti sessuali.

Essa succede all’ideologia marxista, ed è al contempo più oppressiva e più perniciosa poiché si presenta all’insegna della liberazione soggettiva da costrizioni ingiuste, del riconoscimento della libertà di ciascuno e dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Tutti valori sui quali sarebbe difficile esprimere un disaccordo. A questo punto si rende necessario sapere se quei termini rivestano lo stesso significato che già conosciamo o se non servano, invece, a mascherare una concezione diversa che sta per essere imposta alla popolazione senza che i cittadini siano consapevoli di ciò che rappresenta.

Che cosa dice la teoria del genere? Questa ideologia pretende che il sesso biologico vada dissociato dalla sua dimensione culturale, ossia dall’identità di genere, che si declina al maschile o al femminile e persino in un genere neutro nel quale si fa rientrare ogni sorta di orientamento sessuale, al fine di meglio affermare l’uguaglianza tra gli uomini e le donne e di promuovere le diverse “identità” sessuali. Dunque il genere maschile o femminile non si iscriverebbe più nella continuità del sesso biologico poiché essa non gli è intrinseca, ma sarebbe semplicemente la conseguenza di una costruzione culturale e sociale.

In nome della bisessualità psichica, si sostiene che l’uomo e la donna hanno ciascuno una parte maschile e una femminile: il sesso biologico dunque non obbliga, né quanto allo sviluppo psicologico né per l’organizzazione della vita sociale. Al sesso maschile e a quello femminile si privilegia l’asessualità o l’unisessualità. Così un politico donna, allieva di Simone de Beauvoir, afferma che “i mestieri non hanno sesso”, mentre altri, favorevoli all’organizzazione sociale degliorientamenti sessuali, sostengono che “l’amore” non dipende dall’attrazione tra l’uomo e la donna poiché esistono altre forme di attrazioni sentimentali e sessuali.

Tali sofismi appaiono evidenti e sono ripresi con facilità dai media che apprezzano il pensiero ridotto a cliché. Tutto viene messo sullo stesso piano: le singolarità sessuali marginali – che sono sempre esistite – devono essere riconosciute allo stesso titolo della condizione comune e generale dell’attrazione tra uomo e donna. Non è tollerato alcun discernimento, la psicologia maschile si confonde con quella femminile e si attribuiscono le stesse caratteristiche a tutte le forme di attrazione sentimentale mentre dal punto di vista psicologico non sono in gioco le stesse strutture psichiche.

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In altre parole, la società non deve più organizzarsi attorno alla differenza sessuale, ma deve riconoscere tutti gli orientamenti sessuali come altrettante possibilità di dare diritto alla plurisessualità degli esseri umani che nel corso dei secoli è stata limitata dall’“eterosessismo”. Bisogna dunque denunciare questa ingiustizia e decostruire tutte le categorie che ci hanno portato a tale oppressione.

L’uomo e la donna non esistono, è l’essere umano a dover essere riconosciuto prima ancora della sua particolarità nel corpo sessuato. Sarebbe troppo lungo descrivere le diverse origini di questa corrente di idee partita innanzitutto dai medici che seguono casi di transessualismo, dagli psicanalisti culturalisti americani e dai linguisti che hanno studiato il linguaggio (gender studies) per farne emergere le discriminazioni nei confronti del genere femminile e degli stati intersessuati, per esempio per la concordanza del plurale in cui il maschile prevale sul femminile. Fu riciclata da sociologi canadesi e ripensata in Francia da diversi filosofi prima di essere recuperata, nuovamente negli Stati Uniti, dai movimenti lesbici alle origini del femminismo intransigente e ripresa poi dai movimenti omosessuali. La teoria del Genere tornò in Europa così trasformata. In realtà si tratta di una sistemazione concettuale che non ha nulla a che vedere con la scienza: è a malapena un’opinione.

Questo diventa inquietante nella misura in cui la maggior parte dei responsabili politici finisce per aderirvi senza conoscerne i fondamenti e le critiche che sono autoevidenti. I rapporti tra uomini e donne vengono presentati attraverso le categorie di dominante/dominato, della società patriarcale e dell’onniviolenza dell’uomo di cui la donna deve imparare a diffidare.

Da moltissimo tempo non siamo più in una società patriarcale ma, come sostiene la Chiesa, dobbiamo continuare a incamminarci verso una società fondata sulla coppia formata da un uomo e una donna impegnati pubblicamente in un’alleanza, segno che devono svilupparsi in questa autenticità. Da parecchi anni questa teoria viene insegnata in Francia all’università e, a partire dall’anno scolastico 2011-2012, sarà insegnata anche al liceo nei programmi di Scienze della vita e della terra delle classi prime. In nome di quali principi il Ministero dell’Educazione nazionale ha preso questa decisione e in seguito a quale forma di consultazione?

Non lo sa nessuno. Succede sempre così con le ideologie totalitarie, e ora con la teoria del genere. Viene imposta ai cittadini senza che questi se ne rendano conto e si accorgano che decisioni legislative vengono prese in nome di quest’ideologia senza che, a quanto pare, sia esplicitamente spiegato. Ciò è particolarmente significativo in una parità contabile tra uomini e donne – che non significa uguaglianza -, nel matrimonio tra persone dello stesso sesso con l’adozione di bambini in tale contesto, e nelle misure repressive che accompagnano questa corrente di idee che, in nome della non-discriminazione, non può essere rimessa in discussione o in Francia si rischia si essere sanzionati giudizialmente (legge sull’omofobia).

Ma questo vale anche per altri Paesi: è il caso della Germania, dove genitori che hanno rifiutato che i figli partecipassero a lezioni di educazione sessuale ispirate alla teoria del genere sono stati condannati a quarantacinque giorni di detenzione senza condizionale (febbraio 2011). Il falso valore della non-discriminazione impedisce di pensare, valutare, discernere ed esprimere, così come quello della trasparenza che spesso è estranea alla ricerca della verità.

Quanto all’egualitarismo che si allontana dal senso dell’uguaglianza, esso lascia intendere che tutte le situazioni si equivalgono, mentre se le persone sono effettivamente uguali in dignità, la loro scelta, il loro stile di vita e la loro situazione non hanno oggettivamente lo stesso valore. Non c’è nulla di discriminatorio nel sottolineare che solo un uomo e una donna formano una coppia, si sposano, vivono insieme, adottano e educano dei bambini nell’interesse del bene comune e in quello del figlio. Sono più capaci di esprimere l’alterità sessuale, la coppia generazionale e la famiglia, cellula base della società.

 


La femminilità secondo Simone de Beauvoir

Tutti sono d’accordo nel riconoscere che nella specie umana sono comprese le femmine, le quali costituiscono oggi come in passato circa mezza umanità del genere umano; e tuttavia ci dicono “la femminilità è in pericolo”; ci esortano: “siate donne, restate donne, divenite donne”. Dunque non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell’essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità.

Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, 1949

shadow.woman.poema.poesia

 


Simone de Beauvoir

simonebeauvoir21 Simone de Beauvoir è conosciuta in tutto il mondo come una delle più grandi scrittrici francesi del ‘900. Dopo essersi laureata in lettere alla Sorbona e aver conseguito l’agrégation di filosofia, si dedicò all’insegnamento. L’incontro con Sartre, avvenuto negli anni dell’università, fu determinante per la sua carrie- ra e per la sua vita. Nel 1943, abbandonato l’insegnamento, pubblicò il primo romanzo, L’Invitée. Ella afferma: “Ebbi una rivelazione: questo mondo era maschile, la mia infanzia era stata nutrita da miti for- giati dagli uomini, e io non avevo reagito come se fossi stata un ragazzo. Mi appassionai tanto da abbandonare il progetto di una confessione personale, per occuparmi della condizione femminile in generale”. Nel 1949 scrive il lungo saggio Le deuxième sexe (Il secondo sesso), dove è trattato il problema della libertà e della condizione della donna sul piano sociale e morale. Dai suoi numerosi viaggi in tutto il mondo Simone ha tratto spunto per varie raccolte di osservazioni e di meditazioni di carattere politico e sociale, tra cui ricordiamo La longue marche (1957; La lunga marcia), scritta al ritorno da un viaggio in Cina. Di grande interesse anche i suoi lavori autobiografici.

♦ IL SECONDO SESSO La questione della differenza sessuale nasce storicamente e teoricamente nella storia del pensiero occidentale in relazione al ruolo delle donne. Nella storia del pensiero politico, essa è strettamente legata alla giustificazione della posizione della donna nella famiglia e, di conseguenza, nella società. La riflessione sul ruolo delle donne si pone col movimento femminista come problema politico e viene letta in termini di differenze sessuali. Ma dove nascono queste disuguaglianze e come vengono giustificate?

Il secondo sesso è diviso in quattro parti: nella prima si analizza l’essere-donna dal punto di vista natu- ralistico, delle scienze. La seconda sezione affronta l’essere-donna dal punto di vista della storia: su base storica, è sempre stata una “presenza-assenza”, una presenza reale assente alla storia che è stata fatta dagli uomini, dal sesso maschile. Tranne alcune importanti eccezioni, la donna è stata ciò che l’uomo ha voluto che fosse. La terza parte è dedicata allo studio della sua immagine proposta dai miti più antichi fino a quella creata dalla letteratura. La quarta parte, infine, è un’analisi del “vissuto” femminile, descritto in forma evolutiva attraverso le varie età della vita, dall’infanzia alla vecchiaia: “i drammi della nascita, dello svezzamento avvengono nello stesso modo per i due sessi; l’uno e l’altro hanno i medesimi interessi, gli stessi piaceri”.

Simone de Beauvoir in quest’ opera indica la necessità del superamento di una visione gerarchica che ve- de la donna come inferiore, in cui il maschile è assunto come “norma” e il femminile come “secondo sesso”. La de Beauvoir cerca la risposta alla nostra questione di partenza in due direzioni, sia sottolineandol’importanza dell’educazione nella formazione individuale delle donne del suo tempo, sia negando un’inferiorità biologica della donna: “nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”.

La filosofa francese affronta l’argomento della femminilità cercando di capirne il vero significato. L’essere donna, afferma, è “un fondo comune da cui ha origine ogni singola esistenza femminile”. Ogni donna viene identificata con il suo sesso e imprigionata in un corpo governato dalla natura; l’uomo inve- ce pensa al suo corpo come indipendente dalle sue azioni di essere razionale.

