L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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MARIA MADDALENA – Trailer Ufficiale Italiano

DAL 15 MARZO AL CINEMA


Psicologia alchemica

Padroneggiare l’arte del fuoco e possedere la chiave dell’alchimia significa imparare e scaldare, entusiasmare, accendere, ispirare il materiale che stiamo lavorando, il quale è anche lo stato della nostra natura, in modo da attivarlo a passare a uno strato ulteriore.
S’intende che il laboratorio, il forno, le cucurbite ė gli alambicchi, gli assistenti sono creazioni della fantasia oltre che fenomeni materializzati. Sei tu il laboratorio; sei tu i vasi e la materia sottoposta a cottura. Dunque il fuoco è anche un calore invisibile, un calore psichico che implora di essere alimentato, di avere spazio per respirare e di ricevere costante attenzione amorevole. Come si fa a ottenere il calore capace di prosciugare gli umori flaccidi, le oppressioni plumbee, per distillare qualche preziosa goccia di inebriante chiarezza?

 

james hillman

Il lavoro di Jung sull’alchimia è stato molto importante per la psicologia analitica perché ha aperto nuovi e imprevisti orizzonti. Hillman trae materia e ispirazione dagli studi di Jung e sviluppa in modo originale la sua idea di alchimia legata alla psicanalisi.
L’alchimia è un’arte per marginali, per chi si trova al limite. Un’arte della natura che eleva le temperature della natura, un’attività artigianale alle prese fisicamente con materiali percepibili dai sensi.
Il linguaggio dell’alchimia può rivelarsi l’aiuto più prezioso per la terapia junghiana. Per Hillman il linguaggio alchemico è una modalità di terapia, è terapeutico in sé.
“L’alchimia dispone di un assortimento di recipienti di qualità differenti, di diverse fragilità, visibilità e forma: serpentini per la condensazione, alambicchi a più teste, pellicani, cucurbite, vasche piatte scoperte. Per contenere la nostra materia e per cuocerla possiamo usare il rame oppure il vetro oppure l’argilla.”
La psiche si manifesta sempre in comportamenti ed esperienze specifiche e in immagini sensuose assai precise. Per questo le parole dell’alchimia agevolano e sorreggono. Perché sono concrete e indicano le operazioni che si compiono nella “lavorazione” della psiche. Con l’alchimia si impara a far volatilizzare la vaporosità, a far evaporare gli annebbiamenti, a calcinare le passioni per ridurle a essenze secche. Si impara a condensare e congelare gli stati di nebulosità in modo da ricavarne gocce limpide e cristalline. Si impara a coagulare e a fissare, a dissolvere e a provocare la putrefazione, a mortificare e ad annerire…

James Hillman, Psicologia alchemica, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, 2013.


Teodora, Imperatrice di Bisanzio

Augusta dell’Impero romano d’Oriente, attraente, sagace e molto sensuale,vivace, spiritosa e molto sciolta nei gesti e manierismi. Il tutto accompagnato dai suoi occhi neri inquietanti e bellissimi. Divenne una grande legislatrice e fu responsabile di diverse leggi a garanzia dei diritti delle donne. Risale, infatti, a lei la prima legge sull’aborto conosciuta.

Teodora, imperatrice di  Bisanzio  dal 527 al 548, fu probabilmente la donna più influente e potente nella storia dell’impero. Siamo nel 6 ° secolo: nata circa  tra il 497-510. Morta il 28 giugno 548. Coniugata con  Giustiniano, nel 523 o 525. Imperatrice dal 4 aprile 527.

La fonte principale di informazioni su Teodora è Procopio , che ha scritto su di lei in tre opere: la sua Storia delle Guerre di Giustiniano, De Aedificiis e Anekdota o Storia segreta.

Tutti e tre le opere sono state scritte dopo la morte di Teodora. I primi meriti di Teodora si riscontrano  nella soppressione della rivolta del Nika , ove si mostra  coraggiosa. De Aedificiis è lusinghiero per Teodora. Ma la storia segreta è piuttosto antipatica per Teodora, specialmente per quel che riguarda la sua età infantile . Questo stesso testo descrive suo marito, Giustiniano, come un demone senza testa, e mostra  chiaramente punti d’esagerazione.

Secondo Procopio, il padre di Teodora fu  il custode degli  orsi e degli animali dell’Ippodromo, e sua madre, risposandosi poco dopo la morte del marito, invogliò la figlia   Teodora di appena cinque anni ad intraprendere  la carriera di attrice  che poi  si trasformò in una vita da prostituta e amante di Hecebolus, governatore di Persipolos, che si trova in quella che oggi è conosciuta come la Libia (Africa settentrionale). Potrebbe essere stata una prostituta. Si diceva che avesse così abusato della sua posizione con Hecebolus che l’aveva fatta spogliare delle sue ricchezze (che lui le aveva elargito) e l’aveva cacciata fuori con nient’altro che i vestiti sulla schiena. .

Considerata “Dea dei postriboli” visse amori fugaci, aborti dettati dal bisogno di continuare il mestiere, viaggi con amanti e compagnie teatrali che la condussero nell’Africa settentrionale ad Alessandria d’Egitto, e in Siria ad Antiochia. Altre due metropoli importanti, in cui però accadde qualcosa d’imprevisto. Teodora imparò a conoscere il monachesimo. Alessandria d’Egitto era all’epoca un centro culturale di primaria importanza, punto d’incontro della filosofia greca e del cristianesimo paolino. Ma anche focolaio d’eresie. Le sette religiose più disparate si davano il cambio in questo crogiolo di idee, innovazioni, scoperte, intriso di filosofico misticismo. Uno dei tanti gruppi era quello dei monofisiti: cristiani che riconoscevano in Gesù Cristo una sola natura, quella divina. Nonostante il Concilio di Calcedonia avesse condannato questa dottrina tacciandola d’eresia, la setta era presente soprattutto ad Alessandria e ad Antiochia. In seguito a violente persecuzioni, i maggiori capi monofisiti furono costretti ad abbandonare i loro monasteri siriani e si rifugiarono ad Alessandria mettendosi sotto la protezione del patriarca Timoteo. Lui e Severo di Antiochia erano considerati i leader più importanti della setta. Si ignora attraverso quali vie Teodora fosseentrata in contatto con questi uomini, ma ciò avvenne e l’incontro segnò per sempre la vita della futura imperatrice, che in un primo tempo ne abbracciò l’eresia diventando Monofisita.

Sempre lavorando come attrice, o come filatrice di lana, catturò l’attenzione di Giustiniano, nipote ed erede dell’imperatore Giustino. La moglie di Giustiniano potrebbe anche essere stata una prostituta che lavorava in un bordello; cambiò il suo nome in Euphemia diventando imperatrice.

Teodora divenne prima l’amante di Giustiniano; poi Giustiniano sposò Teodora modificando  la legge che proibisce a un patrizio di sposare un’attrice

In veste di  Imperatrice fu indubbiamente “Signora dell’azione”, quella che nei momenti critici era in grado di prendere decisioni tempestive, ardite, anche crudeli.

teodora

Nonostante le sue umilissime origini, Teodora ebbe profondo  rispetto di suo  marito. Nel 532, quando due fazioni (conosciute come i Blu e i Verdi) minacciarono di porre fine al dominio di Giustiniano, le fu attribuito il merito di avere agito per  Giustiniano,  suoi generali e funzionari, rimanendo  in città e lottando con decisione per reprimere la ribellione.

L’alchimia intellettuale tra Teodora e Giustiniano ebbe un effetto tangibile sulle decisioni politiche dell’impero. Giustiniano scrisse, per esempio, che consultò Teodora quando promulgò una costituzione che includeva riforme intese a porre fine alla corruzione da parte di funzionari pubblici.

Teodora fu artefice  di molteplici   riforme, incluse alcune che hanno esteso i diritti delle donne circa il divorzio e la proprietà, le gravidanze  indesiderate,  diede  alle madri alcuni diritti di tutela sui loro figli e proibì l’uccisione di una moglie che avesse commesso adulterio. Chiuse  bordelli e creò conventi dove le ex prostitute potevano rifugiarsi.

TEODORA E RELIGIONE

Riguardo il tema squisitamente teologico Teodora rimase una monofisita cristiana, e suo marito rimase un cristiano ortodosso.Alcuni commentatori – tra cui Procopio – sostengono che le loro divergenze erano più una finzione che una realtà, presumibilmente per impedire alla chiesa di avere troppo potere.Teodora fu conosciuta come protettrice dei membri della fazione monofisita quando furono  accusati di eresia. Sostenne il moderato Monofisita Severo e, quando fu scomunicato ed esiliato – con l’approvazione di Giustiniano – Teodora lo aiutò a stabilirsi in Egitto. Un altro Monofisita scomunicato, Anthimus, si nascondeva ancora nelle stanze delle donne quando Teodora morì, dodici anni dopo l’ordine di scomunica. A volte lavorava esplicitamente contro il sostegno del marito al cristianesimo calcedonese nella lotta in corso per il predominio di ogni fazione, specialmente ai margini dell’impero.Teodora morì nel 548, probabilmente di cancro.Alla fine della sua vita, si suppone che anche Giustiniano si sia mosso in modo significativo verso il monofisismo, sebbene non abbia intrapreso alcuna azione ufficiale per promuoverlo.

Teodora incontrò un eremita di nome Eutyches che fu costretto all’esilio da Roma per la sua dottrina del monofismo, che sosteneva che Gesù era tutto-Dio e non un uomo che si alzò per diventare divino, che era ciò che Origene e Nestorio insieme a molti altri prima di loro avevano scritto e insegnato. Teodora  cercò negli anni  a venire di premere per la visione monofisica come parte accettata del dogma della chiesa. Teodora era quindi un personaggio importante, centrale, persino, nell’aiutare a riportare i monofisitici in chiesa che erano stati banditi fino a quel momento dai poteri all’interno di Roma – questo è il punto in cui chiesa e stato si mescolavano .

Quello che accadde nella chiesa primitiva fu che quando qualcuno ebbe un’idea che volevano proporre, lo fece in un dibattito pubblico, sperando di ottenere un sostegno condiviso per questo. Se questa opinione fosse stata abbastanza popolare, aveva la possibilità di farsi strada nel canone. Questi incontri erano chiamati “sinodi” e molti gruppi all’interno della chiesa vi partecipavano. I sinodi furono chiamati sia a favore che contro questo concetto relativo alla natura di Gesù come uomo e dio.

Fu nel 451 che fu chiamato il 4 ° Concilio Ecumenico. Questo fu anche definito il Concilio di Calcedonia e fu usato per condannare in passato la monofonia. Teodora in seguito insistette con il patriarca Mennas per convocare il sinodo della Chiesa orientale di Costantinopoli nel 543, che cercò di revocare la condanna del monofismo e l’affermazione della reincarnazione che fu codificata nella legge o dottrina della chiesa nel 451. E così fu un consiglio ha affermato la reincarnazione mentre un altro solo pochi anni inverte la sua posizione. Accadde che tutti iniziarono a credere a ciò che la chiesa aveva detto loro di credere e si è diffuse a macchia d’olio, a quanto pare.

Considerata la divisione orientale e occidentale nella chiesa, per ottenere il tipo di sostegno di cui Teodora aveva bisogno per questa azione, doveva anche portare sotto il suo controllo l’Impero Romano d’Occidente. Lo fece con  astuzia nei suoi sforzi. Belisario fu comandato da Teodora di deporre il Papa regnante Silverio che era stato installato dai Goti. Questo Papa fu l’ex suddiacono Silverius , figlio di Papa Ormisda . In questo modo, Teodora fu in grado di aggregare il potere sia per l’impero di lei che per quello di suo marito, ottenendo anche l’appoggio di una chiesa più grande sotto la sua ala per dare più potere ai suoi sforzi per unificare la chiesa intorno al concetto di un Gesù monofisita .

Alcuni hanno sostenuto che a Teodora non piacesse il concetto di reincarnazione perché aveva il potere di spazzare via la sua capacità di ascendere al livello di una dea cui proferire venerazione.  Teodora  voleva essere adorata e ricordata nel modo in cui gli antichi imperatori e le imperatrici venivano venerati dai tempi dei Cesari.

Bibliografia

Bridge, Anthony. Teodora: ritratto in un paesaggio bizantino . 1978. Ristampa, 1993.

Browning, Robert. Giustiniano e Teodora . 1987.

Diehl, C. Theodora: Imperatrice di Bisanzio. 1972.

Garland, Lynda. Imperatrici bizantine: donne e potere a Bisanzio nel 527 – 1204. 1999.

Holmes, WG L’età di Giustiniano e Teodora. 1912. 2 volumi.

Procopio. La storia segreta. GA Williamson, traduttore. 1966.

Procopio. La storia segreta. Richard Atwater, traduttore. 1927. Ristampa, 1961.

Underhill, Clara. Teodora: la cortigiana di Costantinopoli. 1932.

