“I libri si rispettano usandoli.” U. Eco

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Noam Chomsky & Michel Foucault – Sulla natura umana (On human nature)

Qual è il nostro ruolo nella giustizia sociale come sociologi applicati? In questo grande dibattito del 1971, Michel Foucault e Noam Chomsky non sono d’accordo sulle qualità fondamentali della “natura umana” e sul compito chiave delle scienze sociali nell’aiutare l’umanità a raggiungere il suo potenziale collettivo. Chomsky ritiene che le scienze sociali dovrebbero elaborare un quadro per una società ideale in cui fioriranno creatività, libertà e scoperta scientifica. Vede che è nostro compito aiutare a mettere in atto questo piano.

Foucault sostiene che non esiste un concetto ideale di giustizia sociale che possa essere applicato universalmente. Invece, nota che gli scienziati sociali hanno il compito di criticare le istituzioni sociali e le relazioni di potere in diverse società.

È interessante notare che la prospettiva di Foucault riflette la sociologia accademica (con un’enfasi sulla critica delle istituzioni sociali), mentre l’argomento di Chomsky è più vicino alla sociologia applicata! I sociologi applicati lavorano con le organizzazioni politiche e comunitarie per influenzare le organizzazioni e le pratiche della giustizia.

Foucault dice:

… uno dei compiti che mi sembrano immediati e urgenti, al di là di ogni altra cosa, è questo: che dovremmo indicare e mostrare, anche dove sono nascosti, tutte le relazioni del potere politico che controllano effettivamente il corpo sociale e opprimono o reprimilo. Quello che voglio dire è questo: è consuetudine, almeno nella società europea, considerare che il potere è localizzato nelle mani del governo e che viene esercitato attraverso un certo numero di istituzioni particolari, come l’amministrazione, il polizia, esercito e apparato dello stato … Ma credo che il potere politico si eserciti anche attraverso la mediazione di un certo numero di istituzioni che sembrano non avere nulla in comune con il potere politico e come se fossero indipendenti da esso, mentre non lo sono.

Uno lo sa in relazione alla famiglia; e si sa che l’università e in generale tutti i sistemi di insegnamento, che sembrano semplicemente diffondere la conoscenza, sono fatti per mantenere una certa classe sociale al potere; ed escludere gli strumenti di potere di un’altra classe sociale. Anche le istituzioni di conoscenza, lungimiranza e cura, come la medicina, aiutano a sostenere il potere politico. È anche ovvio, fino allo scandalo, in alcuni casi legati alla psichiatria.

Mi sembra che il vero compito politico in una società come la nostra sia quello di criticare il funzionamento delle istituzioni, che sembrano essere sia neutre che indipendenti; criticarli e attaccarli in modo tale che la violenza politica che si è sempre esercitata in modo oscuro attraverso di loro sarà smascherata, in modo che si possa combattere contro di loro.”

 

 


Culture che odiano le donne

Studi Linguistici

Il punto di inizio delle riflessioni sull’ esistenza delle donne rimane, pietra miliare, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, scritto nel lontano 1949; e citerò spesso due testi recenti, ricchi di informazioni e di acute riflessioni: autrici Silvia Ballestra, con il suo Contro le donne nei secoli dei secoli, Ediz. Il Saggiatore , 2006, e Loredana Lipperini , che ha scritto Ancora dalla parte delle bambine , Ediz. Feltrinelli , 2007.

Il tema del linguaggio era stato ampiamente trattato negli anni ’70, e tra l’ altro la mia ricerca riporta larghi estratti dal libro della linguista Robin Lakoff su tale aspetto.

Il libro di Marina Yaguello, Le parole e le donne , pubblicato a Parigi nel 1979 e tradotto in Italia nel 1980 trattava praticamente il mio stesso argomento di ricerca.

Nella parte prima, ella esaminava il linguaggio delle donne rispetto a quello degli uomini ; nella seconda parte l’ immagine che la lingua restituisce delle donne. Più o meno, infatti, diciamo le stesse cose ed arriviamo alle stesse conclusioni.

Naturalmente, il corpus linguistico esaminato dalla studiosa si riferiva alla lingua francese e non a quella italiana, allorché si parlava di disammetrie grammaticali e semantiche, nonché dei vocaboli e del loro uso. Tuttavia anch’ essa, partendo dagli studi degli antropologi, passava poi alla socio-linguistica e al linguaggio usato nelle società sviluppate, definiva i registri linguistici e il comportamento linguistico maschile e femminile , per poi fermarsi sui tentativi di cambiamento effettuati nell’ ambito del femminismo, alla ricerca di una “identità culturale”. Fino a chiedersi se fosse possibile agire, se qualche tipo di cambiamento “volontario” e consapevole del linguaggio potesse avere luogo. Nel corso del tempo, altri studi sul linguaggio si sono susseguiti, anche stimolati, in via ufficiale, dalle autorità competenti. La linguista Alba Sabatini nel 1986 e nel 1987 ha pubblicato, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, due studi : “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” e “Il sessismo nella lingua italiana” , in cui si ribadivano gli stessi problemi ( tra cui l’ eterna svalutazione di ciò che è femminile) e si avanzavano proposte per cambiare questo stato di cose.

Tutto ciò è rimasto lettera morta.

In Italia quindi tali ricerche non producevano effetti rilevanti sull’ insegnamento e sull’ uso della lingua . Al contrario, il problema se lo è posto di recente il parlamento dell’ Unione Europea. I giornali del 17 Marzo 2009 riportano infatti il contenuto di un libretto “di istruzioni”, recentemente introdotto dall’ UE, che tratta del modo corretto di rivolgersi , per iscritto o oralmente, ad una donna, qualora ad esempio ci si rivolga ad una deputata. Si auspica l’ adozione di un linguaggio “sessualmente neutro” da usare nei dibattiti in aula, nei convegni, nelle pubblicazioni e nei documenti ufficiali.

Il libretto considera discriminatorio l’ uso di “signora” e “signorina” in tutte le lingue, ed invita a chiamare le donne con il loro cognome. Infatti, e nella tesi veniva enunciato chiaramente, agli uomini non viene chiesto il continuo richiamo alla loro condizione di sposati o di celibi. Le nuove regole sconsigliano l’ uso delle parole che contengano un riferimento al sesso : ad esempio, non più “sportsmen” ( uomini sportivi ) ma “atleti”, non “statesmmen” ( uomini statisti ) ma “leader politici”, non più oggetti “man made” (fatti dall’ uomo ) ma “sintetici, artificiali”

Le critiche dei movimenti delle donne alla struttura e all’ uso del linguaggio hanno comunque lasciato il segno : sempre più spesso infatti troviamo, nel linguaggio comune, il termine “umani” invece che “uomini” , allorché si parla della nostra specie.

Recentemente un libro che è stato best-seller nei Paesi anglosassoni ( The God Delusion di Richard Dawkins ) fa un accenno a questo tema ed osserva :

«Quando le femministe hanno imposto alla nostra attenzione la discriminazione sessuale che si nasconde nell’ uso dei pronomi, si sarebbero parlate addosso, mentre i veri problemi, come i diritti delle donne e i mali della discriminazione, erano ben altri. Ma il fronte dei bravi progressisti non si era ancora reso conto dell’ iniquità del linguaggio quotidiano.

Per quanto fossimo magari d’ accordo sulla questione politica dei diritti e della discriminazione, inconsciamente seguivamo ancora convenzioni linguistiche che facevano sentire esclusa metà del genere umano . »


Studi macrolinguistici

La sociolinguistica può essere divisa grosso modo in due grandi gruppi di studio, o meglio due livelli : quello di analisi macrolinguistica , interessato ai rapporti fra linguaggio e società nel suo complesso, e quello microlinguistico , che si occupa soprattutto delle interazioni verbali e delle conversazioni. Secondo Fishman il primo livello è orientato in senso sociologico, ed il secondo è orientato linguisticamente.

All’ interno degli studi macrolinguistici possiamo situare la famosa questione della “relativit{ culturale” rapportata alla “relatività linguistica”, secondo cui una lingua gioca una parte rilevante nello strutturare il mondo percettivo dei parlanti. Tale ipotesi, già presente in Von Humboldt e nell’ antropologo Franz Boas, viene detta “ ipotesi Sapir- Whorf ”, dal nome dei due studiosi che la svilupparono. Secondo Whorf ; “ Il sistema linguistico non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee, ma esso stesso d{ forma alle idee, è il programma e la guida dell’ attività mentale dell’ individuo ”.

Molte ricerche sono state fatte riguardo all’ influenza del lessico e soprattutto delle categorie grammaticali della lingua nel formare una determinata struttura mentale ; ma senza riuscire ad affermare una totale dipendenza concettuale dalla lingua, anche se certamente vi è una correlazione tra i due fenomeni.

A questo proposito Dell Hymes ha scritto : “ I popoli non usano tutti e dappertutto il linguaggio nella stessa misura, nelle stesse situazioni, o per le stesse cose ; alcuni popoli danno maggior rilievo di altri al linguaggio. Non si può assumere che tali differenze nel ruolo occupato dal linguaggio nel sistema comunicativo non abbiano nessuna influenza sulla profondità con cui il linguaggio determina la visione del mondo. ”

Hymes, così come gli altri esponenti della “etnografia del linguaggio”, si preoccupa di situare ogni evento comunicativo all’ interno della particolare cultura che lo produce. Ad esempio : “ Se uno straniero vuole comunicare in modo corretto con i membri di una società che non conosce, egli non potrà limitarsi a formulare i messaggi in modo intelligibile. E’ necessario qualcosa di più, cioè una conoscenza del tipo di codice, di canale e di espressioni da usare, delle situazioni in cui usarle e delle persone nei confronti delle quali usarle ”.

Recentemente hanno avuto grande sviluppo gli studi sulle comunità politiche e i correlati conflitti linguistici, su possibili “pianificazioni linguistiche” che molti governi cercano di attuare in diverse nazioni, nonché sulla alfabetizzazione dei popoli in via di sviluppo. Già nel secolo scorso il linguaggio venne considerato la caratteristica principale per definire una nazionalità, e da allora la lotta di numerosi gruppi autonomistici è stata legata all’ affermazione della propria lingua ( conflitti ancora in corso riguardano il Canada, il Belgio, i gruppi catalano e basco in Spagna, tanto per fare alcuni esempi ).

Spesso, come accade in Italia, ogni “pianificazione linguistica” deve tener conto della presenza dei “dialetti”. La sociolinguistica non pone alcuna differenza “gerarchica” tra lingua e dialetto , in quanto ambedue sono sistemi linguistici perfettamente strutturati ed appropriati alla comunicazione ; soltanto che i dialetti sono impiegati presso comunità ristrette, mentre la lingua è un “dialetto” che, avendo acquisito una maggiore importanza socio- culturale, è giunto ad essere impiegato in un’ intera nazione.

A volte il termine “dialetto” indica la variet{ di una lingua, altre volte si tratta di un sistema linguistico diverso ; ad esempio i dialetti italiani non sono “variet{ dell’ italiano”, bensì lingue impiegate accanto a quella nazionale. Il caso del nostro Paese è molto complesso, se pensiamo che in ogni regione italiana il repertorio verbale comprende più o meno :

  1. l’ italiano aulico ;
  2. l’ italiano parlato formale ;
  3. l’ italiano colloquiale-informale ;
  4. il dialetto nel suo stile più elevato ;
  5. il dialetto del capoluogo di provincia ;
  6. il dialetto locale.

Non è quindi facile stabilire cosa sia una “comunit{ linguistica” ; secondo una definizione di Fishman si tratta di : “ quella comunit{ i cui parlanti hanno tutti in comune almeno una varietà di lingua e le norme per il suo uso appropriato ” .

Infatti è molto difficile trovare una comunità caratterizzata da unilinguismo , senza che siano presenti più varietà di lingua ; la situazione comune mostra caratteri di bilinguismo e plurilinguismo .

Charles A. Ferguson ha introdotto anche il termine di diglossia , allorché in un gruppo parlante sono presenti una variet{ “alta” di lingua ed una o più variet{ “basse”, con rispettivi ambiti di uso funzionalmente ben limitati. 148 A volte diglossia e bilinguismo coincidono, ma possiamo anche avere diglossia senza bilinguismo e viceversa.

Ricordiamo anche alcune osservazioni che sono state fatte a proposito del linguaggio connesso con le regole sociali dominanti : un saggio molto interessante è quello di R. Brown e A. Gilman sui “ pronomi del potere e della solidariet{ ”. 149

I due studiosi hanno infatti riscontrato come, attraverso i secoli, ad una “ semantica del potere ” ( rivelata dall’ uso non reciproco del “tu” e del “voi” tra superiore e inferiore ) si sia sostituita una “ semantica della solidariet{ ”, per cui tendiamo ad estendere il “tu” a tutti coloro che sono come noi, o fanno qualcosa insieme a noi ( fra studenti, lavoratori, giovani in genere, membri dello stesso gruppo politico o della stessa associazione, etc. ) e a riservare il “voi” ( o meglio il “Lei” ) a coloro che ci sono estranei. In entrambi i casi l’ uso è simmetrico, cioè ci viene restituito il pronome che usiamo. Comunque i pronomi non sono le uniche forme che esprimono il potere o una forma di rapporto qualsiasi tra le persone ; anche l’ uso dei titoli e dei nomi propri è rivelatorio in questo senso ( ad esempio un padre chiama i suoi figli per nome, ma non si aspetta in genere che essi facciano altrettanto con lui ).

Vi è poi William Labov, il quale ha studiato le connessioni tra variazione linguistica e stratificazione sociale, riscontrando così le cosiddette “ variazioni sociolinguistiche ”.

Egli si è occupato soprattutto delle realizzazioni di tipo fonologico, come la realizzazione fricativa interdentale di /θ / in parole inglesi come “thing”, “thick”, “through” ( forma ritenuta corretta ) e le varianti di realizzazione in forma affricata e occlusiva. Si è rilevata una netta corrispondenza tra realizzazione linguistica e classe sociale di appartenenza ( Labov ha distinto cinque classi : sottoproletariato, proletariato, piccola borghesia, media borghesia, alta borghesia ). In una ricerca di questo tipo si possono anche introdurre parametri quali l’ età, il sesso, l’ istruzione, il luogo di nascita, etc. , ed inoltre considerare il contesto, nel senso di stratificazione stilistica ; modo di parlare formale ed accurato oppure ordinario e normale , lettura di parole separate o di un brano intero, conversazione sorvegliata o casuale.