“Donna non si nasce, lo si diventa”, dopo aver svelato la realtà della propria condizione, deve adesso viverla, ridefinirla. Un momento importante in questa ricerca di identità sarà costituito dai rapporti con l’altro sesso. Ma sul futuro dell’identità femminile e sul rapporto fra i sessi la de Beauvoir non intende azzardare pronostici.

COMMENTO A MADAME DE BEAUVOIR

L’educazione dell’individuo femminile fin dalla primissima infanzia appare già differenziata sessual-

mente con un intervento imperiosamente imposto dall’esterno. Io non credo assolutamente nell’inferiorità del sesso femminile, ma nella parità dei sessi, se non addirittura nell’inferiorità dell’uomo. Come la storia mostra, la donna ha raramente avuto ruoli importanti ed è per questo che ancora di più dovremmo essere fiere dell’impegno, dello sviluppo e del coraggio che le donne hanno avuto per acquistare posizioni sempre più importanti.

Noi siamo soliti definire un corpo come maschile o come femminile, non ci soffermiamo sulla sua essen- za profonda che è l’espressione di una soggettività quale può essere il carattere. Se rifletto bene, posso dire che l’altro sesso inizia a far paura o a provocare dubbi solo quando ci si accorge della differenza fisica, ossia nel periodo della pubertà.

Fin da piccoli ai bambini viene imposta la loro sessualità, un esempio lampante sono i colori dei vestitini: azzurri per i bambini e rosa per le bambine; infatti il bambino non coglie alcuna differenza se non viene spiegata dal genitore. Di fatto lo sviluppo dell’individuo avviene negli stessi termini tra due persone di sesso opposto, che con la stessa curiosità cercano la loro identità sessuale.

Al momento della nascita non esiste una reale distanza tra i due sessi, ma è la società ad imporla; primi tra tutti i genitori, che, essendo già a conoscenza delle differenze a cui anche loro stessi sono stati abituati, le passano inconsciamente ai propri figli, vestendoli in modi diversi, comprando giochi differenti, in- staurando quindi due ideologie, due modi di vivere pressoché opposti. Senza interventi esterni maschi e femmine avrebbero la stessa attitudine verso il mondo esterno, verso la propria famiglia e il proprio corpo, la donna si formerebbe crescendo, non esisterebbe un “sesso forte” e un “sesso debole” , forse le donne non verrebbero sottovalutate e sfruttate, e probabilmente neppure le forti discriminazioni nei confronti degli omosessuali create proprio dalla società.

Il sesso maschile era considerato superiore, si riteneva che gli uomini avessero una cultura più ampia e che quindi dovessero avere un ruolo di maggiore importanza nella società. La donna, invece, era identificata come il “secondo sesso” e fu costretta ad adeguarsi ai valori imposti dagli uomini e ad accettare come suo unico ruolo la crescita dei figli.

Già quando la bambina raggiunge i dodici anni incominciano a esserle fatte presenti molte distinzioni sessuali così che “la sua vocazione le viene imperiosamente imposta”.

In alcune culture la donna non ha diritti , ne di parola, ne di azione, la sua vita è praticamente gestita dal maschio dal quale dipende totalmente.

In altre invece la donna ha assunto un ruolo paritario sia sul piano di diritti che de4i doveri. In queste società è stato fatto molto affinché si arrivasse a ciò. Sono serviti anni di storia e di lotte per far sì che la donna acquistasse la dignità che di sua natura si merita, in quanto essere umano. E’ per questo che io come “donna” ritengo paritaria la posizione maschile rispetto a quella femminile non negando però, a en- trambe le parti, attitudini diverse.

Il cammino da fare per diventare donna é molto lungo e comporta molti cambiamenti difficili, che porta- no la femmina a differenziarsi sempre più dall’uomo, ponendo le premesse per entrare a far parte definitivamente dell’età adulta come “donna”. Credo che queste differenze portino anche delle complicazioni per quanto riguarda il rapporto e la comunicazione fra i due sessi.

La “donna” è il risultato di una trasformazione fisica e psicologica che inizia dall’infanzia ed ha il suo culmine con l’età adulta. Durante l’infanzia i due sessi non sono diversificati, è solo con l’adolescenza che questa differenziazione inizia. I due sessi si vedono con curiosità e timore allo stesso tempo. Nascono quindi molte difficoltà di comunicazione e i rapporti si fanno più complicati.

La solita etichetta che da sempre è stata attribuita alla donna è quella del “sesso debole” che va difeso. Riferita a questa definizione l’immagine che ci dovrebbe apparire di conseguenza nella mente è quella che dell’uomo che va al lavoro e della donna che resta in casa per occuparsi dei figli e delle faccende domesti- che. La situazione oggi è migliorata: molte donne hanno ottenuto i loro diritti, riuscendo quindi a conquistarsi più spazio e più libertà; forse alcune anche troppa perché cercano di prevalere sull’uomo.

Oggi, il ruolo della donna è stato riscattato, in quanto si trova a vivere in situazione di uguaglianza rispetto all’uomo e in alcuni casi i loro ruoli tendono addirittura a sovrapporsi.

Nonostante questo, sentiamo parlare spesso di paesi in cui esistono donne che combattono per conquistare una posizione all’interno della società, in quanto vivono in situazioni di schiavitù o di minoranze.

Quando la bambina cresce e diventa adulta, si inizia a cogliere una differenziazione sessuale e le viene data la qualificazione di “donna” (o “essere castrato”) e, proprio nell’adolescenza, le viene imperiosamente imposta la sua vocazione, cioè il ruolo di “custode del focolare domestico”, datale dalla cultura sociale del gruppo in cui essa viene ad inserirsi. Infatti, come dice l’autrice, donne non si nasce, si diventa. Le idee progressiste e femministe della scrittrice però non devono essere viste come qualcosa di “anormale” o di “dissonante”, ma sono semplicemente il risultato di una concezione di storia fatta al “maschile”.

Se la donna non ha nessun destino psichico ed economico non possiamo negare che abbia un destino bio- logico. La società e l’ambiente in cui viviamo condizionano la nostra vita dal punto di vista caratteriale e professionale ma non da quello biologico.


Simone De Beauvoir: voce e coscienza del secondo Dopoguerra europeo

Tra le personalità più alte e complesse del panorama culturale del XX secolo, Simone de Beauvoir, occupa certamente uno spazio preminente. Spesso le sue conquiste intellettuali, il suo impegno, sono state messe in ombra dalla sua relazione con il filosofo esistenzialista J.P. Sartre che innegabilmente, nel panorama culturale del suo tempo, svolgeva un ruolo egemone.

Certo, nella Francia degli anni quaranta e cinquanta era nota come la “Grande Sartreuse” o la “Notre Dame de Sartre”, ma questo non rappresentò per sempre un ostacolo. Senza mai prevaricare o mettere in discussione la supremazia intellettuale del suo compagno riuscì ad imporsi alla critica e al grande pubblico, occupandosi di temi importati quali il femminismo, emblematicamente rappresentato dal libro Il secondo sesso o la condizione degli anziani di cui si occupò nel più tardo La terza età.

La sua capacità di osservare lucidamente e criticamente la società del suo tempo, le ha  permesso  di essere ricordata come un personaggio centrale nella storia dell’emancipazione femminile, ma anche un riferimento importante rispetto a molti altri fatti che la Storia ha imposto.

Simone de Beauvoir nasce a Parigi il 9 gennaio 1908. Prima figlia di un’agiata coppia appartenente alla più austera borghesia francese, vive un’infanzia da “ragazza perbene”, come racconterà lei stessa nelle preziose opere autobiografiche. Non tarda a compiere scelte forti che alimentano il dissidio con la famiglia e decretano il definivo distacco dalle sue origini borghesi. La decisione,  di specializzarsi in filosofia alla Sorbonne e dedicarsi successivamente  all’insegnamento, rappresenta il primo grande momento di contrasto con la famiglia, alimentato più tardi dalla scelta  decisamente antiborghese di vivere l’intenso e duraturo rapporto sentimentale con J.P. Sartre, senza arrivare mai al matrimonio. Un incontro “totalizzante” quello con Sartre, caratterizzato da una forte intesa intellettuale oltre che sentimentale, una delle cose meglio riuscite della sua vita, come spesso amava ripetere. Fatto di indipendenza ed uguaglianza culturale, ingredienti fondamentali per la durata di un pur sempre singolare rapporto che lasciava  molto spazio ai cosiddetti  amori “contingenti”  vissuti da entrambi e che ancor di più contribuirono  a rendere scandalosa la loro unione.

L’opera di Simone de Beauvoir abbraccia un lungo e significativo  periodo di tempo, all’interno del quale è possibile rintracciare l’evoluzione del suo pensiero: dalla prima   presa di coscienza politica negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, in cui impegnarsi concretamente diventa una necessaria assunzione di responsabilità da parte degli intellettuali del tempo,  fino ad arrivare al momento più significativo della sua attività, che la vede sempre più impegnata civilmente.

Capisce, nell’infuocato e  ancora ideologicamente frammentato panorama politico del suo tempo, quanto le parole possano diventare significativi strumenti di lotta. Con i suoi libri, i suoi articoli-denuncia  apparsi su Les Tempes Modernes (rivista fondata nel 1945 da J.P. Sartre) diviene il grillo parlante, la voce della coscienza che spinge alla riflessione sui temi forti che il clima post-bellico porta alla ribalta. Gli innumerevoli viaggi compiuti in tutto il mondo (grazie alla sua attività di saggista) saranno per lei motivo di conoscenza ed approfondimento e le permetteranno di avere sempre una lucida conoscenza dei fatti del mondo.

