L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Aghia Sophia – CCCP

“I bisogni che sono per la vita dell’anima l’equivalente dei bisogni di
nutrimento, di sonno, di calore per la vita del corpo.”

da Simone Weil “La prima Radice”
parte prima “Le esigenze dell’anima”
Edizione di Comunità. Milano 1980


Simone Weil e la “percezione perfetta” del mondo

simone-weil-in-marseille L’estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364)

Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi.

Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.

Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.

Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei “maestri di percezione”, avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.

Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto – anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.

Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo.

Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.

Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi “sporca”, ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, “L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo.”

Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.

Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri.

Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.

Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall’altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.

L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un “trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto”.

I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.

Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.

Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.

Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception.

L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.

Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.

Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull’efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?

Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è “la dura superficie delle cose” contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.

Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.

Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.

Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.

Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.

Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.

(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)

Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)

La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.

Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.

È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a “salvare i fenomeni”.

Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.

Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell’immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.

Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)

E ancora

La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)

La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggere l’esperienza.

La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.

[…] Il fatto è che ci sono due ragioni.

C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.

Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

Una volta scoperta questa doppia strada verso il mondo, il tentativo di Simone Weil è quello di ripartire ancora una volta dall’esperienza per essere sicura di non cadere preda dell’immaginazione, e cercare così la “lettura delle letture”, provare cioè ad eliminare il punto di vista unico attraverso una attenta raccolta dei molteplici punti di vista che arricchiscono la vita umana. In questo senso, la lettura del mondo deve essere sempre più una non-lettura che ricerca la Verità non legandosi a qualche presunta verità particolare, ma lascia parlare i molti frammenti di verità che si possono ritrovare nel mondo.

Le riflessioni di Weil sulla lettura – ora raccolte in appendice al IV volume dei Quaderni – sono straordinariamente illuminanti sulla centralità di questa problematica e collocano la nozione di lettura al centro dell’itinerario filosofico della percezione, ridisegnandone le coordinate in funzione trascendentale. Il contesto e la ricerca sono talmente cambiati, rispetto ai primi scritti filosofici, da poter indurre erroneamente a parlare di una svolta nel pensiero di Simone Weil; in realtà, secondo me, Weil cerca ancora di percepire con corpo e mente il mondo e di comprenderlo. A riprova di questa continuità vi sono moltissimi dettagli, come la riproposizione dell’analisi classica del cubo – ereditata da Lagneau e Alain – e quella del bastone da cieco di Cartesio. Le stesse immagini per indagare perché solo dai fenomeni di questo mondo possiamo iniziare il nostro cammino.

Bastone da cieco e cubo, le chiavi dell’ascensione del pensiero. (Q, IV, 395)

Perché il soprannaturale è nascosto nel visibile

Bello, presenza manifesta del reale. Di una realtà trascendente. Ma questo è implicito. La realtà non è che trascendente. Perché ci è data solo l’apparenza. Τó óν.

(Cubo in senso trascendente. E vi sono cubi di cubi). (Q, II, 324)

Weil vuole imparare a leggere in altro modo ciò che si percepisce tramite i sensi, il mondo.

Non si scelgono le sensazioni, ma, in larga misura, si sceglie ciò che si sente attraverso di esse; non istantaneamente, ma mediante un apprendistato. Una francese che riceve una cattiva notizia da una lettura in inglese, fremerà, piangerà, sverrà se conosce l’inglese; altrimenti no. Così mediante l’apprendistato si muta il potere che le sensazioni hanno di modificarci. Il mondo è un testo a più significati, e si passa da un significato a un altro mediante un lavoro; un lavoro a cui il corpo prende sempre parte, come, quando si impara l’alfabeto di una lingua straniera, tale alfabeto deve penetrare nella mano a forza di tracciare le lettere. Altrimenti ogni mutamento nel modo di pensare è illusorio. (Q, IV, 405-406)

La lettura è frutto perciò di una lunga e dura educazione, che è, prima di tutto, un lavoro svolto grazie all’apporto fondamentale del corpo. Si impara a leggere i molti significati del mondo e vi si distinguono alcuni elementi privilegiati i simboli che Weil indica come μεταξú, intermediari privilegiati della comprensione. Il mondo si rivela ad una attenta lettura disseminato di simboli che servono a distogliere il nostro sguardo dal reale e ad indirizzarlo verso Dio. Simbolismo e necessità del mondo sono complementari e non possono essere compresi in maniera indipendente l’uno dall’altro.