In generale i fattori sociali che differenziano il comportamento linguistico sono riconosciuti essere cinque :

  1. l’ età ;
  2. il sesso ;
  3. il gruppo etnico ;
  4. la classe socio-economica ;
  5. l’ istruzione.

Bisogna inoltre considerare i valori sociali che sono proiettati sulla realizzazione linguistica ; ad esempio la ricerca del comportamento linguistico tipico della classe più elevata o del gruppo socialmente superiore, oppure l’ uso del linguaggio a fini di coesione o di identità del gruppo, o anche l’ espressione, attraverso il tipo di linguaggio, di ideologie innovative o conservative.

I fattori sociali influenzano in maniera decisiva la stessa acquisizione del linguaggio ; basta considerare il caso dei “ragazzi-lupo”, incapaci di esprimersi verbalmente non essendo stati socializzati in questo senso. Lo sviluppo delle capacità linguistiche è influenzato dall’ ambiente familiare o microsociologico in genere di provenienza , dall’ ambiente scolastico, dall’esposizione ai mezzi di comunicazione di massa ; fondamentale è in ogni caso il complesso delle interazioni a cui la persona è esposta, e ciò fa pensare che gli appartenenti ai gruppi socioculturali o socioprofessionali superiori siano molto favoriti in questo senso. Riguardo a questo aspetto sono celebri le ricerche del sociolinguista britannico Basil Bernstein, che sono conosciute impropriamente col nome di “teoria della deprivazione verbale “.

Secondo Bernstein esistono diversi codici semantici, i quali possono essere orientati verso le persone o verso gli oggetti, e inoltre possono essere ristretti o elaborati. Egli chiama “codice ristretto” una variante di lingua molto legata alla situazione, meno aperta, più particolaristica, scarna e povera ; tale codice sarebbe funzionale a forme codificate e rigide di relazioni sociali .

Il “codice elaborato” è invece meno dipendente dalla situazione, permette una notevole complessità di contenuti e di espressioni ; orientato sulle persone e sulle argomentazioni, aperto alla logica esplicita ; funzionale dunque a relazioni sociali aperte ed a carattere personale.

Come esempi di “codice ristretto” egli cita : frasi brevi, grammaticalmente semplici, spesso tronche, di esile struttura sintattica ; impiego elementare di poche congiunzioni ( così, e , dunque, perché ) ; impiego rigido e limitato di aggettivi e avverbi ; impiego frequente di pronomi personali ( noi, voi ) in funzione soggettiva al posto dei pronomi impersonali ; impiego frequente di giudizi formulati come domande implicite (“E’ soltanto naturale, non è vero ?”) ; tendenza a confondere motivo e conclusione in un giudizio categorico (“F{ come ti dico”) ; uso esteso di frasi tradizionali e idiomatiche.

L’ uso di tali codici sarebbe strettamente determinato dagli stimoli e dalle esperienze avute nel periodo della socializzazione, per cui i ragazzi delle classi basse sarebbero esposti molto più frequentemente dei ragazzi di classe medio – alta al codice ristretto. Ora questo è un tipo di espressione inferiore sia dal punto di vista linguistico che cognitivo, anzi bloccherebbe un pieno sviluppo logico e cognitivo. A Bernstein sono state fatte molte critiche, secondo cui la nozione di “codice” è inesatta : si tratterebbe semplicemente di “registri” linguistici , del tutto equivalenti tra loro.

William Labov ha parlato di “codici alternativi”, dal momento che la lingua “standard” non è certamente migliore o “più logica” ( dal punto di vista grammaticale) delle variet{ o delle lingue “non standard”, ma è solo codificata dalla norma sociale.

Ad esempio il Nonstandard Negro English , usato dai bambini negri di classe socio-economica bassa, non è una versione “sottosviluppata” dell’ inglese standard, né un tipo di espressione non logico ; è soltanto una varietà, con una sua logica precisa. Bernstein ha chiarito meglio il suo pensiero, parlando non più di “codici linguistici” ma di “codici sociolinguistici”, e svincolando tali varietà di lingua dalla connessione automatica con classi sociali di tipo “borghese”, “operaio” o “sottoproletario”.


Nascita della sociolinguistica

Abbiamo visto finora come lo studio del comportamento verbale sia stato precisato ed arricchito di elementi da queste scienze vicine alla linguistica, le quali situano un’ emissione verbale all’ interno di un complesso sistema di rapporti.

Ma recentemente, soprattutto nel corso dell’ ultimo decennio, anche la linguistica vera e propria si è enormemente modificata, utilizzando le generali categorie semiotiche di emittente , destinatario , canale , messaggio e codice . E, dovendo considerare tali fattori che entrano nella produzione del messaggio linguistico, occorre tener conto del contesto , comprendente le presupposizioni, le conoscenze, le intenzioni e i ruoli dei locatori, nonché molti altri fattori, tutti di tipo sociale .

Precedentemente si è visto come la linguistica strutturale e quella generativo-trasformazionale si sono proposte di studiare la lingua indipendentemente da ogni fatto sociale, da ogni rapporto con i parlanti e con l’ ambiente in cui essi agiscono.

Considerare ed analizzare il sistema astratto della lingua ( la “langue” di Saussure, la “competenza linguistica” di Chomsky ) è servito moltissimo a fare della linguistica una scienza estremamente avanzata e rigorosa nei propri metodi di studio, ma ha anche sviluppato un completo isolamento dalla sociologia e dalle altre discipline sociali.

Ha scritto Joshua Fishman : “ La linguistica si è tradizionalmente interessata al comportamento del tutto regolare e pienamente prevedibile : p di pin è sempre pronunciata aspirata dal parlante nativo inglese, mentre la p di spin non lo è mai : è questo il genere di relazioni completamente determinate che la linguistica ha tradizionalmente cercato e trovato … E’ chiaro che cosa implichi questo modo di vedere : la linguistica non si interessa a “cose che ora ci sono e ora non ci sono” ; essa descrive fenomeni che ricorrono, oppure non ricorrono, in modo del tutto determinabile. Quando venivano registrate altre situazioni di minore determinabilit{, ad esempio nell’ uso, queste venivano definite ‘extralinguistiche’ o ‘variazioni libere’, al di fuori del regno o del terreno centrale della linguistica propriamente detta . Da parte loro, le scienze sociali erano ( e rimangono ) sorprendentemente estranee al comportamento apparentemente invariabile. ”

La Sociolinguistica ( cioè lo studio della lingua considerata nella realtà sociale concreta ) è nata realmente come scienza negli Stati Uniti d’ America, alla fine degli anni ’50. Ciò non vuol dire che nel passato non si fosse mai considerato l’ aspetto sociale del linguaggio ; basta considerare le notevoli intuizioni dei francesi Antoine Meillet e Marcel Cohen, gli studi ( risalenti al 1935) di J. R. Firth su quella che egli chiamava “linguistica sociologica” , e tutta la feconda corrente europea della dialettologia e della geografia linguistica. Ma soltanto tra il 1955 e il 1960 si inizia realmente a parlare di sociolinguistica, per merito soprattutto degli studi antropologici americani e delle loro ricerche “sul campo” riguardo alle interazioni verbali ( essenziali per comprendere le strutture sociali e culturali di una comunità ). A poco a poco, come scrive P. P. Giglioli : “ Lo studio dei fenomeni linguistici si sta costituendo in maniera irresistibile, seppure ancora lenta, come uno tra i settori più affascinanti dell’ analisi sociologica ”.

Molti sociologi si sono avvicinati al linguaggio, tanto che si distingue a volte tra “sociolinguistica” e “sociologia del linguaggio”, quest’ ultima considerata affine ad altre specializzazioni sociologiche, come ad es. la sociologia dell’ arte. Le opinioni e le proposte sulla esatta definizione di questa scienza sono molto varie ; ad es. William Labov ha scritto : “ Mi sono opposto per molti anni al termine sociolinguistica , dato che esso implica che ci possa essere una teoria o una pratica linguistica efficace, pur senza essere sociale ”.

W. Labov, insieme a Dell Hymes e a J. Fishman, è tra i sociolinguisti statunitensi più rappresentativi e noti in Italia ; egli si è occupato soprattutto del mutamento linguistico e della comparazione tra stratificazioni linguistiche e posizioni sociali dei parlanti. Hymes è il maggiore esponente della cosiddetta “etnografia della comunicazione”, che studia gli eventi comunicativi nei suoi aspetti più ampi, mentre Fishman ha esperienza notevole di pianificazione linguistica e di politica linguistica in generale. Anche l’ Europa ha dato esponenti notevolissimi alla sociolinguistica ( basta ricordare nomi come Basil Bernstein, con i suoi studi sulla “deprivazione verbale” e Marcel Cohen ) ; in Italia poi, dalla celebre Storia linguistica dell’ Italia unita di Tullio De Mauro, l’ interesse sociolinguistico è aumentato in misura sempre maggiore.

E’ difficile definire il campo di questa scienza, dati i rapporti tanto diversi e complessi tra lingua e società. Fanno certamente parte del suo campo di indagine le varietà diacroniche e sincroniche della lingua, considerate in funzione della comunità linguistica e del sistema di valori che la sostiene ; i comportamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano ; i componenti sociali di ogni atto verbale.

Recentemente, ( nel corso dell’ XI Congresso Internazionale dei linguisti tenutosi a Bologna e a Firenze ) il linguista Halliday ha indicato, tra i settori di ricerca della sociolinguistica, la demografia linguistica, lo studio della diglossia, del plurilinguismo e del pluridialettalismo, la pianificazione linguistica, la sociolinguistica dell’ educazione, il registro ( repertorio verbale e commutazione di codice ), i fattori sociali del mutamento fonologico e grammaticale, etc.

Comunque, secondo una famosa definizione “giornalistica” di Fishman, essa deve stabilire “ Chi parla quale varietà di quale lingua , quando , a proposito di che cosa e con quali interlocutori ”. Al che Gaetano Berruto aggiunge “ come , perché e dove ”.

Fishman ha anche mostrato quali differenze separino alla base la SL ( sociolinguistica) e la linguistica generativo- trasformazionale (LTG) :

“ Mentre la LTG si è interessata alla struttura sintattica priva di intenzioni comunicative, la SL si è concentrata sull’ appropriatezza comunicativa relativa a funzioni sociali diversificate. La LTG ha posto l’ accento su aspetti comuni innati, la SL lo ha posto su differenze socializzate (…….) Una ha cercato di raggiungere, al di sotto e al di là della lingua reale, la regolarità della struttura linguistica e di quella cognitiva dell’ uomo, che devono sottostare a tutte le irregolarità osservate dalla lingua quotidiana.

L’ altra si è concentrata, raccogliendoli sistematicamente, sui dati della lingua reale in quanto tale e ha dimostrato che la sua supposta “variazione libera” è profondamente strutturata, sia all’ interno (secondo cooccorrenze linguistiche che compongono la variet{) che all’ esterno ( secondo cooccorrenze situazionali funzionali e linguistiche ). ”

E’ impossibile dunque stabilire una lingua “omogenea”, che si rende accessibile mediante l’ esame della competenza di uno dei suoi parlanti nativi. La sociolinguistica non fa che sottolineare la varietà della lingua ; infatti essa cambia

  1.  attraverso il tempo,
  2.  attraverso lo spazio,
  3.  attraverso le classi e/o i gruppi sociali,
  4. attraverso le situazioni sociali.

Ad esempio, all’ interno di un codice “standard” come la lingua italiana, noi possiamo ritrovare un notevole numero di sottocodici specializzati e di “registri”, entrambi definiti come variet{ funzionali–contestuali del codice. Si chiama Sottocodice una varietà del codice lingua che possiede ( soprattutto a livello lessicale) una serie di corrispondenze, che si aggiungono a quelle generali del codice; inoltre è usata riguardo ad argomenti e sfere particolari.

Sono sottocodici le lingue tecniche e scientifiche, la lingua studentesca, la lingua politica, quella sportiva, le lingue di vari mestieri e professioni. Parte di queste varietà linguistiche hanno il nome di “linguaggi speciali” e, col termine più recente, “linguaggi settoriali”; su di essi sono state compiute un buon numero di indagini, perché la loro proliferazione continua è divenuta un fenomeno importante del linguaggio di oggi, dominato dai mass- media e dalla pubblicità.

Ognuno di noi è in pratica obbligato a possedere una certa “competenza” per un buon numero di questi linguaggi, che si ritrovano sulle pagine dei giornali, sui documenti burocratici, e nell’ attività lavorativa di ogni giorno, spesso con grave danno per la corretta comprensione dei messaggi.

Molte volte tali sottocodici ( come ad esempio i “gerghi”) sono considerati varietà sociali della lingua, in quanto sono impiegati da precisi gruppi sociali o classi socio-economiche della comunità, e vengono perciò sentiti come segno di coesione e di identità del gruppo corrispondente.

I registri si differenziano dai sottocodici per il fatto di utilizzare soltanto certi elementi del codice ; essi non sono dotati di un lessico specifico che li identifichi, presentando invece varianti soprattutto a livello fonologico e morfosintattico. Ad esempio nel registro “familiare” della lingua italiana si userà il “tu” invece che il “lei”, parole semplici e generiche ( “cosa”, “roba”, “affare” ) al posto del linguaggio specialistico, insomma un lessico di tipo “confidenziale” e “amichevole”.


Prossemica

La Prossemica studia come gli umani utilizzano lo spazio a scopi comunicativi. Questo studio è stato stabilmente fissato da E. T. Hall, nei suoi libri The Hidden Dimension e The Silent Language , dopo che l’ etologia aveva rivelato l’ uso preciso dello spazio da parte degli animali.

Infatti un concetto base per lo studio del comportamento animale è la territorialità , cioè quella caratteristica condotta con cui un essere vivente afferma i propri diritti su di un’ area e la difende contro i membri della sua specie. Anche gli umani vivono in un preciso spazio territoriale, anche se non se ne rendono conto ; basta vedere come lo spazio personale di ognuno è generalmente rispettato dagli estranei, che si pongono ad una certa distanza.

