L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Islanda: civiltà al femminile

Ragazze che spingono carrozzine con splendidi bambini dagli occhi blu infagottati per ripararsi dal freddo. Ragazze alte e snelle, con le facce slavate e gli occhi chiari e vivaci, intelligenti e sereni, anche se poco più che adolescenti È questa, la prima immagine che si coglie appena sbarcati in Islanda. Tante giovani mamme. Anche troppo giovani e persino troppo numerose, per lo standard europeo. Ma non c’è da stupirsi. Le statistiche demografiche dell’Islanda potrebbero fare impazzire uno studioso della tendenza. Il trend che descrive la donna del ventunesimo secolo come single, o comunque disposta a rinunciare alla famiglia e figli, assolutamente non vale nell’isola di ghiaccio. In Islanda si fanno più figli che in qualsiasi altro paese d’Europa occidentale, il doppio rispetto a quanto accade in Italia.

Eppure, oltre l’85 per cento di esse lavora fuori casa. Sono moltoemancipate e molte di loro scelgono, liberamente e senza rischiare di essere vittime di discriminazioni e pregiudizi, di essere ragazze madri. Donne forti, quindi. Una forza che hanno forse ereditato dalle loro madri e dalle loro nonne, costrette ad occuparsi di tutto, perché i loro uomini erano quasi sempre in mare. Donne forti, che abituavano i figli maschi ad essere uomini forti, perché soltanto così avrebbero potuto, d’inverno, strappare all’oceano il cibo per tutta la famiglia. Donne forti e all’avanguardia, non solo nella vita privata, ma anche in quella politica. L’Islanda è uno dei primi paesi ad ottenere il diritto di voto per le donne (era il 1915). È anche uno dei primi paesi ad avere avuto un partito delle donne, una signora sindaco della capitale e una presidente donna (Vigdis Finnbogadòttir, 1980-1996). Eletta alla suprema carica dello Stato nel 1980 (la prima donna al mondo a diventare presidente in seguito ad un’elezione popolare), Vigdis Finnbogadòttir si è distinta anche per aver fatto della difesa dell’ambienteuna delle linee fondamentali della sua azione, assieme a quella dell’educazione attiva dei ragazzi. Sotto la sua presidenza, l’Islanda ha conquistato il primato mondiale della riforestazione e in un anno, ogni islandese, ha piantato in media 20 alberi. Donne dunque pedine fondamentali della società islandese. Avete qualche dubbio? Chiedete a un islandese se si ricorda cosa accadde il 24 ottobre 1975: le donne, in Islanda, si presero un “giorno libero!”. E il paese si fermò.


Paesi arabi: l’emancipazione abita anche qui

Quando parliamo di donne arabe, nel nostro immaginario entrano solo immagini di sottomissione, frustrazione, diritti violati. In effetti è così. Non bisogna mai generalizzare, ma in generale è così. Tuttavia, per avere un quadro completo, è necessario aggiungere alcuni tasselli al nostro mosaico. Forse non tutti lo sanno, ma anche da queste parti si sono affacciate, in tempi più o meno recenti, delle rivendicazioni di carattere femminista. Nei Paesi arabi, i movimenti femminili sono sorti agli inizi del XX secolo, precisamente nel 1879 in Libano, nel 1923 in Egitto, nel 1944 in Giordania e in Marocco, nel 1953 in Bahrein e negli anni ’50 in Tunisia, epoca nella quale le Tunisine si sono impegnate nel movimento di liberazione anticoloniale. Questi movimenti miravano soprattutto ad avanzare rivendicazioni politiche, ma senza grandi risultati, visto che soffrivano di mancanza d’organizzazione e si scontravano contro i diversi scogli rappresentati dai loro rispettivi governi. È con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che si assiste all’emergere di un nuovo discorso femminista. Anche se è solo nel 1975 (data del 1° Congresso mondiale sulla Donna in Messico) che le Nazioni Unite hanno cominciato a parlare delle donne come delle “partners nello sviluppo”. Questo fu anche il punto di partenza di un progetto mirante ad eliminare ogni forma di discriminazione contro la donna, per collegare la questione femminile al discorso dei Diritti dell’Uomo. Un progetto che i Paesi arabi devono sottoscrivere se vogliono vincere la scommessa dello sviluppo.

Fra i 21 paesi arabi, soltanto 8 (fino al 1995) hanno sottoscritto l’accordoconcernente l’eliminazione d’ogni forma di discriminazione contro la donna. Un risultato già di per se modesto, a cui va aggiunta una considerazione: la firma delle convenzioni internazionali non porta necessariamente alla loro applicazione. Ed è questo è uno degli ostacoli contro cui si scontrano ancora oggi un buon numero di movimenti femminili nel mondo arabo. La strada verso l’emancipazione delle donne arabe dalle rigide regole della Sharia, la legge islamica, soprattutto nei ricchi ma conservatori Paesi petroliferi del Golfo non è mai stata facile, né sarà breve.

Ciò nonostante, non si può fare di tutta un’erba un fascio. In alcuni di questi Paesi alle donne sono riconosciuti ruoli sociali, e soprattutto diritti civili, che in altri – come l’Arabia Saudita – sono ancora disconosciuti. Il Kuwait è l’unico regno del Golfo ad avere un Parlamento democraticamente eletto. Un paese in cui a prima vista la situazione delle donne è tutt’altro che nera. Il ruolo femminile del Paese, infatti, è molto importante. Ci sono donne che ricoprono alti incarichi in aziende statali e private. Numerose sono le donne inserite nel lavoro, e molte sono le intellettuali, le scrittrici e le giornaliste, che fanno sentire alta la loro voce anche nei tribunali per il riconoscimento dei propri diritti civili cui si oppongono i parlamentari islamici più integralisti. Alle donne è inoltre riconosciuto il diritto non solo di arruolarsi nella polizia ma anche nell’esercito. Dunque donne che hanno diritto a fare praticamente tutto…tranne votare.

