L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Eros e Logos: energia vitale e pianificazione

Si deve al filosofo greco Platone lo sviluppo del concetto idealistico di Eros che influenza ancora il pensiero della società attuale.  Platone non considera l’attrazione fisica una componente fondamentale dell’amore e con questa accezione l’amore platonico è rimasto ancora nel linguaggio attuale ad indicare una relazione molto intensa tra due persone che trascende dall’attrazione sessuale. Ma il concetto è in realtà più complesso.
Nel famoso dialogo scritto da Platone, il “ Simposio”, ciascuno degli interlocutori, scelti tra il fiore degli intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria sull’Eros. In questo dialogo Platone considera che inizialmente nei confronti di una persona si può provare amore o Eros, nella sua componente di attrazione fisica, ma la contemplazione può portare questo sentimento a divenire un apprezzamento della bellezza spirituale, o della bellezza in senso ideale. L’Eros può aiutare l’anima a “ricordare” la Bellezza nella sua forma pura. Ne segue che l’Eros può contribuire alla comprensione della Verità.
Da ricordare che per Platone gli oggetti fisici sono rappresentazioni impermanenti di idee immutabili e che solo la conoscenza delle Idee conduce alla Verità. Il mondo delle Idee infatti è perfetto. Le idee non sono però semplici rappresentazioni mentali frutto del nostro intelletto, non fanno parte del mondo fenomenico e si possono vedere solo con l’occhio della mente. Stanno in un altro mondo, l’iperuranio, e sono il vero essere.

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Un altro concetto cardine è la metempsicosi o trasmigrazione delle anime, secondo la quale l’anima, prima di trasmigrare, ha contemplato gli esemplari perfetti delle cose, per cui la conoscenza, per Platone, è reminiscenza o anamnesi, non deriva dall’esperienza, ma è innata.
In definitiva Platone considera l’Eros desiderio di completezza e unione, espressione di un bisogno di saggezza e verità. In questo senso diventa sinonimo della filosofia, che per definizione significa amore per la saggezza. E dal momento che la saggezza è la più grande delle virtù ne consegue che l’Eros esprime il desiderio per il bene più grande. Il bene di cui si parla è assoluto, cioè unico, perfetto, eterno e immutabile.
Platone considera dunque la passione erotica come un desiderio che guida l’essere umano in tutte le aspirazioni della vita. A causa della nostra finitezza, non ci è possibile raggiungere la perfezione e mantenerla in modo duraturo. Ma la perfezione dell’uomo non consiste tanto negli obiettivi che si propone di raggiungere, ma nella direzione seguita. Le idee perfette, infatti, fungono da riferimento nelle nostre azioni e ci portano a migliorare, a maturare e ad avvicinarci alla perfezione attraverso un processo evolutivo.
Il fondamento dell’impulso erotico è il poter procreare, rinnegando la morte. Creare, non solo in senso fisico, ma anche opere del pensiero che ci garantiscono l’immortalità. In definitiva, l’eros, ovvero la passione amorosa intesa in senso lato, è l’espressione del nostro desiderio di trascendenza e di immortalità. Il punto di riferimento è l’idea assoluta di bellezza (che è tutt’uno con il bene). L’amore, nella sua soggettività, ha un altissimo valore, espressione dell’aspirazione verso la bellezza ed elevazione progressiva dell’anima al mondo dell’essere, al quale la bellezza appartiene, per cui avvicinarsi all’idea di Bellezza significa avvicinarsi all’Essere e alla Verità.
Nella psicologia freudiana l’Eros, chiamato anche libido, è l’istinto alla vita innato in tutti gli esseri umani. Non è solo sessualità, è il desiderio di creare, produrre e costruire. E’ teso all’ auto-soddisfazione e alla conservazione della specie. Nella sua teoria psicoanalitica Freud oppose all’Eros l’istinto distruttivo di morte detto Thanatos. Questa pulsione porta negli uomini aggressività, sadismo, distruzione, violenza e morte. Le due pulsioni opposte, Eros e Thanatos, convivono in uno stesso individuo e nell’umanità e sono in conflitto.
Freud introduce anche il concetto di sublimazione della libido: tramite questo meccanismo le pulsioni sessuali o aggressive vengono “spostate” verso mete non sessuali o aggressive nell’ambito della ricerca, delle professioni o dell’attività artistica. In questo modo, «la pulsione sessuale mette enormi quantità di forze a disposizione del lavoro di incivilimento e ciò a causa della sua particolare qualità assai spiccata di spostare la sua meta senza nessuna essenziale diminuzione dell’intensità. Chiamiamo facoltà di sublimazione questa proprietà di scambiare la meta originaria sessuale con un’altra, non più sessuale ma psichicamente affine alla prima».
Nel 1925, per difendersi da alcune accuse che la sua teoria aveva suscitato, Freud spiegò che il suo concetto di energia sessuale è più in linea con la visione platonica dell’Eros così come espressa nel Simposio che con l’uso comune della parola sessualità.

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Nella psicologia analitica di Carl Jung Il Logos, termine greco che indica razionalità, viene indicato come l’opposto dell’Eros. Jung considera il Logos come un principio maschile mentre l’Eros è un principio femminile.
Secondo Jung nell’inconscio sono presenti due archetipi antropomorfici, chiamati anima e animus, elementi dell’inconscio collettivo. Nell’inconscio maschile è presente un principio femminile, l’anima, che è caratterizzato dall’Eros. Nell’inconscio femminile è presente il principio maschile , l’animus, che è caratterizzato dal Logos.
Attraverso il processo di “individuazione” un uomo diviene cosciente della sua parte femminile, l’ anima, e dell’Eros. Una donna, invece, diviene più cosciente della sua parte maschile, l’Animus, e del Logos.
La combinazione dell’anima e dell’animus è nota come la coppia divina che rappresenta completezza, unificazione e totalità.
Nella sua essenza, il concetto junghiano di Eros non è dissimile da quello platonico. L’Eros è desiderio di completezza, sebbene possa prendere inizialmente la forma di amore passionale. In realtà è più un bisogno di intimità psichica, desiderio di interconnessione e interazione con altri esseri viventi.
Secondo Roberto Assagioli, a livello mentale l’energia viene messa in moto dal pensiero attualizzato in maniera differente a seconda della tipologia caratteriale di ognuno. Il processo individuale nel quale la mente separa, analizza ed ordina è detto Logos.
L’essere umano può essere definito come un modello di trasformazione energetica, ispirata a modelli etici o a valori quali la ricerca di Dio, del bello, del giusto, forze propulsive tese verso un fine; l’energia del Logos è sincronica, unificante. L’energia dell’Eros è soggetta alla legge di attrazione e di causa-effetto. E’ una forza bipolare, una tensione verso gli istinti di conservazione, aggregazione e riproduzione; questi impulsi si differenziano in impulsi e desideri, si affinano nei sentimenti e si sublimano nelle aspirazioni più raffinate.
Dall’integrazione della forza vitale dell’Eros e del principio direttivo del Logos nasce la vita.
Assagioli identifica 6 funzioni psicologiche che l’Io coordina tramite la volontà:
• a livello fisico considera le sensazioni e gli impulsi o istinti
• a livello emotivo considera i sentimenti e le emozioni
• a livello mentale considera il pensiero, l’immaginazione e l’intuizione.
Queste sono schematizzate nella STELLA DELLE FUNZIONI
stella delle funzioni di Assagioli
1. Sensazioni: osservazione esteriore ed interiore
2. Emozioni, sentimenti
3. Impulsi, desideri, istinti
4. Immaginazione
5. Pensiero
6. Intuizione
7. Volontà
8. Io o Sé personale