I contatti fisici, infatti, sono abbastanza rari ed avvengono in particolari condizioni, di familiarità oppure di attacco. Essi variano da cultura a cultura ed anche, all’ interno di ogni gruppo, dipendono dal sesso e dal ruolo del soggetto. Uno studio comparato compiuto in USA nel 1966 da Jourard mostrava come variavano, nei giovani maschi e nelle giovani femmine, le zone del corpo toccate rispettivamente dal padre, dalla madre, dagli amici dello stesso sesso e del sesso opposto.

Oltre al territorio esiste nell’ etologia la definizione di sfere ( o distanze), che servono ad indicare la distanza conveniente da mantenere secondo ciascuna specie animale. Secondo Hediger (1961) queste sfere sono almeno cinque : distanza di fuga, distanza critica, distanza di attacco, distanza personale, distanza sociale ; le prime tre valgono per gli animali di diversa specie e le altre per i membri della stessa specie.

Una parte della prossemica si occupa della disposizione dello spazio interpersonale, indicando come gli individui si collocano a distanze “comunicative” ( di guardia, di attacco, di affetto, ecc. ). Hall distingue per gli umani quattro raggruppamenti di distanze, e cioè :

  1.  distanze intime,
  2.  distanze personali,
  3.  distanze sociali,
  4.  distanze pubbliche.

Queste denominazioni sono al plurale, dal momento che la situazione è più complessa, ed ogni distanza comprende almeno una fase ravvicinata ed una fase distanziata .

Le differenze di prossimità variano molto da cultura a cultura, ad esempio le culture mediterranee utilizzano contatti ravvicinati molto frequentemente, mentre i nordici si tengono a maggiore distanza. In una interazione verbale conta anche l’ orientamento, cioè l’ angolo secondo cui le persone si trovano l’ una rispetto all’ altra ( fianco a fianco, di fronte, ecc. ), ed anche qui si notano le differenze culturali.

Il già citato Efron notava come la cultura di un gruppo influenza gli atteggiamenti dei membri : “ Il modo con cui gli italiani tradizionali si raggruppano nelle loro conversazioni, denota una sorta di considerazione spaziale per il corpo dell’ interlocutore ; assai raramente abbiamo potuto vedere nel quartiere italiano qualcosa di lontanamente simile ai densi grovigli di corpi gesticolanti osservati nel ghetto ebraico ” .

Recentemente Hall ha classificato i fattori che entrano nel comportamento prossemico, includendo :

  1. fattori posturosessuali (sesso e posizione dei soggetti ) ;
  2.  orientamento sociofugale-sociopetale ( orientamenti che separano o congiungono le persone ) ;
  3.  fattori cinestetici ( quei movimenti del corpo che si rivolgono al proprio interlocutore ) ;
  4.  codice tattile ( tipi di contatti possibili ) ;
  5.  codice termico ( come l’ emissione di calore del corpo umano modifica la comunicazione tra i soggetti ) ;
  6.  codice olfattivo ( l’ influenza degli odori ) ;
  7.  scala d’ intensità vocale ( il tono della voce determina certe strutture posturali ).

Cinesica

Con la cinesica si è aperto un nuovo livello di analisi, quello dei gesti e dei movimenti del corpo dal punto di vista comunicativo. Essa parte dal presupposto che i cenni del capo, i mutamenti dello sguardo, le posture del corpo, i gesti che accompagnano il linguaggio verbale, siano in gran parte codificati culturalmente.

L’ interesse per i gesti e le posizioni del corpo ha caratterizzato gli etnologi e gli antropologi americani da Boas a Mead ; essi si sono occupati del linguaggio gestuale dei monaci trappisti e dei sordomuti, nonché degli zingari, dei mercanti indù e di altre popolazioni o gruppi sociali ristretti, del complicatissimo rituale delle danze indù. Le posture e perfino gli stili del camminare variano continuamente a seconda della cultura, nonostante che possano apparire determinati fisiologicamente.

Dopo molti libri che si occupavano dell’ argomento, ma in modo sempre superficiale, un contributo importantissimo è venuto dalla Introduction to Kinesics di Ray L. Birdwhistell .

Egli stabilisce alcuni punti fondamentali, secondo cui :

  1.  Nessun movimento o espressione del corpo è mai senza significato in un particolare contesto ;
  2.  La posizione del corpo, la gestualit{ e l’ espressione dello sguardo sono suscettibili di analisi sistematica ;
  3.  Fino a prova contraria consideriamo i sistemi gestuali e gli altri tipi di movimento del corpo codificati che sono comuni ai membri di una comunità come funzione del sistema sociale del gruppo.

In questo libro troviamo anche la definizione dei componenti minimi che sono oggetto di studio in questa scienza : il cine ( la più piccola unit{ d’ azione percepibile, equivalente al fono verbale ) ; il cinèma ( analogo a fonema , è una sequenza di cini che possono essere sostituiti l’ uno all’ altro senza mutare la sequenza generale di interazione ) ; il cinemorfo ( un complesso di particelle di movimento astratte derivanti da più di un’ area del corpo ) ; il cinemorfema ( una classe di cinemorfi interscambiabili tra loro ) .

Birdwhistell distingue inoltre la cinesica in tre campi di studio : precinesica , che tratta degli aspetti puramente fisiologici ed anteriori al processo comunicativo dei movimenti corporei ; microcinesica , che riguarda la strutturazione dei cini in classi morfologiche ; cinesica sociale , che concerne queste strutture morfologiche come riferentesi alla comunicazione.

Passando dal singolo gesto alla comunicazione non-verbale in senso più ampio ( cinesica sociale, appunto ) , ci accorgiamo che essa è fondamentale per la interpretazione della personalità . Infatti, incontrando un estraneo, noi iniziamo quasi inavvertitamente a studiarlo, e ricaviamo un gran numero di informazioni non solo dalle sue parole, ma dall’ aspetto fisico e dai gesti.

Noi dedichiamo grande cura al nostro aspetto proprio per tale motivo. Le informazioni ci possono venire riguardo alle emozioni di gioia, ansietà, ira, depressione, e riguardo agli atteggiamenti interpersonali. Ad esempio ci accorgiamo di un atteggiamento di superiorità per mezzo :

(a) della postura ( corpo eretto, capo sollevato ) ;

(b) dello sguardo ( diretto dall’ alto verso il basso );

(c) della espressione del volto ( assenza di sorriso, aspetto “arrogante” ) ;

(d) del tono di voce ( alto volume, tono “imperioso” ) ;

(e) dei gesti ( sicuri, sbrigativi ).

Molte volte i gesti rivelano cose che vorremmo ad ogni costo nascondere ; è il caso dei gesti di auto-conforto, le “attivit{ dislocate” ( piccolo movimenti che rivelano il conflitto interiore e la frustrazione ), i “segnali di barriera” ( con cui ci “nascondiamo” metaforicamente dietro qualcosa ). Attraverso l’ attivit{ gestuale avviene molto spesso una “fuga di informazione” che contraddice quello che andiamo sostenendo verbalmente, dal momento che forniamo segnali alterati ( cioè eccessivi o carenti ) oppure contraddittori tra loro.

Desmond Morris ha fissato una scala di credibilità dei diversi tipi di azioni , secondo cui i segnali vanno dai più credibili ( perché molto difficilmente controllabili ) a quelli correntemente falsificabili . Abbiamo così :

(1) segnali automatici ( il respiro, la sudorazione ) ;

(2) segnali delle gambe e dei piedi ;

(3) segnali del tronco ;

(4) gesticolazioni non identificate ;

(5) gesti manuali identificati ;

(6) espressioni facciali ;

(7) verbalizzazioni .

Volendo limitare l’ attenzione alla gestualità utilizzata durante una interazione verbale, è ancora fondamentale l’ indagine compiuta nel 1941 da David Efron negli USA .

Egli si proponeva di controllare l’ affermazione secondo cui le differenze nel gestire sono determinate dalla razza , e studiò a questo fine gruppi di immigrati italiani ed ebrei, confrontandoli tra loro e con altri immigrati ( sempre italiani ed ebrei ma pienamente inseriti nella cultura americana ) .

Efron considerò e misurò tre aspetti del movimento gestuale (limitato ai movimenti della testa e delle mani )  ̧spazio – temporale , interlocutorio e linguistico . L’ aspetto spazio- temporale considera il puro movimento del gesto, distinguendone il raggio ( ampiezza ed asse del movimento ), la forma, il piano ( che può essere trasversale, frontale, verticale, ecc. ), le parti del corpo impegnate nella gesticolazione, il loro impiego ( ad esempio l’ uso parallelo delle due mani o il trasferimento del moto da un braccio all’ altro ), ed infine il tempo ( movimenti fluidi o repentini ).

L’ aspetto interlocutorio riguarda il rapporto tra i partecipanti alla conversazione ; in esso vengono distinti la familiarità con la persona fisica dell’ interlocutore ( si può arrivare a toccarne i vestiti o il corpo, o anche a trattenerlo ), i gesti simultanei di tutti gli interagenti, i raggruppamenti conversazionali ( uso dello spazio durante l’ interazione verbale ), ed anche gesti con oggetti ( usati come prolungamento del braccio ). Abbiamo poi l’ aspetto linguistico dei gesti , che possono avere un significato indipendente o meno dalla parola .

Questi ultimi sono i gesti “logico – discorsivi” ( si riferiscono cioè allo svolgersi del pensiero ), distinti in “bacchetta” ( che scandiscono gli stadi successivi dell’ attivit{ referenziale ) ed “ideografici” ( che tracciano nell’ aria il percorso e la direzione del pensiero ).

“Oggettivi” sono invece i gesti che possono avere un significato indipendentemente dalla parola ; li distinguiamo in “deittici”, ( che indicano, puntandolo, un oggetto presente ), “fisiografici”, ( che mostrano visivamente un oggetto od un’ azione, e che si dividono in “iconografici” e “cinematografici” ), ed infine “emblematici”. I gesti emblematici sono detti anche simbolici, in quanto non presentano alcuna relazione col referente, od una relazione molto labile; per questo motivo differiscono generalmente da cultura a cultura, fino a risultare incomprensibili per chi è estraneo alla comunità che usa quel gesto.

Efron, e con lui tutti coloro che si sono occupati dell’ attivit{ gestuale, sottolineano il larghissimo uso dei gesti simbolici da parte dei napoletani ; essi possono esprimere ( senza parlare ) silenzio, fame, bellezza, stanchezza, stupidità, disonestà, furberia, negazione, ed ancora moltissime altre cose.

Per quanto riguarda i gesti “logico-discorsivi” di Efron ( chiamati da Desmond Morris “segnali di accentuazione” ) troviamo ne L’ uomo e i suoi gesti una esauriente descrizione .

“ I segnali di accentuazione segnano il tempo al ritmo dei nostri pensieri espressi in parole. Il loro ruolo essenziale consiste nell’ indicare i punti d’ enfasi del nostro discorso, e sono parte così integrante della nostra espressione verbale che a volte gesticoliamo perfino al telefono. I segnali di accentuazione spiegano l’ enorme variet{ di gesticolazione che accompagna la conversazione o le orazioni pubbliche. Le mani di un oratore o di un conversatore animato stanno di rado ferme, ma, come la bacchetta di un direttore d’ orchestra, colpiscono lievemente l’aria, la sferzano o vi si tuffano, via via che il soggetto dirige la ‘musica’ delle sue parole. Egli ne è soltanto semi-cosciente.

Sa che le sue mani si muovono, ma chiedetegli una descrizione esatta dei suoi segnali di accentuazione e sarà incapace di fornirvela ”.

Anche tali gesti variano da cultura a cultura e da lingua a lingua ; possiamo anzi dire che per imparare una lingua straniera dovremmo anche considerarne l’ aspetto cinesico, per ora abbastanza trascurato. E’ stato giustamente detto che noi, pur parlando con gli organi vocali, conversiamo con tutto il nostro corpo.

Abbiamo già visto che il significato delle frasi dipende in gran parte dai tratti prosodici, vale a dire dal tono, dagli accenti, dalle pause temporali.

Allo stesso modo i tratti cinesici svolgono un notevole ruolo nel sostenere la comunicazione. Infatti Ekman e Friesen (1967) hanno mostrato come essi ; (a) forniscono l’ interpunzione, indicando la struttura grammaticale dell’ espressione ; (b) indicano oggetti, persone, avvenimenti ; (c) sottolineano i passi per noi fondamentali ; (d) forniscono illustrazione di forme e movimenti ; (e) danno l’ interpretazione di tutto il discorso, indicando ad esempio se va considerato scherzoso o serio.

Birdwhistell (1952) ha tentato di registrare i fatti “cinesici” in analogia con i metodi di trascrizione adoperati in fonetica ; Scheflen (1965) ha suddiviso i movimenti fisici in una struttura gerarchica a tre livelli, che corrispondono ad unità del discorso verbale.

In questo modo al capoverso ( o unità lunga di discorso ) corrisponde la posizione posturale ; alla frase corrisponde la posizione del capo o delle braccia ; alle parole o sintagmi corrispondono i movimenti delle mani, le espressioni facciali, gli spostamenti dello sguardo.

Un esempio abbastanza curioso è quello del cosiddetto “eco posturale”, che fa assumere posture più o meno identiche a persone unite da un legame di amicizia e di familiarità. Questo fenomeno di sincronia è molto evidente quando si esamina un’ interazione verbale inquadratura per inquadratura ; nell’ arco di tempo corrispondente alla frasi ( o addirittura alle singole parole ) pronunziate, vi è una stretta coordinazione di lievi movimenti fisici ( del capo, degli occhi, delle mani ) da parte del parlante e dell’ ascoltatore.

Soprattutto l’ uso dello sguardo è fondamentale ; infatti durante una conversazione i partecipanti si guardano l’ un l’ altro a breve intermittenza, a volte incrociando direttamente gli sguardi. E’ noto che, nell’ ascoltare un discorso, noi inviamo un numero di sguardi doppio di quelli inviati nel parlare. Gli sguardi e gli altri segnali cinesici servono a stabilire i “turni” della conversazione, a sincronizzare i vari interventi, a fornire “segnali di attenzione” testimonianti l’ attenzione reciproca, a fornire al parlante un “feedback” continuo, che gli consenta di modificare le sue parole o il suo stile di espressione a seconda delle reazioni altrui.

Sono illuminanti, a tale riguardo, il disagio che molti provano durante le conversazioni telefoniche, allorché non possono fruire di questi segnali visivi e devono sostituirli con un gran numero di espressioni “fatiche” sottolineanti l’ attenzione, la comprensione, l’ assenso, la continuità del contatto reciproco.