I suoi resoconti di viaggio, L’America giorno per giorno e  La lunga marcia diventano dei veri e propri testi ricchi di informazioni circostanziate sulla cultura e la società americana e cinese.  In particolar modo,  ne La lunga marcia, pubblicato nel 1958,   riuscì  a  far comprendere tutta la complessità di un paese fino a quel momento ancora poco conosciuto, attraverso una ricostruzione accurata di quella società. “E’ vano voler descrivere questo paese: esso deve essere spiegato”: questo l’intento dichiarato dall’autrice nelle parole  conclusive   di introduzione al libro stesso. E così, man mano vengono analizzati e discussi  la condizione dei lavoratori, la situazione femminile, quella familiare, la povertà in un paese che si presenta ricco agli occhi del mondo, i mutamenti che il comunismo si propone di portare e non ultima la considerazione su come sia “diverso” il modo di pensare rispetto al concetto di libertà. Nonostante rimanga critica su alcuni aspetti, accoglie positivamente  il modello proposto da Mao, indicandolo  come l’unico possibile, capace di adattarsi alle esigenze di un paese  dalla  complessa storia millenaria.

Simone de Beauvoir negli anni della guerra si era avvicinata al marxismo, senza tuttavia aderire in maniera formale al Partito comunista. Non ebbe  remore alcune a  prenderne le distanze quando si accorse  che non  vi era  più alcun punto di contatto tra il comunismo e la sua idea di giustizia. L’invasione sovietica di Ungheria e Cecoslovacchia cancellano definitivamente qualsiasi possibilità di ritrovare un punto di convergenza con il comunismo. “La libertà era la mia unica regola. Misuravo il valore di un uomo in base a ciò ch’egli faceva: alle sue azioni, alle sue opere.” Così molti anni più tardi fugherà ogni dubbio in merito alla sua appartenenza ideologica, respingendo al mittente l’immagine da doppiogiochista che alcuni ambienti intellettuali tentarono di cucirle addosso. La sua grandezza va ricercata proprio nell’aver avuto la capacità di valutare i fatti legandoli  sempre ben saldamente  alla contingenza della Storia, mettendo in discussione se stessa ed  evitando di rimanere imbrigliata tra le maglie delle appartenenze ideologiche.

Libertà  e giustizia sono il comune denominatore della duplice e instancabile attività della de Beauvoir. L’impegno civile, attraverso i suoi libri, i suoi innumerevoli articoli ed interventi in giro per il mondo, diviene attività costante e necessaria per dare voce agli oppressi del mondo: la tortura nella guerra d’Algeria, le violazioni della guerra in Vietnam, la repressione della polizia nei confronti degli studenti protagonisti del maggio francese, sono solo alcuni dei fronti caldi in cui si trovò a combattere. Saranno però le battaglie femministe intraprese a partire dai primi anni ’70 che la consegneranno alla Storia come l’emblema assoluto del femminismo impegnato.

Già nel 1949, Simone de Beauvoir scosse il mondo dell’editoria francese, pubblicando un testo che  preannunciando le battaglie femministe successive, ancora oggi, a distanza di  sessant’anni, non ha messo gli animi in accordo.

Il testo in questione, la cui pubblicazione fu curata dalla casa editrice parigina Gallimard,   è Il secondo sesso e nonostante alcuni  librai parigini ne  boicottarono fortemente la diffusione,  il libro riuscì a vendere  migliaia di copie in poche settimane, ed oltre a sancire  il definitivo successo della scrittrice e filosofa fu anche il libro dello scandalo  che sollevò  un’ondata di violento clamore, alimentando decine di articoli e recensioni che nella maggior parte dei casi non si dimostrarono    teneri nei confronti dell’autrice, ma che non riuscirono ad arginarne la diffusione  visto che ben  presto   fu tradotto ed apprezzato anche fuori dai confini francesi.

Il secondo sesso rimane ancora oggi un opera imponente ed attuale. L’autrice ricostruisce e  ricompone magistralmente ciò che nessuno fino a quel momento aveva fatto con tanta completezza: l’essere donna  analizzata nelle sue infinite sfaccettature. Con la naturalezza a lei consueta scrive di lesbismo, maternità  e prostituzione, di aborto e controllo delle nascite, ma non è mai sfrontata, fa ricorso alla letteratura, al mito, alla filosofia. Non manca di individuare quanti nel corso del tempo hanno alimentato la costruzione sociale della donna recepita come “altro”, offrendo un riferimento fondamentale ai movimenti femministi che arriveranno più tardi.

Il contenuto di alcuni capitoli, uno dei quali difendeva  la libertà d’aborto, irritò profondamente  il mondo cattolico, tanto da spingere la Chiesa a far inserire il libro

 nell’indice dei libri proibiti, con editto Vaticano del 1956.

L’onda d’urto fu violenta. E la Francia  che  fin dagli anni ’30, si era impegnata in  una politica di sostegno alla famiglia e alla maternità,  con assegni familiari e altre iniziative rivolte a risollevare una natalità in calo, sentì scricchiolare dalle fondamenta ciò che per anni sia la destra che la sinistra avevano pazientemente costruito rispetto ad una politica di promozione demografica.

Il femminismo di Simone de Beauvoir non fu mai ostile nei confronti degli uomini, il suo atteggiamento mai di sfida. “Uno dei malintesi suscitati dal libro è che si è creduto che io negassi qualsiasi differenza tra uomo e donna: al contrario, scrivendo ho misurato ciò che li separa, e ciò che ho sostenuto è che le diversità esistenti fra loro sono di ordine culturale e non naturale”: così fuga ogni dubbio sul reale significato del suo lavoro,  parlandone nel suo secondo libro autobiografico,  La forza delle cose, dove ancora una volta si racconta, proiettandoci nel contesto di concepimento di un testo fra i più criticati e fraintesi.

La vita di Simone de Beauvoir fu costellata da azioni forti, volutamente provocatorie, capaci di portare l’attenzione su grandi temi. Sul fronte delle battaglie a favore delle donne, una fra tante merita di essere ricordata: la sua adesione a Les manifestes des 343.

Il 5 aprile 1971, la rivista Le Nouvelle Observateur, pubblica un manifesto in cui 343 dinne dichiarano di avere abortito. La loro richiesta riguarda la possibilità di abortire liberamente e il libero accesso ai metodi anticoncezionali. Tra i nomi delle 343 firmatarie, oltre a quelli di molte donne note (M. Duras, C. Deneuve, F. Sagan, ecc.) compare anche quello di Simone de Beauvoir. Il gesto dichiaratamente provocatorio, fu

seguito da immediate reazioni da parte del mondo politico e dell’opinione pubblica. In Francia fin dal 1920 e negli anni del governo Petain  l’aborto era considerato reato, e proibita ogni tipo di propaganda in favore della contraccezione. Solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu abolita la pena di morte per tale reato e istituiti i tribunali speciali per far fronte ai molti casi che si verificavano.

Ma i tassi di aborti illegali continuavano a rimanere molto alti, e dopo la legalizzazione dell’aborto in Inghilterra, erano molte le donne  francesi a recarsi oltremanica. L’azione promossa in Francia dalle firmatarie del manifesto presto fu imitata in altri paesi e la confessione di un reato punibile con anni di carcere non potè più essere ignorata, tanto da riuscire a sollecitare il cambiamento della legge. Sfruttando l’onda emotiva che la protesta aveva sollecitato, il Ministro della Sanità, Simone Weil decise di portare il dibattito al cospetto dell’ Assemblèe National. Il 1° gennaio 1975, dopo un dibattito infuocato, che vedrà un parlamentare deporre sul banco dei Ministri, un feto sotto formalina,  venne adottata per 4 anni la legge che porterà il suo nome. Nel 1976, legalmente riconosciuto, vide la luce il Movimento francese per la pianificazione familiare.

Gli anni ’70 sono costellati da eventi significativi che premono significativamente sul fronte dell’emancipazione femminile. A partire dal 1974 Simone de Beauvoir presiederà La lega dei diritti delle donne, organismo preposto a vigilare e intervenire su ogni atto discriminatorio nei confronti delle donne, oltre che a voler informare le donne dei loro diritti. La più importante delle creazioni della Lega, sarà nel 1975 l’istituzione di un Tribunale Internazionale dei crimini contro le donne. In quegli stessi  anni, anch’essa  presieduta da Simone de Beauvoir,  vedrà la luce l’associazione Choisir , interessata principalmente a difendere e assistere gratuitamente qualunque persona accusata di aborto o di complicità con esso. L’obiettivo prioritario rimaneva quello di ottenere la soppressione di tutti i testi di legge repressivi relativi all’aborto e rendere la contraccezione libera, totale e gratuita.

Attraverso la rivista J’accuse, farà ancora sentire la propria voce, battendosi per i diritti delle madri nubili, ma sarà su  Les Temps Modernes  che ritaglierà un apposito spazio per la rubrica  «Le sexisme ordinaire» per denunciare ogni forma di sessismo presente nella stampa, nella politica e nella pubblicità.

Altro fronte di impegno diverrà in quegli anni la battaglia per il divorzio. Sarà la prefazione di un libro, curata dalla de Beauvoir, a far da cassa di risonanza ad una legge che rimaneva  ancorata agli anni del governo Petain (Legge del 2 aprile 1941) che mirava a rendere estremamente difficile e lunga la procedura di divorzio, nel tentativo di contrastarne il fenomeno. Il libro-confessione, Divorce en France di Claire Cayon, non lasciò indifferente l’opinione pubblica anzi focalizzò l’attenzione su alcuni aspetti della legge, uno dei quali poneva alla stregua di una “diserzione”, l’abbandono della famiglia, ritenendolo un reato penale. Il dato più penalizzante per la donna riguardava l’assenza di un uguaglianza di doveri tra uomini e donne, anzi per la donna il dovere della fedeltà pesò più di ogni altro. A tal punto che una successiva legge, quella del 23 dicembre 1942, represse specificatamente l’adulterio commesso dalla moglie, “nell’intento di proteggere la dignità del focolare”.

Rievocare l’impegno, le numerose battaglie di cui de Beauvoir è stata protagonista vuol dire non soltanto renderle il merito di essere stata una attenta critica della società del suo tempo,  ma vuol dire soprattutto  aprire un’ampia finestra sui più importanti fatti della storia tra gli anni quaranta e ottanta del nostro novecento. Attraverso le molte controversie intellettuali di cui è stata  protagonista, ci ha restituito il clima culturale e sociale di quegli anni difficili, evidenziando il  profondo contrasto esistente tra mondo sognato e la dura realtà dei fatti.