L’Eros attiene alle funzioni inferiori della stella numerate 1,2 e 3. Il Logos alle funzioni superiori, 4,5 e 6.
Per uno sviluppo completo della personalità è necessario che tramite un atto di volontà si dia per così dire una forma alla materia, ovvero che le funzioni dell’Eros, come impulsi e sentimenti, siano canalizzati verso un obiettivo comune attraverso le funzioni del Logos, attuando un processo di integrazione di Logos e Eros. In altre parole l’energia, o forza vitale, o Eros si esprime proprio attraverso l’immaginazione, il pensiero, l’intuizione, e viene canalizzata verso un obiettivo tramite un programma complesso, frutto di un atto di volontà dell’Io. Nell’ Atto di Volontà Assagioli parla di pianificazione e programmazione della personalità.

Pianificazione e programmazione
Se osserviamo la vita contemporanea, scrive Assagioli, ci viene presentata una curiosa contraddizione. Si parla spesso di pianificazione e programmazione in campo economico, sociale e tecnico. Dall’altro lato, gli individui spesso vivono senza un piano personale ben definito e senza avere un programma di vita chiaro e consapevole. Eppure una condizione fondamentale per un piano di successo di qualsiasi genere è la pianificazione e la programmazione della vita personale.
La regola più importante di un piano è formulare, in modo chiaro e preciso, la meta che si intende raggiungere e poi tenerla sempre in mente, durante tutti gli stadi dell’esecuzione, che spesso sono lunghi e complessi.
Questo non è affatto semplice, considerando che nell’uomo esiste una tendenza a prestare più attenzione ai mezzi da utilizzare per raggiungere lo scopo, che allo scopo stesso, fino al punto di perderlo di vista. I mezzi spesso lo rendono schiavo. Per esempio l’uomo ha creato e costruito le macchine per incrementare potere e capacità, ma l’uomo molto spesso sopravvaluta l’importanza delle macchine ed invece di possederle, finisce con l’esserne posseduto. L’esempio dell’automobile è molto chiaro: è stata inventata come mezzo di trasporto veloce e confortevole ma attualmente è diventata uno status-symbol, un mezzo di auto-asserzione, un mezzo per scaricare tendenze represse. Infatti piuttosto che esserci preoccupati di inventare modelli in grado di ridurre l’inquinamento sono stati costruite automobili sempre più inquinanti e che richiedono un consumo più alto di carburante. L’automobile è diventata in sé una fonte di problemi e di stress come il parcheggio ed il traffico. Assagioli si riferisce agli anni settanta ma il messaggio è ancora molto attuale. Il processo ha portato alla degenerazione che viviamo oggi.
L’errore non è certo nella tecnologia ma nel modo in cui la utilizziamo, quando cioè perdiamo di vista lo scopo originale.
Lo stesso ci accade ad esempio con il denaro, che facilmente diviene uno scopo in sé, dimenticandoci che è solo un mezzo. Una volontà vigile ed energetica è indispensabile per mantenere i “mezzi” al loro posto, per esserne sempre padrona.
Un’altra condizione fondamentale di un buon programma è che lo scopo sia realizzabile, e non richieda capacità, impegno e risorse che non possiamo avere a disposizione. Se il programma è troppo ambizioso, dice Assagioli, è bene cambiarlo, per evitare frustrazioni ed altri effetti dannosi dell’essere vittima della volontà Vittoriana. Bisogna essere sempre preparati ad aggiustare le proprie aspirazioni. Flessibilità, dunque.
Altra regola fondamentale, la cooperazione. Un motivo ricorrente nel fallimento di molti piani è il fatto che le persone vogliono portare avanti tutto da sole.
Il programma in sé è un processo passo-dopo-passo ma che richiede di mantenere una vision d’insieme. E’ richiesta una visione trifocale: tenere sempre in mente il traguardo e lo scopo da raggiungere, il quadro generale delle azioni necessarie a raggiungerlo, la coscienza del passo successivo. Aver chiaro il prossimo passo, ma sempre in vista del raggiungimento di uno scopo più grande. E’ necessario anche che ogni passo sia compiuto al momento giusto e abbia una durata definita. Ogni fase ha il suo momento favorevole per essere compiuta, ma bisogna tenere sempre a mente la flessibilità del piano, perché la vita può riservare molti imprevisti.
Si può dire che la psicosintesi personale consiste essenzialmente nell’attualizzazione del proprio modello ideale. Una attenta pianificazione ed una paziente esecuzione di un piano di vita sono necessari se si vuole raggiungere la pienezza della propria esistenza e diventare tutto quello che possiamo diventare. Attenzione a non rendere il nostro piano di vita rigido e severo. Diamo spazio al processo di elaborazione, gestazione, accettazione, ed inoltre non dimentichiamoci di coordinare i nostri piani a quelli delle persone che ci circondano e alle regole degli ambienti in cui viviamo.

Un piano di vita è fondamentale ma anche un atteggiamento positivo è necessario al raggiungimento di uno scopo. Una delle tecniche più seguite negli ultimi anni è prendere a modello e sviluppare le qualità di quelle persone che possono essere definite vincitori, persone che hanno raggiunto alti livelli nella loro vita. Le loro principali qualità sono:
Il coraggio. Non significa assenza di paura ma capacità di dominarla. In generale il vincitore nutre una fiducia profonda nelle proprie capacità, nella vita, nelle persone e in qualche principio superiore che lo aiuterà nel momento del bisogno.
Capacità di visualizzare il futuro in modo positivo. Hanno chiaro il loro modello ideale, cosa vogliono essere ed ottenere e riescono a visualizzarlo nei particolari e con la certezza che il futuro è già presente.
Hanno capacità di sognare, ma anche di essere razionali e logici.
Sanno che un progetto si realizza passo dopo passo. Un grande progetto deve essere “fatto a pezzi” se si vuole renderlo attualizzabile. Un progetto troppo ampio scoraggia e confonde anche il più volitivo degli esseri umani, ma un grande progetto diviso in piccoli passi è molto più realizzabile. Non si lasciano prendere dallo sconforto se un intoppo li fa inciampare. Sono flessibili.
Hanno sempre chiara la visione di ciò che è necessario compiere nell’immediato. Sognano,ma non si limitano a sognare:compiono quelle azioni necessarie per trasformare il sogno in realtà. Spesso è importante cominciare.