La Paralinguistica

Il termine “Paralinguistica” è stato usato per la prima volta da A. A. Hill (1958) nella sua Introduction to linguistic structures per indicare l’ insieme dei toni della voce ( il cosiddetto paralinguaggio) e dei movimenti del corpo che sono parte della comunicazione umana. Nello stesso anno G. L. Trager precisò che, mentre fanno parte della Paralinguistica i toni e altre caratteristiche acustiche del linguaggio verbale, i movimenti del corpo sono di competenza della Cinesica.

La linguistica riconosce l’ esistenza dei cosiddetti “tratti prosodici” ( che riguardano la catena parlata nel suo complesso ) e dei “ tratti soprasegmentali ” ( riguardanti cioè un continuum di segmenti minimi ). Essi sarebbero : l’ intonazione , cioè il susseguirsi di tratti melodici nella catena parlata , il tono , che è il tratto melodico di un segmento minimo, l’ accento , che fa risaltare un segmento della catena parlata rispetto agli altri, la durata , che indica l’ estensione temporale di ciascun segmento, e la pausa , cioè un’ interruzione nella catena parlata che separa i singoli segmenti. Riconosce anche che essi sono dotati sia di valore grammaticale che di valore espressivo, cioè forniscono informazioni riguardo agli atteggiamenti, agli stati d’ animo e alle intenzioni del parlante.

Ad esempio l’ intonazione distingue una frase affermativa da una interrogativa, per cui le frasi : /Sono partiti ieri /, / Sono partiti ieri ?/ e / Sono partiti ieri ! / sono percepite come molto diverse l’ una dall’ altra.

Allo stesso modo l’ accento ha una funzione distintiva riguardo ai significanti verbali (distingue /pesko/da /peskò/;/anko’ra/da/a’ nkora/, e così via ), ma può anche indicare gli atteggiamenti e le intenzioni del locutore. J. Lyons ce ne presenta un esempio calzante, mostrandoci come nella semplice frase “ Io non ho visto Maria ” possiamo accentuare “visto”, indicando così che pur non avendola vista abbiamo sue notizie, oppure accentuare “Maria”, e ciò può significare che abbiamo visto qualcun altro. 129

I linguisti tuttavia non hanno inteso come codificabili e istituzionalizzabili queste varie forme di intonazione, le pause, i ritmi di eloquio ; ed a questo compito si è accinta tale nuova scienza.

Trager 1968 ci offre la seguente classificazione dei tratti vocali che sono di pertinenza della paralinguistica .

A. Tipo di voce : dipendente dal sesso, dall’ et{, dalla salute, dal luogo di origine, ecc. ; riguarda anche i toni di voce differenti usati dalla stressa persona in circostanze diverse. Comunque secondo Trager non rientra nel paralinguaggio.

B. Paralinguaggio . E’ diviso in : a) Qualità vocali : l’ altezza dei suoni, l’ intensit{ del respiro, il controllo delle labbra e della glottide, il controllo articolatorio, la risonanza, il tempo . b) Vocalizzazioni. Esse comprendono : b. 1. Caratterizzatori vocali ( ad esempio pianto, piagnucolìo, riso, che può essere intenso o soffocato, singhiozzo, sussurro, grido, gemito, lamento, borbottìo, tosse, sbadiglio ) ; b. 2. Qualificatori vocali ( come l’ intensit{ e l’ altezza del suono ) ; b. 3. Segregati vocali ( sono i rumori non usati per modulare la produzione linguistica ma per ritmare il discorso, come gli “uhm” di commento e di interiezione, le nasalizzazioni, le inspirazioni, e tutti i tipi di rumori della lingua e delle labbra ).

La paralinguistica è stata considerata fin dal primo momento di enorme utilit{ soprattutto al fine di studiare l’ aspetto emotivo del linguaggio. Del resto ogni volta che comunichiamo attraverso la lingua non possiamo fare a meno di trasmettere il messaggio attraverso una particolare voce, un particolare ritmo, una particolare intensit{. E’ pressoché impossibile considerare nella lingua gli elementi cognitivi separati da quelli espressivi, e probabilmente anche nel linguaggio scritto, in cui pure il carattere cognitivo prevale, troveremo sempre aspetti emotivi ed espressivi.

“ In una registrazione magnetofonica è possibile riconoscere lo stato d’ animo di un parlante che legge un brano neutro. Così, le persone in ansia parlano svelto e affannosamente, cioè con alta distribuzione di frequenze e con molti errori. Una persona che occupi una posizione dominante e che sia adirata parla a voce alta, lentamente e con una minore distribuzione di frequenze. Ci sono stili di parlato che consistono in altre combinazioni delle stesse varianti ( il parlato di adolescenti sgarbati, di hostess spumeggianti, ecc. ) ” .

Gorge F. Mahl e Gene Schulze hanno osservato più o meno le stesse cose : “ Ad esempio, una persona sicura di sé può parlare con proposizioni semplici e con un volume ed un tono di voce ben controllati, con pochi sospiri o colpi di tosse nervosa. Una persona insicura, invece, parlerà con proposizioni complesse, involute e perfino incompiute, con scarso controllo di tono e volume , e con frequenti manierismi nervosi . ”

I citati “segregati verbali” esprimono certamente, tra le altre cose, perplessità, dubbio, accordo, risultando essere un elemento importante della comunicazione. Ma anche altri fenomeni meno sospettabili possono risultare molto significativi ; ad esempio è stato notato come l’ amore abbia una “sfumatura nasale”, in quanto le membrane mucose nasali si allargano e si restringono in condizioni di forte emozione, provocando appunto la “voce nasale”. Non meno singolare appare il cambiamento di tono della voce di una stessa persona, a seconda della situazione e dello stato d’ animo, come è descritto in una auto-descrizione di una studentessa universitaria : “…. Uso molte voci diverse, differenti per qualità, tono ed accento. Tali voci vengono alternate variamente, specie in periodi di ambivalenza, ma possono essere approssimativamente distinte ne : (a) Voce rapida, stridente e ansiosa ; (b) Voce infantile, piagnucolosa, accompagnata da gesti ed atteggiamenti infantili ; (c) Voce marcatamente teatrale… accompagnata da molti moti del volto, parodiando la recitazione teatrale. A queste si può aggiungere una quarta voce, anche se è piuttosto rara : una voce profonda risonante, usata in appuntamenti galanti, o parlando, in classe, quando sono sicura di me stessa, come quando leggo un mio scritto. Queste quattro voci vengono usate, come ho già detto, in contesti diversi, e sono tanto interrelate che è difficile isolare la loro distribuzione. Approssimativamente, però, uso la voce infantile quando sono depressa, o quando mi sento in una posizione di inferiorità ; uso invece più comunemente la voce stridente quando sono ansiosa ; la voce teatrale quando tento di impressionare ; e la voce profonda quando ho fiducia in me stessa o quando gioco un ruolo con qualcosa che considero come un successo. ”

In un interessante saggio di Sinkiewicz sul linguaggio emotivo si pone l’ accento sugli elementi prosodici, naturalmente, attraverso l’ esame dell’ “accent d’ insistance” ( accento enfatico) nella lingua francese e di come gli attori sanno variare la semplice frase “questa sera” fino a produrre quaranta messaggi diversi. Ma si considerano anche forme espressive all’ interno della lingua stessa ( forme affettuose di diminutivi, fenomeni di palatalizzazione, aspirazione e gutturalizzazione a fini emotivi ). Anche la “ Ricerca psicologica nell’ area extralinguistica ” di G. F. Mahl e G. Schulze tende, nonostante il suo titolo, a non esulare dalla vera e propria linguistica. Per gli autori le variazioni linguistiche comprendono, tra l’ altro, la scelta della lingua ( nel caso dei poliglotti ), le diversit{ di dialetto, l’ uso di proposizioni semplici o complesse, di forme attive o passive, del presente o del

passato, di un lessico ricco o limitato.

Essi hanno tentato una classificazione di queste variazioni e ne hanno sperimentato l’ occorrenza, soprattutto in connessione con gli stati ansiosi del locutore ; la loro ricerca si basava su tre elementi : ( a) il materiale oggetto d’ interesse, cioè la natura del comportamento linguistico ; (b) le variabili situazionali manipolate dal ricercatore ; (c) le variabili dell’ organismo nel locutore , appositamente misurate. L’ analisi comprendeva, tra l’ altro, lo stile del linguaggio, la selezione e la varietà di lessico e la dinamica della voce, distribuiti in un notevole numero di rapporti.

Ad esempio il rapporto verbo/aggettivo ( calcolato dividendo, in un campione di discorso, il numero dei verbi per il numero degli aggettivi ) variava rispetto all’ ansiet{ del soggetto, in quanto una forte spinta all’ azione fa diminuire notevolmente il numero di parole qualificanti rispetto ai verbi. Era calcolato anche il rapporto tipi/espressioni ( rapporto tra le parole differenti o types e il totale delle parole, i tokens ), la misura della selezione del lessico, la qualità della voce, il ritmo, le soluzioni di continuità ( pause di silenzio, sostituzioni, omissioni, tartagliamenti, esitazioni ), ed anche la produttività, cioè la quantità di emissione verbale.

Risulta tra l’ altro che,

  1.  l’ emozionalità estroversa si esprime con rapidit{ di eloquio e di respirazione e,
  2.  l’ emozionalità introversa, l’ inibizione, la tensione e i processi intellettuali si esprimono in un discorso lento ed esitante e in una respirazione più lenta. In discorsi concernenti temi tristi i ritmi erano molto lenti, mentre le espressioni di ira, di felicità e l’ eccitazione facevano aumentare notevolmente il ritmo.

Comunicazione e significazione

Noam Chomsky è stato l’ estremo esponente di quella scuola strutturalista che ha avuto il suo inizio con De Saussure e di cui ha sviluppato le intuizioni, in un processo di continuità .

Ma vi è tutto un altro indirizzo di ricerca che si pone in polemica con le affermazioni di De Saussure. Questi, ponendo la definizione di “semiologia”, parlava di “vita dei segni nel quadro della vita sociale”, aggiungendo che la linguistica non è che una parte di questa scienza generale, che lui limita all’ uomo, cioè alle produzioni di segni “sociali” e artificiali. Secondo De Saussure dunque la semiologia : 1) Comprende la linguistica ; 2) E’ limitata ai segni “sociali” e convenzionalizzati.

Affermare, come fa Saussure, che la linguistica sia solo una delle tante componenti della semiologia, è un’ implicazione filosofica precisa, perché suppone un’ idea che esiste prima della lingua, un significato pre-linguistico che può manifestarsi in vari sistemi di segni e servirsi del linguaggio verbale così come dei gesti e dei disegni.

Il linguista francese Roland Barthes rovescia questa impostazione, sostenendo che tutti i sistemi di segni si rifanno al linguaggio.

“ Saussure, seguito in ciò dai principali semiologi, pensava che la linguistica non fosse altro che una parte della scienza generale dei segni. Orbene, non è affatto certo che nella vita sociale del nostro tempo esistano, al di fuori del linguaggio umano, sistemi di segni di una certa ampiezza. Finora la semiologia si è occupata solo di codici di interesse assai ristretto, come per esempio il codice stradale ; non appena si passa a insiemi dotati di una autentica profondità sociologica, si incontra di nuovo il linguaggio. Oggetti, immagini, comportamenti, possono, in effetti, significare, e significano ampiamente, ma mai in modo autonomo. Ogni sistema semiologico ha a che fare con il linguaggio. ”

In tutto il libro da cui è tratto questo brano Barthes utilizza il modello linguistico per descrivere altri sistemi di significazione. Parla infatti di una Lingua “vestiaria”, costituita dal complesso di regole che stabiliscono l’ associazione dei capi di vestiario nonché la loro opposizione reciproca, e di una Parola “vestiaria”, corrispondente all’ abbigliamento concreto indossato da una determinata persona ; allo stesso modo si parla di Lingua “alimentare” e Parola “alimentare” .

Altri semiologi hanno proseguito per la strada indicata da Barthes ; famosa è la codificazione del “linguaggio cinematografico” effettuata da Christian Metz nel 1964 115, che mette in relazione il segno linguistico (immotivato) e il segno filmico (motivato).

Abbiamo detto che Saussure, parlando di segni, si riferisce sempre a codici, segni artificiali e convenzionali. Eric Buyssens ci ha dato la definizione migliore di questo indirizzo di pensiero : “ la semiologia può definirsi come lo studio dei processi di comunicazione, cioè dei mezzi utilizzati per influenzare gli altri e riconosciuti come tali da colui che si vuole influenzare …..E’ possibile agire sugli altri senza volerlo : il modo di parlare di un nostro amico può suggerirci che è socievole ; la pronuncia di uno sconosciuto può rivelare che è straniero ; il comportamento dell’ epilettico suscita la nostra pietà. Si tratta qui di indizi ; noi ne prendiamo conoscenza, li identifichiamo, li interpretiamo, ma non vi è comunicazione. . La semiologia non studia questi casi ; essa si limita ai mezzi convenzionali, ovvero ai mezzi riconosciuti come dei mezzi ” .

In effetti gli sviluppi successivi di questa disciplina non hanno tenuto in alcun conto tale limitazione, soprattutto per influsso della semiotica d’ oltre oceano, che fin dal suo nascere si è mantenuta del tutto svincolata dalla linguistica. Basta confrontare il brano di Buyssens con alcune dichiarazioni di Peirce e di Morris per notare enormi differenze di impostazione. Nel 1931 Peirce affermava : “ Io sono, per quel che ne so, un pioniere, o piuttosto un esploratore, nell’ attivit{ di chiarire e iniziare ciò che io chiamo semiotica , vale a dire la dottrina della natura essenziale e delle variet{ fondamentali di ogni possibile semiosi ”.

Per tale autore la seriosi è un tipo di operazione, che non dipende affatto dall’ identit{ di chi la compie e dalla intenzionalit{ con cui è compiuta. “ Per semiosi intendo un’ azione, un’ influenza che sia, o coinvolga, una cooperazione di tre soggetti , come per esempio un segno, il suo oggetto e il suo interpretante, tale influenza tri-relativa non essendo in nessun caso risolubile in una azione tra coppie ”. Peirce non parla di segni artificiali nella sua definizione del segno, che è questa : “ Something which stands to somebody for something in some respect or capacity ” ( “ Qualcosa che sta per  qualcuno al posto di qualcos’ altro sotto certi aspetti o capacit{ ”) .