Evagrio, Storia Ecclesiastica

Procopio di Cesarea, Storia Segreta,

Procopio di Cesarea, Storia delle Guerre

Procopio di Cesarea, Sugli Edifici, Zonara

Giustiniano I, Enciclopedia Treccani

De Kock, Storia di cortigiane celebri

Salvatore Rosati, Storie


Video

Pedagogia pasoliniana

«L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale – rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito»

Pasolini

 

 

 


Questo sesso che non è un sesso – Luce Irigaray

La sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili. Cosi l’opposizione tra attività clitoridea “virile” e passività vaginale “femminile” di cui parla Freud—e  tanti altri…—come  tappe o alternative del divenire una donna sessualmente “normale”, sembra un po’ troppo richiesta dalla pratica della sessualità maschile. La clitoride infatti ne viene concepita come un piccolo pene piacevole da masturbare finché non esiste l’angoscia di castrazione (per il maschietto), e la vagina assume valore dall’offrire “alloggio” al sesso maschile quando la mano proibita deve trovare qualcosa che la sostituisca per il piacere. Le zone erogene della donna non sarebbero mai altro che un sesso-clitoride che non regge il confronto con l’organo fallico di valore, o un buco avvolgente che fa da guaina e attrito per il pene durante il coito: un non sesso, o un sesso maschile rovesciato intorno a se stesso per toccarsi.

Della donna e del suo piacere, in una simile concezione del rapporto sessuale, non si dice nulla. A lei toccherebbe la “mancanza”, l’ “atrofia” (del sesso), e “l’invidia del pene” in quanto unico sesso riconosciuto di valore. Lei quindi tenterebbe in tutti i modi di farlo suo: con l’amore, un po’ servile, del padre-marito capace di darglielo, con il desiderio d’un bambino-pene di preferenza maschio, con la scalata ai valori culturali di diritto riservati ancora ai maschi e perciò sempre maschili, ecc. La donna vivrebbe il suo desiderio unicamente come attesa di possedere finalmente un equivalente del sesso maschile.

Ebbene, tutto questo sembra alquanto estraneo al suo godere, a meno che rimanga dentro l’economia fallica dominante. Per esempio, l’autoerotismo della donna è molto diverso da quello del maschio. Costui ha bisogno d’uno strumento per toccarsi: la sua mano il sesso della donna, il linguaggio… E questa auto-affezione richiede un minimo d’attività. La donna, lei, si tocca per se stessa e in se stessa senza che sia necessaria una mediazione, e prima d’ogni possibile spartizione tra attività e passività. La donna “si tocca” in continuazione, senza che per altro glielo si possa proibire, poiché il suo sesso è fatto di due labbra che si baciano continuamente. Così lei, in se stessa, è già due –ma non divisibili in due unità—che si accostano e toccano.

Autoerotismo che si sospende con un’effrazione violenta: divaricamento brutale delle due labbra ad opera d’un pene violatore. La donna si trova così deportata, sviata, da quella “auto-affezione” di cui ha bisogno per non perdere il suo piacere nel rapporto sessuale. Se la vagina deve anche ma non soltanto dare il cambio alla mano del maschietto per assicurare un’articolazione tra autoerotismo ed eteroerotismo nel coito l’incontro con l’assolutamente altro significa sempre la morte—come si ordina, nella rappresentazione classica il perpetuarsi dell’autoerotismo per la donna? Costei non sarà lasciata nell’impossibile scelta tra una verginità difensiva, selvaticamente ripiegata su se stessa, e un corpo aperto alla penetrazione che non conosce più, nel “buco” che sarebbe il suo sesso, il piacere di ri-toccarsi? L’attenzione quasi esclusiva—e quanto angosciata…—data  all’erezione nella sessualità occidentale prova a che punto l’immaginario che la comanda sia estraneo al femminile. Non vi si trovano, in gran parte, che imperativi dettati dalla rivalità tra maschi: il più “forte” essendo quello che “gli tira di più”, quello che ha il pene più lungo, più grosso, più duro, o che “piscia più lontano” (vedere i giochi tra maschietti). Oppure dalla attivazione di fantasmi sado-masochistici comandati dalla relazione deIl’uomo con la madre: desiderio di forzare, di penetrare, di far proprio il mistero di quel ventre in cui si è concepiti, il segreto della generazione, dell’ “origine”. Desiderio-bisogno, anche, di rifar correre il sangue per ravvivare un antichissimo rapporto—intrauterino, indubbiamente, ma anche preistorico—con il materno. In questo immaginario sessuale la donna non è che supporto, più o meno compiacente, della messa in atto dei fantasmi dell’uomo. Che vi trovi, per procura, del godimento, è possibile, anzi certo. Ma questo è soprattutto prostituzione masochistica del proprio corpo ad un desiderio che non e il suo; il che la lascia nei confronti dell’uomo in quello stato di dipendenza ben noto. Perché non sa quello che vuole, pronta a subire non importa cosa, e a chiederlo perfino, purché lui la “prenda” come “oggetto” su cui esercitare il proprio piacere. Non dirà dunque quello che desidera, lei. D’altronde non lo sa, o non lo sa più. Come confessa Freud, ciò che riguarda gli inizi della vita sessuale nella bambina è talmente “oscuro”, talmente “cancellato dagli anni” che occorrerebbe scavare molto in profondità per ritrovare, dietro le tracce di questa civiltà, di questa storia, le vestigia d’una civiltà più arcaica da cui trarre qualche indizio di ciò che sarebbe la sessualità della donna. Quell’antichissima civiltà non avrebbe certo il medesimo linguaggio, il medesimo alfabeto. Il desiderio della donna non parlerebbe la medesima lingua di quello dell’uomo, e si trova ricoperto dalla logica che dal tempo dei Greci domina l’Occidente.

In questa logica, la prevalenza dello sguardo e la discriminazione della forma, della forma individualizzata, sono particolarmente estranee all’erotismo femminile. La donna gode più di toccare che di guardare, ed entrare nell’economia scopica dominante significa, per lei, di nuovo, essere assegnata alla passività: lei sarà il bell’oggetto da guardare. E mentre il suo corpo viene così erotizzato, sollecitato ad un doppio movimento di esibizione e di riserva pudica per eccitare le pulsioni del “soggetto”, il suo sesso rappresenta l’orrore del niente da vedere. Difetto in questa sistematica della rappresentazione e del desiderio. “Buco” nel suo obiettivo scopofilo. Che tale niente da vedere debba essere escluso, rigettato dalla scena della rappresentazione si scopre già nella statuaria greca. Il sesso della donna ne è già semplicemente assente: mascherato, ricucito nella sua “fessura”.

Questo sesso che non si dà da vedere non ha nemmeno forma propria. E se la donna gode per l’appunto della incompletezza di forma del suo sesso per cui questo si ri-tocca indefinitamente, il suo godimento è denegato da una civiltà che privilegia il fallomorfismo. Il valore attribuito all’unica forma definibile sbarra quello in gioco nell’autoerotismo femminile. L’uno della forma, dell’individuo, del sesso, del nome proprio, del senso proprio… soppianta, separando e dividendo, il toccarsi di almeno due (labbra) che tiene la donna in contatto con se stessa ma senza discriminazione possibile di ciò che si tocca.

Donde il mistero che lei rappresenta in una cultura che pretende enumerare tutto, contare tutto in unità, tutto catalogare in individualità. Lei non è né una né due. Non si può, a rigore, contarla come una persona né come due. Resiste ad ogni definizione adeguata. D’altronde non ha nome “proprio”. E il suo sesso, che non è un sesso, viene contato come non sesso. Negativo, inverso, rovescio, dell’unico sesso visibile e morfologicamente designabile (benché ciò ponga dei problemi di passaggio dall’erezione alla detumescenza): il pene. Ma lo “spessore” di questa “forma”, il suo assottigliarsi come volume, il suo diventare più grande o più piccola, come anche il diradarsi dei momenti in cui essa come tale si produce, su questo il femminile mantiene il segreto. Senza saperlo. E se le si chiede di alimentare, di rianimare il desiderio dell’uomo, si trascura di sottolineare quel che ciò suppone del valore del desiderio di lei. Che lei per altro non conosce, almeno esplicitamente. Ma la cui forza e continuità sono capaci di rialimentare a lungo tutte le mascherate della “femminilità” che ci si aspetta da lei.

E vero che le rimane il bambino verso il quale trova libero corso il suo desiderio di tatto, di contatto, a meno che non sia già perduto, alienato nel tabù del toccare d’una civiltà ampiamente ossessiva. Se non è così il suo piacere troverà compensi e diversivi alle frustrazioni che troppo spesso incontra nei rapporti sessuali in senso stretto. Cosi la maternità supplisce alle carenze d’una sessualità femminile rimossa. L’uomo e la donna non si carezzerebbero se non per questo tramite che è il bambino? Preferibilmente maschio. L’uomo, identificandosi nel figlio, ritrova il piacere’ delle carezze materne; la donna si ri-tocca vezzeggiando questa parte del suo corpo: il suo bambino-pene-clitoride. Quel che ne deriva per il terzetto amoroso, è risaputo. Ma il divieto edipico sembra una legge alquanto formale e artificiosa—il modo, pur sempre, di perpetuare il discorso autoritario dei padri—quando viene promulgato in una cultura in cui il rapporto sessuale è impraticabile per l’estraneità reciproca del desiderio dell’uomo e di quello della donna. E dove l’uno e l’altra devono ben cercare d’incontrarsi per qualche verso: quello, arcaico, d’un rapporto sensibile con il corpo della madre; quello, presente, della prorogazione attiva o passiva della legge del padre. Comportamenti affettivi regressivi, scambi di parole troppo astratti dal sessuale per non costituire il suo esilio: la madre ed il padre dominano il funzionamento della coppia, ma come ruoli sociali. La divisione del lavoro impedisce loro di fare l’amore. Essi producono o riproducono. Non sapendo bene come trascorrere il tempo libero. Per il poco che ne hanno, che ne vogliono magari avere. Infatti, cosa farne? Cosa inventare che supplisca la risorsa amorosa? Ancora…

Forse tornare sul rimosso rappresentato dall’immaginario femminile? Dunque la donna non ha un sesso. Ne ha almeno due, ma non identificabili in uni. La sua sessualità, sempre almeno doppia, è anche plurale. In effetti, il piacere della donna non deve scegliere tra attività clitoridea e passività vaginale, per esempio. Il piacere della carezza vaginale non deve sostituirsi a quello della carezza clitoridea. Contribuiscono l’uno e l’altro in modo insostituibile, al godimento della donna. Tra altri… La carezza dei seni, il contatto della vulva, il dischiudersi delle labbra, la pressione variante sulla parte posteriore della vagina, lo sfioramento del collo della matrice, ecc. Per evocare soltanto alcuni dei piaceri più specificatamente femminili. Un po’ disconosciuti nella differenza sessuale come la si immagina. O non si immagina: l’altro sesso non essendo che il complemento indispensabile dell’unico sesso.

La donna ha dei sessi un po’ dovunque. Gode un po’ dappertutto. Senza parlare dell’isterizzazione di tutto il corpo, la geografia del suo piacere è ben più diversificata, molteplice nelle sue differenze, complessa, sottile, di quello che ci si immagina… in un immaginario un po’ troppo centrato sul medesimo.

”Lei” è indefinitamente altra in lei stessa. Di qui certamente viene che la si dica bizzarra, incomprensibile, agitata, capricciosa… Per non evocare il suo linguaggio, in cui “lei” parte in tutti i sensi senza che “lui” vi rintracci la coerenza d’alcun senso. Parole contraddittorie, un po’ folli per la logica della ragione, inudibili da chi le ascolta con degli schemi già fatti, un codice tutto pronto. E che anche nel suo dire molteplice – almeno quando osa – la donna si ri-tocca in continuazione. Si scosta di poco da se stessa, d’un chiacchierio, d’una esclamazione, d’una mezza confidenza, d’una frase lasciata sospesa… Quando ci ritorna, è per ripartire da un’altra parte. Da un altro punto di piacere, o di dolore. Bisognerebbe ascoltarla con un altro orecchiocome un altro “senso” sempre dietro a tessersi, ad abbracciarsi con le parole, ma anche a disfarsene per non restarci fissato, rappreso. Perché se “lei” dice questo, già no più identico a quello che vuol dire. Del resto non mai identico a nulla, è semmai contiguo. Tocca. E quando s’allontana troppo da questa prossimità, lei taglia e ricomincia da “zero”: il suo corpo-sesso.

 

Inutile quindi intrappolare le donne nell’esatta definizione di ciò che vogliono dire, di farle ripeter(si) perché sia chiaro, loro sono già altrove rispetto il macchinario discorsivo nel quale pretendevate sorprenderle. Sono tornate in loro stesse. Il che non va inteso nel medesimo modo che tornare in voi stessi. Loro non hanno l’interiorità che avete voi, che forse supponete in loro. In loro stesse vuol dire nell’intimità di quel tatto silenzioso, molteplice, diffuso. E se chiedete loro con insistenza a che cosa pensano, non possono che rispondere: a niente. A tutto. Cosi quello che loro desiderano è precisamente niente, e nello stesso tempo è tutto. Sempre più e altro da quell’uno—di sesso, per esempio—che date loro, o concedete. Il che spesso viene interpretato, e temuto, come una specie di fame insaziabile, una voracità sul punto di divorarvi. Mentre si tratta soprattutto di un’a1tra economia, che scombina la linearità d’un progetto, intacca l’oggetto scopo d’un desiderio, fa esplodere la polarizzazione su un unico godimento, sconcerta la fedeltà ad un solo discorso…

La molteplicità del desiderio e del linguaggio femminili va intesa come frammentazione, resti sparsi di una sessualità violentata? Negata? Domanda alla quale non si può rispondere semplicemente. Il rigetto, l’esclusione d’un immaginario femminile certamente portano la donna la non sentirsi che frammentariamente, nei margini poco strutturati d’una ideologia dominante, come rimasugli o eccessi d’uno specchio investito dal “soggetto” (maschile) per riflettervisí, raddoppiarsi lui stesso. Il ruolo della “femminilità” è per altro prescritto da tale specula(rizza)zione maschile e corrisponde ben poco al desiderio della donna, il quale non si recupera che segretamente, di nascosto, in modo inquieto e colpevole.