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Sono coscienti che realizzare i sogni comporta impegno, lavoro, responsabilità, momenti difficili, sforzo, intuizione ma soprattutto la maggiore qualità richiesta è l’auto- disciplina, la capacità di tenere ben saldo in mente l’obiettivo da raggiungere, il piano per arrivare alla meta ed evitare come diceva Assagioli di confondersi nel cammino e perseguire non lo scopo ma i mezzi. L’auto-disciplina permette anche di superare ostacoli e sopportare la privazione in vista del raggiungimento di una soddisfazione più grande. Comporta il dover rinunciare a piccole soddisfazioni immediate in vista di una soddisfazione non immediata ma più grande. E’ perseveranza, resistenza, impegno, fiducia, auto controllo e la capacità di evitare eccessi che possono portare a spiacevoli conseguenze.

Programmare la propria vita richiede un serio e lungo lavoro preparatorio:non possiamo essere ciò che non vogliamo essere nella nostra interezza. Ricordate l’Eros e il Logos? Un piano perfetto deve soddisfare ognuna delle nostre parti, essendo espressione di una psico-sintesi. A volte, molto spesso, l’auto-disciplina non è possibile senza una considerevole dose di autostima e soprattutto bisogna avere sempre la certezza che il nostro modello ideale sia realmente “nostro”, ciò che corrisponde realmente ai nostri più profondi desideri e alle nostre aspirazioni.
Ritornando a Platone…abbiamo parlato dell’Eros sublimato di Freud, l’Eros come principio femminile opposto al Logos che esprime il bisogno di completezza, l’Eros di Assagioli a cui il Logos da la forma, il modello ideale in cui l’eros si esprime insieme al logos per dare il meglio di un individuo e permettergli di vivere una vita piena che sviluppi tutte le sue potenzialità. Un individuo che esprime le sue potenzialità esprime anche la sua spiritualità, si avvicina alla verità, al divino, all’essenzialità.


Eros e Femminile. Da Saffo a Platone, il forte legame tra donna ed Eros

eros e femminile

Nella cultura greca, la figura femminile è strettamente collegaa ad Eros e all’amore.

Prima di analizzare la donna come elemento fondamentale per la conoscenza della tematica amorosa, bisogna comprendere  la natura e le caratteristiche di Eros.

Nel Simposio di Platone, ambientato nella casa del giovane poeta di successo Agatone, echeggiano

elogi ad Eros, primordiale dio della generazione. I commensali (Fedro, Pausania, Erissimaco,  Aristofane, Agatone, Socrate e infine Alcibiade), inoltre, ne delineano le caratteristiche, alternandosi in una gara dai forti contenuti teatrali, dove ogni discorso è un capolavoro di eloquenza e psicologia.

Quindi, cos’è Amore per questi eccezionali simposiasti, rappresentanti più importanti della cultura classica nell’antica Grecia?

Eros è il più antico tra gli dei e configura il desiderio di un legame onesto fra amante e amato (Fedro); Amore è equilibrio di ogni cosa (Erissimaco), che deve essere distinto in volgare, l’attrazione per la bellezza del corpo, e celeste,attrazione per la bellezza dell’anima (Pausania); Amore è una potenza primordiale, che consiste nell’attrazione per la metà simile alla propria persona (Aristofane, mito dell’androgino). Eros è il più grande tra gli dei, ciò che fa nascere ogni virtù (Agatone).

Il discorso di Socrate su Eros merita un’analisi approfondita: il filosofo di Atene  confessa tutto il suo imbarazzo poiché egli credeva che il compito di ogni singolo parlante fosse quello di dire la verità sull’amore, e non quello di fare esercizio di stile, attribuendogli anche qualità spudoratamente false.

Per cui dopo aver polemizzato sui contenuti espressi dai precedenti oratori e dopo aver  rivolto una serie di domande ad Agatone, Socrate inizia il suo discorso, richiamandosi alla figura della veggente Diotima, che gli avrebbe consegnato gli arcani di Eros. L’amore, secondo il suo pensiero, si trova in una posizione intermedia fra brutto e bello, fra buono e cattivo.Esso non può certo essere un dio, dal momento che non è nè bello nè buono; e tuttavia non è neppure un mortale: anche in questo caso è qualcosa di intermedio. Egli infatti è un demone grande, un intermediario fra gli uomini e gli dei.

Socrate, poi, attraverso il mito della nascita di Amore, delinea altre fondamentali caratteristiche:

Amore è filosofo poiché si trova in una condizione intermedia fra la sapienza e ignoranza e solo i filosofi si trovano in questa situazione, Amore sta nell’amante, non nell’amato come affermava Fedro, in quanto è desiderio di possedere il bene per sempre, è desiderio di procreare nel bello, è desiderio di immortalità.

Ora analizziamo Eros in  altri contesti culturali.

In una particolare visione mistico-religiosa (Orfismo), Eros viene definito Fanes, la principale figura divina, generata da un uovo, la cosiddetta “ entità generatrice”.

Un’ altra testimonianza della nascita di Eros, è possibile osservarla su una corniola incisa (collezione H. Russel): si riconosce un giovane uomo, semisdraiato; l’uomo è alato e si trova fra le due metà del guscio di un grande uovo. In questo modo  viene raffigurata la grande entità divina originaria e creatrice. Euripide la definirà PROTOGONOS (primo generato)

Una visione fondamentale di Eros viene delineata soprattutto nella Teogonia di Esiodo (VIII sec. a.C.), ai versi 120,121,122 :

“poi Eros, il più bello fra gli immortali,

che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini

doma nel petto il cuore e il saggio consiglio…”

Dopo il Caos e Gaia, si generò Eros, che rappresenta l’impulso all’accoppiamento e alla procreazione di tutti gli esseri viventi. Inoltre l’Eros di Esiodo era talmente forte che poteva causare danni a cui nessuno poteva porre rimedio (“dio temibile”).

Spesse volte, Amore viene accostato ad Elena, protagonista di un gran numero di vicende culminanti con la guerra di Troia. A. Bottini analizza questo aspetto, nel saggio Archeologia della salvezza, Milano 1992.

Nel particolare corredo di Metaponto,fortunosamente recuperato nel 1986,  è stato trovato il cosiddetto “uovo di Elena”, piccola scultura che  costituisce il pezzo chiave dei reperti ritrovati.

Questa piccola opera scultorea, di grande importanza, rappresenta la nascita miracolosa  della moglie di Menelao, colta nell’attimo cruciale della ekkolapsis (la schiusa), secondo le indicazioni di una versione particolare del mito relativo, volta soprattutto a enfatizzare la natura divina.