Morris sostiene addirittura che qualsiasi cosa può diventare un segno : “ Qualcosa è un segno solo perché è interpretato come segno di qualcosa da qualche interprete …pertanto la semiotica non ha a che fare con lo studio di un particolare tipo di oggetti, ma con gli oggetti comuni nella misura in cui ( e solo nella misura in cui ) partecipano alla semiosi ”.

In realtà non è molto facile distinguere tra “segni naturali” e “segni artificiali”. Questi ultimi sarebbero quelli emessi consciamente per comunicare qualcosa a qualcun altro sulla base di convenzioni precise ( ad esempio le parole, i simboli grafici, i disegni, le note musicali ).

I segni naturali, al contrario, non avrebbero un emittente intenzionale, provenendo da una fonte naturale ( ad esempio il fumo che segnala la presenza del fuoco, un’ orma che ci rivela il passaggio di un animale ) , e perciò si possono chiamare indizi o sintomi ( è il caso dei sintomi medici ). Alcuni semiologi negano che tali fenomeni siano classificabili tra i segni ( come abbiamo già visto ), e li escludono dal loro campo di indagine, ma vi è ad esempio Greimas che ha parlato di una semiotica del mondo naturale . Cioè noi interpretiamo il reale attraverso la cultura, grazie ad esperienze precedenti e ad acquisizioni continue, e quindi ogni evento fisico costituisce un legittimo fenomeno di significazione .

Sono stati classificati fra i segni naturali anche quelli cosiddetti “espressivi”, da noi prodotti allorché riveliamo, senza alcuna intenzione da parte nostra, espressioni di dolore, di rabbia, di gioia.

Ma la tradizionale distinzione tra segni comunicativi ( emessi volontariamente ed artificialmente ) e segni espressivi ( emessi spontaneamente e rivelatori di una certa disposizione d’ animo o di una certa caratteristica fisica ) non regge.

Infatti ambedue i fenomeni hanno alla base un codice di corrispondenza tra significato e significante e sono ampiamente codificati dalla nostra cultura, tanto che ognuno di noi è in grado di falsificarli e di usarli come strumento artificiale atto a comunicare. A questo proposito Eco ha stabilito la “ teoria della menzogna”, definendo la semiotica come “la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire”.

Infatti ; “ Se qualcosa non può essere usato per mentire, allora non può neppure essere usato per dire la verità : di fatto non può essere usato per dire nulla ”.

Ogni tipo di cultura umana può essere definita “ un enorme sistema di sistemi di segni ”, e l’ homo sapiens è per prima cosa un animale simbolico. Tra i segni che costituiscono la cultura rientrano anche gli oggetti artificiali, beninteso non solo quelli prodotti a scopo comunicativo ma tutti. Ad esempio Barthes ha stabilito l’ esistenza della funzione- segno , osservando che : “ la funzione si compenetra di senso ; questa semantizzazione è fatale : per il solo fatto che vi è società ogni uso è convertito nel segno di questo uso . La funzione dell’ impermeabile è di proteggere contro la pioggia, ma questa funzione è indissociabile dal segno stesso di una certa situazione atmosferica ”.

Così il camice bianco del medico, usato in principio per un motivo “funzionale” di igiene, ha assunto poi connotazioni di prestigio e di status che prevalgono sulla funzione originaria .

Anche l’ architettura è stata studiata sotto questo aspetto, ed Umberto Eco 123 ha distinto la funzione prima , puramente utilitaria, di un oggetto architettonico, e la funzione seconda , che segnala le variazioni determinate da motivi differenti, in questo caso riguardanti soprattutto la condizione sociale del possessore.

Per lungo tempo si è discusso sulla differenza tra comunicazione e significazione , per stabilire quale campo di studi fosse pertinenza della semiotica. Una possibilità di risolvere questo contrasto prospettando un modello unico di base è venuta dagli studi di due ingegneri del “ Bell Telephone Laboratories ”, Shannon e Weaver. Essi nel 1949 hanno prodotto un modello, il più elementare possibile, riguardante la trasmissione di una “ informazione ” fisica fra due apparati meccanici.

Ogni processo comunicativo ( nel senso che trasmette una certa quantità di informazione ) si sviluppa secondo tale schema, sia nel caso che si verifichi fra due macchine sia che si verifichi tra due esseri umani, o anche tra una macchina e un essere umano.

Vi è dunque in ogni caso una fonte dell’ informazione ( nel caso dello scaldabagno è il serbatoio dell’ acqua ) dalla quale parte un segnale (l’ impulso elettrico), attraversando un apparato trasmittente ( il galleggiante ) ; il segnale viaggia attraverso un canale ( il filo elettrico ) , e lungo il canale può essere soggetto a un rumore ( qualsiasi disturbo, interferenza, alterazione dello stato del canale ). Una volta fuori dal canale un ricettore ( cioè un meccanismo trasformatore o amplificatore ) raccoglie il segnale convertendolo in un messaggio ( che può essere la salita del mercurio in una colonnina ), diretto a un destinatario.  E’ necessario che il trasmittente e il destinatario abbiano in comune un codice perché la comprensione del messaggio avvenga correttamente.

Finché il processo comunicativo avviene tra due macchine il segnale rimane tale senza che sussista alcuna “significazione”, vale a dire che si tratta di un processo di stimolo- risposta .

Lo stimolo ( o segnale ) provoca direttamente un certo effetto, mentre il segno, secondo la definizione di Peirce, sta in luogo di qualcos’ altro, e necessita di una risposta interpretativa da parte del destinatario .

Dunque il processo di significazione esiste solo quando preesiste un codice, un sistema di regole che assegna un “valore” ai segnali trasmessi, ed è di questo fenomeno che si occupano gli studi semiotici, i quali considerano il processo di comunicazione solo in quanto condizione necessaria e preesistente della semiosi.

Per troppo tempo si è creduto che la trasmissione di unità significative potesse essere possibile soltanto in presenza di un destinatario umano, mentre lo studio del comportamento animale ha dimostrato come anche tra gli esseri viventi siano presenti numerosi, ed a volte notevolmente complessi, sistemi segnici.

Lo sottolinea vigorosamente il linguista Tullio De Mauro , nella sua introduzione al libro Il linguaggio non verbale . “ …. Il confronto mette anzitutto in crisi la convinzione che confini troppo netti separino verbale e non-verbale, al punto anzi che la capacità verbale sia assumibile essa stessa come confine sicuro e supremo che separerebbe l’ uomo dalle altre creature, dai ‘bruti’, dalle ‘bestie’…” ; ed anche : “ Crolla il mito dell’ invalicabilit{ del Rubicone verbale : altre creature viventi si svelano capaci non soltanto di comunicare, ma di comunicare con modi e forme che parevano fino a ieri tipiche dell’ uomo ”. 125 A questo proposito esiste una certa polemica tra i sostenitori di questa tesi e coloro i quali, come Chomsky, sottolineano l’ unicit{ del linguaggio umano e la non-possibilità di un avvicinamento tra esso e gli altri sistemi comunicativi. Lo studioso americano infatti nega che linguaggi animali, anche organizzati sintatticamente, pienamente intenzionali e codificati ( come il canto degli uccelli e la danza delle api ), possano godere delle specifiche proprietà del linguaggio verbale umano. 126

Senza dubbio il canale vocale –uditivo, caratteristico del linguaggio umano, è notevolmente privilegiato per le sue caratteristiche, quali l’ utilizzo di un materiale sempre presente ( l’ aria ), la possibilità di produzione al buio e durante altre attività, la trasmissione a distanza e ricezione direzionale, il minimo dispendio di energia.

Tuttavia molte altre forme animali privilegiano questo canale e nella citata raccolta dal titolo “ Il linguaggio non verbale ”, W. H. Thorpe paragona la comunicazione vocale umana e quella di diversi animali, con risultati estremamente sorprendenti e tali da sminuire abbastanza la pretesa di “assoluta diversità” del linguaggio umano .

La disciplina riguardante la comunicazione e la significazione tra gli animali ( zoosemiotica ) distingue inoltre vari sistemi di produzione dei segnali, partendo dal codice genetico, fino a comprendere i sistemi visivi, olfattivi, chimici (feromoni), acustici ed anche l’ ecolocazione.

Certamente gli intensi studi sul comportamento animale hanno costituito un impulso per lo sviluppo di varie scienze, limitate questa volta agli esseri umani, che si affiancano alla linguistica tradizionale : vale a dire la Paralinguistica, la Cinesica e la Prossemica . Tali discipline intendono ricercare codici e sistemi in due diversi campi che la linguistica ha ignorato. Da una parte i cosiddetti tratti soprasegmentali del linguaggio, ritenuti finora “espressivi”, “naturali”, non sistematizzabili, di cui si occupa la paralinguistica ; dall’ altra l’ insieme dei gesti e delle posizioni corporali che accompagnano ogni tipo di produzione verbale e che possono anche significare autonomamente ( oggetto di indagine delle altre due scienze ) .


Lo strutturalismo

La successiva linguistica strutturalista, pur prendendo l’ avvio dalle fondamentali distinzioni dicotomiche di Saussure ( sincronia e diacronia, langue e parole, significante e significato, paradigma e sintagma ), sarà compiutamente messa a punto da Louis Hjemslev, con i suoi sviluppi di quelle che erano solo intuizioni e le sue precisazioni dei numerosi punti oscuri.

Louis Hjemslev ha precisato la definizione del segno, non intendendolo più semplicemente come unione di un significante e di un significato, ma come entità articolata su due piani : il piano dell’espressione e il piano del contenuto.

Il piano dell’ espressione è costituito da una sostanza ( materia fonica, nel caso del segno linguistico) e da una forma ( regole paradigmatiche e sintattiche ) ; allo stesso modo il piano del contenuto è formato da una sostanza ( in pratica tutti i significati esprimibili, con i suoi aspetti cognitivi, ideologici, emotivi ) e di una forma ( organizzazione formale dei significati tra loro).

Tra questi due piani E e C la significazione instaura una certa relazione, che si indica con R. Dunque il sistema ERC stabilisce ogni possibile significazione.

Per comprendere la differenza tra sostanza sonora dell’ espressione e forma dell’ espressione dobbiamo rifarci al criterio di pertinenza , introdotto dalla scuola linguistica di Praga, in particolare da Trubeckoj (1939) . Il criterio della pertinenza fu introdotto per stabilire, all’ interno della fonologia generale, lo studio dei fonemi, attraverso l’ uso della cosiddetta prova di commutazione. Questa prova consiste nell’ introdurre un mutamento nel piano dell’ espressione ( il significante ), e controllare poi se si è prodotta una contemporanea modificazione sul piano del contenuto ( significato ). Se la commutazione dei significanti produce una commutazione dei significati, si è ottenuta una sicura unità sintagmatica.

Ad esempio basta sostituire un fonema nel vocabolo /peccatore/, appartenente alla lingua italiana, per ottenere un altro termine, /pescatore/, a cui è attribuito un significato del tutto diverso. Così nella lingua inglese i suoni /pet/ e /bet/, caratterizzati dalla commutazione di un solo fonema, hanno sensi del tutto diversi. Da ciò ricaviamo che questi due fonemi, /b/ e /p/, costituiscono in tale lingua un sistema di opposizioni. In altre lingue, come l’ arabo, questa opposizione non esiste, per cui vi è interscambiabilità tra tali fonemi nella formazione di una parola senza che vi sia un cambiamento di senso. In italiano non vi è opposizione distintiva tra la /i/ e la /i:/, opposizione che è invece fondamentale in inglese.

La fonetica studia dunque le emissioni dei suoni articolatori dal punto di vista fisico, mentre la fonemica si occupa di quelli pertinenti in una data lingua. A questo proposito il linguista Martinet ha riscontrato una delle più significative proprietà del linguaggio verbale , la doppia articolazione . Cioè nel segno linguistico si possono distinguere una prima articolazione ( articolazione di unità significative, cioè dotate di un senso : i “monemi”, che con molta imprecisione possiamo chiamare le parole della lingua ) e una seconda articolazione ( articolazione di unità distintive , non portatrici di significato, che sarebbero poi i “fonemi” ) .

E’ proprio grazie a questa straordinaria caratteristica che il linguaggio verbale è “economico” a un livello così alto : con un numero limitatissimo di unità distintive forma una quantità teoricamente illimitata di unità significative. Il criterio di pertinenza può essere applicato, oltre che sulle unità minime della lingua ( i fonemi ), anche sulle loro combinazioni sintagmatiche più vaste, i monemi.

A questo punto un fatto singolare, e ben degno di nota , risalta all’ attenzione : come l’ essere umano, costruendo il suo linguaggio, abbia replicato in sostanza l’ invenzione dell’ alfabeto genetico .

“ The genetic alphabet, that has the same ‘duality of patterning’ of the human language……. A four-letter language embodied in molecules of nucleic acid…….Innumerable works, sentences and messages can be all represented by different combinations of the twenty-six letters of the alphabet. (…) The genetic alphabet consists of only four letters – the four nucleotide bases– four letters that are capable of specifying the differences between countless genes – . ”

In effetti possiamo dire che l’ alfabeto del DNA è rappresentato da 4 lettere ( A- G- C- T , che stanno per Adenina, Guanina, Citosina e Timina, le quattro basi azotate, le quali si uniscono in triplette, “parole” di tre lettere, per cui ogni serie di tre lettere corrisponde ad un singolo amminoacido. Queste “parole”, susseguentesi, concorrono a formare il grande “libro” del DNA, sequenza di istruzioni per ogni organismo vivente.

Ritornando al precedente discorso, osserviamo che la segmentazione di Hjemslev riguardo al piano dell’ espressione e a quello del contenuto è stata accettata dalla semiotica intera senza riserve ; e finché si parla dei primi tre livelli il discorso è pacifico. Ma molte discussioni esistono riguardo all’ organizzazione della forma del contenuto. Chiaramente non vi è rapporto di somiglianza tra le unit{ dell’ espressione e quelle del contenuto, proprio per il fatto della doppia articolazione, ed è molto difficile dare una descrizione esauriente di come ogni lingua organizza le infinite combinazioni del pensiero. Lo stesso Hjemslev ha fato notare come parole simili in lingue diverse possono coprire differenti ambiti di significati ( la lingua francese segmenta con tre vocaboli l’ ambito che l’ italiano suddivide attraverso /albero/, /legno/, /bosco/, /foresta/, mentre il danese ne possiede addirittura due.

