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Riflessioni su “Living in a ghost town” dei Rolling Stones

“Non pretendo di sapere cos’è lo spazio. Più penso , più diventa misterioso. Di una cosa tuttavia, ne sono certo: quando noi in quanto architetti, ci occupiamo dello spazio, stiamo lottando solo con una piccola parte di infinito che circonda la terra e tuttavia ogni edificio segna un posto unico in quell’infinito”

Peter Zumthor

 

 

Il fenomeno per cui l’affetto è integrato all’esperienza individuale del mondo, è una normale conseguenza di come il cervello elabori le informazioni sensoriali dal mondo esterno nel contesto delle sensazioni del corpo.

La visione contemporanea in lockdown, un mondo disumanizzato immerso nel silenzioso vuoto sci spinge a riflettere quanto percezione e linguaggio si scindano inevitabilmente, e la percezione o la concettualizzazione non avvengono istantaneamente. Nelle immagini dell’ultimo capolavoro dei Rolling Stone, la mancata presenza delle persone incidono sulla riflessione riguardo la percezione da cui scaturisce un pensiero, e pone la deriva della concettualizzazione e dell’espressione fluida ed orizzontale del flusso dei pensieri. La distinzione tra questi due metodi di percezione dello spazio è importante. Il simbolismo è definitivamente consegnato all’espressione architettonica. Se si accetta la visione contemporanea, si può dedurre che l’architettura basata sul linguaggio era un esercizio intellettuale nella costruzione di una serie di oggetti simbolici. Il problema è che questo simbolismo non poteva essere letto universalmente e l’architettura offriva poco in termini di qualità spaziali oggettive. La visione contemporanea consente il design e l’esperienza dello spazio senza bisogno di storie e simbolismo. Senza bisogno di un’allegoria, il potere e il primato dello spazio diventano molto più importanti.

L’occhio sferico meccanico atomico e freddo descrive e funziona   in modo molto simile a un sistema GPS, permettendoci di mappare e navigare nello spazio in modo obiettivo. Usando l’accelerazione, il movimento e la velocità, il nostro cervello registra come ci muoviamo nello spazio. Ciò significa che per ogni situazione spaziale, c’è una registrazione e una lettura obiettive che si verificano nel nostro cervello. Siamo in grado di mappare in modo dimensionale planimetrie ruvide e relazioni in sezione all’interno del nostro cervello, utilizzando le informazioni spaziali scritte dal nostro GPS interno. Il tutto in modo artificiale dove uomo e macchina si sostituiscono e si confondono inevitabilmente, trascinati nell’implosione over-mind del tracciato esperienziale.

La denuncia intima presente nelle parole del testo di   ‘Living in a Ghost Town’ rappresenta la solitudine forzata e l’incapacità di esercitare i sensi in questa compagine temporale, intrisa di angoscia e impossibilità di abitare in senso antropologico e sociologico l’ambiente. Vita sospesa e fine ultimo di ciascun uomo che possa definirsi tale…. Una possibilità di ripensare e riconquistare un novello e avvincente umanesino.

Nel silenzio si annida la feconda speculazione di ricerca dell’autentica essenza dell’umano pensare e agire.

Fino a che punto possono arrivare le parole per comunicare i nostri pensieri e sentimenti più intimi? Tutto può trovare espressione nel discorso? Usiamo il linguaggio per rendere i nostri mondi interiori accessibili agli altri, permettendo a coloro che sono disposti ad ascoltare uno sguardo nei nostri sé altrimenti misteriosi e opachi. La nostra capacità di comunicare offre l’opportunità di creare uno spazio di comprensione e conoscenza condivise. Eppure, a un certo punto, la parola e il linguaggio colpiscono una barriera dopo la quale è possibile solo il silenzio. Non possiamo sfuggire agli elementi indicibili della nostra vita che sfuggono all’espressione all’interno del nostro vocabolario. Come scrisse Walter Benjamin:

“Ogni conversazione tende al silenzio”.

A volte il silenzio esprime più delle parole.

La lingua risveglia la divinità nell’uomo al punto in cui può negoziare e persino cambiare il destino dell’universo attraverso la semplice espressione delle parole. La civiltà umana ha raggiunto così tanto grazie alla sua capacità di comunicare idee. Il silenzio gioca un ruolo importante nell’opera di Rosenzweig: credeva che si potesse trovare un silenzio significativo in molte delle nostre relazioni nella vita; sia con il Divino che con i nostri contemporanei:

“Il primo non può parlare all’altro; il prossimo può farlo; e finalmente uno non trova più necessario farlo. L’uno capisce l’altro anche senza parole. ”

Rosenzweig continua:

“C’è un silenzio che non ha più bisogno di parole. È il silenzio della perfetta comprensione”.

Per Rosenzweig, i nostri momenti più intimi della vita si svolgono spesso sotto la copertura del silenzio.

 

Rosenzweig credeva che l’uomo oscillasse costantemente tra parola e silenzio. Una relazione costruita sulla vera comprensione raggiunge un punto in cui le parole diventano superflue e la comunicazione continua nel regno del silenzio, attraverso ciò che viene trasmesso nei nostri gesti silenziosi. Come spiega Rosenzweig in modo così potente:

“La luce non parla, brilla”.

Oggi che siamo bombardati dal linguaggio tecnico- (il)logico non-sense, i tempi ci mostrano in tuttal al loro crudezza sia il potere che i limiti della nostra lingua e del nostro linguaggio. La semplice espressione delle parole ha ottenuto così tanto in questo mondo. Eppure, il silenzio spettrale amovibile di questo tempo sospeso ci insegna che le nostre esperienze più profonde nella vita, siano esse religiose o personali, richiedono anche una sana dose di silenzio. Il silenzio parla davvero di volumi, spazi occupati da corpi umani nel rispetto della natura.

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German Stepanovič Titov: doveva essere lui il primo uomo a volare nello spazio

Grazie a Federico Bernardini che ha coniato questo articolo … sono onorata di proporvelo 😀

lurlodimunch

“Io credo nell’Uomo, nella sua forza, nelle sue possibilità e nella sua razionalità” (German Stepanovič Titov) 

L’11 settembre del 1935 nasceva a Polkovnikovo, nell’Unione Sovietica, German Stepanovič Titov, entrato nella storia per essere stato, a bordo della navicella Vostok 2, il secondo uomo a volare nello spazio ma, come vedremo, sarebbe dovuto essere il primo. Era il 6 agosto del 1961 e quella data, allora avevo otto anni, rimarrà per sempre impressa nella mia memoria.
Si era allora in piena “Guerra Fredda” e la competizione tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti era ai massimi livelli, in tutti i campi.
Per i Sovietici precedere gli Americani nella corsa allo spazio era un punto d’onore e in quell’impresa essi impegnarono ogni risorsa economica, scientifica e tecnologica, mettendo in campo i loro uomini migliori.
Un’impresa di grande importanza politica, militare e propagandistica, densa di contenuti simbolici: il primo uomo a orbitare intorno…

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