Nata da un uovo divino esattamente come si immaginava,fosse avvenuto per Fanes, era divenuta la più bella fra tutte le donne, E DUNQUE PARADIGMA UNIVERSALE DELLA FORZA TRASCINANTE DELL’AMORE. Questo paragone tra Eros ed Elena è giocato attorno sia all’elemento uovo sia alle valenze erotiche e amorose.

Simposio-di-Platone

Partendo da Elena, è quindi possibile evidenziare lo stretto legame che intercorre tra la figura femminile e l’Eros.

Nella donna, secondo U.Galimberti, in Parole nomadi, Feltrinelli, Milano 1994, è possibile  riscontare eventi tipici dell’amore, che  caratterizzano solamente in parte la figura  maschile: psiche, inconscio, sentimento, sesso.

Citando Freud, Galimberti spiega cosa significa”l’enigma della femminilità”: la femminilità non è incomprensibile, come si penserebbe di fronte alla parola “enigma”, ma all’interno della figura femminile stanno raccolti quegli opposti che la ragione maschile disgiunge e separa nella contrapposizione dei significati. Se infatti per la ragione il significato di “odio” è l’opposto del significato di “amore”, per la psiche amore e odio convivono in ogni sentimento che pervade l’anima. Solo al femminile o accedendo al femminile possiamo capire che cos’è l’eros. Questo  concetto era già conosciuto da Socrate, che grazie all’insegnamento proprio di una donna, amica di terre lontane, aveva avuto la possibilità di istruirsi sulle cose d’amore.

Dirò il discorso su Amore che ascoltai una

volta da una donna di Mantinea di nome

Diotima, la quale era sapiente su ciò e su

molte cose. Consigliando gli Ateniesi a

fare sacrifici ritardò l’epidemia di peste di

dieci anni e fu proprio lei che mi istruì

sulle cose d’amore. Tenterò dunque di

riportarvi, così da me solo e per quanto ne

sarò capace, il discorso che lei fece a me.

Platone, Simposio 201 d

A Cavalero, in Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990, affronta la complessa figura di Diotima, altro simbolo del legame  tra femminilità ed Eros.

Platone sceglie una figura femminile come maestra di verità, una sacerdotessa e nello stesso tempo una straniera, sapiente su Amore e su molte altre cose. Diotima parla le parole di Platone: la filosofia come Eros, come contemplazione dell’idea attraverso il desiderio della bellezza immortale.

Il discorso della sacerdotessa è tutto giocato sul tema e sulla metafora della gravidanza , del partorire, del figliare, del mettere al mondo (non a caso è il maieuta Socrate che riporta il suo discorso indicandola come sua maestra). Perchè una voce femminile per dire le più genuine dottrine platoniche? Le donne erano escluse dai simposi, inoltre Diotima è straniera ed è una sapiente sacerdotessa…un insieme di diversità e di caratteri di esclusione si sommano in lei. La tesi interpretativa della Cavarero è che Platone ha voluto “una voce femminile per esporre il discorso filosofico di un ordine patriarcale che esclude le donne, ossia per affermare un matricidio originario che le espropria” (op.cit, p.96). Infatti tutto il dialogo è mirato a legittimare l’amore omosessuale maschile, considerato via erotica privilegiata alla filosofia poiché conduce a cogliere poeticamente l’idea del bello. Nessun ruolo filosofico è concesso all’amore eterosessuale: Aristofane nel mito degli androgini lo relega negativamente alla sola necessità riproduttiva, conseguenza della punizione di Zeus. Questa è la cornice in cui si inserisce il discorso di Diotima intorno a Eros, “demone grande” che, come il filosofo, ama la sapienza stando nel mezzo come mancanza, tensione, desiderio e movimento mai appagato: Eros è desiderio del bello, ma è anche desiderio del bene che conduce alla felicità, all’essere felici stando presso la bellezza. Eros è metaforizzato attraverso la figura del parto ma in questo caso la filosofia è un parto dell’anima maschile legata all’amore tra uomini. La distinzione anima/corpo conduce al binomio mortale/immortale e Diotima precisa che mentre alcuni uomini sono fecondi nel corpo e partecipano all’immortalità tramite la generazione, altri sono fecondi nell’anima di una maternità maschile che ben si collega all’arte socratica della levatrice/maieutica. Avviene così l’espropriazione del parto dal femminile al maschile: la filosofia è il parto dell’anima omosessuale, via erotica verso il sapere più alto (cfr. teoria dei gradi dell’amore) e questo parto genera nell’immortalità mentre i corpi invecchieranno e moriranno. E questa espropriazione è inscenata per voce femminile, da parte cioè  di colei che l’espropriazione subisce: la nascita, potere femminile di dare la vita, si contrappone alla morte che nega l’ordine naturale/natale e che diventa il centro dell’ordine patriarcale fondato sulla potenza della morte e  che si misura sull’esser mortale anziché sull’esser nati e che desidera l’esser immortale, la filosofia. “Il sapere matricida” dice Cavarero, mette al mondo il maschile: gli uomini generano l’Uomo “perché gli uomini, necessariamente singolari e finiti, muoiono, ma la loro essenza neutro/maschile, eternizzata nella cultura d’Occidente, perdura” (op.cit. p. 109).

In conclusione, Diotima incarna la conoscenza dell’amore solo per dire che questa divina conoscenza è maschile e che l’amore a cui attinge il femminile è l’Eros dei corpi e della terra, come si evince anche dal mito di Dioniso, circondato dalle Baccanti che rappresentano la sfrenatezza e il delirio, una specie di divina follia che assimila la donna all’elemento primigenio istintuale. “Insomma a un polo maschile rappresentatesi come più-che-umano quasi-divino (questa è in effetti la normale definizione che i filosofi danno di sé)”, dice Cavarero, “corrisponde un polo femminile rappresentato come men-che-umano quasi-bestiale”. E questo contesto mitico di animalità, umanità e divinità ci suggerisce  che nel delirio e nella follia affonda la nostra originaria nascita, la maternità ferina e sconvolgente che lega Eros e Femminilità, quel fondo oscuro che sta prima del Logos e di ogni divina conoscenza.

Il filo sottile che unisce la donna all’amore viene decantato anche dalla prima voce femminile del mondo greco, Saffo che potè esprimere la sua personalità grazie alle condizioni particolari della Lesbo del VII-VI sec. a.C., dove il mondo femminile si esprimeva in associazioni come il tìaso e in manifestazioni come le gare di bellezza di cui ci parla Alceo in un frammento(fr.130 bV).

In nome dell’amore, che viene promosso a principio primo di vita, Saffo giustifica perfino Elena(ritorna ancora questo personaggio che racchiude in sé simboli e significati): l’amore è la cosa “più bella” che ci sia sulla terra, è il valore più alto di tutti e per questo Elena ha fatto bene a fuggire. Inoltre il ricordo di Elena suscita in Saffo l’improvviso ricordo della bellezza di  Anattoria, una giovane aristocratica di Mileto  che, dopo aver trascorso un periodo nel tìaso, ora è lontana

Anche in me d’Anattoria

ora desta memoria, ch’è lontana.