Ma se l’immaginario femminile arrivasse a spiegarsi, a mettersi in gioco diversamente che a pezzi, frammenti dispersi, si rappresenterebbe per questo nella forma di un universo? Sarebbe in se stesso volume più che superficie? No. A meno d’intenderlo, ancora una volta, come privilegio del materno sul femminile. D’un materno tra l’altro, fallico. Richiuso sul possesso geloso del proprio prodotto di valore. Rivale dell’uomo nella stima d’un più di produzione. In questa scalata al potere la donna perde la singolarità del proprio godere. Chiudendosi in volume rinuncia al piacere che le viene dalla non sutura delle labbra: madre indubbiamente ma vergine, ruolo che le mitologie le assegnano da tempo. Riconoscendole una certa potenza sociale a condizione di ridurla, lei stessa complice, all’impotenza sessuale.

(Ri)trovarsi per una donna non può quindi significare che la possibilità di non sacrificare nessuno dei suoi piaceri ad un altro, di non identificarsi con nessuno in particolare, di non essere mai semplicemente una. Sorta d’universo in espansione del quale non si potrebbero fissare i limiti senza per questo che sia incoerenza. Né quella perversione polimorfa del bambino nella quale le zone erogene sarebbero in attesa di raggrupparsi sotto il primato del fallo.

La donna resterebbe sempre plurale, ma salva dalla dispersione perché l’a1tro è già in lei e le è auto-eroticamente familiare. Il che non significa che lei se lo appropri, che lo riduca a sua proprietà. Il proprio, la proprietà sono, non c’è dubbio, alquanto estranei al femminile. Almeno sessualmente. Ma non il contiguo. Il cosi vicino che ‘ogni discriminazione d’identità ne diventa impossibile. Quindi ogni forma di proprietà. La donna gode di un così vicino chenon può averlo  aversi. Scambia continuamente se stessa con l’altro senza identificazione possibile dell’uno(-a) o dell’altro(-a). E ciò costituisce un problema in ogni economia corrente. Che il godimento della donna fa irrimediabilmente fallire nei suoi calcoli: perché, col passare in/per l’altro, esso non fa che crescere.

Ma perché la donna avvenga là dove come donna gode, occorre una lunga deviazione attraverso l’analisi dei diversi sistemi d’oppressione che si esercitano su di lei. Pretendere di ricorrere unicamente alla soluzione del piacere rischia di farle perdere ciò che il suo godimento esige, che -è di ripercorrere una certa pratica sociale.

Infatti la donna è tradizionalmente valore d’uso per I’uomo, valore di scambio tra gli uomini. Merce, dunque. Il che la lascia essere custode della materia, il cui prezzo sarà stimato, secondo la misura del loro lavoro e del loro bisogno-desiderio, dai “soggetti”: operai, commercianti, consumatori. Le donne sono segnate fallicamente dai padri, dai mariti, dai prosseneti. E questo stampo decide del loro valore nel commercio sessuale. La donna non sarà mai altro che il luogo d’uno scambio, più o meno rivale, tra uomini, anche per il possesso della terra-madre.

Come può tale oggetto di transazione rivendicare un diritto al piacere senza uscire dal commercio stabilito? Come potrebbe tale merce avere con le .altre merci una relazione diversa dalla gelosia aggressiva sul mercato? Come potrebbe la materia godere di se stessa senza provocare nel consumatore angoscia per la scomparsa del nutrimento? Come non sembrerà illusione, follia, questo scambio in niente che si possa definire in termini “propri” del desiderio della donna, follia troppo facilmente ricopribile da un discorso più sensato e da un sistema di valori apparentemente più tangibili?

Dunque l’evoluzione, per quanto radicale, d’una donna non basta a liberare il desiderio della donna. Nessuna teoria né pratica politiche hanno fino ad ora risolto né preso in sufficiente considerazione questo problema storico, anche se il marxismo ne ha annunciato l’importanza. Ma le donne non costituiscono in senso stretto una classe e la loro dispersione nella pluralità rende complessa la loro lotta politica, e a volte contraddittorie le loro rivendicazioni.

Resta tuttavia la loro condizione di sottosviluppo derivante dalla sottomissione ad (opera di) una cultura che le opprime, le usa, le “monetizza”, senza che loro ne traggano grande profitto. Se non nel quasi monopolio del piacere masochistico, del lavoro domestico e della riproduzione. Poteri da schiavi? Che per altro non sono zero. Poiché, quanto al piacere, il padrone non è necessariamente servito bene. Quindi rovesciare il rapporto, soprattutto nell’economia del sessuale, non appare un obiettivo invidiabile.

Ma se le donne devono preservare e dilatare il loro autoerotismo, la loro omo-sessualità, il rinunciare al godimento eterosessuale non rischia di corrispondere nuovamente a quella amputazione di potenza che tocca loro tradizionalmente? Una nuova reclusione, un nuovo chiostro, eretti con il loro pieno consenso? Scioperare tatticamente, tenersi lontane dagli uomini, il tempo necessario ad imparare a difendere, il proprio desiderio in particolare con la parola, scoprire l’amore delle altre donne al riparo dalla scelta imperiosa dei maschi che le mette in posizione di merci rivali, fabbricarsi uno statuto sociale che si imponga al riconoscimento, guadagnarsi di che vivere per uscire dalla condizione di prostitute… sono queste tappe certamente indispensabili per uscire dalla proletarizzazione sul mercato degli scambi. Ma se il loro progetto mirasse semplicemente a rovesciare l’ordine delle cose—ammesso che sia possibile—continuerebbe sempre la stessa storia. Di fallocratismo. Né il loro sesso né il loro immaginario né il loro linguaggio ci (ri)troverebbero dove aver luogo.

Tratto da Questo sesso che non è un sesso (Milano: Feltrinelli, 1990)

fonte: Pensiero Femminista Radicale


Umberto Galimberti – Dizionario dei nuovi vizi – Filosofarti 2017


Svelando… Il Cantico dei Cantici

Oggi vi propongo una riflessione sull’enigmatico  Cantico dei Cantici, frutto di meditazioni e lettura profonda,   eventualmente illuminante e decisamente alternativa.

Nel Cantico la dottrina esoterica  individua simbolicamente due piani : il primo cosmico, che descrive la processione in fieri dalla Divinità nascosta che è designata come non-essere e il ritorno alla stessa Divinità; la seconda riguarda  la prospettiva antropologica, in relazione all’origine   dell’uomo, la caduta, la rivelazione, l’esilio, la redenzione, le cose ultime (escatologia).

La Teosofia del Vajda afferma  che lo scoppio della processione dell’essere o della sua “emanazione” viene rappresentata come un atto volontario del Dio ignoto … in tal caso si parla  non tanto di creazione come produzione istantanea di cose attualmente esistenti, quanto di progressiva manifestazione di ciò che è sempre esistito, da qui la formula l’entità è stato l’emanazione di essere recentemente prodotto .  Il passaggio dall’in-conoscibile per il manifesto passa per creazione ex nihilo trans-mutandosi  in simboli nel dispiegarsi della creazione mediante le prime due Sephirot: Keter (Corona) e Hokmah (Sapienza) .

Le Sephiroth sono state   commentate da vari autori in Provenza nel XII secolo, e raccolte in un testo , il Bahir. Ma la prima trattazione delle Sephirot è contenuta nel Sefer Yetzirà ( il libro della form-azione o della Creazione) del V-VI secolo.  Esprimere in simboli il dispiegarsi della creazione, il primo evento di scissione dall’indifferenziato alla  molteplicità  dell’Essente necessitava di un  corredo di immagini potenti in logos, metafore e  figure di sostegno   teologico-filosofico e teosofico.

Il divenire dell’essere, in origine nascosta nel divino non -Essere è spargimento e diffusione delle conoscenze; e le cose ritornano  alla loro originaria ascendendo coronando unione, alla luce suprema.

In principio, le cose sono latenti all’interno della visione del  Pensiero, stadio della  prima Sephira (Kether), cui  si riferisce al primo verso : “Mi baci con i baci della sua bocca” (I-2): questo verso significa che la parola pronunciata  che aspira ardentemente ad elevarsi fino  alla combinazione ove sarà illuminato dall’incomparabile ed esaltato somma luce entro la Mente … il ” bacio “simboleggia la delizia, le cui cause sono la congiunzione dell’anima con la fonte della vita e con il germoglio Vitale.

Poi arriva a “tracciare” senza rendersi conto ancora, i contorni di quello che sarà, è la seconda modalità della saggezza primordiale, secondo Sephira (Hochma). Gli enti nell’essere sono contrassegnati in modo positivo e tutto è pronto per la loro manifestazione come entità separate. Il primo livello di essere corrispondente è la terza Sephira (Bina). Infine ques’ultima sarà  tagliata –  momento che segna  la fine del Libro della Creazione – (Sefer Yetzira) successivamente in sette Sephiroth inferiori. Ultima Sephirot è la Presenza (Shekinah chiamato Malkut o regalità o diadema). Tra lei e Tif’eret simbolica si stabiliscono relazioni coniugali e un legame indissolubile di solidarietà

Il Cantico è la dimostrazione, mediante la vibrazione d’amore, la canzone in forma poetica, aspetto della conoscenza che rivela la verità nascosta.

La donna nel Cantico è la presenza – l’entità femminile della Divinità, Shekinah presente tra gli uomini,  simboleggiato da un giardino. L’ uomo del giardino porta l’acqua per irrigare  e produce vari tipi di erbe e piante; le piante rappresentano le nazioni, gli alberi  i re e tutto il giardino riceve il suo sostentamento dalla sorgente che sgorga dall’ Eden, la Sapienza, dove le anime volano nella gioia; il fiume  riversa  le sue acque di giorno e di notte, grazie ad esso  il mondo vive.

Lo Sposo del Cantico ha in sè vari aspetti della Divinità,  il primo non-essere, e la saggezza, il Tetragramma, il nome da non pronunciare che porta all’esistenza, colui che dona vita, perché non c’è mai nome prima della creazione dell’uomo, immagine di Dio . il nome è il sigillo ricevuto a suo completamento, e tutto si chiama in base  all’uomo, perché egli è coronato, decorato e ornato  dalle dieci Sephiroth, questo è quello che i medici hanno insegnato circa il primo uomo: “nel sesto giorno, ha imposto i nomi”.

” Il mio Amato è andato giù al suo giardino, alle aiuole profumate, 
per trasportare pascolare nei giardini e per raccogliere gigli “.
Ci fermiamo qui al momento con  questi commenti sul Cantico dei Cantici, ma c’è molto altro da dire.

Note:
1 – Chouraqui  : L’Universo della Bibbia 10 volumi – Ed Lidis.
2 – Paul Villiaud  : Il Cantico dei Cantici da Editions tradizione ebraica di oggi
3 – Georges Vajda  : I commenti dei Ezra di Gerona sul Cantico dei Cantici  Col. Pardes, Ed. Aubier Montaigne
4 – Opere mistiche di San Bernardo Ed du Seuil ..


Uno stralcio di Luce Irigaray

Nella nostra epoca, uomini e donne si incontrano nella vita pubblica, e una politica giusta non può basarsi sull’istituzione familiare in quanto tale, ma su un rapporto di condivisione civile fra generi maschile e femminile. Questa convivenza civile fra uomo e donna permette d’altronde di rifondare la famiglia su parole e diritti corrispondenti a una reale maturità civile da parte della donna come dell’uomo. (…)

Una politica democratica non comincia da una somma di sì, con una folla che elegge che governerà, ma può soltanto basarsi su un due che non si riduce a uno + uno individui astratti, ma un due che esiste tra un uomo e una donna che si incontrano si rispettano della loro irriducibilità.

Ho capito che diciamo cose diverse credendo di dire le stesse cose. (…) aggiungerò soltanto una cosa: l’universale è a due : è donna, è uomo. E si trova infine nell’incontro fra questi due universali, è in quest’incrocio, o in questa culla, naturale e culturale, che l’umanità può nascere e rinascere.

Questa nascita o rinascita è possibile nella fedeltà a noi stessi, donna e uomo, e nell’ascolto dell’altro, con cui condividiamo il compito di generare l’umanità, non solo come figli naturali, ma anche come figli spirituali, come umanità e Storia presenti e futuri.

Luce Irigaray, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri


Desiderio

L’origine della parola desiderio è una delle più belle e affascinanti che si possa incontrare attraverso lo studio della meravigliosa disciplina che è l’etimologia.
Questo termine deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino ha sempre un’accezione negativa e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella.
Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, di quei buoni presagi, dei buoni auspici e quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.

Annette Kellerman: la “sirena australiana” che introdusse al nuoto ricreativo le donne americane

Annette Kellerman in una delle sue foto d’epoca più scandalose di nuoto. 