Il simbolismo dissolverebbe la realtà del mondo se non fosse inscritto nella necessità stessa.

Così inscritto esso compie questa realtà. (Q, III, 218)

Due sono i simboli privilegiati da Weil nella sua ricerca, la bellezza e il malheur, la sventura; questi due simboli implicano delle esperienze che hanno molti lati in comune, perché sono in grado, più di molte altre, di volgere immediatamente l’attenzione dell’uomo all’altro da sé.

Tutte le volte che si riflette sul bello, si è arrestati da un muro. Tutto ciò che è stato scritto al riguardo è miserabilmente ed evidentemente insufficiente, perché questo studio deve essere cominciato a partire da Dio.

Il bello consiste in una disposizione provvidenziale grazie alla quale la verità e la giustizia, non ancora riconosciute, richiamano in silenzio la nostra attenzione.

La bellezza è veramente, come dice Platone, una incarnazione di Dio.

La bellezza del mondo non è distinta dalla realtà del mondo. (Q, IV, 371)

La bellezza vista da Simone Weil non è diversa dalla realtà di questo mondo; non c’è bisogno di andare in un altro luogo per trovare la chiave della salvezza, basta saper leggere i fenomeni per scorgervi i simboli di cui sono intessuti. Per spiegare la qualità dell’attenzione necessaria a questo cambiamento, Weil ricorre spesso al mito platonico della caverna, che mostra anche l’ineliminabile sventura e sofferenza che si accompagna allo strappo verso la Verità.

In fondo vi è solo una via di salvezza in Platone; i diversi dialoghi indicano parti diverse del cammino. La Repubblica non dice a cosa è dovuta la prima violenza sul prigioniero incatenato tale da strappare le catene e trascinare lo sventurato a forza. Occorre cercare nel Fedro. È la bellezza, per mezzo dell’amore. (Ogni valore che appare nel mondo sensibile è bellezza). Una volta che il ricordo di Dio è entrato nell’anima, il Fedro parla di studi, ma non dice quali. Vanno cercati nella Repubblica. Questa non dice cosa viene dopo le scienze. Il Simposio e il Filebo lo indicano. È la contemplazione della bellezza nell’ordine del mondo concepita a priori. Quindi viene la bellezza come attributo di Dio, e quindi il Bene. Poi il ritorno nella caverna; è il Timeo.

Il prigioniero della caverna costretto con la violenza a volgersi, a camminare verso l’orifizio, e che fugge per ritornare alla sua parete, e che di nuovo è tirato con violenza – è Core nell’inno a Demetra. (Q, III, 39-40)

Il dolore e la bellezza riescono a condurci fuori dalla caverna verso la vera Luce; ma questa uscita altro non è che l’acquisizione della capacità di leggere la molteplicità di significati della simbologia del reale.

Tralasciando, solo per brevità, una spiegazione dell’uso rivoluzionario fatto da Weil delle immagini in questa ricerca della percezione perfetta, voglio tuttavia solo sottolineare un fatto fondamentale: Simone Weil non elimina affatto tutte le immagini perché non tutte sono frutto dell’immaginazione umana; alcune, come abbiamo visto, sono quei simboli del soprannaturale, che sono le tracce di Dio. Dopo averle riconosciute grazie ad una attenta lettura Weil le carica di una potenza infinita, ne amplifica la carica semantica rendendole l’unico elemento di purezza e verità del mondo.

É il συμβολον del Simposio, la scarpetta di vaio di Cenerentola, l’anello della principessa nella fiaba del calzolaio. Dio, quando è venuto a trovarci ed è sparito, ci ha lasciato qualcosa di se stesso. Altrimenti la ricerca sarebbe vana. (Q, IV, 318)

Bellezza e dolore si sovrappongono e si confondono.