Rispetto alle molte cose che sono state scritte su Simone de Beauvoir amo ricordare quelle della giornalista  Barbara Spinelli che in un articolo  apparso sul quotidiano “La Stampa” il 15 aprile 1986, giorno successivo alla sua morte, ne coglie al meglio l’importanza storica: “Simone de Beauvoir era un agglomerato di fede nelle grandi ideologie progressiste, nelle scelte di campo, nell’importanza capitale dell’impegno politico, nelle esistenze individuali che si mescolano con la vita militante e con essa sono chiamate a confondersi. Era una coscienza d’Europa, sempre vigile, e dopo di lei è difficile vedere chi possa sostituirla”.

La Vestale della memoria (così la definì la Spinelli), morì il 14 aprile 1986, a 78 anni. Il 19 aprile, un corteo funebre di diecimila persone, l’accompagnò fino al cimitero di Montmatre, dando l’ultimo saluto a colei che caparbiamente aveva combattuto “per la fine dell’infinità schiavitù delle donne”.

Nel 2008  la Francia ha ricordato con manifestazioni di grande respiro culturale, la figura di Simone de Beauvoir, ricorrendone i cento anni dalla nascita. L’Italia  è stata un po’ meno attenta nel ricordarla e, ad  eccezione di pochi importanti momenti di discussione, non  è emersa la vera volontà di sottolineare  la centralità dell’impegno culturale e civile profuso dalla scrittrice nei suoi tanti anni di attività.

A testimoniare la sua importanza, ci sono l’impegno e il rigore scientifico con cui la Simone de Beauvoir Society di New York, dal 1981  sollecita la proliferazione di studi rivolti, più recentemente, ad evidenziare l’elaborazione di una  personale visione filosofica della de Beauvoir, del tutto autonoma da quella del suo compagno, J.P.Sartre.  Anche il 2009 è stato anno di celebrazioni, ricorrendo infatti il sessantesimo anniversario della pubblicazione de Il secondo sesso, testo emblematico per la storia del femminismo militante.

Riferimenti bibliografici:

Simone de Beauvoir, A conti fatti, Einaudi,Torino 1973.

Simone de Beauvoir, L’età forte, Einaudi, Torini 1978.

Simone de Beauvoir, La forza delle cose, Einaudi,Torino 1978.

Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene, Einaudi, Torino 1994.

Simone de Beauvoir, La lunga marcia, Oscar Mondadori, Milano 2006.

Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 2006.

Georges Duby, Storia della Francia, Tascabili Bompiani, 2001.

G.Duby – M. Pierrot, Storia delle donne in occidente, Laterza, Roma-Bari 1992.

Enza Biagini, Simone de Beauvoir, La Nuova Italia, Firenze 1982.


Nata per dare

Simone de Beauvoir scrisse con acume ne Il secondo sesso , riferendosi alla mitologia che narra la creazione della donna

( Pandora per i Greci, Eva per gli Ebrei ) : « Nemmeno la sua nascita è stata autonoma ; Dio non ha scelto spontaneamente di crearla per un fine proprio, autonomo, limitato a lei sola, e per esserne adorato direttamente, in compenso. L’ ha destinata all’ uomo, l’ ha regalata ad Adamo per salvarlo dalla solitudine».

Ella scriveva ancora che il ruolo più caratterizzante per le donne è quello di madre misericordiosa. Ad esempio, nelle vesti della Madonna. « Dovunque la vita è minacciata , lei appare, salva e ristora …(…) La vediamo talora difendere la causa dell’ uomo davanti al Figlio….»

Diceva Gianini Belotti nel suo “pamphlet” del 1973 che il bambino è considerato per quello che sarà. Dalla bambina invece ci si aspetta : « che diventi un oggetto, ed è considerata per quello che darà . Due destini del tutto diversi . Il primo destino implica la possibilità di utilizzare tutte le risorse personali, ambientali ed altrui per realizzarsi, è il lasciapassare per il futuro, è il benestare per l’ egoismo. Il secondo prevede invece la rinuncia alle aspirazioni personali e l’ interiorizzazione delle proprie energie perché gli altri possano attingervi .

Il mondo si regge proprio sulle compresse energie femminili, che sono lì, come un grande serbatoio, a disposizione di coloro che impiegano le proprie per inseguire ambizioni e potenza . »

In uno dei suoi ultimi scritti, vale a dire l’ Introduzione al libro di L. Lipperini, la dottoressa Gianini Belotti ricorda una scena emblematica a cui ha assistito :

« Due bambini e due bambine di poco più di due anni s’ erano infilati in una casetta di legno del loro asilo nido, e attribuendosi la qualifica di mamma, papà e figli, giocavano alla famiglia e cucinavano un finto pranzo. (…) D’ un tratto i due maschietti avevano abbandonato le bambine alle loro faccende domestiche, erano usciti dalla casetta e s’ erano buttati a correre in tondo per la stanza a cavalcioni di una scopa e di uno spazzolone. Due cavalieri lanciati al galoppo nell’ avventura, consapevoli però del loro diritto di tornare a casa per essere doverosamente ristorati dalle loro donne.

Perché quando erano ripassati davanti alla porta spalancata della casetta, uno dei due aveva gridato con quanto fiato aveva in gola : “ Chiamateci quando è pronto ” . Questa richiesta perentoria rivelava i privilegi interiorizzati precocemente dai maschi a partire dall’ osservazione ripetuta delle abitudini quotidiane familiari . (…) L’ organizzazione del lavoro è tuttora concepita su misura di uomini la cui moglie si fa carico di tutti i loro bisogni e necessità, più quelli dei figli, per consentire loro di uscire ogni mattina, accuditi, puliti e nutriti come si deve e darsi da fare a produrre. (…) E’ solo colpa delle donne che accettano di fare le serve, non si ribellano e non propongono soluzioni diverse ? E’ solo colpa degli uomini che non cedono un millimetro dei loro sfacciati privilegi ?

Simone de Beauvoir si interroga perplessa sul fatto che le donne hanno a livello individuale un ‘influenza ed un potere biologico fortissimo sui maschi , ma ciò non sembra contare.

« Quando Ercole fila la lana ai piedi di Onfale – ella ha scritto – , il desiderio lo incatena: perché Onfale non è riuscita a conquistarsi un potere duraturo? Per vendicarsi di Giasone, Medea uccide i figli. Questo selvaggio mito fa pensare che dal legame col figlio la donna avrebbe potuto ricavare un temibile ascendente… (…)La necessità biologica – desiderio sessuale e desiderio di una prole –che sottomette il maschio alla femmina, non ha riscattato socialmente la donna ».

E poi osserva anch’ essa, come la dottoressa Gianini Belotti, che essa è preparata dall’ infanzia al compito di donarsi agli altri : « La verità – ella dice – è che gli uomini trovano nelle loro compagne più complicità di quante non ne trovi normalmente l’ oppressore nell’ oppresso; e si sentono autorizzati, in malafede, a dichiarare che essa ha voluto il destino che loro le hanno imposto.

Abbiamo visto che in realtà tutta l’ educazione della donna congiura per sbarrarle la strada della ribellione e dell’ avventura ; tutta la società – a cominciare dai rispettivi genitori – la inganna esaltando l’ alto valore dell’ amore, della devozione, del dono di sé . »

Se la donna , secondo queste premesse, è “nata per dare”, si terrà in massima considerazione la sua principale capacità : quella di generare. L’ essere più esaltato e venerato non è forse la madre ? Dappertutto, in ogni luogo e in ogni tempo, la donna si è servita come poteva di questo enorme potere, di cui però è stata spesso “scippata” .

Giustamente – ricorda L. Lipperini : « Simone de Beauvoir scriveva che la maternità , l’ aspetto “più temibile” della donna, va necessariamente trasfigurata e asservita . »

L’ autrice de Il secondo sesso, infatti, vede come esempio di asservimento la figura di Maria, madre di Dio, quando dice : « Si nega a Maria il concetto di sposa, al fine di esaltare più puramente in lei la Donna – Madre. Ma solo accettando la funzione inferiore che le è assegnata, ella ascender{ alla gloria : “Sono la serva del Signore”.

Per la prima volta nella storia dell’ umanità, la Madre s’ inginocchia davanti al figlio; riconosce liberamente la propria inferiorità. Nel culto di Maria si avvera la suprema vittoria del maschio ; la femmina acquista una riabilitazione nel compimento della propria disfatta. Ishtar, Astarte, Cibele erano crudeli, capricciose, lascive, potenti ; fonti insieme di vita e di morte ; partorendo gli uomini ne facevano degli schiavi. Ma nel cristianesimo la vita e la morte stanno nelle mani di Dio. (…) Osteggiata, calpestata quando voleva dominare e finché non ebbe esplicitamente abdicato, (la donna) potrà essere onorata come suddita .»

Un illuminante articolo ( apparso ne “Il Corriere della Sera” del 22/02/2008) di Dacia Maraini riflette su come nella nostra cultura occidentale si è perpetuato il dominio maschile sull’ atto del generare.

Ella riporta un brano tratto da una antica tragedia greca risalente al458 a.C., che l’ autore, Eschilo, fa pronunciare al dio Apollo :

« Non è la madre che crea/ il figlio, come si pensa. / Ella è solo nutrice e niente altro, della creatura paterna/ …Soltanto chi getta il seme nella terra fertile è da considerarsi genitore./ La madre coltiva, ospite all’ ospite, il germoglio, / quando non l’ abbia disperso un demone . »

E poi commenta : «Questa frase (…) segna un punto di svolta che ha marcato la storia della maternità in Occidente. Presso i Pelasgi del II millennio, popolo antenato dei greci, chi creava il mondo era la dea Eurinome, nel cui uovo erano compresi tutti i mari, le montagne, i fiumi, le foreste del mondo. Solo lei poteva fare maturare quell’ uovo, romperne il guscio e spargere i beni di cui avrebbero vissuto gli esseri umani.

Apollo, il nuovo dio della democrazia ateniese, invece sancisce un principio che avrà conseguenze disastrose per le donne dei millenni a venire ; non è la madre che crea il figlio. Il suo ventre è da considerarsi solo un vaso che custodisce il seme paterno. Ecco come nasce una società dei Padri.

Persino la religione cristiana, che è stata rivoluzionaria nel riconoscere un’ anima anche alle donne, si è tenuta, per quanto riguarda la gerarchia, ai principi apollinei : nella Santa Trinità non appare la figura materna. E quando Dio decide di diventare padre, forma prima l’ uomo a sua immagine e somiglianza, poi prende una costola di Adamo e da quella fa nascere la donna. Insomma capovolge la realtà per sancire una gerarchia inamovibile.