Nell’estate del 1907, una donna australiana di nome Annette Kellerman diede scandalo sulle sabbie della spiaggia di Revere appena a nord di Boston. Tra le bagnanti femminili presenti  che indossavano il costume da bagno standard (camicetta, gonna, calze, scarpe da nuoto ) passeggiava verso l’acqua indossando  un manicotto a manica corta tagliato a due centimetri sopra il ginocchio.

Per questa sua iniziativa da atleta in procinto di affrontare una gara,  la Kellerman fu  tempestivamente arrestata per esposizione indecente. “È stata denunciata come sconsiderata”, riferì il  New York Times sulle sue pagine, “e sono state fatte profezie oscure per il futuro dell’America”.

L’incidente,  si è concluso innanzi ad un giudice che ha licenziato  la Kellerman a condizione di indossare un mantello quando si cammina verso l’acqua; la risonanza del fatto accaduto  solo  pubblicità di cui la Kellerman aveva bisogno per lil suo intento  di sensibilizzare le donne al nuoto  ricreativo.

C 1901

Un tipico costume da bagno di inizio ‘900: restrittivo, ingombrante e certamente non adatto per fare gare. 

Nel 1907, la Kellerman era “la nuotatrice e la tuffatrice più famosa del mondo” dichiarò l’Ohio Chronicle-Telegram. Nata nel 1886 e cresciuta sulle sponde diSydney, la donna conosciuta come “sirena australiana” imparò a nuotare durante l’infanzia nel tentativo di rafforzare le gambe deboli dopo diagnosi di  poliomielite. Dopo aver scoperto di avere una velocità naturale e una grazia nell’acqua,  la Kellerman  iniziò a partecipare a  gare di nuoto – che a quel tempo erano nuove e rare per le donne – dimostrando  balletti in immersione tra i pesci all’Acquario di Melbourne e l’attitudine  per le nuotate a lunga distanza .

Nel 1904, all’età di 18 anni, la Kellerman si recò in Europa, dove nuotò  in molti dei fiumi più noti del continente. Una nuotata di 26 miglia nel Tamigi fu seguita da una gara nella Senna, in cui si  piazzò terza gareggiando contro 17 concorrenti maschi. Dopo aver vinto una gara di 22 miglia nel Danubio, si è diresse verso il canale inglese. Aveva intenzione di  attraversarlo, partendo dall’Inghilterra meridionale e raggiungendo la Francia settentrionale, un’impresa che solo una volta era stata realizzata da Matthew Webb nel 1875 . Rivestito in olio di poro e indossando un abito da gara maschile, la Kellerman nuotò circa tre quarti del tragitto prima di dover ammettere la sconfitta dopo 10 ore, ammettendo  di “aver  avuto la resistenza ma non la forza del bruto”.

La Kellerman  diventò una pioniere delle danze subacque e furono utilizzate nel  nuoto sincronizzato da Weeki Wachee, stella   ed incarnazione acquatiche di Cirque du Soleil. Nel 1905  iniziò a lavorare all’Ippodrome di Londra, che la invitò a mostrare le sue abilità da sirena in un evento privato per il duca e la duchessa di Connaught. Per questo evento, Kellerman non fu autorizzata ad indossare il costume da bagno maschile che  era abituato a indossare in Australia; allora  improvvisò cucendo le calze sul suo costume abituale, creando così il primo costume da bagno un pezzo per le donne.

Kellerman nel suo costume da bagno ad un pezzo  per le donne. (Foto: Bain News Service / Biblioteca del Congresso )

Quando terminò la sua stagione all’Ippodromo, Kellerman si diresse verso gli Stati Uniti. Il suo fuoco, ancora una volta, era stupido, ma lungo il cammino Kellerman prese un’altra missione importante: insegnare alle donne americane a nuotare. Una grande parte di questa ricerca era la questione del costume da bagno. “Le donne americane sono state troppo a lungo svantaggiate nel godere di questo eccellente sport da stili buffi in costumi da bagno che rendono praticabile nuoto quasi impossibile”, ha scritto Kellerman nel suo libro del 1918,  Bellezza fisica, Come tenerlo .

Alcuni mesi prima del suo arresto a Revere Beach,  la Kellerman  scrisse un editoriale dedicato al nuoto , pubblicato dall’Ohio  Chronicle-Telegram . Nell’erticolo offrì delle raccomandazioni su cosa indossare in acqua: “Il miglior costume è un abbigliamento economico e ordinario, che fasci il corpo” scrisse. “Dovrebbe essere senza maniche e non ci dovrebbero essere gonne … sono molto belle e adatte per il mare, ma non per la piscina”.

Alla  conferenza dedicata alle donne,avuto luogo al Colonial Theatre di New York il 23 novembre 1909, la Kellerman ha detto al pubblico che  “se più  ragazze nuotano, ballano e si prendono cura del corpo co l”atletica, invece di correre in matrimonio come l’unica gioia del mondo , ci sarebbero meno divorzi “. Dopo questa dichiarazione, la” sirena australiana “ha tolto il suo abito di velluto nero per rivelare un costume da bagno di un pezzo nero e si tuffò in una piscina per dimostrare la sua agilità acquatica. Una  relazione di Cincinnati Enquirer  nell’edizione della  sera scrisse che “molte donne sono andate via promettendo di imparare a nuotare anche a costo di  se dover rompere il ghiaccio per farlo”.

Rose Pitonof, 1910

La nuotatrice  di campionato Rose Pitonof si presta a modella del coraggioso  costume da bagno stile Kellerman nel 1910. (Foto: Bain News Service / Library of Congress )

Negli ultimi decenni, la Kellerman ha vissuto molte esperienze in campo artistico: è stata Stella cinematografica muto; autrice , ma tutti si concentravano sulla sua attività da nuotatrice. Questo mix di interesse che abbracciava sport atletico e arti non era assolutamente inusuale per quegli anni , infatti un’altra nuotatrice, Rose Pitonof del Massachusetts,nel 1910 fondeva sport   e divertimento e il divertimento con un appeal appassionante. “Il genio medio dell’atletica o delle arti è in grado di essere un fulmine folgorante”, scrisse un reporter di Oakland Tribune nel 1908. “La signorina Kellerman sfugge a questa carica; È dotata di bellezza e stile “.

La Kellerman, in modo totalmente inaspettato , ebbe nel 1905 una proposta di matrimonio, mentre si avvicinava al canale inglese durante una gara ricoperta di grasso di porpora. Un nuotatore  non riuscì a mantenere il passo, e durò solo una mezz’ora nella sua forma splendente prima di abbandonare la gara. Due anni dopo la Kellerman riferì: “Gli dissi che preferivo aspettare fino a quando non l’avessi  visto fuori dall’acqua”, disse la Kellerman nel 1907 . Dopo averlo incontrato ad una  cena data in suo onore, scoprì  che era “di bassa statura, quindi rifiutai la sua offerta lusinghiera”.

Kellerman e compagno di nuoto a distanza CM Daniels nel 1907. (Foto: GG Bain / Library of Congress )

Nel 1910, il dottor Dudley Allen Sargent, direttore al Gymnasium della Harvard University , la definì “la donna perfetta”,  avendo eseguito tutte le misurazioni del suo corpo e concludendo che le sue misure corrispondevano quasi esattamente a quelle della Venere di Milo, la famosa statua antica greca. Gli spettacoli di ballo dell’acqua della Kellerman furono successivamente promossi usando la taglia  da”perfetta donna”, spessofornendo ad un elenco dettagliato delle sue misure. A quanto pare, la circonferenza del polso di una femmina era di scintillante interesse per i teatri edoardiani.

Forse l’aspetto più attraente dell’eredità della Kellerman è stato  il modo in cui ha riconosciuto il desiderio e  mostrato la forza femminile, la fiducia e l’autodeterminazione. La nuotata era la sua soluzione e lei era determinata a convincere le donne americane dei suoi meriti. In una colonna di giornale del 1907  ha anche fornito lezioni di nuoto per i lettori che non vivevano vicino all’acqua, consigliandoli di  “perfezionare i rudimenti del colpo essenziale” mentendo disposti su una sedia “nel proprio boudoir”, estendendo le braccia e le gambe e nuotare  elegantemente fino a stancarsi. 

“Insisto che il nuoto non è solo uno splendido sport per le donne, ma che è lo sport per le donne”, scrisse  in Bellezza Fisica, Come tenerlo. Non solo ha ritenuto che il  nuoto fosse l’unico fattore “a cui, più di ogni altra cosa, devo  il mio sviluppo personale e il successo della vita”,  dichiarò  che il nuoto fosse “più utile e vantaggioso per la carnagione di tutte le lozioni cutanee che sono state mai inventate”.


Citazione

Il linguaggio delle donne

Buon pomeriggio a tutti.

Sono curiosa di conoscere la vostra in merito…


Apprezzi il tuo bikini? Una breve storia dei costumi da bagno delle donne

 

Mentre il caldo estivo colpisce come l’esplosione, uomini e donne in tutto il mondo si affollano nell’acque per trovarvi sollievo, refrigerio  e relax . Stupenda è la sensazione di lasciarsi colpire dalle onde quando l’intensificarsi del  caldo ci lascia senza respiro, invogliandoci ad indossare il nostro amato costume da bagno. È certamente interessante tracciare una breve storia dei costumi da bagno femminili.

 
 La storia del costume da bagno  femminile inizia con un semplice abito noto come “il vestito di compleanno”.  Battute a parte, fino al diciannovesimo secolo, le donne si svestivano poco a riva e si  con abbigliavano con abiti  che  erano al nuoto. Infatti, i costumi da bagno sono stati inventati alla metà del 1800. La loro creazione è stata una necessità; i miglioramenti nei sistemi ferroviari e altri mezzi di trasporto avevano finalmente invogliato al nuoto e andare in spiaggia, per cui nacque una nuova attività ricreativa.

1876 ​​Costumi da bagno


Se vi è capitato di  vedere una foto di donne in costume da bagno nella seconda metà del XIX secolo, la difficoltà a riconoscere i loro abiti come costumi da bagno è davvero imbarazzante! A quei  tempi i costumi si  avvicinavano più  ad un vestito a cintura lungo con  pantaloni.  Esteticamente attraenti, funzione e scopo del costume da bagno era nascondere il corpo di una donna.

Storia del costume da bagno delle donne

Un esempio di costume da bagno ( fine del 1800 )

In quegli anni le donne erano costrette a nascondere i loro corpi per pudore e per questo motivo, la parte superiore del costume da bagno copriva tutta  la figura della donna. Questi vestiti erano fatti di tessuto di flanella pesante  sia opaco che robusto da impedire la risalita “oscena” dall’acqua. In alcune località marittime, le donne nel XIX secolo hanno anche avuto il lusso di poter utilizzare una speciale macchina da bagno:  piccole strutture chiuse corredate  da ruote venivano trascinate in acque poco profonde, in modo da permettere ad  una signora vittoriana di bagnarsi nell’oceano in completa privacy.

Macchine da bagno d'epoca

Costumi da bagno 1800

Costume da bagno vittoriano successivo

Solo alla fine del secolo, quando il nuoto diventò uno sport collegiale e olimpico, ci si rese conto che  la linea di abbigliamento corrente era stata progettata senza la funzionalità in relazione all’attività da svolgere. Quando la passione per lo sport  crebbe, i costumi da bagno diventarono più snelli e meno pesanti, aprendo la strada per gli stili a venire. A questo punto della storia dei costumi da bagno delle donne ha una svolta contemplando anche l’uso di  accessori, come pantofole morbide che  fornivano una protezione aggiuntiva  sule rive con sassolini.

Squadra britannica Swim 1912

La squadra britannica delle donne di nuoto alle Olimpiadi del 1912.

Stile semplificato del costume da bagno delle donne

Costumi da bagno più snella e atletici dagli inizi del 1900.

Nel 1910, i costumi  da bagno delle donne erano meno restrittive e pesanti. Le donne potevano finalnte esporre le loro braccia, i pantaloncini a metà coscia e i gli stilisti usarono  meno tessuto per nascondere la figura di una ragazza. Negli anni ’20  i costumi da bagno diventavano più piccoli,  la richiesta aumentava. Hollywood e Vogue hanno diffuso l’idea di costumi da bagno sexy e glam, una tendenza che persisterà nei decenni a venire.

Storia di costumi da bagno

Questa foto è stata presa nel 1922, le donne erano  controllate  da “poliziotti da bagno” che misurano effettivamente la lunghezza dei loro costumi da bagno.

1938 Costumi da bagno

Costume da bagno a due pezzi 1900

I costumi a due pezzi divennero comuni negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale,  scoprivano l’ombelico di una donna e lasciarono solo un po ‘di interno coscia visibile. Nel 1946, lo stilista francese Louis Reard ha ideato il primo bikini moderno, con utilizzo di minor tessuto significativamente  rispetto ai suoi predecessori. La sua intuizione  ha radici nella guerra: Reard è stato ispirato a denominare la sua creatura  dopo un test atomico statunitense con il nome Bikini Atoll. Il nuovo design era così audace che il progettista dovesse assumere Micheline Bernardini, una showgirl parigina, come modella.

Il primo bikini del mondo

Micheline Bernardini che modella il primo bikini al mondo.