I linguisti si sono occupati dell’ organizzazione della forma del contenuto dapprima stabilendo dei tratti semantici e collegandoli a quelli grammaticali. Tale collegamento a volte è fruttuoso, e del resto attraverso il fenomeno della “concordanza” molte lingue si sono preoccupate di dare rilevanza grammaticale a tratti semantici quali “maschile”, “femminile”, “plurale”, “singolare”. Ma il problema è che il numero delle categorie grammaticali è molto limitato, mentre quelle semantiche sono pressoché illimitate. Un altro tentativo è stata l’ analisi componenziale.

Notissimo è l’ esempio di /bachelor/, offerto da Katz e Fodor nel 1964, 110 e di cui è stato costruito un vero e proprio spettro semantico, riportante tutti i diversi significati che questo vocabolo può assumere nella lingua inglese.

Anche tale metodo è risultato insoddisfacente, in quanto non prevede e non rileva l’ importanza del contesto, che è invece necessario per stabilire, di volta in volta, il significato contingente del termine.

Greimas ha tentato di formare un vero sistema del contenuto attraverso categorie mentali costituite per assi oppositivi ( assi semantici ); ma anche qui si resta a un livello talmente astratto che non coinvolge per nulla la enorme varietà dei significati possibili.

A questo punto è arrivata la linguistica generativo- trasformazionale di Noam Chomsky, che ha ottenuto ed ottiene ancora un notevole successo. Chomsky ha scritto : “ Al centro delle preoccupazioni della ricerca attuale troviamo ciò che possiamo chiamare il lato creativo del linguaggio, al livello dell’ utilizzazione corrente … Tutto avviene come se il soggetto parlante, inventando in un certo qual modo la propria lingua a mano a mano che la sente parlare attorno a sé, avesse assimilato alla propria sostanza pensante un sistema coerente di regole, un codice genetico, che determina a sua volta l’ interpretazione semantica di un insieme indefinito di frasi reali, espresse o udite. In altri termini, tutto avviene come se egli disponesse di una “grammatica generativa” della propria lingua ”.

Questo studioso si è riallacciato in un certo senso alla linguistica “logica” di Cartesio e di Port Royal, secondo cui la grammatica affonda le sue radici in una ragione umana “innata”. Ha postulato infatti che : “ Una grammatica sia acquisita mediante la semplice differenziazione di uno schema fisso innato, piuttosto che attraverso l’ acquisizione progressiva di dati, di sequenze, di concatenazioni e di associazioni nuove …”.

Tuttavia è molto difficile provare l’ esistenza nel cervello umano di questi universali linguistici innati ( che costituirebbero la base delle svariatissime lingue esistenti ), a meno che la biologia non individui precisi centri corticali del linguaggio .

La linguistica generativo-trasformazionale si propone di descrivere in modo formalizzato ( cioè attraverso simboli e operazioni ) il procedimento che permette di produrre tutti i messaggi linguistici possibili in una data lingua. Essa pone una precisa distinzione tra “competenza” ed “esecuzione”. Per “competenza” si intende l’ insieme di conoscenze che un parlante- ascoltatore ideale di una lingua possiede, e che gli permette di comprendere e produrre un numero infinito di frasi.

Le concrete produzioni linguistiche costituiscono le “esecuzioni”, che risentono di tutte le circostanze ed i fattori contingenti. Ciò ci richiama la fondamentale distinzione “Langue/ Parole ”, ed effettivamente la “esecuzione” equivale abbastanza alla “parole” ; tuttavia la “langue” aveva carattere sociale mentre la competenza è individuale.

Secondo Chomsky la linguistica si occupa della “competenza”e non è suo compito descrivere la “esecuzione”. Esistono nel campo della linguistica generativa delle “regole” ( di vari tipi, cioè dipendenti e indipendenti dal contesto, obbligatorie, facoltative, ecc. ), le quali stabiliscono quali sono le frasi accettabili in una data lingua, e il loro processo di formazione.

La struttura della frase è espressa attraverso una descrizione visualizzata in un albero. La linguistica generativa ha mostrato tuttavia delle lacune : ad esempio non riesce a spiegare come un enunciato possa avere più significati. Sono le cosiddette “frasi ambigue”, come “ They are flying planes ” ( Essi sono aeroplani che volano ? Essi stanno facendo volare degli aeroplani ? ) o “ Il timore dei soldati era grande ” ( I soldati avevano paura ? Incutevano paura ? ). E’ stato così necessario introdurre la grammatica trasformazionale , che spiega le “frasi ambigue” distinguendo tra “struttura profonda” ( struttura sintattica elementare astratta che sta dietro ad ogni frase prodotta ) e “struttura superficiale” ( rapporti sintattici quali appaiono a prima vista ).


Lo sviluppo delle tecniche di analisi sul linguaggio verbale. Dallo strutturalismo alla sociolinguistica.

Ferdinand De Saussure

La semiotica e la linguistica sono due scienze tra loro talmente vicine, che spesso è difficile dire che cosa appartenga all’ una o all’ altra disciplina, e fin dove giungano i rispettivi confini.

In teoria la linguistica dovrebbe occupare solo una parte di quello studio dei sistemi di segni che è l’ oggetto della semiotica, mentre in realt{ ha prestato a quest’ ultima metodi e risultati di ricerca. Possiamo situare l’ origine della linguistica moderna e di quella che si può chiamare semiotica o semiologia ( i due termini sono assimilabili anche se vari autori assegnano loro significati diversi ) allo stesso punto. Cioè alla pubblicazione del celebre Cours de linguistique générale del linguista Ferdinand de Saussure, nel 1916. in esso troviamo queste frasi :

“ La lingua è un sistema di segni esprimente delle idee e, pertanto, è confrontabile con la scrittura, l’ alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici, le forme di cortesia, i segnali militari,etc.

Essa è semplicemente il più importante di tali sistemi. Si può dunque concepire una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale ; essa potrebbe formare una parte della psicologia sociale e, di conseguenza, della psicologia generale ; noi la chiameremo semiologia ( dal greco sèmeion “segno”) . Essa potrebbe dirci in che cosa consistono i segni, quali leggi li regolano. Poiché essa non esiste ancora, non possiamo dire che cosa sarà; essa ha tuttavia diritto ad esistere e il suo posto è deciso in partenza. La linguistica è solo una parte di questa scienza generale, le leggi scoperte dalla semiologia saranno applicabili alla linguistica……”

Questo brano rappresenta l’ atto di nascita della semiologia non tanto e non solo perché Saussure ha dato il nome a questa disciplina ( in tal caso dovremmo risalire almeno a Locke, o addirittura alle notevoli intuizioni dell’ antichità classica ), ma perché ha fornito concreti strumenti e metodi di ricerca a quella che definisce come “scienza possibile”, di cui si sente fortemente l’ esigenza ma che in quel momento non esiste. D’ altro lato, nel campo della linguistica, Saussure ha dato l’ avvio all’ impostazione metodologica strutturalista, che darà in seguito tanti frutti, come studio sistematico del linguaggio, da rendere la linguistica la scienza sociale più avanzata.

Fino a Saussure, cioè fino a tutto il XIX ° secolo, la linguistica era stata essenzialmente storicistica, e considerava come studio principale la trasformazione delle lingue, che andava vista diacronicamente, cioè nel corso del tempo. Al contrario egli, dal momento che studia la lingua come una struttura ( vale a dire un insieme di elementi che sono in rapporto tra loro e che formano una totalità omogenea ), sposta la sua attenzione alla sincronia. Infatti una struttura è dominata da particolari leggi di equilibrio, che la spingono a mantenersi tale nonostante i mutamenti che avvengono al suo interno.

Queste leggi di equilibrio prevalgono su quelle di sviluppo ed hanno quindi priorità di studio. In Saussure vi era soprattutto il desiderio di liberarsi finalmente dagli elementi estranei all’ indagine strettamente linguistica ; egli arrivò alla conclusione che il linguaggio, in cui sono mischiati elementi fisici, fisiologici, psichici e sociali, costituiva una massa troppo eterogenea.

Occorreva quindi isolare una parte in sé compiuta e suscettibile di un reale trattamento scientifico.

Per prima cosa Saussure stabilì una separazione tra gli elementi sociali e quelli individuali del linguaggio, distinguendo la componente collettiva e sociale del linguaggio, la langue e quella individuale, la parole.

La langue è una istituzione sociale che l’ individuo non può né creare né modificare, un complesso di segni basato su una sorta di contratto collettivo, una convenzione appartenente a tutti i membri della comunità. La parole è invece l’ atto individuale e creativo del soggetto parlante, nella scelta fra tutte le possibilità che il codice della lingua offre e nella loro combinazione. Il concetto di Langue/ Parole è dicotomico, cioè a due facce. E’ impossibile parlare di langue senza la parole, perché essa è nello stesso tempo prodotto e strumento della parole e vive solo nel processo dialettico del linguaggio; allo stesso modo è impensabile prescindere dalla langue. Per Saussure comunque non può esistere una linguistica della parole ; questa disciplina deve occuparsi essenzialmente della langue , come unico sistema di segni che può consentire una trattazione scientifica.

La fondamentale distinzione tra langue e parole è stata assunta dalla semiotica come categoria generale applicabile ad ogni sistema di significazione, in cui si distingue sempre tra un insieme collettivo di regole e la loro realizzazione pratica. Leggiamo infatti in Umberto Eco : “ Una volta ricordato come De Saussure distingue opportunamente la langue , che è il deposito di regole su cui si basa il parlante, e la parole , che è l’ atto individuale attraverso cui il parlante usa la langue e comunica ai suoi simili, avremo ritrovato la coppia codice- messaggio ; e come per la coppia codice- messaggio anche la coppia langue – parole definisce l’ opposizione tra un sistema teorico… e un fenomeno concreto “.

De Saussure, considerando il sistema della lingua, studia gli elementi che, costruiti in relazioni reciproche, lo compongono ; elementi che egli chiama “segni” . Anche il segno linguistico è una entit{ dicotomica, costituita dalla relazione tra “ signifiant ” e “ signifié “ , i quali sono i due “ relata “ del segno, cioè stanno fra loro nello stesso rapporto che vi è tra le due facce di un foglio di carta. Ad esempio nel segno linguistico /cavallo/ il soggetto parlante unisce una parte materiale, fonica ( intesa come successione di suoni ) , che è il significante, e l’ immagine mentale di tale animale che il parlante voleva esprimere ed effettivamente ci trasmette ( il significato ). E’ importante sottolineare questa indivisibile unit{, anche perché si tende a considerare come “ segno “ il solo significante.

Una delle caratteristiche principali del segno linguistico è l’ arbitrarietà, nel senso che non vi è alcun motivo preciso per associare a una data successione di suoni un certo concetto. Infatti lo stesso animale ha significanti diversi nelle varie lingue : /cheval/, /pferd/, /horse/, ecc.

Emile Benveniste ha osservato a questo proposito che per il parlante di una lingua l’ arbitrariet{ non sembra sussistere, in quanto egli è obbligato ad utilizzare i suoni codificati dalla lingua per esprimere un dato concetto. Ma questa strettissima associazione mentale tra oggetto e la parola che lo nomina si stabilisce solo dopo una scelta del tutto arbitraria.

La definizione di segno come entità a due facce( significante e significato), è importantissima , ed ha stabilito una volta per tutte il concetto di “segno”. Tutta la semiotica si basa su questa distinzione, e l’ arbitrariet{ del segno, nonché valere solo per la linguistica, è stata assunta come principio semiotico generale.

Infatti la funzione segnica è espressa pienamente dal celebre triangolo di Ogdon e Richards, in cui si stabilisce il rapporto tra le entità che costituiscono il processo semiotico ( significato, significante e referente). Con il “referente” viene introdotto il ricorso alla realtà, che Saussure aveva evitata per la sua preoccupazione di mantenersi sempre all’ interno della lingua e delle sue relazioni. In questo schema esiste un rapporto diretto tra un vertice del triangolo ed altri due, cioè tra significato e significante da una parte, e significato e referente dall’ altra.

Esiste invece un rapporto labile ed alquanto oscuro ( mostrato graficamente da una linea tratteggiata ) fra significante e referente, cioè tra la parola nel linguaggio verbale( od altro significante di tipo diverso, ad esempio visivo) e la realtà.

Questo rapporto labile è mediato dal significato, l’ immagine mentale che ci appare perfettamente corrispondente alla realtà ; tuttavia questa identità è una illusione, ed il concetto di cavallo non è la stessa cosa del cavallo reale. A volte il ricorso alla realtà è del tutto assente, come nel caso del significante /unicorno/ citato da Eco, a cui corrisponde un significato ben preciso, anche se in realtà l’ unicorno non è mai esistito.

De Saussure ha anche posto le premesse di quello che sarà chiamato poi piano paradigmatico e del piano sintagmatico. Per lui infatti : “ Ciò che vi è di idea o di materia fonica in un segno importa meno di ciò che vi è intorno ad esso negli altri segni “, e nel suo studio sulle relazioni intercorrenti tra i segni distingue due tipi di rapporti. Vi sono le relazioni che chiama “sintagmatiche”, derivanti dal posto dei segni nella “catena parlata” e dal cambiamento di valore che subiscono associandosi agli altri segni. Inoltre nella stessa “catena parlata” ogni termine effettivamente usato potrebbe essere sostituito da altri termini.

Queste sono le relazioni di tipo associativo ( o paradigmatico ), per cui il segno linguistico non si oppone soltanto a quelli inseriti nello stesso sintagma, ma entra in relazione con tutti gli altri con cui ha qualcosa in comune, formando una “serie mnemonica virtuale” ( in cui ognuno dei termini è come “ il centro di una costellazione, il punto in cui convergono altri termini coordinati ” ).


Le prime ricerche

All’ inizio si sono occupati della diversità tra lingua femminile e lingua maschile soprattutto testi di antropologia culturale e di linguistica collegata all’ antropologia. Diamo qui un elenco dei principali.

1929 . Sapir, E. “Male and Female Forms of Speech in Yana”, in Teeuwen (1929, pp. 79-85) = Sapir 1949, pp. 206-212.

1946. Flannery, R. Men’s and Women’s Speech in Gros Ventre , in “International Journal of America Linguistics”, 12, pp. 133- 135.