Tutta la nostra cultura viene da questi grandi e originari avvenimenti simbolici. Poi, il laicismo, le rivoluzioni, l’ illuminismo, i movimenti di emancipazione hanno cercato di rompere il dogma, riconoscendo alle donne la partecipazione al processo di riproduzione. Ma sempre sotto il controllo dei Padri e dentro le leggi stabilite da loro. Il diritto alla riproduzione non si è mai trasformato in libertà di riproduzione.

E la rete millenaria dei divieti è profonda e radicata anche quando non viene scritta. Da lì derivano il culto della verginità, la proibizione degli anticoncezionali, l’ aborto clandestino, l’ignoranza indotta e tante altre disperanti piaghe della storia femminile.

Se c’ è una cosa su cui le donne hanno competenza è la maternità : un processo che avviene nel loro corpo, di cui conoscono le pene e le gioie profonde, i tempi e le trasformazioni, il peso e le responsabilità. Ma di questa competenza sono state espropriate e ogni movimento di riappropriazione viene visto come un attentato alla morale. »

Anche il raffinato giurista Stefano Rodotà, esprimendosi sui diritti fondamentali della persona, osserva che lo Stato è : «abituato da sempre a legiferare sul corpo della donna come ‘luogo pubblico’. »

Nell’ attuale momento storico uno degli organismi che più pretende di indirizzare leggi e di stabilire norme in materia è l’ assemblea dei vescovi italiani, su cui il giornalista Michele Serra (riporto da un quotidiano del 25 marzo 2009) ha emesso giudizi taglienti e su cui, a suo dire , getta un “colpo d’ occhio antropologico”.

Egli vede dunque : « un consesso di soli maschi e di soli anziani. Il sunto perfetto di ciò che rimproveriamo di continuo alla politica e al potere : mantenere a debita distanza le donne e i giovani, con l’ evidente aggravante che qui le donne sono istituzionalmente escluse dal sacerdozio, e un giovane per diventare vescovo deve prima smettere di essere giovane.»

E osserva che una siffatta composizione del potere esclude a priori “ metà dei viventi ( le femmine ).”

Sono innumerevoli gli esempi su come la donna è stata messa in un angolo, o addirittura espropriata, al momento della nascita dei suoi figli. Il cognome sancisce l’ appartenenza dei nuovi nati al padre e alla famiglia del padre; le genealogia ebraica è senza donne ( vedi la tesi ) ; il diritto di famiglia in quasi tutti i paesi musulmani prevede che in caso di separazione i figli vengano tolti alla madre ed affidati al padre ( o, se assente, al nonno) .

Una vera e propria persecuzione, nel corso dei secoli, si è espressa mediante la considerazione legale dell’ aborto come reato.

Limitandoci al nostro Paese, ed agli ultimi anni, basterà fare riferimento alla recente legge sulla procreazione assistita, ed agli attacchi continui, reiterati, quotidiani, che il diritto all’ aborto volontario deve affrontare.

Qualche anno fa sono state promulgate le norme sulla procreazione assistita. Ora, una delle regole fondamentali della democrazia recita : “ Nessuna tassazione, nessuna imposizione di legge senza rappresentanza”. Questo principio fu stabilito nella seconda met{ del 1700 dai delegati delle colonie inglesi d’ America, allorché la madrepatria pretendeva di imporre inique tassazioni e condizioni di commercio sfavorevoli a coloro che si erano stabiliti sul suolo americano. Dunque, quale rappresentanza hanno avuto le donne nel Parlamento italiano, dove poco più del 10 % degli eletti erano donne ? Ciò significa che un organo legislativo composto per il 90 % circa da uomini ha avuto il “coraggio” di votare una legge che, si è detto, “passa per il corpo delle donne”, di approvare alcuni articoli che è doveroso definire vessatori, crudeli e prepotenti, che sacrificano in toto il diritto alla salute e alla dignità di persona delle donne. Si è domandato a tal proposito Corrado Augias, : « Se una donna ha cambiato idea dopo che per sua richiesta sono stati creati degli embrioni, la legge le impone di farseli impiantare. E se rifiuta, che succede ? La legano al letto, la narcotizzano, la mettono in prigione ? » .

Già questo dimostra quale obbrobrio sia la legge 40, ove le donne vengono considerati contenitori, obbligati per giunta. La legge, proibendo la possibilità di analisi pre-impianto, arriva ad imporre loro l’ impianto nell’ utero di un embrione malato. Manca del tutto la considerazione per eventuali problemi di salute che sconsiglino l’ impianto di tre embrioni contemporaneamente ; e questo fatto obbliga le donne a ripetere cicli di stimolazione ormonale, molto pericolosi per la loro salute.

Ma se tanti uomini politici di ogni schieramento non si sono fatti scrupolo di votare tale legge, è certo molto più difficile per le donne accettare questi divieti fondamentalisti, che dovranno vivere sulla loro pelle. Si costituì dunque il Comitato “Donne per il sì”, trasversale ai partiti, anzi composto per buona parte da donne di centro-destra che votavano contro i loro partiti. Tra di esse la ministra Prestigiacomo, che per fortuna non dimenticava di essere donna prima che esponente della maggioranza, e poi Boniver, Stefania Craxi e tante altre. Molte mogli di noti politici dichiararono che avrebbero votato diversamente dai loro mariti : erano le mogli di Rutelli, di Berlusconi, di La Russa, ed altre.

La legge 40 ha introdotto una rottura nella legislazione vigente, che non ha mai considerato persona un feto, il quale diventa titolare di diritti giuridici solo nel momento in cui si è separato dal corpo della madre ed è un individuo autonomo.

Al contrario, le norme di questa legge rendono un embrione titolare di diritti, che inevitabilmente entrano in contrasto con chi è già un essere umano, in particolare la donna che dovrebbe ospitarlo.

Ma vogliamo una buona volta renderci conto che, per diventare individuo, esso ha bisogno che una donna lo accolga nel suo corpo, ed è tramite il suo corpo che si sviluppa ? E la donna lo deve volere, mi pare ; almeno così afferma la Carta dei diritti umani fondamentali, fondata sul pieno possesso della propria persona.

E’ allo stesso modo molto chiara la sentenza della Corte Costituzionale, in data 1975, che recita : « Non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’ embrione, che persona deve ancora diventare. »

Ormai sono passati più di trenta anni dalla promulgazione in Italia della legge 194 , che consentiva l’ aborto. All’ epoca ( ricorda Miriam Mafai il 14-3- 2008 su “Repubblica” ) si ritenne giusto differire dalla norma secondo cui, in ogni tipo di intervento medico, c’ è la possibilità di ricorrere a un ospedale pubblico o a una struttura privata. La legge infatti rende legale l’ interruzione di gravidanza solo in una struttura pubblica, dopo il passaggio e la certificazione nel consultorio. Che cosa è accaduto da allora ? Quello che ha osservato anche la Commissione Pari Opportunità del Consiglio d’ Europa : che spesso, « nei Paesi dove l’ aborto è legale, le condizioni non sono tali da garantire alle donne l’ effettivo esercizio del diritto». Le cause : « la mancanza di dottori disposti a praticare l’ i.v.g. ( interruzione volontaria di gravidanza ) ; i ripetuti controlli medici richiesti ; i lunghi tempi di attesa ».

In Italia il caso è tragico, perché da anni è iniziata una dura offensiva contro la 194, « una vera e propria crociata contro l’ aborto legale adottata dalle gerarchie vaticane _ scriveva nel dicembre 2008 in un articolo Maria Novella De Luca – che negli ultimi anni ha reso sempre più difficile l’ interruzione volontaria di gravidanza nelle strutture pubbliche ».

Ne febbraio e nel marzo 2008 l’ UDI ( Unione delle donne italiane) ha indetto una serie di cortei per protestare contro il boicottaggio messo in atto verso questa legge.

Il fatto è che la Chiesa ha stabilito negli ultimi anni, non si capisce bene come e perché, dei cosiddetti “principi non negoziabili” , su cui insiste con protervia tenacia. Ossessivamente , in occasione della “Giornata per la vita” ma ormai in modo quasi quotidiano, in mezzo a tutte le morti possibili, tra tutte le uccisioni del mondo, si cita solo “l’ aborto”. Negli USA queste campagna martellante ha colpito talmente alcune menti deboli , o deviate, da farle progettare ed eseguire omicidi di medici che mettono in pratica la volontà delle donne di ricorrere all’ i.v.g.

Secondo gli ultimi dati, nel nostro Paese più del 70 % dei ginecologi del sistema sanitario si dichiarano obiettori ;e lo sono il 50% degli anestesisti e il 42% del personale paramedico, i quali si rifiutano di prestare qualsiasi assistenza durante un aborto. « In quasi tutta l’ Italia – aggiunge la giornalista De Luca – i governatori delle Regioni fedeli al Vaticano e alla destra, Lombardia e Lazio in testa (…) hanno imposto la chiusura di decine di reparti dove si facevano interruzioni di gravidanza. Abortire nelle strutture pubbliche in Italia è tornato ad essere un percorso umiliante, solitario, brutale a volte »”.

Un’ altra violenta battaglia riguarda la pillola Ru486, o farmaco abortivo, che già in Francia subì una campagna di attacco intensivo, fino a bloccarne la commercializzazione. Finché il ministro Claude Evin la fece tornare sul mercato sostenendo : « Quella medicina è proprietà morale delle donne ».

In Francia più di metà delle donne usa ormai la pillola abortiva invece di ricorrere all’ operazione, mentre qui in Italia i tentativi di introdurla nell’ uno o l’ altro ospedale sono stati ostacolati con tutti i mezzi.

Nel 2005, infatti, all’ ospedale Sant’ Anna di Torino si avviò una sperimentazione del farmaco, ma l’ allora ministro della sanità Francesco Storace , comportandosi in pratica come braccio armato del Vaticano, riuscì a bloccare la procedura inviando gli ispettori ministeriali ed addirittura promuovendo indagini sull’ operato dei sanitari. Il ministro intervenne di forza anche quando fu la Regione Toscana ad utilizzare il farmaco abortivo, acquistandolo direttamente dalla casa produttrice.