Moda di Swimwear degli anni '60

Le ulteriori evoluzioni   dei costumi da bagno sono state per lo più di natura estetica, infatti  alcuni stilisti hanno affascinato con le loro creazioni. Prendiamo, ad esempio, il pezzo rosso che indossano le stelle come Pamela Anderson e Carmen Electra in  Baywatch . Nel tempo il costume da bagno delle donne si è ampliato fino ad includere una varietà di stili, aprendo la via a nuove industrie . in particolare menzioniamo  la fotografia dei costumi da bagno, che ha avuto il suo inizio a metà del 20 ° secolo e da allora è catapultato in popolarità e portando  in auge la figura della Pin-up.

Di sicuro  non possiamo che apprezzare l’innovazione  che il costume da bagno moderno ha introdotto, alla della storia della  balneazione è mondiale.

Storia della tuta da donna Baywatch


Fernanda Pivano — Il Canto delle Muse

Dobbiamo un po’ tutti un ringraziamento a questa donna straordinaria che ci ha permesso e aiutato a conoscere la grande letteratura d’oltreoceano. Oggi avrebbe cento anni, ma grazie alla sua brillante apertura mentale e la sua gioiosa vitalità non li dimostrerebbe affatto, e avrebbe ancora molto da insegnarci. Lascio il link a un documentario a […]

via Fernanda Pivano — Il Canto delle Muse


Guaritrice — Lunanuvola’s Blog

(“Medicine Woman”, di Molly Remer – poeta, femminista e sacerdotessa contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.) Colei che guarisce Tendendo all’esterno forti mani duttili polsi tocco purificante mette la tua mano nelle sue e tu la senti… Energia che passa dall’una all’altra canale di grazia e riparazione. Reintegrazione La Donna Medicina ti ricorda di dormire […]

via Guaritrice — Lunanuvola’s Blog


Il profumo nella storia

La storia del profumo si perde nella notte dei tempi.

Inizia quando l’uomo scopre che bruciando alcuni particolari tipi di legname e di resine si sprigionano odori e venti profumati. Non a caso l’etimologia stessa del termine ci porta al “per fumum”, cioè attraverso il fumo. Le dense nubi profumate di mirra e sostanze aromatiche erano utilizzate nei riti religiosi, soprattutto durante le offerte agli dei, raggiunti al di là del cielo, in una dimensione extraterrestre. Presto però il profumo e il senso a lui connesso divenne uno strumento di seduzione dalle altissime potenzialità.

Narra Plinio che l’origine dei profumi va fatta risalire ai Persiani. Secondo le sue osservazioni costoro ne erano sempre impregnati. Ereditarono il patrimonio culturale dai loro antenati, i Medi, popolo di maghi e di scienziati, esperti in numerose arti tra cui la cosmesi e la profumeria.

Le miniature persiane ritraggono spesso nobili e divinità nell’atto di aspirare delicatamente la fragranza di fiori circondati da immagini di corolle stilizzate. Il giardino era luogo sublime, tant’è che nel Corano il paradiso prende il nome di pairidaeza o “giardino cintato”.

Tra i Babilonesi i soldati si spalmavano il corpo di balsami profumati durante i riti propiziatori che precedevano le battaglie.

Egizi e Assiri, solo per citare alcune delle civiltà più antiche, attribuivano un potere magico-sacrale ai profumi. Proprio grazie alla loro natura eterea e ai benefici effetti sull’organismo vennero attribuite a queste sostanze caratteristiche divine tanto da essere considerate il mezzo attraverso il quale gli dei comunicano con gli uomini.

The Roses of Heliogabalus by Sir Lawrence Alma-Tadema

I primi documenti sulla profumeria risalgono agli Egizi. In questa civiltà alle fragranze, la produzione delle quali era di sola competenza dei sacerdoti, era attribuita la proprietà di fare da tramite alle aspirazioni umane nell’aldilà. Emblematico è il rituale dell’imbalsamazione: alla morte del Faraone, il suo corpo era privato delle viscere, pulito con olio di pino, riempito di essenze come mirra, cassia e cedro ed infine avvolto in bende impregnate di oli aromatici.

Ma via via che il lusso e la raffinatezza entrarono nella vita privata, gli Egizi iniziarono ad impiegare le sostanze odorose anche nell’igiene quotidiana.

Nella tradizione indiana ogni profumo viene identificato con una divinità, e le fragranze più pregiate trovano corrispondenza con le parti del corpo. Tra queste, legato al culto di Krishna è il sandalo della cui fragranza sono impregnate le vesti usate nelle celebrazioni rituali. Già nella cultura egizia al significato magico-sacrale si sommò quello più profano, legato all’arte del sedurre. Le donne egizie si spalmavano sul corpo balsami e posavano sulla loro raffinata acconciatura pomate profumate.

Anche in Mesopotamia, all’interno di laboratori vicini ai templi, si maceravano piante fresche di rosa, giglio, melograno e mirra da utilizzare sia durante le liturgie che per profumarsi e curare malattie. Lo stesso Alessandro Magno, quando spostò la capitale a Babilonia, soleva profumare le sue suntuose tuniche e stanze.

Le donne dell’antica Grecia, imitando la loro dea preferita, usavano oli aromatici e profumi per ogni parte del corpo, oltre a balsami e pomate odorose. I profumi erano simbolo di lusso e raffinatezza e quelli più costosi e rari, frutto di un lungo processo di macerazione, provenivano da Delos e Corinto.

Secondo diverse testimonianze e scritti dei poeti, le nobildonne romane spendevano cifre inestimabili per la cosmesi e la cura del loro corpo. Gli aromi più diffusi erano il balsamo storace, l’incenso e la mirra. Seguirono l’aroma agrumato del limone, il bergamotto e il sandalo provenienti dai territori persiani. Ma la vanità romana non era solo femminile. Anche gli uomini delle famiglie patrizie trascorrevano il loro tempo dedicandosi alla cura del sé e della loro bellezza: bagni, terme, massaggi e unzioni facevano parte della vita quotidiana.

Non si profumavano solo il corpo ma anche i capelli, gli abiti ed il letto, e persino l’amata, la schiava favorita e il cavallo. Inoltre profumavano i templi, le tende, le portantine e persino le vele delle navi.

Gli Arabi di religione Islamica erano famosi per i loro piaceri sensuali e per il loro gusto per le cose belle, e in modo particolare per tutti i tipi di fragranza. Gli Arabi furono i primi ad utilizzare l’alcol e a ideare il processo di distillazione tuttora conosciuto. Fino ad allora le fragranze venivano utilizzate sotto forma di essenze che diventavano rapidamente rancide. L’invasione della Spagna da parte dei Mori ha portato le fragranze in Europa.

Nel Medioevo le crociate importano dall’Oriente materie prime e tecniche del profumo. Al seguito dei Cinesi e degli Arabi, gli alchimisti d’Europa scoprono l’alcol etilico e la distillazione. Dopo i viaggi di Marco Polo, inevitabilmente, il commercio delle spezie s’intensifica. I profumi, si crede, disinfettano e proteggono dalle epidemie: i ricchi portano bocce da profumo piene di muschio, d’ambra o di resine aromatiche. L’uso del profumo accompagna la nascita di un certo stile di vita. I poeti cantano liricamente la femminilità. Nonostante gli avvertimenti della Chiesa, gli uomini galanti e le loro dame assaporano i piaceri della carne nella sensualità dei bagni profumati.

Il Rinascimento propone una nuova visione del mondo. Architetti, ingegneri, artisti e letterati viaggiano in Europa. È l’età d’oro del mecenatismo e dell’arte. Dopo le ricette alchemiche, appaiono i primi trattati di chimica.

Il Rinascimento fu un periodo molto produttivo, grazie all’interesse di nobili come Caterina Sforza, Isabella e Alfonso d’Este, Lucrezia Borgia, Cosimo de’ Medici, i quali amavano molto i profumi, e grazie anche all’arrivo di materie prime fino allora sconosciute portate dagli esploratori di ritorno dai loro grandi viaggi.

La Spagna deteneva in quel periodo il monopolio di ingredienti quali muschio, ambra grigia, zibetto, sandalo e bergamotto, che servivano anche per impregnare le pelli conciate con le quali si producevano guanti e cinture.

In Inghilterra fu la regina Elisabetta I a dare l’impulso decisivo allo sviluppo della profumeria; essa, infatti, impose alle sue suddite di coltivare fiori da essenza e ad imparare a produrre in casa acque odorose e diffuse l’uso dei pomanders, palline a base di ambra che era solita tenere in mano per allontanare le infezioni.

In Italia si era all’avanguardia nell’arte dei profumi: Firenze, Venezia erano celebri in tutta Europa per i loro laboratori, ed è proprio a Venezia che furono pubblicati i primi libri sull’arte della cosmesi e della profumeria.

Bisogna aspettare il 1533 anno in cui Caterina de Medici arriva a Parigi accompagnata dal suo astrologo di fiducia e dal suo profumiere personale perchè in Francia la profumeria cominci a diventare una cosa seria, ma in breve tempo gli artigiani francesi divennero dei veri esperti. Luigi XIV il Re Sole era profumatissimo e così pure il suo successore Luigi XV e le sue famose amanti, la Pompadour e la du Barry, le quali spesero fortune dai profumieri.

Il 1900 è la Belle Epoque, il profumo diventa un prodotto di lusso, ha ormai un nome e un flacone. L’Art Nouveau scatena l’entusiasmo. Per quanto riguarda il profumo, Coty, creatore d’avanguardia, unisce i suoi talenti con quelli di Lalique e fa del profumo un vero prodotto di lusso. Per quanto riguarda la moda, addio ai falsi sederi: Poiret reinventa la silhouette della donna.

Negli Stati Uniti comincia la marcia della bellezza con i primi istituti di cura del corpo e di cosmesi di Elisabeth Arden e di Helena Rubinstein, che solo molto più tardi fabbricheranno profumi.

Storicamente è agli inizi del ‘900 che vengono per la prima volta utilizzati prodotti di sintesi: Flomary è il primo profumo che contiene “aldeidi”, derivati degli idrocarburi che danno una sensazione di freschezza e consentono agli aromi di espandersi; ma la vera affermazione dei sintetici si deve a Ernest Beaux che crea negli Anni Venti per Coco Chanel il famosissimo N.5 nel quale vengono utilizzate le aldeidi in gran quantità. Componenti naturali e prodotti di sintesi sono poi uniti a sostanze che hanno il compito di “ancorare” il profumo alla pelle, sono questi i fissatori, le cui caratteristiche sono quelle di essere poco volatili, incolori, solubili nell’alcol e negli oli essenziali; fra questi, pregiatissimi sono quelli di origine animale: ambra, muschio, zibetto e castoro, di difficile reperimento, molto rari e costosissimi.

Attualmente il significato simbolico dell’incenso rimane forte all’interno delle religioni orientali e occidentali, ma forse l’uso dei profumi ha assunto molta più importanza nella cosmesi. Il profumo rappresenta un forte conduttore di messaggi e oggi più che mai la comunicazione è al centro del nostro sistema. Attraverso il profumo comunichiamo con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

Il profumo stimola tutto ciò che appartiene alla parte più irrazionale della mente. Ha il potere di far rivivere momenti e sensazioni che appartengono a un lontano passato. Porta con sé messaggi e ricordi che indissolubilmente si legano ai più intimi pensieri. E non c’è forte sensazione che non sia accompagnata da impercettibili profumi.

 

 


L’Utopia di Wilhelm Reich

“Ogni specie di moralismo è negazione della vita e il compito più importante di una società libera è quello di dare a tutti i suoi membri la possibilità di soddisfare i bisogni naturali.”

Wilhelm Reich (Dobrzcynica 1897 – Lewisburg 1957)
Psichiatra e psicoanalista austriaco,La rivoluzione sessuale,Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936

 

 

L’indagine sull’Eros fonda i suoi rizomi in remoti saperi d’Oriente. Certo filo dia-logico è sopravvissuto, qui in Occidente, a margine di pensieri che peregrinano l’Umanesimo e il Rinascimento (alchimia e magia), nella pratica di Erasmo da Rotterdam e Tommaso Campanella, fin ad approdare a Marx.

La profetica, ma sfocata, visione bruniana, obliqua alle passioni di Spinoza e all’Olografica in nuge di Leibniz, si focalizza nel nuovo ordine formulato da Freud (inconscio e libido); e le sorgive, antropologiche, riflessioni Junghiane.

Ora, dunque, un ribelle, un pioniere: Wilhelm Reich. Reich curiosità arguta e fine, Reich, genio. Caposcuola di Alexander Lowen, studia per anni l’amplesso “psiche-soma”. Mostra l’esistenza di un’energia che pulsa in ciascun organismo, e senza sosta cerca la decifrazione della vita viva. Egli valica barriere concettuali, disvela la calle che conduce a Kundalini; vilipesa dalla concezione meccanicistica, figlia del dualismo cartesiano.

In armonia col maestro Freud, identifica nella realtà sessuale del paziente, l’origine capitale del disagio, e cioè: una cospicua porzione della vita psichica è accudita da processi inconsci; i bambini accrescono un vivace erotismo la cui energia è il motore; la sessualità infantile rimossa reca dolorosi strascichi alla prosperità interiore; la formale morale coercitiva, ben lungi dall’essere trascendente, è somma di misure oppressive abili a reprimere la sessualità nell’infanzia, nella pubertà e nell’età adulta.