Il primo Paese del Golfo in cui tutte le donne sono andate alle urne è stato il Qatar. Nel marzo 1999, si sono svolte le prime elezioni amministrative asuffragio universale, anche se le sei candidate donne non sono state elette. La consultazione è stata considerata, da molti analisti, come un importante esperimento verso la democratizzazione dell’emirato ed un primo passo verso la prossima elezione di un Parlamento. Altra singolare conquista: lo scorso maggio un gruppo di qatariote – non scortate dai mariti o da parenti maschi – hanno potuto assistere nello stadio di Doha (da una tribuna riservata) alla finale di un torneo di calcio.

Anche in Oman le donne possono votare, ma non tutte. L’Oman ha infatti una Shura (Consiglio consultivo, eletto nel 1997) ma ad eleggerla sono soltanto 50.000 omaniti – uomini e donne – appositamente scelti dal sultano. Nel sultanato esistono però tre donne sottosegretario, altre due fanno parte della Shura ed una è stata nominata recentemente ambasciatore in Olanda. Un’altra curiosità: dallo scorso maggio il governo del sultanato ha concesso alle donne omanite che lavorano come tassiste di poter prendere a bordo delle proprie auto anche passeggeri maschi, cosa sino ad allora proibita.


Divorzio all’Egiziana

Strano universo quello delle donne egiziane. Belle, spesso bellissime, come la regina Nefertari, una donna coraggiosa e determinata, ma inevitabilmente sovrastata dalla figura prepotente del marito, il faraone Ramses II. Come lei limitate in molti aspetti della loro vita da una legge, quella coranica, che tuttora rende loro difficile trovare un posto nella società. Le vedi per le strade: di alcune non riesci a scorgere neanche un centimetro di pelle tanto sono coperte. E le vedi sempre un passo dietro al marito. Le più giovani hanno un’aria più spensierata, alcune vestono in modo moderno e in nulla diverso dalle coetanee occidentali, se non per il fatto che hanno la testa coperta da un chador. Nero per le già maritate, colorato per tutte le altre.

Ma in questo paese, dove la vita sembra essersi fermata a decenni fa, dove vedi ancora le donne che lavano i panni nel Nilo, gli uomini muoversi per le strade del Cairo a “bordo” di un asino… beh, in questo mondo a volte incomprensibile per noi occidentali, qualcosa sta lentamente cambiando. Proprio per le donne. L’alta Corte egiziana ha finalmente sancito che anche loro hanno il diritto di ottenere un passaporto. Nessuno, e tanto meno il marito, potrà più impedire loro di viaggiare all’estero. Non che fino ad oggi esistesse un vero e proprio vincolo legale. Anzi: il diritto di ottenere un passaporto e, di conseguenza, di viaggiare all’estero, in quanto espressione della libertà personale, viene protetto anche dalla Costituzione. Ma, in questa società maschilista, e per la maggior parte islamica, il divieto era ormai una consuetudine molto semplice da applicare. Per il marito, infatti, era sufficiente recarsi al Ministero degli Interni e far inserire il nome della propria moglie in una sorta di lista nera, così da impedirle di ottenere il passaporto. Un bel risultato, quindi. Ma attenzione. Niente facili entusiasmi. Di fatto gli uomini potranno ancora impedire alle loro mogli di varcare i confini nazionali, anche se la prassi sarà un po’ più complicata: dovranno presentare un’apposita petizione alla Corte che valuterà caso per caso, e non più di ufficio, se la donna può viaggiare o meno. Cosa accadrà nella pratica, resta dunque da vedersi, ma certo la norma ha un grande valore simbolico.

Anche perché arriva solo alcuni mesi dopo un’altra importante e controversa decisione: quella di facilitare alle donne la richiesta di divorzio dai loro mariti. Mentre gli uomini possono divorziare all’istante e senza particolari giustificazioni, per una donna egiziana, lasciare il marito, era praticamente impossibile. Per farlo doveva dimostrare di essere stata maltrattata. Adesso, invece, potrà chiedere il divorzio anche per incompatibilità. Spetterà a due “arbitri” designati dalla Corte, di verificare se davvero la riconciliazione tra i due coniugi è impossibile. A questo punto il divorzio verrà concesso. Ma, anche in questo caso, attenzione: la donna otterrà sì il divorzio, ma dovràrinunciare a ogni pretesa finanziaria e, quindi a ogni forma di alimento e, in più, dovrà restituire al marito la dote ricevuta. Del resto, il profeta Maometto diceva che “una donna può lasciare il proprio marito anche se non ha ricevuto alcun male fisico ma, se lo fa, deve restituirgli il giardino che lui le ha dato”. Dunque, per le donne un altro successo a metà: di fatto le uniche che potranno usufruire di questo diritto saranno le donne benestanti e comunque coloro che hanno i mezzi per restituire la dote e per mantenersi senza usufruire degli alimenti del marito. Inoltre, hanno sottolineato in molti, sarà comunque difficile per una donna ottenere il divorzio, in un paese in cui non un solo giudice è di sesso femminile.