Soltanto da pochi giorni finalmente, dopo mille polemiche ed infiniti tentativi di bloccare l’ aborto farmacologico, il 30 luglio 2009 l’ Agenzia italiana del farmaco ha dato il via libera al suo utilizzo negli ospedali italiani.

Adesso effettuare sabotaggi al diritto di aborto diventa più difficile, e le donne hanno a disposizione un mezzo meno invasivo e traumatico e privo dei tanti rischi , quali l’ anestesia, di una operazione chirurgica.

La reazione dei vescovi è stata immediata, e durissima, con i soliti toni minacciosi e l’ ingiunzione ai rappresentanti di uno Stato, che dovrebbe essere laico, di obbedire a dettami religiosi. Si annuncia già il tentativo di porre in atto ostacoli di ogni tipo, prospettando il ricovero obbligatorio per tre giorni in ospedale ( che altrove nessuno ritiene necessario e che causerà problemi, stante la carenza di posti letto ), addirittura si parla di sottoporre le donne a test psicologici preventivi. Continueranno la demonizzazione delle donne, la presenza di tanti medici obiettori, la scomunica sempre minacciata per le donne continuamente chiamate “colpevoli di omicidio” e “assassine” , come anche per i dottori che le assistono.

Ha scritto Stefano Rodotà sul quotidiano del 6 agosto 2009 : « E’ inammissibile (…) la pretesa autoritaria ed illegale di fare dell’ Italia un luogo dove alle donne è preclusa la possibilità di fare le stesse scelte delle donne di quasi tutti gli altri paesi europei: e dove si violano consolidate regole europee sulla registrazione dei farmaci, fondate sul “mutuo riconoscimento”. (…) Quando il responsabile per queste materie della stessa Cei ( Conferenza episcopale italiana) dice perentoriamente che “il governo deve bloccare tutto”, siamo di fronte alla negazione dello Stato di diritto, del suo essere fondato su regole e procedure che tutti devono rispettare. Altro che Stato e Chiesa, “ ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, come vuole l’ articolo 7 della Costituzione!

Di questo clima bisogna tenere conto, perché si cercherà di svuotare in via amministrativa quell’ autorizzazione, già severissima, ricorrendo alle abituali falsificazioni dei dati scientifici….(…) »

Il pericolo che si impedisca con ogni mezzo l’ uso della Ru486 è vivo e reale, perché ciò avviene spesso modo sotterraneo ed infido. Le motivazioni attualmente portate avanti da parte di illustri prelati come monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia della vita e, più di recente, dal cardinale di Milano Tettamanzi si ammantano di preoccupazioni mediche : e parlano infatti, citando dati incompleti e distorti per confondere l’ opinione pubblica, di “una pratica che comporta pericoli e rischi riguardanti la salute della donna”.

Ma non vi è mai stata da parte loro nessuna preoccupazione per l’ aborto clandestino o fai-da-te, talmente pericoloso da comportare danni permanenti ed anche la morte ad un numero incalcolabile di donne, in Italia.

Per fortuna, ( perché nessuna donna vorrebbe mai aver bisogno di un aborto) negli ultimi trenta anni dalla legge 194 il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza in Italia si è dimezzato ; e questo unicamente grazie all’ uso dei contraccettivi, e di una molta maggiore informazione da parte delle donne. Il paradosso è che le gerarchie vaticane proibiscono recisamente anche la contraccezione, cioè il mezzo più indicato per impedire gravidanze indesiderate e quindi aborti.

Vi è stata la precisa richiesta da parte del papa Benedetto XVI di estendere anche ai farmacisti il diritto all’ obiezione di coscienza già riconosciuto ai medici antiaboristi. Il farmacista dovrebbe tra l’ altro rifiutarsi di vendere la pillola o altri contraccettivi ; ma questa condotta è contro la legge , perché il farmacista ha una licenza di vendita che lo obbliga ad essere al servizio dei clienti, delle persone che richiedono farmaci.

In particolare siamo nel mezzo di una emergenza sanitaria che riguarda la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, la Norlevo, che non è come molti credono un farmaco abortivo, ma un contraccettivo ( impedisce la gravidanza ). Spesso negli ospedali e nelle cliniche di ispirazione cattolica ( o di proprietà di enti ecclesiastici ) i medici sono tutti obiettori ; e se il medico di turno è obiettore rifiuta di fornire il farmaco. Lo stesso fanno molti farmacisti, che nonostante la regolare ricetta la negano al cliente.

Vi è stato il caso di una ragazza romana respinta da ben sei ospedali, dove tutti si erano rifiutati di darle la pillola del giorno dopo. Nell’ aprile 2008, la procura di Pisa apre un’ inchiesta , dopo che questo farmaco era stato rifiutato a numerose donne , valutando una ipotesi di reato per l’ ASL : “ interruzione di pubblico servizio”.

Fu costretta ad intervenire l’ allora ministro Livia Turco, ribadendo la necessit{ « che la prescrizione della contraccezione d’ emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario ».

Stufe di subire, le donne hanno iniziato a denunciare. Il 2 giugno 2009, ad una donna di 37 anni di Teramo, sia la guardia medica che il pronto soccorso rifiutarono la pillola del giorno dopo. Si era nel weekend e soltanto dopo qualche giorno, grazie alla prescrizione di una ginecologa, lei riuscì ad acquistare il contraccettivo di emergenza. Ma era ormai incinta ; ha citato quindi per danni la ASL competente, per danno biologico e patrimoniale.

Nel luglio 2009 una donna di 34 anni , di Fiumicino, ha denunciato ai Carabinieri il titolare di una farmacia ( il quale per inciso è Presidente dell’ Unione farmacisti cattolici ) , perché le ha rifiutato il farmaco , pur se prescritto dal consultorio con regolare ricetta.

L’ Italia è ben lontana dai Paesi progrediti, se pensiamo che nel Regno Unito la pillola del giorno dopo viene data senza ricetta. In Francia essa è distribuita gratuitamente, e negli USA da tempo può essere venduta liberamente tra i farmaci da banco a tutte le donne maggiorenni (per le minori occorre una ricetta medica).

In altri Paesi la pillola contraccettiva , come anche la spirale e il diaframma, sono gratuiti, al fine di prevenire le gravidanze non volute.

In ossequio alle direttive delle gerarchie ecclesiastiche si è registrato a volte un comportamento fin troppo zelante, ed inqualificabile per medici e sanitari in genere : rifiutarsi di alleviare il dolore, quindi esprimere una volontà che possiamo chiamare “sadica” di infliggere dolore senza motivo.

Riporto da un quotidiano del luglio 2008 . All’ ospedale di Niguarda ( Milano), il medico anestesista di turno si è rifiutato di somministrare un antidolorifico ad una giovane di 30 anni, in preda a fortissimi dolori , causati dai primi interventi per indurre l’ aborto terapeutico. Poiché l’ antidolorifico consisteva in un forte anestetico e non in una semplice pillola, solo un anestesista poteva somministrarlo. Il marito ha denunciato il medico obiettore che “ si è rifiutato di alleviare il dolore della moglie”. Anche il primario, che è dovuto intervenire in emergenza per somministrare una iniezione di morfina alla donna, si è chiesto se questa supposta “obiezione di coscienza” non configuri una “omissione di assistenza”, ed è iniziata una inchiesta in merito.

Anche al San Camillo di Roma una donna , in preda a dolori terribili ( infatti l’ aborto terapeutico a 21 settimane, a cui lei si sottopose a causa di una grave malformazione del feto, è peggiore del parto ), ha sopportato lunghe ore di attesa perché venisse da un altro reparto l’ unico anestesista non obiettore.            Dopo il breve effetto, nuovamente non si è trovato un anestesista per ricaricare l’ anestetico.            « Una dottoressa – dice l’ articolo- ha anche dovuto sostituire le ostetriche, tutte latitanti ».

A questo proposito è pervenuta alla posta di Corrado Augias su “Repubblica” una lettera, di Roberto Martina, che osservava : « La cosa che mi stupisce sempre è che le vittime dell’ accanimento degli obiettori siano sempre esclusivamente le donne.

Non ho mai letto su giornali storie di uomini che non hanno ricevuto adeguata assistenza perché il medico era obiettore. Allora penso che la faccenda della carriera ( con gli aborti non si fa carriera, dunque si obietta) sia una comoda scusa accampata per nascondere una vecchia cultura, molto poco medica, che vuole che la donna debba pagare un prezzo sempre più alto per realizzare la propria identità e la propria libertà.

E’ il fantasma della discriminazione sessuale, per cui le donne hanno sempre un peccato da scontare, dai tempi di Adamo, e qualcuno depositario di una moralità divinamente migliore di altre, si erge a giudice. »

Questo lettore ha ragione : il problema riguarda la condanna particolarissima che è stata fatta dell’ aborto, considerato “peccato gravissimo”, per cui scatta automaticamente la scomunica, e da cui il semplice sacerdote non può assolvere ( ne hanno facoltà il Vescovo, o il Penitenziario della Cattedrale).

Al contrario, mai la Chiesa ha sanzionato in modo particolare la violenza e l’ uccisione di una donna : non si sono mai sentiti sermoni tuonanti contro lo stupro. E, se l’ aborto è un omicidio, perché nel passato, quando si affidava al marito, arbitro di vita e di morte sulla famiglia, la decisione di “salvare la madre o il bambino” in occasione di un parto difficile, se il marito lasciava morire sua moglie al fine di avere un erede non è mai stato ritenuto un assassino ?

In quanta scarsa considerazione venga tenuta la dignità ed il benessere delle donne lo rivela il vicepresidente della Pontificia Accademia per la vita, monsignor Jean Laffitte che, in un articolo per l’ Osservatore Romano, ha precisato che la “pillola del giorno dopo” non va usata neanche in caso di stupro perché « va difeso il diritto alla vita dell’ essere umano eventualmente gi{ concepito».

Più volte del resto la Chiesa Cattolica ha ribadito il divieto di aborto anche in caso di donna rimasta incinta dopo una violenza.

Ciò significa però ridurre le donne a un semplice “contenitore”, come ho già detto, ad un ambiente di sviluppo del feto, e ciò richiama gli stupri etnici nella ex Yugoslavia e in altri scenari di guerra, dove si tenevano prigioniere le donne per impedire loro di abortire.