La monacale attenzione al corpo e alla sua funzionalità scorta Reich a sensazionali scoperte e i suoi scritti rendono chiave di lettura e risoluzione alle questioni moderne. Desueto: non è lemma che si confà a questo talento, né alla sua opera. Gli studi in ambito fisico, biologico e psicoanalitico, accendono nuovi scenari e fresche metodologie, che allorché applicate assicurerebbero più stima per la vita, e maggiore presa d’atto.

Merleau Ponty asserisce: “Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo; è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all’oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all’opera d’arte.

Esser creatura denota legarsi a un luogo definito; la nostra, per di più, non è in origine nello spazio, bensì vi s’inserisce. La sua spazialità è nella misura in cui essa si compie. Un corpo che muove nello spazio, che «acciuffa» e «comprende» tale oscillazione, non con la sola vista o il sol tatto, ma con compiutezza di esser carne. Le parti del corpus non sono dispiegate l’una accanto all’altra, ma implicate l’una nell’altra: in un’esperienza integrale, grazie alla quale i “contenuti visivi e tattili” vivono a solo titolo d’istanti inseparabili.

È qui partecipe un connubio indissolubile tra sessualità, conoscenza, e volontà in potenza. Freud stesso definisce erotismo “la capacità generale di un soggetto di adeguarsi ad ambienti diversi, di crescere attraverso differenti esperienze e di acquisire nuove strutture di condotta”. Il vissuto orgastico fornisce il passpartout dell’esistenza, poiché vi si proietta la misura d’essere. La sessualità, ergo, non identifica l’esistenza, ma si elegge ad accessorio capitale come la vista o l’udito.

I prodromi fisici a sè legati costituiscono le molte manifestazioni di malessere, giacchè quintessenza dell’individuo rispetto all’esistenza.

Merleau-Ponty richiama l’essenziale differenziazione husserliana di Körper: macchina anatomica cartesiana oggetto di scienza, e di Leib «Io posso» (Ich gehe) unità originaria e vissuta della coscienza. A partire dalla descrizione fenomenologica di attuale differenza, il pensatore d’Oltralpe si candida a reinventare una genealogia della coscienza per sottrarsi con giustizia all’impasse del dualismo cartesiano. Egli stesso attesta:

Con il mio corpo (Leib) io mi impegno fra le cose, esse coesistono con me in quanto soggetto incarnato, e questa vita nelle cose non ha nulla in comune con la costruzione degli oggetti scientifici, […] io comprendo l’altro tramite il mio corpo, come tramite questo corpo percepisco delle “cose”.

Ebbene, Il filosofo esige allora sottolineare, l’incipit in base al quale a partire da carnalità agita, da relatività connaturata, là è plausibile frequentare tanto la vita quanto verità intersoggettive. È in tal “singolare sapere” che rintracciamo il mondo e l’umanità, «solo perché siamo un corpo», e persino la scienza e la filosofia stessa si scoprono barbicate, ancor prima di qualsivoglia conoscenza etica, dianoetica e puramente intellettuale.

Amerò appaiare siffatta profonda folgorazione alle teorie di Reich, dacché ne riflette veridicità e forza. Incontrare l’ambiente preannuncia l’innescare di una chimica che accorda il corpo e si trasmuta in azione. L’incanto fisiologico di cui siamo struttura, contiene e opera come un congegno di precisione, con discordi frequenze da soggetto a soggetto, ciò ci rende unici, come esclusive e impareggiabili sono le espressioni sagge e raffinate. Nella società astratta che egli figura, l’individuo non riceverebbe obbligo di precetti morali a garanzia del mutuo rispetto, giacché ognuno scorgerebbe davvero in sé, nell’etica “naturale”, il valore di un’armoniosa coesistenza.

Per lo scienziato austriaco, qualora la società suggerisse regole a maggior misura tolleranti e non soffocanti la potenza orgastica, non si renderebbe tassativa la sottomissione a una probità coatta, in tal criterio si eclisserebbero perversioni, sadismo e atto masochistico. Finanche il complesso d’Edipo non giungerebbe a insorgere, impugnando così la stimata unicità di tal freudiano complesso. Tanto è vero; in una società ideale atta a non boicottare l’erotismo infantile, gli infanti potrebbero serenamente consacrarsi a trastulli genitali senza sovraccaricare l’impulso di rinuncia al corpo materno. Seppur il bambino vi abdicasse, avulso da rischi e incagli, nutrirebbe le intime pulsioni distante da illogiche colpevolizzazioni.

Persino la nozione d’istinto di morte elaborata da Freud viene posta in controversia. Reich ritira qualsiasi tesi di distruttività costituzionale e consacra la natura accessoria di ogni comportamento antisociale che abbia radice in strutture difensive sviluppate dall’Io all’ombra di un’educazione punitiva e assolutista. Le forze distruttive figliano pertanto da una passione mal appagata in virtù di modelli sociali indirizzati ai richiami delle classi di potere. Egli rimarca come la società odierna sia latrice di una moltitudine di norme volte a reprimere, puntellando che grazie al metodico avvilimento di una sessualità naturale, l’economia capitalistica persegua i propri fini di manipolazione e asservimento dei ceti più deboli: di fatto un deperimento dell’autostima e della forza d’intraprendenza e rivolta.

Reich disapprova in egual misura la tesi freudiana in cui civiltà ed evoluzione formativa scaturiscano da un’esaltazione di parte della libido; eco di rinuncia alla gratificazione. Infatti, laddove Freud avvalora come l’affettivo ammontare delle pulsioni non agite sia gregario della sublimazione per il perseguire di fini socialmente utili, Reich elabora: l’energia repressa non dà genesi ad azioni creative o costruttive tout court; di contro la frustrazione convoglia a una reale atrofia dello spirito d’intraprendenza. La rinuncia libidica pertanto, è humus di tutte le psicopatologie e numerose affezioni somatiche quali i tumori.

L’energia sessuale è biologica, e ogni suo altro impiego, spetta essere una digressione dal suo corso spontaneo.La natura innanzi positiva dell’uomo la si ritrova in sparuti individui che, godono ancora una sessualità genuina, e cioè di un carattere genitale. Artisti, poeti e filosofi hanno matrice maieutica: la sagacia di progettare inconsciamente la realtà in cui interagiscono; essi profetizzano orizzonti per il volgo non proprio agibili.

Freud assicura che urgano uomini audaci di fantasticare prima di comprovare. Il modernismo viennese di cui Freud e Reich sono fulgidi talenti, tentò di arricchire e fondere il sapere orientato ai fondamenti di Darwin. Debuttarono, così, vergini prospettive nella medicina, nelle arti, nella filosofia, e nell’economia; un dialogo che permane ancora. Ciò che siamo non sta più nei geni altresì nella cultura. L’attività sinestetica indotta dall’uso di essenze vegetali psicoattive, nel moto dei millenni, inalvea un cosmo interiore lungi dalla coscienza ordinaria. Sia il sistema immunitario, sia la coscienza, apprendono, discernono, rammentano. La coscienza ordinaria merce finale di un processo di filtrazione, e dell’esperienza psichedelica quale antitesi di questa edificazione, è stata proposta da Aldous Huxley. L’esercizio dell’innominabile astrae e ricava lo spettacolo della vita tramite atti d’immaginazione. Gli allucinogeni possono esporre l’individuo alla ruggente forza del Tao. L’impatto di questa chimica nella dieta è stato più che psicologico: tale uso è garante d’indivise funzioni psichiche che leghiamo all’immagine di umanità. La società, oggigiorno, riterrà arduo gradire giacché ha reso tabù l’estasi indotta da mezzi farmacologici. Come la sessualità, e gli stati alterati di coscienza, sono illeciti perché consciamente e/o inconsciamente connessi al mistero delle origini. Tali pratiche dilatano i confini e minacciano il dominio di un ego non riflessivo.

Terence McKenna dichiara che comprendere l’essere umano palesi interpretare la sua unicità. La ferrea lottizzazione tra umanità, e resto della natura, è così appariscente che, per i pensatori prescientifici fondava prova sufficiente che fossimo divinamente i pupilli del creato –diversi-, e più conformi a dio. Caratteristiche e conquiste che ci contrassegnano possono ascriversi alla categoria delle attività cognitive: danza, filosofia, pittura, poesia, sport, meditazione, fantasie erotiche, politica, autointossicazione estatica. Siamo davvero Homo sapiens, l’animale pensante; creiamo inusuali opere e propugniamo profondi modelli teorici e matematici dei fenomeni. E gli umani si distinguono anche, per il numero delle diverse sostanze delle quali fanno uso, e alle quali divengono assuefatti; i nostri atti sono tutti frutto di quella dimensione.

Materialismo, estraniamento dalla natura, mancanza di soddisfazioni professionali in un mondo del lavoro meccanizzato e senza vita, noia e mancanza di scopi in una società ricca e iper-satura, la perdita di un fondamento filosofico della vita dotato di senso. Una “nuova consapevolezza della realtà” che potrebbe diventare la base di una spiritualità non fondata sui dogmi delle religioni esistenti ma nella visione interiore di un senso più alto e più profondo dell’esistenza” “Quando certe visioni saranno interiorizzate nella nostra coscienza collettiva, potrà essere questo il punto di partenza da cui la ricerca scientifica e coloro che finora hanno distrutto il pianeta – la tecnologia e l’industria – serviranno lo scopo di riportare il nostro mondo a ciò che era all’inizio: il giardino terrestre dell’Eden. Questi concetti sono stati espressi dal genio della chimica che si trasforma così in un profondo filosofo della natura ed un critico visionario della cultura contemporanea.

La distanza critica dall’euforia della generazione hippie – flower power sull’LSD non ha fatto mollare Albert Hofmann, pur ammettendo di essere il padre di un “bambino difficile”, come sottolinea in uno dei suoi lavori più conosciuti, ha sempre evidenziato i rischi derivanti da un uso incontrollato della sostanza. Esperienze psichedeliche in un setting sicuro possono aiutare la nostra coscienza ad aprirsi a questa sensazione di connettersi ed essere un tutt’uno con la natura.

L’LSD ed altre sostanze correlate non sono droghe secondo il senso comune, ma fanno parte delle sostanze sacre, utilizzate per migliaia di anni in settings rituali. Gli psichedelici classici come LSD, Psilocybina e Mescalina sono tutte caratterizzate dal fatto di non essere nè tossiche nè di indurre dipendenza. Mi preme a questo punto delineare le forme della Grandezza Umana sono il Santo, il Saggio e il Genio.

I cammini che gli uomini scelgono per conseguire la più ampia e profonda coscienza della realtà sono diversi. La religione, l’arte e la scienza, cercano con mezzi propri la via che possa condurre alla conoscenza unificata dell’uomo e dell’universo.

Il Santo cerca l’unione e la fusione per la contemplazione o per l’amore.

Il Saggio arriva ad essere umile seguace del comportamento della natura. Per poter conoscerla deve rispettare il suo corso, descrivere la sua morfologia e udire i suoi segreti palpiti.

L’Artista dalla sua parte, tenta di rivelare realtà interne che sono, nel fondo, realtà cosmiche. Si rimanda così a uno strumento lucido delle forze di organizzazione e creazione che si fanno presente in lui, in maniera imperativa. L’Artista si sperimenta a sé stesso, compartecipando nella creazione universale.

In ogni essere umano alitano le forme di grandezza umana. In ogni essere umano dorme un titano, un genio, un amoroso.

Gli effetti che hanno le droghe, che espandono la coscienza nell’uomo comune, gettano molta luce sulla comunicazione della grandezza interiore, addormentata o latente; si collocano nell’esperienza della totalità.

Il sentimento di intimo vincolo con se stessi, con la natura e con il prossimo, è una esperienza

suprema che si ha rare volte nella vita. Sperimentarla una sola volta, permette di iniziare un cambio di comportamento verso sé stessi e verso gli altri.

Il sapere con “certezza” che non siamo esseri isolati, ma bensì che partecipiamo nel movimento unificatore del cosmo, basta per spostare la nostra scala di valori. Ma questo sapere con certezza non è un sapere intellettuale, è un sapere più commovente e trascendente.

Gli egiziani nel Libro dei Morti fanno riferimento al potente sentimento di unità ontocosmologica: “ Sono una parte delle parti, della Grande Anima Incandescente”.

Per gli uomini di questa civiltà, minacciati, depressi, tirannizzati dalla meccanizzazione e dalle ideologie, la possibilità di raggiungere uno stato di coscienza amplificata è quasi impossibile.

I nostri abiti mentali ci hanno svincolato dalla totalità.Questo ci fa pensare che la riscoperta degli effetti delle droghe “enteogene” espansore della coscienza e il conseguimento della sintesi chimica del LSD-25, la mescalina e la psilocibina, rappresentano per l’umanità una grande speranza. Questa speranza non è esenta di pericoli, giacchè non tutte le persone che ingeriscono queste droghe raggiungono la esperienza suprema. La integrazione psicologica previa alla esperienza lisergica è molto importante, così come la

presenza di una guida che conosca la fenomenologia degli effetti e senta una calda affinità per la persona iniziata. L’esperienza lisergica permette la percezione di se stessi e l’apertura amorosa, la quale, in grande scala, può correggere il destino di estinzione verso cui si orienta l’umanità attuale.