Di lei l’amato incedere, il barbaglio

del viso chiaro vorrei scorgere,

più che i carri dei Lidi e le armi

grevi dei fanti.

Da Lirici greci, trad. di F.M Pontani, Einaudi,  Torino 1969

In un’altra ode, molto famosa, Saffo descrive ancora la potenza dell’amore, in questo caso i suoi effetti devastanti sull’animo della poetessa.

L’amore coinvolge direttamente la donna, la rende partecipe della sua straordinaria forza.

Mi sembra essere uguale agli dei

Quell’uomo che siede di fronte a te

e ti ascolta da vicino mentre parli

dolcemente e sorridi amabilmente

e questo davvero mi fa sobbalzare

il cuore in petto;

infatti,appena ti vedo, non mi è più possibile

dire neanche una parola,

ma la lingua si spezza,

subito un fuoco sottile corre sotto la pelle

non vedo più nulla con gli occhi,

le orecchie ronzano.

Il sudore mi pervade e un tremito mi prende tutta,

sono più verde dell’erba,

e mi sembro poco lontana

dall’essere morta.

Ma tutto è sopportabile, poiché…

Fr.31 V,traduzione a cura di L.E. Rossi e R.Nicolai

Bibliografia:

Esiodo, Teogonia, vv.105-125, in lingua

Saffo, fr.31 V., fr.16 V, in lingua

Saffo, La cosa più bella è ciò che si ama

Platone, Simposio, in particolare Socrate-Diotima

A Cavarero, Diotima, in Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990, pp. 93-120

U. Galimberti, Femminilità in Parole nomadi, Feltrinelli, Milano 1994, pp.68-70

U. Galimberti, Eros, in Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, Milano 1992, pp 66-67

Testimonianza archeologica della tomba dell’uovo di Elena da Metaponto, A.Bottini, Archeologia della salvezza, Longanesi, Milano, 1992, pp.64-85


La donna nella filosofia e letteratura greca

Nella filosofia e nella letteratura greca esistono due opposte considerazioni della donna, l’una presentata da Socrate, l’altra da Aristotele e Esiodo. Socrate offre una valutazione positiva della donna, Aristotele ed Esiodo invece rappresentano il pensiero che svaluta la figura femminile, subordinandola alla famiglia e alla società. Ambigua e ambivalente è invece la posizione di Platone, che, nella Repubblica e nelle Leggi, offre due diverse considerazioni della donna. Come scrive Eva Cantarella ne “L’ambiguo malanno”, “Socrate […] era particolarmente ben disposto verso le donne e non si limitava a riconoscere astrattamente le loro capacità, ma ascoltava i loro consigli giungendo ad ammettere senza difficoltà che alcune di esse avevano saggezza superiore alla sua”. Si dice infatti che Socrate avesse appreso il cosiddetto metodo “socratico” proprio da Aspasia, concubina di Pericle, che padroneggiava con “rara maestria la tecnica del discorso”. Socrate, anche se non affermava la completa parità tra uomo e donna, era tutt’altro che misogino; infatti per esempio, benché considerasse particolarmente duro il carattere di Santippe, sua moglie, tuttavia davanti ai figli maltolleranti, lo giustificava, affermando che la durezza di quella era dovuta all’ amore che aveva per loro. Quando nel “Simposio” Aristippo gli chiede come mai si sia messo con “la più bisbetica delle creature”, Socrate risponde in modo scherzoso affermando che per diventare buoni cavallerizzi sia necessario esercitarsi con i cavalli più focosi e non con i più docili, perché “se essi pervengono a domare tali cavalli, potranno governare facilmente gli altri”. Una visione opposta della figura femminile è offerta invece dal filosofo Aristotele, convinto della naturale disuguaglianza dei sessi e della superiorità maschile sulle donne, anche nella riproduzione. Egli infatti nella “Riproduzione degli animali” scrive che la riproduzione è comune ad entrambi i sessi: “il maschio è portatore del principio del mutamento e della generazione”, “la femmina di quello della materia”. Tuttavia il maschio e la femmina sono dotati di “una diversa facoltà”, il primo è “attivo” in quanto “atto a generare nell’altro”, la seconda è “passiva” in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore”. Poiché “[…] la prima causa motrice cui appartengono l’essenza e la forma è migliore e più divina per natura della materia, il principio del mutamento, cui appartiene il maschio, è migliore e più divino della materia, a cui appartiene la femmina”. Quest’ultima infatti sia nelle piante, dove non ha esistenza separata dal maschio, sia negli animali, in cui ha esistenza separata, ha bisogno del maschio  e non può generare da sé. Il motivo è che l’animale è diverso dalla pianta perché percepisce attraverso la facoltà dell’anima, la cui produzione costituisce lo stesso esser maschio. Se la femmina perciò generasse da sè compiutamente, il maschio sarebbe inutile e, dice Aristotele, “la natura non fa nulla di inutile”. Egli perciò, servendosi di questo principio-base della scienza, secondo il quale ciò che accade ha sempre una causa, afferma il primato maschile nella riproduzione, estendendolo anche in ambito sociale: l’uomo, attivo per natura, è portato al comando, nella famiglia l’uomo è superiore alla moglie e la comanda. Secondo Aristotele perciò l’inferiorità della donna si fonda su basi biologiche e il rapporto uomo-donna è interpretato attraverso due delle categorie più importanti della sua filosofia, quella di forma e di materia. L’uomo-forma fa di ogni cosa ciò che è, e in quanto portatore del seme, è attivo e trasforma la passiva materia femminile naturalmente e ontologicamente inferiore. Nella letteratura Esiodo, sia nella “Teogonia” sia nelle “Opere e i Giorni”, qualifica la donna come colei che, creata dopo l’uomo per volere divino, segna, con la sua venuta, l’inizio del male nel mondo. Nel mito esiodeo la nascita della prima donna è presentata come conseguenza di un dissidio tra Zeus, dio giusto ma inesorabile, e l’astuto Prometeo, sfrontato orditore di inganni. Per punire Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini, Zeus invia tra gli uomini Pandora, la prima donna, come “dono” rovinoso per i mortali. Esiodo offre due versioni di questo mito, una nella  “Teogonia”,l’altra nelle “Opere”.

Pandora ornata da Atena con ogni attributo femminile, tra cui la corona di fiori e la veste splendente.