Nel bello – per esempio il mare, il cielo – c’è qualcosa d’irriducibile. Come nel dolore fisico. Lo stesso irriducibile. Impenetrabile per l’intelligenza.

Esistenza di cosa altra da me.

Affinità del bello e del dolore.(Q, II, 262)

Gli esempi e le citazioni potrebbero continuare a lungo, ma penso che questi siano già sufficienti per inquadrare l’importanza di questa problematica; imparare a percepire realmente la bellezza e il dolore significa comprenderne il valore lacerante e conservarlo coraggiosamente come tale. Significa, ancora una volta, percepire la contraddittorietà del mondo senza cercare di sovrapporre falsi significati. Significa fare vuoto per lasciar essere il simbolo. Sperimentare la contraddizione e percepirla continuamente ci garantisce di essere sulla giusta strada e di non aver falsato la pienezza del mondo con una misera interpretazione parziale.

È il lavoro percettivo a caratterizzare lo sforzo filosofico di Simone Weil, anche nel momento in cui il suo scopo è ormai quello di non essere più una creatura per arrivare finalmente alla Verità.

É necessario far uso della sofferenza in quanto contraddizione provata. Quest’uso la rende mediatrice, e quindi redentrice. É necessario usarne in quanto smembramento.

Il bello è l’apparenza manifesta del reale. Il reale è essenzialmente la contraddizione. Perché il reale è l’ostacolo, e l’ostacolo di un essere pensante è la contraddizione. In matematica il bello risiede nella contraddizione. L’incommensurabilità, λογοι αλογοι, è stata il primo risplendere del bello in matematica.

Il reale nella percezione non è lo sforzo (Maine de Biran) ma la contraddizione provata mediante il lavoro. (Q, III, 43)

La necessità di strapparci da questo mondo e tornare a Dio de-creandoci deriva, per Weil, dall’impossibilità di redenzione del mondo da parte di Dio; Dio non tornerà mai nella storia, non può farlo perché dal momento della creazione si è condannato all’esilio, si è ritirato in sé escludendo ogni intervento nella realtà.

Dio ha abdicato alla sua onnipotenza divina e si è svuotato. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio.

Il Verbo divino era uguale a Dio nella divinità. Si è svuotato ed è diventato schiavo. Noi possiamo diventare uguali al Verbo divino nel vuoto e nella schiavitù. (Q, IV, 350)

Dio crea il mondo autolimitandosi, si autoesclude dalla sua creatura per lasciarla libera e non interviene più; anche i simboli non sono perciò altro che segni di un’assenza incolmabile, delle porte sul divino. La salvezza dell’uomo dipende, perciò, totalmente e unicamente dalla sua corretta percezione del mondo, alla ricerca dei simboli che lo indirizzano a Dio.

Questo è il limes della filosofia weiliana, la soglia di quella porta che lei stessa non ha voluto storicamente valicare, escludendo la reincarnazione di Cristo e la funzione salvifica della Chiesa storica, ben sapendo quale errore enorme sarebbe stato colmare con una scelta lo spazio vuoto dell’attesa. Sarebbe stato come sigillare per sempre una porta.

Quello che mi interessava mostrare attraverso questa breve riflessione sulla filosofia weiliana – pur con tutti i limiti dovuti alla brevità della trattazione – era come l’intera speculazione filosofica di Simone Weil sia interpretabile in maniera estremamente coerente ed organica, proprio grazie al fil rouge della ricerca di una corretta percezione del mondo; tutta la sua filosofia cresce radicandosi su questa esigenza e la mantiene sino alla fine come insostituibile cartina di tornasole.

Non esiste una svolta mistica nel senso di un rinnegamento delle precedenti posizioni, perché Simone Weil è persuasa che il mondo in sé sia misticamente pervaso di simboli e vuole, perciò, portarsi dietro tutto il suo pesante fardello di carne per arrivare a percepire la presenza dell’assenza di Dio, decreandosi finalmente per tornare in Lui.