Affermava Max Planck:: “è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall’uomo, la ricerca delle leggi che si applicano a questo assoluto mi parve lo scopo scientifico più alto della vita.” E nella ricerca dell’assoluto Reich concorse attraverso la sua penetrazione scientifica nel micro e macro cosmo, tracciando valori morali, oggi carenti, quali rivelazioni di leggi spontanee assolute che vanno ben oltre la stessa psiche: “ L’amore, il lavoro e la conoscenza sono alle origini della nostra vita, dovrebbero anche governarla.” Il dramma sta pertanto nel diniego della sessualità naturale con logico accrescimento della perversione, per limitare la quale, l’umano, in patetico circolo vizioso, scagiona il blocco della prima.

L’opera di Reich e del suo allievo Lowen, sorregge a divenire singoli solidi, sicuri, orgogliosi e colmi di dignità nel portamento come nella relazione, con peculiare sensibilità alla semplicità. Un intimo accordo con la natura riscatta da quei vincoli che ad essa indispongono.

 

 


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La favola di Eros e Psiche – Apuleio

“Le immagini mitologiche mettono in contatto la propria coscienza con l’inconscio. Ecco ciò che sono. Quando una persona non ha immagini mitologiche, o quando la coscienza le rifiuta, quale che sia la ragione, rinuncia ad essere in contatto con la parte più profonda di sé. In questo, ritengo, sta lo scopo del Mito nel quale ognuno vive. Si tratta di trovare il Mito nel quale viviamo, conoscerlo, in modo da dirigere la nostra esistenza con competenza.
Quale è la chiamata della tua vita lo sai?”

Joseph Campbell 


Riflessioni su #Manchester

“L’amore e l’odio non sono ciechi, bensì accecati dal fuoco che covano dentro.”
FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

I fatti di Manchester delle ultime ore stimolano riflessioni di vario tipo, chi con retorica, chi con dialettica, chi con pseudo politica, altri sparuti input allo sguardo d’insieme con relative sensate connessioni storiche, incomprese ai più.

Il lettore assiduo di queste pagine telematiche conosce il taglio che riservo ai miei articoli, che principalmente sono di natura filosofica e incentrate sul tema donna e piuttosto avulse da argomenti di politica in senso stretto, eppur stavolta ho qualcosa da proferire in merito….

Colpire una “Dangerous Woman” nella terra della “Magna Charta libertatum” significa colpire al cuore l’idea di πολιτεία di libertà di pensiero laico, veder scorrere foto sui social ho affatto categorizzato. Ho visto diversi umani, non “crociati”, come coloro che in terra araba di giorno in giorno nutrono la lista delle vittime di una guerra che valica i confini.

L’umano agire nel dissociarsi dal sentire armonico alimenta la peste emozionale, patologia cui giocoforza le nuove generazioni dovranno trovar rimedio, reimpiantando novelle e funzionali costellazioni di senso.

 

All’artista Ariana Grande va il mio umile sostegno morale e l’invito a continuare a lavorare ed esprimere la sua arte, i giovanissimi cui lei è punto di riferimento necessitano di esempi forti che non temano la violenza e di guardare al futuro, nonostante il tragico. Solo con l’energia veicolata dalla musica si può proseguire oltre il tunnel, trasformutando in chiave positiva e feconda l’orrenda esperienza con un nuovo inizio.

 

Questi i miei pensieri con i quali vi lascio la buonanotte

La verità non vuole nessun altro Dio oltre sé. La fede nella verità comincia col dubbio su tutte le “verità” fino ad allora credute.
FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE


Donne pronte a entrare nella Storia

di Sara Vicidomini

Ellen Johnson Sirleaf, è stata la prima donna capo di Stato di un Paese africano. Nel 2011, ha ricevuto il premio Nobel per la pace in ragione del suo impegno nella lotta per i diritti delle donne.

Si sposò a 17 anni con un uomo violento, a 23 era già madre di quattro figli. Riuscì a divorziare e a studiare, e intraprese una lunga e difficile carriera politica per la quale ha patito il carcere e l’esilio.

“Donne, siete pronte a entrare nella Storia?” è stato il grido con il quale ha esordito nel suo primo discorso dopo l’elezione, convinta che non sarebbe mai arrivata fin lì se non avesse imparato sulla sua pelle a resistere e superare le discriminazioni.

Da quando è diventata presidente del suo Paese, è riuscita a traghettare la Liberia lontano dalle guerre civili. La chiave della sua azione politica è stata quella di fare affidamento sulle donne nella convinzione che, siano loro le uniche a poter garantire a Paesi afflitti da miseria e guerra un futuro di ricchezza e pace.

Come ho riscontrato quest’anno, infatti, nel brano “Quando il genio è donna” per secoli si è pensato che le donne fossero incapaci di dedicarsi a qualsiasi attività di carattere intellettuale. Più di tutte lo dimostra Ipazia di Alessandria che per le sue numerose conoscenze fu giudicata secondo la leggenda una specie di mostro e per questo fu uccisa da monaci cristiani. Dopo molti secoli ci fu la milanese Maria Gaetana Agnesi che fu nominata da papa Benedetto XIV professore di Matematica e Filosofia naturale all’università di Bologna senza però aver mai potuto insegnare. Per essere prese in considerazione le donne scienziate dovevano pubblicare col nome maschile le loro opere.

Come dimostra la vicenda di Trotula De Ruggiero, medico e autrice di importanti trattati di ginecologia, che firmava le sue opere col suo nome, ma poi nelle trascrizioni successive lo vide cambiato nel maschile “Trottus”.

Tutto questo ha avvantaggiato uomini più famosi, spesso padri, mariti o fratelli.

Un ruolo importante le scienziate lo hanno avuto nel progetto internazionale “La carte du ciel” (la mappa delle stelle) e nel progetto “Manhattan”, programma segreto per la costruzione delle bombe atomiche.

Oggi sono 12 le donne cui è stato riconosciuto un Nobel. Tra le ultime c’è Rita Levi Montalcini forse la più grande scienziata italiana, premiata dal re Gustav di Svezia nel 1986.

Il segreto, ha spiegato la Montalcini, è tutto in una frase di Primo Levi: “Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla Terra”.

La prima fu, invece, la scienziata polacca Marie Curie (nata nel 1867 a Varsavia si trasferì a Parigi, dove conobbe e sposò lo scienziato Pierre Curie) che scoprì il radio, elemento chimico presente nei minerali di uranio, e studiò la radioattività, ottenendo due premi Nobel ( nel 1903, con il marito, per la fisica e nel 1911, da sola, per la chimica). Pierre e Marie non vollero mai brevettare il metodo con cui ottennero questo elemento, affinchè tutta l’umanità potesse usufruirne. Rimasta vedova Marie continuò gli studi e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale organizzò un servizio radiologico per l’esercito e si recò di persona al fronte. Morì nel 1934 per le radiazioni cui il suo fisico era stato per lungo tempo esposto.

 


La donna: un modello di forza e determinazione

di Sara Vicidomini

La donna, argomento intenso e profondamente caro, in questo giorno nel quale si riflette sulle molteplici vie da seguire in questa compagine storica in vista di un’autentica emancipazione e parità sono lieta di ospitare l’elaborato di una giovanissima donna. Vi presento con onore e stima gli argomenti selezionati da Sara Vicidomini .

Mi ha colpito profondamente la cura e la determinazione nel trattare argomenti scottanti e delicati con inchiostro fresco  e vento giovane.

Buona lettura

La donna: un modello di forza e determinazione

Il percorso che ho scelto di presentare è un argomento che ritengo fortemente importante. Parlo del ruolo che ha assunto la donna nel contesto 
storico – sociale.

I motivi che mi hanno condotta alla scelta e all’analisi di tale tematica sono molteplici e diversi tra loro: innanzitutto l’argomento della donna e della sua condizione mi sembra un tema che è ancora oggi molto attuale, per questo ho scelto di evidenziare il processo discriminatorio a cui la donna è stata sottoposta nel corso dei secoli, e ritengo che oggi, anche se in misura inferiore, ne sia ancora soggetta.
La mia è una “critica”ad una società che ha considerato l’emisfero femminile inferiore, dimenticando il ruolo chiave che esse hanno assunto e che tutt’oggi assumono all’interno della società e dei suoi molteplici settori.
La parità dei diritti e l’accesso alle professioni, sono ormai conquiste delle donne, anche se segnate da numerosi pregiudizi. 

Futuro dell’umanità e liberazione della donna

Da migliaia di anni la storia dell’umanità è una storia di uomini nella quale le donne sono presenti solo di riflesso e sempre in ruoli secondari: Penelope, la sposa fedele; Cornelia, la madre dei Gracchi; Beatrice, l’amore impossibile sognato da Dante Alighieri, dove, con il dolce stil novo (il passaggio che trasforma il volgare in una lingua letteraria, l’aggettivo dolce definisce lo stile terso e musicale, mentre l’espressione novo sottolinea la consapevolezza dei poeti che lo hanno adoperato, tra cui Guido Cavalcante e Dante Alighieri, di aver inaugurato un nuovo modo di concepire il sentimento amoroso), gli stilnovisti celebrano la donna gentile,rappresentandola come una donna angelo, e così via.

Una donna soggetta alla proprietà paterna è, anche, Gertrude, ovvero la Monaca di Monza, la quale, è il personaggio protagonista dei capitoli IX e X del romanzo “I Promessi Sposi”, l’opera più importante di Alessandro Manzoni, a cui egli lavora dal 1821 al 1840. Essa rappresenta un’immagine opposta del mondo degli ordini religiosi rispetto a quella offerta da Padre Cristoforo, perché da ospite e aiutante di Lucia si trasforma in aiutante dei suoi rapitori. Appartenente alla più alta nobiltà, essa vive, fin dalla sua monacazione forzata, tutte le contraddizioni e i malefici effetti dell’intreccio tra sistema ecclesiastico e prepotenza sociale.

Oggi però la situazione va rovesciata, prima di tutto perché il progredire della democrazia è stato accompagnato dalle lotte delle donne per la conquista dei loro diritti, in secondo luogo perché i più ascoltati economisti contemporanei sostengono che rinunciare al contributo extra-familiare di metà dell’umanità porta a crisi economiche, guerre e rovine.

L’Occidente sta già procedendo sulla strada di questa radicale trasformazione; invece, in Africa come in Asia e in vaste zone dell’America centrale, le donne stanno cominciando solo ora a reagire ai soprusi. Il fenomeno delle “spose bambine” , è il primo ostacolo da abbattere a causa della catena di conseguenze che porta con sé. E’ un fenomeno che interessa nel mondo 60 milioni di minorenni.

 

Le cause del fenomeno delle “spose bambine”

Il fenomeno delle “spose bambine” ha diverse cause, alcune di carattere culturale, altre di carattere economico. Tra le prime vi è l’obbligo per le ragazze di essere vergini al momento del matrimonio o la convinzione che sposarsi presto metta al riparo le giovani dal rischio di subire violenze. Ma la causa principale è la povertà.

Per le famiglie che vivono in miseria, infatti, dare in sposa una figlia il più presto possibile significa non doverla più mantenere. Inoltre, in molti Paesi, più la ragazza è giovane più bassa è la dote, la spesa principale che la famiglia della sposa deve affrontare in vista del matrimonio. Quasi sempre i mariti sono uomini adulti. In una situazione simile, per molte famiglie povere non ha alcun senso investire tempo e denaro nell’istruzione delle figlie e così il fenomeno non fa che perpetuarsi, perché meno le donne studiano meno speranze hanno di procurarsi un lavoro e rendersi autonome.

 

Le conseguenze: analfabetismo e morte precoce

I matrimoni delle spose bambine comportano molte conseguenze. La prima è l’abbandono scolastico, che condanna la donna a rinunciare per sempre ai suoi diritti civili e politici.

La seconda è la morte per parto, in quanto il loro fisico spesso non è ancora pronto a sopportare la gravidanza. E infatti nel mondo gravidanza e parto sono la prima causa di morte per le donne fra i 15 e i 19 anni. Dati del 2010 affermano che nel mondo ogni minuto una donna muore di parto, altre venti donne ogni minuto restano vittime di infermità. Anche in questo caso le differenze tra le varie aree del pianeta sono abissali. In molti Paesi non si investe abbastanza in strutture ospedaliere e non si tutela la salute delle donne povere e poco istruite.

 

Un indicatore della disuguaglianza

In molte parti del mondo, milioni e milioni di donne muoiono per cause dovute esclusivamente al fatto stesso di appartenere al sesso femminile.

In Cina il rapporto è di 107 maschi ogni 100 femmine e in India 108 maschi ogni 100 femmine. Secondo l’indiano Amartya Sen, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 1998, la spiegazione sta nel fatto che in questi Paesi le donne vivono in condizioni di enorme inferiorità e dunque muoiono prima, tanto che il rapporto tra la popolazione maschile e femminile rappresenta, secondo Sen, il miglior indicatore della disuguaglianza tra i sessi. Le bambine muoiono prima, perché non ricevono le stesse cure mediche dei maschi. Le donne sono vittime della discriminazione e della scarsa considerazione in cui la società tiene la loro vita e la loro salute.

Secondo i calcoli di Sen, al mondo mancano all’appello più di 100 milioni di donne.