1961. Blood, D. Women’s Speech Characteristics in Cham , “Asian Culture”, 3, pp. 139-143.

1964. Hymes, D. H. ( a cura di), Language in Culture and Society. A Reader in Linguistics sand Anthropology , New York, Harper & Row, p. 233.

1964. Haas, M. R. “Men’s and Women’s Speech in Kaasati”, in D. Hymes, ed. , Language in Culture and Society , cit.

1967 Balmori, C. H. Estudies de àrea lingüistica indìgena , Universidad de Buenos Aires, Centro de Estudios Lingüisticos .

58Tuttavia l’ esposizione più completa del problema si ritrova nelle pagine che qui appresso indico :

1922. Jespersen , O. Language, Its Nature, Development, and Origin , London, Allen & Unwin, pp. 236-254.

1938. Tagliavini, C. “Modificazioni del linguaggio nella parlata delle donne”, in AA. VV. , Scritti in onore di Alfredo Trombetti , Milano, Hoepli, pp. 87- 142.

1976. Cardona, G. R. , Introduzione all’ etnolinguistica , Il Mulino, Bologna, pp. 77-81.

Da queste ricerche apprendiamo che già autori classici avevano rilevato l’ esistenza di lingue femminili presso alcuni popoli.

Essi ne ricercarono la spiegazione nella provenienza delle donne da altri gruppi ; ad esempio Erodoto (IV, 114) spiega che gli Sciti non riuscirono mai ad imparare la lingua delle loro mogli Amazzoni, mentre queste appresero lo Scita. Platone nel “Cratilo” e Cicerone nel “De Oratore” osservarono anche la maggiore presenza nel linguaggio femminile di vocaboli e suoni arcaici.

Cicerone trova naturale questo fatto, dal momento che le donne facevano vita ritirata, meno esposta a stimoli esterni ed a contatti con altre forme di linguaggio.

Anche i moderni antropologi sono giunti alle stesse conclusioni, per cui si può parlare, per molte società ( specialmente quelle di tipo più patriarcale), di un fenomeno di “conservazione” presente nella lingua delle donne, più lontane dalla vita pubblica, dai contatti esterni e dall’ istruzione. Ad esempio in molti villaggi russi le donne conservavano ( almeno fino a qualche tempo fa) l’ antica pronuncia –Go, Ga della desinenza del genitivo, che nel linguaggio maschile si era mutata in –Vo, Va ; anche in popolazioni degli indiani d’ America ( come i Creek ) le donne conservano tratti arcaici della lingua.

Per questo motivo, gli autori delle inchieste dialettali compiute in Italia, Svizzera ed altri Paesi Europei per ritrovare gli antichi vocaboli e le cadenze dialettali, preferivano interrogare soggetti donne.

Presso alcuni popoli soltanto gli uomini sono bilingui : abbiamo già parlato degli Arabi, ma possiamo aggiungervi i gruppi baschi della Francia ( dove il servizio militare, gli studi e le relazioni di ogni giorno hanno provocato nella parte maschile della popolazione una quasi estinzione dell’ antica lingua in favore del francese ) e gli Arumeni dei Balcani, fra i quali gli uomini parlano l’ arumeno nelle relazioni familiari e il neoellenico in quelle formali e nelle interazioni relative alla vita pubblica e alla cultura, mentre le donne si limitano a parlare la prima lingua.

Del resto, in tutti i gruppi emigrati in un’ altra nazione di lingua diversa gli uomini giungono ad apprendere la seconda lingua in numero molto maggiore delle donne.

A volte questa conservazione linguistica è coscientemente voluta, in quanto le donne ( soprattutto delle classi superiori e ad un livello medio-alto di istruzione )sono considerate depositarie del “modo corretto di parlare”. A questo proposito è famoso il caso delle “précieuses” francesi, e O. Jespersen ricorda come su una pronuncia eccessivamente corretta e raffinata insistano le “girls’ schools”.

Nonostante l’ apparente contraddizione, le stesse cause ( emarginazione rispetto alla vita pubblica, ai rapporti esterni e all’ istruzione ) che hanno provocato la “conservazione” linguistica, hanno a volte prodotto un fenomeno di “innovazione” rispetto alla fonologia, alla morfologia e al lessico di una lingua. Ad esempio in rumeno si è riscontrato come le donne usino palatalizzare le labiali, mentre gli uomini evitano accuratamente tali passaggi ( come bi>ghi).

Altri studi accurati compiuti sulla lingua giapponese da E. R. Edwards ( in Etude phonétique de la langue Japonaise , Leipzig, 1903 ) hanno rilevato che le innovazioni linguistiche sono introdotte in giapponese soprattutto dalle donne, per il fatto che esse subiscono molto poco l’ influenza delle forme scritte, e per questo si allontanano con maggiore facilità dalle espressioni già definite “corrette”, sia nella pronuncia che nell’ uso dei vocaboli e delle espressioni linguistiche. A Tokio le donne presentavano una forte tendenza a sbarazzarsi del suono /w/, ad esempio pronunziavano /atashi/ il vocabolo che era pronunciato dagli uomini come /watashi/. Nel francese del XVI secolo si è manifestata nelle donne l’ innovazione R >Z ( da cui sono derivati vocaboli simili come chaire e chaise ), la stessa innovazione verificatasi anche nel norvegese.

Rimaniamo sempre nel campo fonetico considerando la lingua Eskimo della Terra di Baffin, in cui le donne trasformavano la finale K-T in nasale – velare. L’ osservazione è stata fatta dall’ antropologo Franz Boas, il quale ha ritrovato lo stesso fenomeno in altre lingue dell’ America del Nord. Anche una lingua paleo- asiatica, il Ciukcio, si trasforma sulle labbra delle donne ; infatti molti suoni variano talmente che ad un ascoltatore i linguaggi parlati dai due sessi possono apparire varietà del tutto diverse. E, per terminare, Jespersen cita il caso delle popolazioni Botocudos nel Sud America, in cui sono quasi sempre le donne ad inventare nuove parole ed a variare il lessico con enorme facilità ; innovazioni che poi passano al resto della popolazione.

Vediamo ancora altre comunità linguistiche in cui si riscontra la differenza tra maschi e femmine. I casi più clamorosi sono stati riscontrati in lingue del continente americano; ad esempio nella lingua Dakota gli uomini usano nell’ imperativo interiezioni diverse dalle donne ( yo e po contro ye e pe ).

Nella lingua Arawak esistono parole usate esclusivamente o quasi da uomini e che hanno un loro sinonimo nel discorso delle donne, ed esistono anche parole usate rivolgendosi ad uomini e che sono sostituite da altre allorché ci si rivolge a donne ; perciò vi sono quattro tipi differenti di espressioni : parole usate da un uomo che si rivolge a un altro uomo ; parole usate da un uomo che si rivolge a una donna ; altre usate da donne rivolgendosi ad uomini ; ed altre ancora rivolte da una donna ad un’ altra donna.

Ma queste differenze riguardano un numero molto limitato di prefissi e di parole, come anche nelle lingue Guaycurù e nel Carajà del Brasile. In quest’ ultima lingua le differenze fonetiche ( il K intervocalico mantenuto dalle donne e caduto nella lingua dei maschi, in modo da produrre i vocaboli /wasikota/ e /wasiota/ e il prefisso Kari- che gli uomini trasformano in Ari- ) sembrano risalire unicamente al fenomeno già trattato della conservazione linguistica femminile.

Al contrario, nella lingua Yana della California, studiata da Edward Sapir, sembra agire per il linguaggio delle donne l’ innovazione fonetica, che ha condotto la parte femminile della popolazione a trasformare le sorde intervocaliche in sonore. Inoltre nel Yana Sapir ha riscontrato un piccolo numero di radici verbali riservate esclusivamente all’ uno o all’ altro dei sessi, come ni, ni : ( “un maschio va”) e a, a : (“una femmina va”) ; ma più che altro esistono un gran numero di parole con forme differenti ( forma completa o maschile e forma ridotta o femminile ). In realtà questa terminologia di Sapir non è del tutto esatta, perché la forma “maschile” è usata solo da uomini che parlano tra di loro.

Negli altri casi, cioè quando donne parlano con altre donne o con uomini, e anche quando uomini parlano con donne, si usa la forma ridotta o “femminile”. Tuttavia la forma completa è vista come propria degli uomini, in quanto le donne la usano allorché riferiscono le parole pronunciate dagli uomini tra di loro.

Lo studioso non chiarisce quale delle due forme sia originaria e quale introdotta in seguito, grazie ad un processo di ampliamento oppure di abbreviazione ; si pensa più facilmente ad un’ innovazione femminile. Anche nel linguaggio Chiquito della Bolivia le donne usano forme più brevi ed anche meno complicate grammaticalmente.

Le differenze di uso, rilevate dal linguista V. Henry, sono molto estese perché riguardano l’ uso soggettivo diverso che uomini e donne fanno per i pronomi di terza persona, per i prefissi, suffissi personali e possessivi di terza persona e le desinenze verbali della terza persona singolare e plurale. Anche qui le donne usano le forme maschili riportando le parole di uomini, e possono anche usarle parlando di cose relative ad uomini ; la stessa cosa fanno gli uomini riguardo alle forme femminili.

Le differenze del linguaggio non sono molto grandi, ma si limitano generalmente all’ uso o meno di prefissi e suffissi. Un esempio di Henry, riportato anche da Jespersen mostra come gli uomini usino tre forme diverse, e cioè : /Yebotii ti n-ipoostii/ = /He went to his house/ ; /Yebotii ti n-ipoos/ = /He went to her house/ ; /Yebo ti n-ipoostii/ = /She went to his house/ ; mentre le donne per questi tre casi usano un’ unica forma, cioè l’ espressione : /Yebo ti n-ipoos/.

Questo uso “soggettivo” delle forme non è molto comprensibile alla nostra cultura, in quanto la lingua che usiamo e quelle ad essa vicine non lo prevedono ; per spiegarlo un missionario, autore di una importante grammatica chiquita, ha usato una frase latina, modificandola in questo modo : “ Mortua est frater mea quae Servatorem nostram summa amore colebat ”. Anche qui possiamo parlare di innovazione femminile, almeno riguardo a tali espressioni pronominali e aggettivali e ad altre parole che le donne usano senza suffisso. In Chiquito, come del resto nello Yana, esistono anche differenze lessicali vere e proprie, che riguardano soprattutto le denominazioni di parentela ; ma mentre in Yana soltanto 4 nomi di parentela avevano una doppia forma, qui il fenomeno è molto più esteso (“mio padre” viene detto iyai e isûpu , “mia madre” ipaki e ipapa, “mio fratello” tsauruku e ičibausi , rispettivamente dai maschi e dalle femmine ).

Senza dubbio la questione più controversa è stata quella relativa al bilinguismo fra uomini e donne dei Carabi insulari.

A questo proposito vi sono documenti assai antichi, come la testimonianza di Du Tertre nella Historia general de las pequeñas Antillas (1654), e le osservazioni di qualche anno dopo da parte di C. De Rochefort. Quest’ ultimo spiega il fatto con la guerra avvenuta tra i Galibi della terraferma e gli Arawak che abitavano le isole. I Galibi distrussero la popolazione Arawak, ad eccezione delle donne, con le quali si unirono per ripopolare l’ isola, e da allora le donne hanno mantenuto parte dell’ antico linguaggio Arawak, trasmettendolo di madre in figlia.

Non tutti sono d’ accordo con tale spiegazione, e la considerano una pura leggenda ; tuttavia sta il fatto che la diversità di linguaggio esiste, e che molte delle espressioni femminili sono molto simili all’ Arawak che conosciamo.

Per quanto riguarda il lessico, fu redatto nel 1665 da Padre Raymond Breton un vocabolario caraibico, che comprendeva 400 parole circa usate esclusivamente da uno dei due sessi. O, meglio, una parola ( ad esempio embatali per indicare “viso” ) era usata dalle donne tra di loro, ma nella comunicazione con uomini esse utilizzavano per lo stesso significato il vocabolo ichibou , usato correntemente dai maschi della popolazione.

La lista delle parole distinte per uomini e donne è effettivamente abbastanza lunga, ed inoltre si tratta di radici linguistiche totalmente differenti e non di piccole modificazioni ; ma queste forme separate costituiscono solo un decimo della lingua, mentre tutte le altre parole sono comuni a uomini e donne. Perciò è difficile parlare di due lingue totalmente separate, anche perché la grammatica è generalmente uguale per entrambe le varietà, e non sono state riscontrate differenze fonetiche.

Nella morfologia del caraibico insulare risulta la diversità dei prefissi possessivi per uomini e donne riguardo a tre persone : la prima persona singolare ( i- nella lingua degli uomini e n- per la lingua delle donne ), la prima persona plurale ( k- e w- rispettivamente ) e la seconda persona singolare ( distinta in a- e b- ).

Questi prefissi corrispondono perfettamente e quelli usati dai Galibi e dagli Arawak, come anche corrisponde all’ Arawak il prefisso negativo del verbo usato dalle donne, m-ma- ; in questo caso gli uomini usano un infisso, che è –pa- .

Il caso delle donne Caribe non è isolato, perché molto spesso gruppi integrati in popolazioni con diverso idioma hanno mantenuto la lingua originaria, in tutto o in parte, come lingua segreta e “gergo” del gruppo. Certamente, se nei Caribe le donne non si sono lasciate assimilare, ciò è dovuto a fattori sociali, come una separazione abbastanza netta di compiti, di ruolo e di attività tra i maschi e le femmine. Ad esempio è nelle abitudini di questo popolo il pasto separato degli uomini e delle donne, ed inoltre queste ultime devono attendere che i maschi abbiano terminato, servendoli a tavola, per poi cibarsi. Si può dunque parlare in questo caso di una lingua “di classe”, perché le donne sono tenute in condizione doppia di inferiorità ; come sesso e come assimilate di una tribù diversa.

Un altro esempio di “lingua di classe” lo ritroviamo nell’ antico teatro indiano ; infatti gli uomini parlano generalmente in sanscrito e le donne in practico, e la distinzione non è tanto di sesso quanto di classe, di rango sociale applicato al sesso.

Infatti il practico è la lingua delle classi inferiori mentre il sanscrito è caratteristico degli dei, dei re, dei principi, dei bramini, dei ministri e delle classi alte in generale, in cui le donne, salvo rare eccezioni, non vengono incluse.