Nella Teogonia infatti, la donna è anonima e non si chiama ancora Pandora, essa è l’iniziatrice della stirpe femminile ed è di per sé l’origine di un male, il “bel male”, a cui l’uomo non può sottrarsi. Alla costruzione del flagello, ordita da Zeus, collaborarono Efesto (amfiguheis) e Atena per mano della quale Pandora venne ornata di attributi femminili, come una veste splendente (argujeh esqhti) e fresche corone di fiori (stefanous neoqhleas anqesi) intorno al capo. Tuttavia la donna è portatrice di disagio, “grande flagello per i mortali” (phma mega qnhtoisi), “compagna”, per gli uomini, “di imprese penose” (xunhonas ergwn argalewn) e “[…]non di rovinosa indigenza ma d’abbondanza.” ([…]oulomenhs penihs ou sumforoi, alla koroio.), in quanto la donna, nella società di Esiodo, non produce ricchezza ma la dissipa.

Pandora che apre l’orcio e fa disperdere i mali nel mondo

Inoltre, parlando di matrimonio nei versi 602-13 dice che l’uomo che non vuole sposarsi sarà privo di assistenza da vecchio e lascerà i suoi averi a parenti lontani, chi invece sarà destinato a sposarsi con una donna saggia avrà per tutta la vita in ugual misura bene e male. Ma chi si imbatterà in una donna funesta vivrà un dolore senza fine (aliaston anihn). Nelle Opere la donna ha un nome, Pandora, la quale dà origine al male non di per sé ma con un gesto colpevole, l’apertura del piqos (l’orcio che contenere tutti i mali del mondo). Nella formazione della donna, Zeus ordina ad Ermes di darle “animo senza pudore” (kuneon…noon: letteralmente “animo di cane”,  infatti, presso i Greci, il cane rappresentava la sfrontatezza e l’indecenza),e “disposizione all’inganno”. Pandora è definita “sciagura per gli uomini che si nutrono del pane” (phm’ andrasin aljhsthsin) poiché offerta in “dono” da Zeus ad Epimeteo, aprendo il piqos fa disperdere per il mondo quei mali di cui gli uomini erano privi nel tempo precedente,e “versò agli uomini dolorosi affanni” (anqrwpoisi d’ emhsato khdea lugra).

Platone assume una posiziona ambigua ed ambivalente riguardo le donne: infatti, se nella Repubblica egli offre alla donna la possibilità di un ruolo di primo piano e ne riconosce quasi  l’eguaglianza con gli uomini, nelle Leggi, invece, sembra fare marcia indietro, in quanto fa emergere un atteggiamento di diffidenza nei confronti delle donne. Nella Repubblica tratta del modello ideale di stato e parte dalla funzione della donna; egli afferma che l’uomo e la donna sono di nature diverse, ma questa differenza è rilevante solo per la parte che riguarda la generazione dei figli. Essa, invece, non ha affatto rilevanza nello svolgimento delle funzioni sociali, se non per la minore forza fisica delle donne; la differenza quindi è solo di tipo quantitativo (la minor forza) e non qualitativo. Inoltre, poiché “le facoltà sono state distribuite in maniera uniforme tra i due sessi, la donna è chiamata dalla natura a tutte le funzioni, proprio come l’uomo”. Vi sono infatti donne dotate per la medicina, per la musica, per l’atletica e perché no, anche per custodire la città, le quali potrebbero condividere l’educazione e i privilegi dell’uomo. Platone perciò nella sua città ideale considera di far accedere la donna ai due campi che sono da sempre solo appannaggio degli uomini: la guerra e la politica. La rivoluzionaria immagine della donna che Platone propone nella Repubblica sicuramente si applica soltanto alle mogli del gruppo dominante della città, mentre le altre mogli, come quelle dei lavoratori, non sono nemmeno menzionate. Nelle Leggi Platone si allontana dal modello ideale per concepire, invece, una città realizzabile e,  benché rinunci al comunismo della Repubblica, tuttavia non smette di considerare la figura femminile anche perché “le donne costituiscono la metà della popolazione cittadina”. Affermando la necessità per cui “[…] la donna nella misura del possibile, condivida i lavori dell’uomo, sia nell’educazione, sia in tutto il resto”, Platone ripropone la sue convinzioni sulla condivisione della attività maschili da parte della donne anche nel suo “secondo” modello di Stato, pur con un arretramento complessivo. Anche se partecipano all’educazione e alla vita della città, non ricevono la stessa educazione dell’uomo e, benché si riconosca alla donna il diritto ad un’attività pubblica e della magistrature femminili (ispettrici dei matrimoni, ispettrici dell’educazione infantile) tuttavia non accedono alle stesse funzioni degli uomini. In guerra hanno una parte, ma si tratta di una parte passiva in quanto possono dedicarsi all’attività bellica ma non partire per delle spedizioni militari. Inoltre, con il ristabilimento della monogamia, la donna è sottoposta alla Kyria del marito, le cui cure mirano soprattutto ad assicurare la nascita, nelle migliori condizioni, di figli legittimi. Infine, se nella città ideale della Repubblica la donna custode era dispensata da qualsiasi attività domestica, nella “seconda” città, quella delle Leggi, la donna è essenzialmente la padrona di casa. Nonostante tutto questo, Platone rompeva con i valori tradizionali e, benché sia teorico di una città “totalitaria”, è anche il primo che assegna alla donna un posto nella città, cessando di farla appartenere completamente e solamente alla sfera privata. Nonostante le varie, divergenti considerazioni dei più noti filosofi e letterati della Grecia classica sulla figura femminile, nella mentalità greca collettiva non è prevalsa la posizione più o meno positiva di Socrate e Platone, bensì quella sostanzialmente misogina di Aristotele, che infatti trovava maggior corrispondenza nella coscienza sociale.

Bibliografia

Platone, Educare, per quanto è possibile le femmine come i maschi, da Leggi, VII, 4-5, 11-12

Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol V

Eva Cantarella, La visione della donna in Socrate, Platone, Aristotele, in L’ambiguo malanno, Editori Riuniti, Roma 1981

Claude Mossè, Platone pensatore “femminista”?, in La donna nella Grecia antica, ECIG, Genova 1992

Esiodo, Teogonia, 520-612

Esiodo, Opere e i Giorni, 53-105


Antica Grecia. L’amore nella filosofia greca

Il concetto di amore nelle teorie filosofiche si estende, dal suo significato primo di sentimento di affezione ad una altra persona e che implica una scelta che tende alla reciprocità e all’unione, ad una vasta gamma di sentimenti, dal desiderio di possesso di un qualsiasi oggetto che ci procura piacere all’amore verso enti ed oggetti ideali fino all’amore considerato come principio cosmico. E’ in quest’ultima accezione che l’amore compare per la prima volta e viene assimilato da Empedocle a una forza agente nell’universo contrapposta all’Odio e alla Contesa (neìkos).

 Per quanto riguarda l’amore propriamente detto, molti filosofi non hanno visto in esso altro che il desiderio fisico, una passione o un istinto vitale; ma fin dall’antichità molti filosofi (Socrate, Platone, Aristotele, gli Stoici e Plutarco) vi hanno scorto sentimenti più elevati e più delicati. Famosa è la teoria platonica dell’amore, esposta nel Simposio e nel Fedro: l’amore è l’attrazione esercitata dalla bellezza, e le forme dell’amore sono tante quante le forme del bello; esso nasce a contatto della bellezza sensibile, ma da questa ascende alla bellezza dell’anima e, di grado in grado, fino a quella intelligibile che è la vera bellezza, di cui le manifestazioni sensibili sulla terra non sono che grossolani abbozzi o pallidi riflessi.