Questa assoluta noncuranza nei riguardi delle donne è stata rivelata ancora meglio da un recente episodio che ha prodotto raccapriccio nel mondo : la scomunica comminata dall’ arcivescovo di Recife a chi ha aiutato ad abortire una bambina brasiliana , ed anche alla madre di lei che ne aveva fatto richiesta.

Ha scritto su “Repubblica” Corrado Augias il 6 maggio 2008 : « Un paio di anni fa il cardinal Bertone, Primo Ministro Vaticano, partecipando al meeeting di Rimini, attaccò con decisione Amnesty International che aveva inserito tra i diritti umani l’ interruzione di gravidanza per le donne violentate.

Poche settimane fa ha suscitato scandalo nel mondo la scomunica inflitta dall’ arcivescovo brasiliano José Cardoso Sobrinho al medico che aveva fatto abortire una bambina di 9 anni ( del peso di 33 chili ! ) violentata e messa incinta dal patrigno. La legge brasiliana consente l’ aborto in caso di stupro o di problemi per la salute della madre.

La sventurata bambina rientrava in ambedue le categorie essendo incinta di due gemelli, dunque a rischio della vita.

L’ implacabile arcivescovo ha dichiarato ; “ La legge di Dio è superiore a qualunque legge umana. Quindi se la legge umana è contraria alla legge di Dio non ha valore ”.

Chiedere a una donna di portare a termine la gravidanza in nome del diritto alla vita dell’ embrione significa obbligarla a farsi strumento della violenza per nove lunghi mesi. Diventare poi madre di un bambino che è figlio anche di un “nemico” .»

Un’ altra lettera inviata a “Repubblica” faceva poi notare che per il Vaticano « l’ infamia non è compiuta da chi commette la violenza, ma da chi cerca di restituire un po’ di serenità alla indifesa vittima della violenza ».

Infatti, l’ incredibile è che lo stupratore ( il patrigno che abusava della bambina da tre anni, da quando cioè lei aveva sei anni ) non è stato scomunicato. Alla domanda, il vescovo di Recife ha risposto : « Si tratta di un reato e di un peccato enormi, ma la Chiesa non c’ entra. Ci penserà la Giustizia. Non c’ è crimine peggiore dell’ aborto ».

A questo punto, qualunque commento è superfluo. Non tutti, anche nella Chiesa, hanno però condiviso queste posizioni estreme. Corrado Augias ha anche segnalato : « la posizione molto più tollerante ( potrei dire più “umana” ) di alcuni vescovi francesi.».

Ad esempio il vescovo di Nanterre ha scritto che « i vescovi devono manifestare la bontà di Gesù Cristo, il solo vero Buon Pastore » e non lanciare strali di scomuniche.

« Meno dottrina, insomma – dice Augias – e più misericordia, più comprensione per le condizioni reali di un’ esistenza. Domenica sera il presidente Obama nell’ università di “Notre Dame” ha detto tra l’ altro queste parole che faccio mie : “ Lavoriamo insieme per ridurre il numero delle donne che vogliono abortire diminuendo le gravidanze non volute”. Mi pare un approccio umanistico al problema. Chiudere all’ aborto e chiudere alla contraccezione ( preventiva e del giorno dopo ) mi pare invece solo ideologia, non dissimile da ogni altra disumana ideologia che abbiamo conosciuto nel Novecento. »

La mia opinione personale, che riguarda le caratteristiche della nostra specie, è che le donne fanno sui figli un investimento genetico fortissimo. La nostra andatura eretta e la testa sproporzionatamente grande del piccolo umano, infatti, hanno resi faticosi, difficili e rischiosi la gravidanza e il parto, mentre le femmine degli altri animali in genere non hanno particolari problemi.

Inoltre il piccolo umano ha una infanzia lunghissima ( la maggiore età è stabilita a 18 anni ), mentre gli altri cuccioli sono ben presto del tutto autonomi, e la madre molto difficilmente può da sola badare al suo sostentamento a al suo sviluppo. Per questo la società si fonda sulla famiglia, con il padre e la madre che insieme amorevolmente curano i figli. Ma comunque il peso di gran lunga maggiore grava sulla donna, e non si è fatto molto per evitarlo, finora.

Il vantaggio sta nel rapporto di incredibile bellezza e felicità con i figli, nella sacralità che ha assunto la parola “mamma”.

Al contrario, l’ impegno gravoso della gravidanza e della cura dei figli ha fatto sì che le donne ne ricavassero un enorme svantaggio sociale. Dalla maternità la vita della donna è permanentemente modificata, anzi stravolta: per tale motivo appare un alienabile diritto delle donne quello di scegliere se diventare madri o no .

Checché ne dicano i dottori della Chiesa o altri illustri “pensatori”, quasi sempre maschi, prontissimi a dettare leggi e regole di vita a cui non dovranno mai obbedire.


Culture che odiano le donne

Studi Linguistici

Il punto di inizio delle riflessioni sull’ esistenza delle donne rimane, pietra miliare, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, scritto nel lontano 1949; e citerò spesso due testi recenti, ricchi di informazioni e di acute riflessioni: autrici Silvia Ballestra, con il suo Contro le donne nei secoli dei secoli, Ediz. Il Saggiatore , 2006, e Loredana Lipperini , che ha scritto Ancora dalla parte delle bambine , Ediz. Feltrinelli , 2007.

Il tema del linguaggio era stato ampiamente trattato negli anni ’70, e tra l’ altro la mia ricerca riporta larghi estratti dal libro della linguista Robin Lakoff su tale aspetto.

Il libro di Marina Yaguello, Le parole e le donne , pubblicato a Parigi nel 1979 e tradotto in Italia nel 1980 trattava praticamente il mio stesso argomento di ricerca.

Nella parte prima, ella esaminava il linguaggio delle donne rispetto a quello degli uomini ; nella seconda parte l’ immagine che la lingua restituisce delle donne. Più o meno, infatti, diciamo le stesse cose ed arriviamo alle stesse conclusioni.

Naturalmente, il corpus linguistico esaminato dalla studiosa si riferiva alla lingua francese e non a quella italiana, allorché si parlava di disammetrie grammaticali e semantiche, nonché dei vocaboli e del loro uso. Tuttavia anch’ essa, partendo dagli studi degli antropologi, passava poi alla socio-linguistica e al linguaggio usato nelle società sviluppate, definiva i registri linguistici e il comportamento linguistico maschile e femminile , per poi fermarsi sui tentativi di cambiamento effettuati nell’ ambito del femminismo, alla ricerca di una “identità culturale”. Fino a chiedersi se fosse possibile agire, se qualche tipo di cambiamento “volontario” e consapevole del linguaggio potesse avere luogo. Nel corso del tempo, altri studi sul linguaggio si sono susseguiti, anche stimolati, in via ufficiale, dalle autorità competenti. La linguista Alba Sabatini nel 1986 e nel 1987 ha pubblicato, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, due studi : “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” e “Il sessismo nella lingua italiana” , in cui si ribadivano gli stessi problemi ( tra cui l’ eterna svalutazione di ciò che è femminile) e si avanzavano proposte per cambiare questo stato di cose.

Tutto ciò è rimasto lettera morta.

In Italia quindi tali ricerche non producevano effetti rilevanti sull’ insegnamento e sull’ uso della lingua . Al contrario, il problema se lo è posto di recente il parlamento dell’ Unione Europea. I giornali del 17 Marzo 2009 riportano infatti il contenuto di un libretto “di istruzioni”, recentemente introdotto dall’ UE, che tratta del modo corretto di rivolgersi , per iscritto o oralmente, ad una donna, qualora ad esempio ci si rivolga ad una deputata. Si auspica l’ adozione di un linguaggio “sessualmente neutro” da usare nei dibattiti in aula, nei convegni, nelle pubblicazioni e nei documenti ufficiali.

Il libretto considera discriminatorio l’ uso di “signora” e “signorina” in tutte le lingue, ed invita a chiamare le donne con il loro cognome. Infatti, e nella tesi veniva enunciato chiaramente, agli uomini non viene chiesto il continuo richiamo alla loro condizione di sposati o di celibi. Le nuove regole sconsigliano l’ uso delle parole che contengano un riferimento al sesso : ad esempio, non più “sportsmen” ( uomini sportivi ) ma “atleti”, non “statesmmen” ( uomini statisti ) ma “leader politici”, non più oggetti “man made” (fatti dall’ uomo ) ma “sintetici, artificiali”

Le critiche dei movimenti delle donne alla struttura e all’ uso del linguaggio hanno comunque lasciato il segno : sempre più spesso infatti troviamo, nel linguaggio comune, il termine “umani” invece che “uomini” , allorché si parla della nostra specie.

Recentemente un libro che è stato best-seller nei Paesi anglosassoni ( The God Delusion di Richard Dawkins ) fa un accenno a questo tema ed osserva :

«Quando le femministe hanno imposto alla nostra attenzione la discriminazione sessuale che si nasconde nell’ uso dei pronomi, si sarebbero parlate addosso, mentre i veri problemi, come i diritti delle donne e i mali della discriminazione, erano ben altri. Ma il fronte dei bravi progressisti non si era ancora reso conto dell’ iniquità del linguaggio quotidiano.

Per quanto fossimo magari d’ accordo sulla questione politica dei diritti e della discriminazione, inconsciamente seguivamo ancora convenzioni linguistiche che facevano sentire esclusa metà del genere umano . »


NATURA = NON UMANITA’

E’ stata soprattutto Simone de Beauvoir , nel suo seminale libro “Il secondo sesso”, a riflettere sulla riduzione a “natura” della donna.

Ecco come : nella sua fantasia l’ uomo ha avvicinato la donna alla luna per il suo carattere di periodicità, alla natura creatrice per il suo potere di procreare, all’ aldil{ per il suo costituirsi “ponte” tra la esistenza e la non-esistenza. Possiamo realmente dire che la donna è esclusa dall’ umanit{ perché è “natura”.

Gli uomini primitivi erano invasi da un profondo sentimento di venerazione e di timore al cospetto della Terra-Natura, la “Grande Madre” che generava tutte le cose, che dava la vita e la toglieva, con la sua terribile potenza. Le più antiche sculture del paleolitico, trovate in regioni e continenti diversi, raffigurano la dea madre come una donna con enormi seni rigonfi o ventre maturo. Per i nostri antenati la natura si identifica con il sesso femminile. La donna è femmina, e la femmina è natura.