La dimostrazione di un livello culturale diverso fra uomini e donne ci viene offerta anche da alcuni drammi di Shakespeare, nei quali tutte le donne, anche le principali protagoniste del lavoro drammatico, si esprimono ad un basso livello linguistico.

Alcuni linguaggi femminili sono stati considerati propriamente “gerghi” o “lingue segrete”, come il Bahâsa Balik ( lingua rovesciata ) delle donne Brunee del Borneo e la lingua magica delle sacerdotesse Baree di Celebes, ma in questo caso si tratta di precise categorie di donne, cioè una piccolissima parte della popolazione femminile.

G. R. Cardona, nelle pagine citate in precedenza, osserva che lo studio della lingua femminile è posto in maniera sbagliata, perché la si considera sempre l’ eccezione rispetto alla lingua normale, quella degli uomini. Al contrario si deve parlare di due lingue alla pari, come è almeno alla pari il rapporto numerico tra i due sessi, e si deve parlare di rapporto dialettico esistente tra le due lingue. Invece di considerare sempre la “lingua femminile” come contrapposta alla varietà “standard” , si potrebbe e si dovrebbe molte volte introdurre il concetto di “lingua maschile”.

Come esempio Cardona cita, tra i Dagon, la lingua segreta della società degli uomini, sconosciuta alle donne e ai ragazzi non iniziati.

Tale lingua distingue insomma tra uomini pienamente integrati nella comunità ( iniziati e parlanti del sìgi ) egli altri (donne e bambini , non iniziati e non parlanti della lingua). Inoltre in molte lingue la varietà femminile è quella originaria, di base, e dunque ha più senso parlare di “variet{ maschile” rispetto allo standard che viceversa.

Per riassumere, le distinzioni riscontrate nel linguaggio dei due sessi si possono riassumere in :

a) Fenomeni di “conservazione” o di “innovazione “ linguistica ; b)Distinti prefissi o suffissi grammaticali relativi al sesso, nonché la distinzione sessuale “soggettiva” presente in alcune

lingue ; c)Differenze lessicali relative ai termini di parentela o alle

denominazioni di parti del corpo, in quanto il rapporto di parentela e anche la parte del corpo possono venir considerati differenti per un sesso e l’ altro ;

d)Differenze linguistiche determinate dall’ originaria appartenenza dei due sessi a gruppi linguistici diversi.

A questi punti dobbiamo aggiungere l’ esistenza, per le donne di numerose popolazioni, del cosiddetto tabu verbale o tabu sessuale. Ad esempio, nei già citati Caribe, alle donne non era permesso di pronunziare il nome del marito, altrimenti ( secondo una paura superstiziosa dei maschi del gruppo ) ciò gli avrebbe procurato un notevole danno, e molte parole erano tenute accuratamente celate alle donne, soprattutto in periodi di guerra, per evitare una supposta contaminazione femminile.

Il tabu sessuale è diffuso soprattutto in Africa. Presso gli Zulu la donna non può pronunziare il nome del marito, dei fratelli e del suocero, sotto pena di gravi rappresaglie ed anche della morte.

Non si tratta dunque di una varietà di lingua comune alle donne ( perché ognuna di esse ha il compito di evitare particolari parole, diverse da quelle interdette alle altre donne), ma di artifici linguistici personali, per cui la donna evita il termine umpiki (“albero”) sostituendovi ad esempio umbyaligwa ( “quello che viene piantato”) oppure qualche sinonimo arcaico e meno usato.

Possiamo distinguere le differenze di lingua riferendoci ai tre livelli tradizionali della lingua, cioè fonologia, morfologia e lessico.

Dal punto di vista fonologico abbiamo già visto delle differenze fra uomini e donne in varie lingue ; nel russo era diffuso tra le donne l’ uso della dittongazione di /o/ in /uo/ ; Jespersen ricorda il passaggio /r/ > /s/ nelle donne francesi e norvegesi e nota una lieve differenza fra femmine e maschi nella pronunzia di alcune vocali, in parole come /soft/, /children/, /breakfast/. Ma questa pronunzia particolare si limita a donne affettate e falsamente eleganti ( come accadeva alle précieuses francesi ), ed in moltissime è assente. In italiano per caratterizzare questo modo di parlare possiamo usare la labializzazione delle consonanti anteriori ; sono stati segnalati anche usi differenti dell’ accento e dell’ intonazione delle parole.

Anche morfologicamente abbiamo già visto alcuni esempi. Nella lingua italiana così come in altre esiste la distinzione tra genere femminile e maschile, per cui una donna dice / io sono andata / e un uomo / io sono andato / , ed alcune lingue presentano una differenziazione nei pronomi delle prime persone singolari e plurali.

Si è anche notato un maggior uso femminile dei diminutivi, delle forme orientate affettivamente, delle esclamazioni.

Dal punto di vista lessicale ritroviamo le maggiori differenze. Abbiamo già parlato di caratteristici gerghi femminili, ma anche senza questi casi limite il linguaggio dei maschi e delle femmine può presentare differenze lessicali a causa della separazione del lavoro tra i sessi e a differenti ambiti di esperienze.

Molto evidenti sono i tabu e le interdizioni stabilite alle donne, che portano queste ultime ad evitare particolari parole relative ad esempio alla defecazione e alla minzione, ad alcune parti del corpo, al coito e al sesso in generale.

A questo proposito Cardona osserva che la questione è più generale ; non si può limitare alla scelta di parole bensì di interi argomenti. Vi sono argomenti sentiti e considerati caratteristici di un sesso o dell’ altro, per cui un intero tema sar{ trattato alla maniera femminile o alla maniera maschile. Tale delicatezza, pudore, discrezione, ritenute doti peculiari delle donne, non si limitano strettamente alle parole interdette, ma si manifestano sempre nella scelta dei vocaboli, evitando quelli eccessivamente rudi e diretti in favore di espressioni più smussate ed eufemistiche. Inoltre si manifesta la propensione verso parole che indichino bellezza o gentilezza ( “It’s very kind of you” al posto di it’s very good of you”) e la tendenza ad eccentuare le esclamazioni e il tono emotivo del linguaggio.

Tali osservazioni, fatte da Jespersen nel 1922, possono essere condivise ancora oggi ; tuttavia egli protende a considerare doti naturali piuttosto che sociali alcune di queste differenze.

Ad esempio, riferendosi ad alcuni esperimenti compiuti sul linguaggio degli uomini e delle donne, conclude che ci sono tratti indipendenti dalla educazione ricevuta ; il vocabolario tipico della donna sarebbe meno esteso di quello di un uomo, e si manterrebbe per così dire nel campo centrale del linguaggio, evitando quelle espressioni molto bizzarre, o molto nuove. Jespersen osserva anche che molto spesso le donne non terminano un periodo, lasciandolo a metà, cosa molto meno comune negli uomini ; e che i lunghi periodi sono più complessi negli uomini, fatti di parti subordinate l’ una all’ altra, mentre la coordinazione di periodi è caratteristica delle femmine. Come caratteristiche generali del linguaggio pone poi la maggiore velocit{ nell’ uso della lingua e nella comprensione linguistica da parte delle donne ( che però mostra sovente povertà intellettuale ), la loro propensione a parlare molto, e lungamente, nonché il livello medio della loro capacità linguistica, mentre negli uomini si può trovare il genio linguistico ( l’ artista letterario, il grande oratore ) come l’ idiota fermo ai livelli più bassi della lingua.

E conclusioni di Jespersen, oltre a risultare lontane da noi per l’ epoca in cui furono stilate ( più di 55 anni fa ), si basano molto su pregiudizi e su impressioni personali. Ma questi pregiudizi sono molto diffusi a livello sociale, come ha osservato qualche anno fa Cheris Kramer, titolare di un corso di “comunicazione orale” nella università dell’ Illinois.

Essa, dopo aver analizzato il contenuto delle vignette satiriche pubblicate in tre mesi dal settimanale “The New Yorker”, sottopose le didascalie di 49 di esse a 50 studenti universitari, divisi in egual numero tra maschi e femmine. Gli studenti dovevano in un certo senso ricostruire la vignetta loro celata, indicando se le parole erano pronunciate da un uomo o da una donna, e perché.

Le risposte risultarono esatte nel 66 per cento dei casi, proprio basandosi sui luoghi comuni che attribuiscono ai due sessi modi differenti di parlare e scelta di temi diversi nella conversazione.

Cheris Kramer ha cercato di provare un’ altra affermazione di Jespersen, secondo la quale le donne usano più aggettivi degli uomini. Chiese perciò a 17 uomini e a 17 donne di scrivere dei brevi commenti riguardo a due fotografie, di cui una rappresentava un edificio e l’ altra un gruppo di persone ( in omaggio alla teoria sostenente il maggior interesse delle donne per i soggetti umani, degli uomini per le forme inanimate ). Risultò comunque insignificante la differenza in stile descrittivo e per il numero di aggettivi. Anche una seconda prova, in cui a 11 studentesse fu richiesto di analizzare dieci commenti scelti a caso, e di indicare per ognuno il sesso dello scrivente, non provò nulla di preciso; le ragazze identificarono correttamente il sesso dell’ autore in 59 casi e in 51 si sbagliarono.


Studi e ricerche sul linguaggio usato dalle donne.

Accenni

Nel campo della sociolinguistica, i cinque principali fattori di differenziazione in campo linguistico sono considerati essere : l’ età, il sesso, il gruppo etnico, la classe socio-economica, il livello di istruzione. Queste sono le affermazioni teoriche : in realtà gli studi sulla differenziazione sessuale del linguaggio sono stati molto limitati ed insufficienti, ed il più delle volte si è preferito eludere il problema.

Scrive Gaetano Berruto :  “Spesso le donne parlano in modo diverso che gli uomini; sovente nel vocabolario usato dalle donne compaiono settori terminologici ignoti o infrequenti nell’ uso maschile ( per esempio, i termini relativi alla cura della casa e dei bambini, ai cosiddetti “lavori donneschi”, ecc. ), mentre vi sono escluse o infrequenti espressioni relative a certe sfere ( come la sessualità, o la meccanica; ecc. ). Si ritiene che in genere le donne siano più conservative degli uomini: ma non è dimostrato, anzi esistono prove in contrario, che attestano la maggior propensione dei parlanti di sesso femminile ad accettare innovazioni.

E’ presumibile che le differenze di comportamento linguistico riscontrabili tra maschi e femmine siano di origine e natura del tutto sovrastrutturale; cioè acquisite in seguito all’ instaurarsi di certi rapporti sociali piuttosto che di altri, tranne ovviamente i caratteri fisiologici ( come differenze di altezza nella pronuncia della catena parlata, ecc. ); ma non è qui la sede per discutere l’ argomento.”

Quindi Berruto, pur postulando che il comportamento linguistico delle donne sia strettamente dipendente da fattori sociali, non ritiene l’ argomento abbastanza rilevante per occuparsene a fondo, e passa avanti. Molte volte i ricercatori hanno eluso il problema occupandosi soltanto dei soggetti maschi allorché era in corso uno studio sul linguaggio; anche se poi nel corso di tale ricerca gli aspetti sessuali del linguaggio emergevano.

Questo è il caso dello studio su “I pronomi del potere e della solidarietà”, precedentemente citato. Infatti gli autori scrivono, a proposito dell’ uso di T (tu) e V (voi, Lei) : “Gli informatori più accessibili erano studenti residenti a Boston nell’ autunno del 1957(…) ; sebbene abbiamo dati anche da un piccolo campione di donne, quest’ analisi è limitata ai maschi”. Più avanti leggiamo : “I francesi sono più inclini dei tedeschi a dire T a un altro studente maschio, a un collega impiegato in un ufficio, e a qualcuno con cui sono stati a scuola insieme” ; e ancora : “Incidentalmente, il cameratismo del maschio italiano si estende alle donne; a differenza degli studenti francesi o tedeschi, gli studenti italiani dicono T alle studentesse quasi con la stessa facilità con cui impiegano il pronome con studenti maschi”.

Nonostante risultasse chiaro che il comportamento linguistico variava a seconda del sesso dell’ interlocutore, e che probabilmente le donne avrebbero avuto atteggiamenti diversi nell’ attribuire il TU, questo tipo di ricerca non è stata fatta. Altre volte, occupandosi della diglossia all’ interno delle comunità arabe o ebraiche ( varietà di ebraico e di yiddisch, di arabo cranico e di dialetto informale ), non si è sottolineato abbastanza come la diglossia fosse una caratteristica dei maschi del gruppo, in quanto le donne hanno un ambito di azione e di contatti limitato alla casa e al piccolo gruppo dei conoscenti.

Fishman ha riportato, in un capitolo sulla commutazione di codice nei bilingui,  due conversazioni svolgentisi tra un principale ed una segretaria , (la prima), e tra due giovani portoricani, un ragazzo e una ragazza (la seconda). In entrambi i casi il passaggio dall’ inglese (formale) allo spagnolo (informale) è affettuato dall’ uomo, ma secondo Fishman il sesso è una variante irrilevante, e non rientra nella definizione dei rapporti di ruolo.

Al contrario Labov, nei suoi studi sulla stratificazione sessuale del Th , ha rilevato che : “Nell’ uso accurato della lingua le donne usano un numero minore di forme stigmatizzate degli uomini (…) e sono più sensibili degli uomini al modello di prestigio. Esse mostrano cioè una più netta inclinazione del mutamento di stile, specialmente all’ estremo più formale dello spettro. (…) Questo comportamento è particolarmente marcato nelle donne appartenenti alla classe medio-bassa, che la presentano nella forma più estrema. E’ problematico se anche le donne delle classi basse siano più sensibili degli uomini all’ aspetto sociale del linguaggio : non abbiamo dati univoci su questo punto”.

Anche altri autori hanno rilevato che, nella scelta tra una varietà corretta, “standard”, e una variet{ meno corretta, popolare, le donne tendono più degli uomini ad usare la varietà corretta, e sotto questo aspetto risultano anche più “conservative” degli uomini. Comunque, all’ interno dei più generali studi sociolinguistici, non abbiamo che osservazioni sporadiche sull’ argomento “donna” , quando poi non si limita addirittura l’ osservazione ai parlanti uomini, estendendo successivamente i risultati a tutta la popolazione. Le donne sono in ogni caso trattate come una minoranza, di cui ci si può occupare o meno, nonostante costituiscano la metà, a volte la maggioranza, di ogni popolazione umana.