L’amore è quindi l’aspirazione a superare la realtà sensibile per risolversi in contemplazione del mondo ideale, da cui è lontano: perciò esso è desiderio di qualcosa che non si ha, è mancanza e insufficienza, e nello stesso tempo inquietudine, ansia, aspirazione perenne. Eros come divinità nel Simposio appare sotto l’aspetto di un demone, figlio di Pòros (Ingegno) e di Penìa ( Povertà ), povero e tormentato da un lato, ma abile e risoluto dall’altro, e rappresenta proprio la condizione dell’uomo che tende al Bene e alla Bellezza di cui sente di essere privo. La stessa idea dell’amore sta alla base della concezione teologica di Aristotele: Dio in quanto ente perfetto non ama il mondo, che è una sua mera copia sensibile, ma ne è amato e lo muove appunto come l’oggetto dell’amore che, attraendo l’universo voglioso di avvicinarsi alla sua perfezione, all’oggetto del suo desiderio, muove senza muoversi: da qui il concetto di Dio come motore immobile.


L’androginia psichica

[tratto dal libro di Juliana De Angelis, Shakespeare, una mente androgina, Jubal 2005]

Il termine “androgino” racchiude la sua essenza già nel nome, composto di ανηρ ανδρός (uomo) e γυνη (donna). Il mondo occidentale ha conosciuto per la prima volta l’androgino grazie al mito che, nel Simposio, Platone fa narrare ad Aristofane come spiegazione del trasporto d’amore. Androgino sarebbe stato l’uomo primigenio, maschio e femmina a un tempo, che Zeus per punire della sua protervia avrebbe poi fatto dividere da Ermes in due metà, le quali affannosamente si desiderano e si ricercano.

Da allora la figura dell’androgino è ricomparsa, come un fiume carsico, in varie epoche ed in numerosi contesti culturali diversi. Le sue attualizzazioni nel mito e sul palco dei teatri dell’età di Shakespeare saranno oggetto dei paragrafi seguenti. Qui si vuole approfondire, invece, il concetto di “androginia psichica”, che è divenuto parte integrante del nostro patrimonio di idee a partire dalle teorie psicanalitiche junghiane. Dagli anni Settanta ad oggi, infatti, il termine “androginia” è penetrato nel linguaggio corrente, ma le incertezze relative ad una sua precisa connotazione sono frequenti. Ciò accade a maggior ragione in seguito alla “cooptazioone” del termine da parte dei movimenti femministi e, soprattutto, di quelli aderenti alla New Age.

Dal momento che regna ancora molta confusione terminologica, è qui opportuno fare una chiara distinzione tra concetti che vengono di sovente sovrapposti, e premettere cosa l’androginia psichica non è.

Essa non coincide con l’ermafroditismo, che indica una anomalia fisiologica, per la quale le caratteristiche fisiche dei due sessi sono compresenti in un unico individuo, in forma più o meno evidente, a seconda che l’alterazione riguardi le caratteristiche sessuali primarie o secondarie. Nel mito e nella letteratura antica, Ermafrodito è invece un figlio di Ermes ed Afrodite, creato dalla fantasia collettiva in un periodo di transizione tra un’era in cui gli uomini celebravano sacrifici in onore della Dea madre e di un panteon femminile ad un’epoca che si rivolgeva di preferenza a divinità maschili, in corrispondenza del passaggio da una società matriarcale ad una patriarcale.

Per quanto riguarda il termine bisessualità, esso si riferisce invece ad una condizione essenzialmente psicologica, dovuta alla mancanza di una chiara identificazione in un solo sesso, con la conseguente attrazione verso persone di entrambi i sessi. Per comprendere il preciso valore dell’idea di bisessualità e le sottili differenze con quella di androginia, occorre fare un passo indietro nel tempo ed approfondirne la genesi all’interno dei “sistemi” sviluppati agli inizi del ventesimo secolo.

In psicanalisi il tema mitologico della doppia natura sessuale dell’uomo è confluito nella teoria della bisessualità psichica. I diversi approcci psicanalitici sono concordi sul fatto che, al fine di comprendere il funzionamento dello sviluppo psicosessuale della persona, qualsiasi discorso sull’identità femminile e maschile non può prescindere dalla presenza latente dell’altro sesso. Nella mente dell’individuo si manifesterebbe contemporaneamente la presenza immediata del proprio sesso fisico e, mediata da immagini mentali, di quello opposto e desiderato. Il discorso della bisessualità nella psicanalisi ha portato ad una lenta eliminazione di una categorizzazione rigida nella cultura tra “maschile” e “femminile”, “normale” ed “anormale”. Secondo Francesca Molfino, però, la bisessualità va intesa come “immagine della presenza nella psiche delle due realtà sessuali ma non come progetto di integrazione dei due aspetti”. Come apprendiamo dalla psicanalista, infatti, una tale rassicurante fantasia potrebbe produrre un tentativo di chiudersi, di fuggire le proprie peculiarità, assieme alla separazione ed ai rischi che una piena espressione di sé comporta. La studiosa sostiene, inoltre, che il fatto che l’individuo abbia dentro di sé l’immagine del sesso opposto non dovrebbe sopprimere la differenza sessuale, bensì costituire la condizione primaria affinché il soggetto possa instaurare relazioni interpersonali e sessuali sane. La bisessualità esisterebbe anche perché il senso di incompletezza sessuale può essere avvertito come mancanza o “castrazione”. Al contrario, percepire il doppio senso della bisessualità come divisione e rapporto permetterebbe di articolare diversamente le due polarità, quella maschile e quella femminile, secondo un orientamento di pensiero condiviso, come si è visto, anche da Catherine Belsey.

Secondo le conclusioni alle quali è giunto Sigmund Freud, la complessità dello sviluppo psicosessuale nella donna e la sua maggiore influenzabilità da parte di modelli culturali esterni farebbe sì che in lei la bisessualità abbia uno spazio ed un’evoluzione diversa da quella, meno accentuata, degli uomini. Freud equiparava la bisessualità all’omosessualità dichiarata e includeva in questa categoria anche l’omosessualità latente degli eterosessuali. Se è vero che sarebbe riduttivo riassumere le teorie freudiane nella ormai lisa formula binomiale costituita dal “desiderio della madre” nell’uomo e dall’“invidia per il pene“ nella donna, va però constatato che, in ultima analisi, per Freud la mancanza di una differenziazione sessuale e la conseguente bisessualità sono alla base di tutte le patologie.