Come la Grande Madre, le donne generano nuove vite e le nutrono al loro seno. Esse condividono, dunque, i poteri della natura e sono parte di essa. La Dea Madre, come tutti gli Esseri Supremi femminili, ha come principale attributo la creatività, ma non possiede in nessun caso la onniscienza o onniveggenza, caratteristico delle supreme divinità maschili celesti. Infatti la dea è sempre vista come una donna, che può avere i poteri della natura, ma non la capacità culturale. Questo mito della donna- natura, passiva e immutabile, lo ritroviamo con regolarità nelle arti visive ( pittura, scultura, fotografia).

Gli artisti raffigurano di preferenza l’ uomo in movimento, nell’ atto di impugnare un utensile o un’ arma, o di meditare, o nell’ attimo vivo e trionfale di una vittoria appena raggiunta.

Al contrario essi ci mostrano quasi sempre la donna “in posa” o in atteggiamento di riposo. Spesso la raffigurano abbandonata a un dolore straziante o al ritmo della danza, cioè dominata da forze e impulsi primordiali. Un’ immagine femminile che sembra ispirare molto gli artisti di ogni tempo è la donna immersa nel sonno : la personificazione della passività. Da questa ispirazione sono nate opere squisitamente maschili, nelle quali la figura di donna assume il valore estetico di un sereno e maestoso paesaggio.

Anche nel linguaggio poetico è presente questa concezione, che fa retrocedere troppo spesso la donna dalla sfera dell’ umano a quella del naturale. Il poeta prova per la donna gli stessi sentimenti che prova per la natura : la venera come “madre”, teme il mistero della sua diversità, ammira la sua grazia, la utilizza per i suoi progetti. Paragona la sua bellezza a quella della rosa, della colomba, della gazzella, del diamante, della luna, delle stelle. Soprattutto nella poesia romantica la donna è disumanizzata, negata nella sua umanità e nella sua individualità. Non è una donna ma “la donna”, non una persona ma un simbolo, in cui si ritrova l’ antico mistero della vita, della bellezza.

La personificazione poetica della Femminilità ( uno dei concetti più deleteri mai creati) ha la pelle bianca come la magnolia e vellutata come la pesca, la chioma nera come l’ ala del corvo o bionda come il grano, labbra di corallo, denti di perla, orecchie simili a conchiglie, occhi color del cielo e del mare, dell’ ambra o della notte oscura. Quindi la bellezza ideale è qualcosa che sta a met{ fra il paesaggio e la “natura morta”. Non a caso si definisce “in fiore” o “sfiorita”, “fresca” o “appassita”. E’ significativo che tali aggettivi siano adoperati esclusivamente per le donne. F. G. Lorca intitolando un suo dramma : “Donna Rosita nubile” descrive la protagonista come “Rosa Mutabile”, rossa all’ alba, bianca alla sera, sfogliata di notte, rosa “ non colta ”, che “sfiorisce” : E i messaggi pubblicitari possono essere del tipo “La donna è un’ isola” ( accompagnato visivamente dalla sovrapposizione di una spiaggia e di una figura femminile ) o “Sei una donna arancia o una donna mela ? Mira Lanza lo sa”.

La riduzione delle donne a “natura” le ha strettamente legate, in tutte le culture, ai riti della vita e della morte : il lamento funebre è stato dall’ inizio dei tempi una loro prerogativa.

Tradizionalmente esse sono legate alla tradizione, alla conservazione della stirpe ; e devono rimanere il più possibile incontaminate dalla cultura ; vicine alla semplicit{ e all’ innocenza primigenia. Così, come nel silenzio della natura l’ uomo si riposa dei suoi sforzi intellettuali o fisici, ma comunque umani, trova riposo e pace nella semplicità e nella passività della donna .

Tale disumanizzazione della femmina umana si è prodotta retrocedendola e fissandola a due ruoli della sfera naturale : essere sesso ( stimolo biologico per l’ uomo) e madri ( donatrici e protettrici della vita ). Sull’ estrema importanza giocata dal ruolo di madre ci può illuminare il saggio : “Aspetti psicopatologici della gravidanza nel Senegal”, in cui è scritto : “Senza figli, la donna è come una barriera interposta alla trasmissione della vita, opaca alla forte corrente maschile che, radicata negli antenati, dovrebbe ramificarsi attraverso di lei in numerosa progenie”.

Secondo la concezione di questo popolo, l’ unica discendenza è quella maschile, e solo essi formano l’ umanità, a cui la donna d{ la vita . Non è certo un’ idea isolata : basta leggere la Bibbia per vedere come il vero figlio è il primogenito maschio, non solo per gli uomini ma anche per gli armenti e le greggi, tale da essere consacrato al dio Jahvé . Nell’ elenco delle discendenze ebraiche compare una lunga serie di nomi maschili : il padre che genera un figlio il quale poi diventa padre di un altro figlio e così via . Questo è valido ancora oggi, con il diritto quasi esclusivamente maschile di trasmettere il cognome, cioè il nome della stirpe . Con l’ imposizione del nome del marito a lei e ai figli, la donna scompare ; non è portatrice del nome come lo è della trasmissione della vita . Se una famiglia non possiede il figlio maschio che trasmette il nome essa viene cancellata, la sua traccia svanisce .

Nel libro Questo sesso che non è un sesso Luce Irigaray si chiede cosa abbia significato per le donne questo essere nella storia mentre contemporaneamente veniva loro richiesto di essere la natura e l’ immanenza, da cui potessero continuamente prodursi la storia e la trascendenza dell’ uomo maschio ; mentre venivano semiotizzate come madri-per-l’ uomo . La storia delle donne è la storia della loro continua riduzione, generazione per generazione, a madri per l’ uomo maschio . Così come il capo indiano Alce Nero, nelle sue memorie, parla della donna “madre dell’ uomo”, “donna che genera i guerrieri”, lo scrittore Alberto Bevilacqua in una intervista a “L’ Europeo” dice : “La pietà interverrà quando la donna capirà il valore di essere madre, madre in senso sociale, madre dell’ uomo . Di quest’ uomo stanco . Ecco : qui sta il nocciolo del problema : capire l’ uomo .”

L’ equazione : donna = naturalit{, la sua esclusione dalla cultura, l’ hanno portata ad essere fuori dalla storia, riducendola a “simbolo” .

Il manifesto pubblicitario di una agenzia turistica riporta, accanto alla dicitura : “ Goditi la Grecia: anima e corpo” la foto di una ragazza . Certamente questa figura di donna ha vari significati : è un mezzo per attirare l’ attenzione, un richiamo esplicito alla possibilità di incontrare, nel viaggio, bellezze esotiche. Ma si può interpretarla anche, con la massima facilità, come personificazione della bellissima regione greca, come “simbolo” della Grecia . Nella nostra cultura è molto difficile trovare che un certo simbolo si riferisce all’ uomo . Infatti siamo portati a vedere un uomo come un individuo, cioè dotato di qualità proprie e uniche : una persona. La donna non ha la stessa possibilità di essere individualizzata, e noi la immaginiamo come facente parte di una massa opaca e indistinta : le donne, le madri, le mogli, le casalinghe, ecc. Non a caso Hitler identificava “donna” e “massa” ( ambedue termini femminili ), sostenendo che la massa è, come le donne, da dominare.

“L’ anima delle masse – ha scritto – non è accessibile che a tutto ciò che è duro e forte. Allo stesso modo che la donna è poco sensibile ai ragionamenti astratti, che essa prova una sua indefinibile aspirazione sentimentale per un atteggiamento duro, e che si sottomette al forte mentre domina il debole, così la massa preferisce il padrone al supplicante.”

Mentre nel linguaggio si accenna alle donne come “massa”, nei libri di storia e nei manifesti politici ci viene presentata per lo più una donna sola . Sembra in apparenza l’ esatto contrario, ma è la stessa cosa. Infatti se noi presentiamo un gruppo individuato di uomini, e fra di essi mettiamo una sola donna, che deve rappresentare tutto il suo sesso, vogliamo con ciò significare : una sola donna basta a rappresentarle tutte.

La donna non agisce nella storia, la subisce di riflesso e viene usata dai reali agenti per i propri scopi, sia direttamente che attraverso le sue personificazioni. Troppo spesso infatti è servita come supporto emotivo di una ideologia mistificante, come nel caso delle incitazioni alla guerra, che sono di questo tipo : “ Bisogna difendere la nostra terra, le nostre spose, madri e sorelle ”.

Anche le virtù e i concetti astratti per cui si può vivere e lottare sono spesso di genere femminile e come tali rappresentati visivamente : Bontà, Libertà, Fede, Giustizia, ecc.

Una donna personifica ( di volta in volta ) La Città Eterna, l’ Italia Unita, La Patria In Guerra, La Chiesa Madre, ecc. Questa operazione è comunissima, e, per indicare un esempio a caso, in una versione moderna della famosa canzone “Michelemm{” è spontaneo identificare la città di Napoli, da sempre sottomessa ai conquistatori, con una donna che i turchi si giocano a carte. Marinetti nella “Alcova d’ acciaio” diceva : “ O Italia, o femmina bellissima, viva – morta-rinata, saggia – pazza, cento volte ferita e pur tutta risanata, Italia dalle mille prostituzioni subite e dalle mille verginit{ stuprate… Italia mia, donna – terra saporita, madre – amante, sorella – figlia ….”. Non molto diversi nel presentare questa figura allegorica sono i seguenti versi di una canzone degli Inti Illimani : “Morena America mia litorale / il vento pettina i tuoi capelli di cristallo / il tuo petto di terra scura minerale …”

Del resto, il libro I pampini bugiardi documenta come nei libri di testo delle scuole elementari la Patria è identificata con la mamma ( e dunque – rilevano gli autori – come una entità che si sovrappone ai cittadini e li genera anziché venirne generata ).

Vengono propinate ai bambini poesiole come : “ Ricca o povera, Italia, sei la patria mia./ Sei così bella che somigli / alla mia mamma” ; oppure : “ La Patria è come la mamma / che ti portò sui ginocchi : / la specchi nel fondo degli occhi, / la celi nel cuore : una fiamma, / un foco vivo d’ amore.”