Ma, come giustamente sostenuto da June Singer,

 when we explore sexual material at the deeper levels of the psyche, we inevitably arrive at a state in which sexual feelings are far more loose and free-flowing than the individuals normally would be willing to admit.

 In tempi più recenti, l’assolutismo freudiano ha ceduto il posto alla più complessa e matura visione del suo ex-allievo Carl Gustav Jung, il cui ragionamento è impostato in maniera alquanto differente. Secondo lo psicanalista svizzero, la parte femminile presente nell’uomo, o anima, e la parte maschile della donna, o animus, corrispondono alle parti inconsce che nella psiche rappresentano il sesso opposto. Animus e anima sono considerati come elementi complementari, che ogni individuo deve necessariamente coniugare in sé se vuole arrivare a sviluppare una personalità integra. Jung auspica, infatti, la costituzione di una vera e propria “psiche androgina”, sostenendo:

 Come l’uomo fa fuoriuscire la sua opera, creatura completa, dalla sua femminilità interiore, così la mascolinità della donna produce germi creatori che possono fecondare la femminilità del maschio.

 Jung individua l’eidos platonico dell’androgino tra i contenuti dell’inconscio collettivo, di quella parte della psiche, cioè, che trattiene e trasmette l’eredità psicologica comune all’intero genere umano. La piena realizzazione di tale “archetipo” a livello spirituale viene vista come compimento dell’“individuazione”, concetto chiave nella teoria junghiana, che designa un processo di differenziazione ed integrazione al tempo stesso, al termine del quale la personalità diviene un tutt’uno armonico ed unitario.

Per “sé” o “personalità integrale” Jung intende il raggiungimento di un’unità organica di tutti gli elementi della psiche, che porta il singolo a diventare un’entità responsabile e creatrice. Individuandosi, l’uomo si limita semplicemente a conformarsi alle proprie peculiarità. Al contrario, uno dei rischi maggiori dell’individuo è di identificarsi a tal punto con la sua “persona” o maschera sociale da non essere più cosciente di se stesso e finire per naufragare nei valori collettivi della società. Sarebbe soltanto la completa dissoluzione della personalità umana mediante la presa di coscienza dei suoi valori a ricondurci a noi stessi. Ciò è possibile a patto che i contenuti inconsci che danno vita ai principi di anima ed animus siano trasferiti nella coscienza e cessino di essere elementi perturbatori della psiche umana. Per Jung, affrontare l’inconscio rappresenta un rischio per la struttura psichica ma soprattutto un’opportunità di arricchimento senza pari. Soltanto la scoperta e lo scontro col proprio inconscio, in particolar modo col proprio lato “ombra”, depositario di materiali rimossi e celati dietro la facciata della “persona”, può condurre alla terapeutica liberazione di un’energia altrimenti ostacolata nel suo naturale fluire. Ed in questo, la funzione di relazione con l’inconscio e mediazione con l’ignoto spetta all’anima.

Per tutto ciò che oltrepassa l’orizzonte conscio della comprensione umana, l’uomo è sempre ricorso al potere evocativo dei simboli. Così, Jung ha sostenuto che nell’inconscio dell’uomo c’è un’immagine ereditaria collettiva della donna e che sin dal Medioevo è diffusa una teoria secondo la quale “ogni uomo porta, nascosta nel suo corpo, sua moglie Eva”. Egualmente, per l’anima conscia della donna agisce da forza compensatoria l’animus maschile presente nel suo inconscio. Jung ricorda che anche in Goethe si ritrova un “culto dell’anima” simboleggiato dal culto della donna, simbolico dell’umana aspirazione alla completezza. Tale intima comunione di anima ed animus, che non coinciderebbe con la semplice fusione e conseguente incapacità di distinguerne le parti ma con uno stadio spirituale “superiore”, è stata spesso definita da Jung come “mysterium coniunctionis” o “unio mystica”. A tal proposito, Gabriele La Porta ricorda che la simbolica funzione di mettere in relazione tra loro le forze psichiche, riconducendo la molteplicità all’Uno, è da sempre stata attribuita all’amore, ad Eros. L’unione, il matrimonio a cui Jung fa riferimento simboleggia una sintesi intima ed il legame con la propria anima. Anche James Hillmann, deciso sostenitore di un senso archetipico del reale, di natura androgina, afferma che “per cambiare il modo di vedere le cose, bisogna innamorarsi”, alludendo ad una profonda integrazione psicologica, della quale l’amore esterno appare soltanto una sbiadita metafora.

L’avvenuta individuazione, di cui l’androginia psichica è una delle più dirette manifestazioni, corrisponde a quel “centro” immobile della personalità, vale a dire al conseguimento di quello stato indescrivibile prodotto dalla tensione tra energie opposte. L’accettazione dell’androginia psichica” è, quindi, alla base dell’accettazione del “divenire” della personalità ed, infine, di quel fluido processo che è la vita.

Il concetto di “androgina psichica” è rimasto sostanzialmente immutato fino al giorno d’oggi. Al fine di evitare gli ancora frequenti malintesi, June Singer puntualizza che, mentre un comportamento omosessuale o bisessuale è spesso determinato dall’ambiente, l’androginia è innata in ogni individuo. Nel suo testo cardine sull’androginia, ad oggi insuperato per accuratezza della documentazione e quantità di esempi, anche se appare datato per l’entusiasmo utopistico tipico della fine degli anni Settanta, la studiosa junghiana presenta l’ideale dell’“androgino moderno”. Si tratterebbe di uomini e donne capaci di vivere una sessualità non confusa, naturale e senza inibizioni, tuttavia senza dover ricorrere agli estremi rappresentati dal “machismo” da un lato e da un’insana dipendenza e ricerca di protezione dall’altra. L’androginia sarebbe da intendersi, in questo senso, come accettazione delle proprie peculiarità, coniugata ad un’apertura e disponibilità ad assecondare, piuttosto che forzare, i cambiamenti interni ed esterni. Per la Singer, l’androgino accetta consapevolmente il gioco e l’interazione tra elementi psichici maschili e femminili, tra impulso all’azione o alla contemplazione, tra lati estroversi ed introversi della propria natura. L’androginia andrebbe quindi di pari passo con la consapevolezza di essere sì uomini e donne, ma innanzitutto particelle di un meccanismo più ampio, ed il senso di appartenenza ad un ordine cosmico. L’amore androgino si attesta quindi su un livello transpersonale, senza necessariamente rivolgersi ad una persona o cosa in particolare, quale conseguenza della conoscenza intima, a livello cellulare così come mentale, di essere nutriti da una “fonte superiore”, che la Singer definisce “stream of androgyny”. Il principale compito dell’uomo consiste, allora, nel diventare consapevoli del fatto che la soluzione al dualismo psichico consiste nella resa alla naturale condizione umana, ovvero ad uno “state of androgyny”.

Tratto dal libro:

Juliana De Angelis, Shakespeare, una mente androgina, Jubal 2005