Più di cento milioni di vittime del sessismo, la forma di discriminazione che, così come il razzismo prende di mira una razza, colpisce un sesso, quello femminile. Come tutti i razzismi, il sessismo non ha alcun fondamento reale e va combattuto con tutte le forze.

 

continua…..

 

 

 


Buon San Valentino

 

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Le Origini: La festa degli innamorati trae le sue origini da una festività pagana. Essa veniva celebrata, nei riti pagani romani, come tributo al Dio Lupercus Faunus (che era un fauno cacciatore di ninfe, sposo e fratello di Fauna, una delle tante rappresentazioni femminili di Madre Natura) e si svolgeva dal 13 al 15 febbraio […]

via San Valentino tra storia, superstizione e magia. — When you Touch me


Bangles – Walk like an Egyptian

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Una delle prime girl-band a formarsi nel panorama musicale internazionale,  4 ragazze scatenate all’inizio degli anni ’80 formarono le Bangles, una band rock di Los Angeles che, grazie all’avvenenza delle componenti e alla musica allegra e divertente, ci mettono molto poco a scalare le classifiche. Sin dal loro primo lavoro infatti, intitolato The Bangles, entrano subito in classifica, seppure nelle posizioni basse, per ben30 settimane consecutive. Le ragazze però hanno talento, ed il picco della loro carriera arriva tra il 1984 e il 1986, quando, tra le altre, fanno uscire questa stupenda Walk Like An Egyptian, una delle poche canzone anni ’80 che ancora oggi i giovani ballano. Leggendo un po’ ironicamente le immagini con cui la cultura egizia ci è stata tramandata nei secoli, le Bangles compongono una canzone che li prende in giro, immaginando come sarebbe se tutto il mondo camminasse come vediamo nei disegni, e cioè lateralmente. Anche nel video vengono riprese persone nella vita di tutti i giorni mentre camminano come gli egiziani, compresi i fotomontaggi (che per gli anni ’80 erano fatti benissimo) della principessa Diana, di Gheddafi, e di un’improbabile Statua della Libertà che compiono il tipico movimento con la mano. La canzone intanto, oltre a far divertire, scala senza fatica le classifiche, arrivando prima in America ed in mezzo mondo (solo quinta in Italia) e facendogli guadagnare il Brit Award agli MTV Music Awards del 1987. Il singolo può vantare numerose cover, tra cui anche una di un ironico cantante egiziano, e l’utilizzo come colonna sonora nel film Asterix & Obelix: Missione Cleopatra.


Breve #filosofia del #sessoorale

Chiediamoci la ragione: perchè sia così interessante ed emozionante? Pochi filosofi hanno esplorato l’argomento con il necessario rigore.

sesso-oraleLa sua  radice affonda  nella solitudine e nell’auto-disgusto apparentemente nella nostra compagine temporale. Quando siamo catapultati in atto di nascita in questo mondo, se siamo fortunati, tutto del nostro corpo è accettabile e adorabile, dalla testa ai piedi. Il nascituro è  posizionato  nudo sulla pelle della madre, ove ritrova familiare il  battito cardiaco, e può riscontrare  la gioia negli occhi dei genitori  che lo osservano  soffiare una bolla di saliva o di succhiare le dita. Poi a poco a poco arriva l’autunno. Il capezzolo, fonte di nutrimento è allontanato. Ci vergogniamo della nostra nudità, poi  zone in continua espansione e modifica  del nostro sé esteriore pone  divieto al tocco  altrui. Non abbiamo altra scelta nei rapporti interpersonali, che  mantenere un minimo di 60 o, meglio ancora, la distanza di 90 centimetri ‘tra noi e gli altri’ in ogni momento, per rendere assolutamente chiaro che i nostri stessi movimenti  non siano decodificati come  intenzione di intrusione nello spazio personale di chiunque. Cresciamo e maturiamo sorvegliati e protetti. Diventiamo adulti, strappati dal paradiso, reso poco  attraente  dal passo al passato che  caratterizza   quasi tutti  illogicamente.

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Ma nel profondo, non dimentichiamo mai del tutto  le esigenze con le quali  siamo nati: per essere accettato come siamo veramente, in ogni aspetto: esistere per essere amati.  Qui nasce la peculiarità del #sessoorale. Suona disgustoso quando pensiamo di praticarlo con una persona inadeguato – e questo è il punto. Nulla è erotico qualora sia sperimentata con la persona sbagliata, se non addirittura rivoltante. Con la persona giusta, la connessione precisa trasmette solo accettazione, accoglienza e consenso. Il carattere privilegiato di un rapporto è sigillato da un atto che, con qualcun altro, sarebbe considerato  nauseante. Sesso orale considerato erroneamente oggi pratica  ” maleducata ” e sconveniente – nella migliore delle ipotesi. La vita quotidiana ci impone continuamente di essere disciplinati. Non possiamo distruggere  il rispetto o affetto di chiunque senza gravemente reprimere tutto ciò che è apparentemente ‘cattivo’ dentro di noi: le nostre secrezioni, la nostra aggressività, la nostra disattenzione, la nostra fragilità, la nostra lussuria. Non possiamo pensare che sia accettato dalla società e rivelare chi siamo veramente. Di qui l’estasi erotica, un sollievo emotivo, quando il sesso orale permette al nostro sé segreto di rivelarsi, con tutti i suoi lati ‘cattivi’ e ‘sporchi’, per essere curato e vissuto con entusiasmo e approvato da qualcuno che ci piace.  Il legame di fedeltà in una coppia cresce esponenzialmente  ad  ogni ascesa di espressione. Il  nostro comportamento più inaccettabile sarebbe lontano dagli occhi del mondo il più solido e ricco, sentirlo intimamente come la costruzione di  un rifugio di reciproca accettazione. Il sesso rappresenta l’indice di libertà e di  punizione,  dicotomia tra sporco e pulito. Letteralmente il sesso ci purifica – invitando i lati apparentemente più viziati di noi stessi nei suoi giochi. Siamo in grado di premere nostre bocche, gli aspetti più pubblici e rispettabili dei nostri volti, la sede del linguaggio e articolazione, avidamente nelle parti più viziate dell’altro –  tutto questo  simboleggia in tal modo una approvazione psicologica totale, proprio come un prete  accetta un pentito, colpevole di molte trasgressioni, accolto  con un leggero bacio sulla testa. Da un punto di vista psicologico, molto simile al sesso orale

Il piacere del sesso orale è quindi profondamente ricco e significativo nella vita umana, umana chance dell’animale pensante. Non parlo della piacevole sensazione fisiologica nota a tutti, ma di accettazione. Si tratta di por  fine alla solitudine.

 

Erotismo e pornografia

La sessualità  comprende molte sfaccettature che vanno dalla fantasia alla relazione, dal corteggiamento alla manifestazione del desiderio, dal sentimento all’ esplosione nella carnalità dell’orgasmo.

Anche il pudore fa parte della sessualità.  Il compito sottile e difficile di chi vuole scrivere di questo argomento sta nel giocare ai margini di questo confine, provando a spingere il lettore un po’ più in là e ancora un po’ più in là fino a ritrovarsi dentro a quell’identificazione che lo può coinvolgere aggirando le sue difese.

Nella letteratura se l’esibizione della sessualità diventa gratuita, e non più finalizzata alla storia, ecco che perde il suo scopo, e scivola facilmente nella pornografia. In sostanza è la mancanza di senso e la gratuità dell’esibizione che segna il confine della pornografia.

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Se ricerchiamo il significato di pornografico, nell’etimologia, scopriamo che pornografia è la rappresentazione esplicita di soggetti a carattere erotico (dal greco meretrice+descrizione). Viene quindi da pensare che erotico sia più una caratteristica, una connotazione, un’accezione, un pensiero. Mentre porno sia l’ostentazione, quella parte dell’erotismo che l’erotismo non fa vedere perché altrimenti non sarebbe più erotismo ma pornografia.

La pornografia in letteratura esiste ma non ha la stessa valenza del film porno, la pornografia é un vettore potente di immagini forti, estreme, che si traducono si in eccitazione ma allo stesso tempo si fanno carico di descrivere un atto sessuale come si descriverebbe una donna che prende il caffé. La pornografia può essere accompagnata da lirismi, virtuosismi lessicali, e resta comunque non “sbagliata” come può essere la pornografia cinematografica.

La si può accettare più facilmente.

Cohelo descrive, in “Veronika decide di morire”, una donna che si masturba davanti a un uomo. Il modo in cui lo descrive é poetico, fantastico, ma cinematograficamente parlando é pornografia (l’atto) ma il modo di descriverlo é più erotico che porno.

Allo stesso tempo porno non può significare solo “più crudo” ed erotico non può significare solo “scene soft”,allora erotica é anche la scena di sadomaso?

Il confine é molto, anzi troppo, sottile.

Più che di “libro porno” preferisco le scene. La pornografia fa parte della nostra cultura, non bisogna averne paura, bisogna accettare scene di questo tipo e non condannarle.

Un’altra contraddizione é la seguente: se l’erotismo usa di base il sentimento e la pornografia ha come base solo il sesso, chi mi dice che dietro l’atto sessuale spicciolo non ci siano sentimenti, ideologie, vissuti particolari?

Forse l’erotismo fa più uso di sensazioni non visive, si concentra sull’atmosfera, mentre la pornografia no.

E’ un dibattito interessante, vedremo che ne uscirà.

Comunque apprezzo entrambi, hanno sfumature antropologiche molto interessanti


La Dea egizia Bastet

Bast

Bast (nota anche  come “Bastet” in tempi più tardi ) rappresenta una delle più popolari dee  del Pantheon  dell’antico Egitto: la Dea  gatto appunto, associata al gatto domestico nel  Nuovo Regno personificava la giocosità, la grazia, l’affetto, e l’astuzia di un gatto così come la feroce potenza di una leonessa. I testi più antichi descrivono Bastet come la figlia del Dio del sole Ra, creata insieme alla sua gemella malvagia la dea Sekhmet, tali documenti raccontano che fu proprio per l’intervento di Ra che la forza distruttrice di Sekhmet si placò divenendo, insieme a Bastet, l’equilibrio delle forze della natura.

in tutto l’Egitto ,  il suo centro di culto era il suo tempio a Bubastis nel Basso Egitto (che è oggi in rovina), città antica che fu la capitale  durante il periodo tardo, e alcuni  faraoni onorarono la   dea nei loro regni.

Bast

Il suo nome potrebbe essere tradotto come “la   Divoratrice”.  Gli elementi fonetici “Bas” sono riportati su di   un vaso di olio, la “t” è la desinenza femminile che non viene utilizzata quando si scrive la parola “divorare”. Il vaso di olio richiama l’associazione con il profumo: tale collegamento  viene confermato  dal fatto che la dea era  la madre di Nefertum (che appunto era il dio del profumo). Così il suo nome evoca  la sua  dolcezza  e preziosità, sotto la sua pelle pulsava  il cuore di una  predatrice. Baast ritratta con l’ankh (che rappresenta il soffio di vita) o la bacchetta di papiro ( Basso Egitto), impugnava   a volte uno scettro (che indica la forza) ed era spesso accompagnata da una cucciolata di gattini.

Fu amata così tanto da divenire per gli egiziani la dea protettrice della famiglia, dei bambini, delle donne, della danza, del sorgere del sole e divinità che forniva la protezione contro le forze maligne e le malattieBast in the Late Period copyright Einsamer Schutze

Testimonianze di templi dedicati al culto della dea gatto si trovano in tutto l’Egitto, ma la città sacra di Bastet  è Bubastis, località vicino all’attuale città di Zagazig, dove il 31 ottobre di ogni anno si svolgeva un’importante festa in suo onore del quale si trova traccia nel testo dello storico greco Erodoto (Storie – libro II cap. 60).

I gatti erano sacri a Bast, e  danneggiarne uno era considerato un crimine contro di lei e quindi segno funesto. I suoi sacerdoti allevavano gatti sacri nel suo tempio, considerati incarnazioni della dea. Quando morivano venivano mummificati e potevano essere presentati alla dea come offerta. Gli antichi egizi conferivano grande valore ai gatti perché credevano proteggessero i raccolti e rallentassero la diffusione delle malattie uccidendo i parassiti. Di conseguenza, Bast era ritenuta  una dea protettrice.  Pitture tombali suggeriscono che gli egiziani cacciassero con i loro gatti  ( a quanto pare addestrati per recuperare la preda) e  li allevassero anche  come animali domestici cari. Il culto della Dea   Bast era  popolare. Durante l’ Antico Regno fu considerata  figlia di Atum a Heliopolis (a causa della sua unione con Tefnut ), tuttavia, si pensa fosse generalmente  figlia di Ra (o versione successiva Amun ). Lei (come Sekhmet ) era anche la moglie di Ptah e madre di Nefertum e il leone dio Maahes (Mihos) (che potrebbe essere stata  altra manifestazione  di Nefertum).

Bastet with her kittens copyright Captmondo

Come la figlia di Ra era una delle dee note come “occhio di Ra” , una feroce protettrice che ha quasi distrutto il genere umano, ma con l’inganno della la birra tinta con color sangue, fu indotta al sonno che  le procurò una sbornia, e la carneficina fu scongiurata. Insieme ad  altre dee  era conosciuta come “l’occhio di Ra”, in particolare Sekhmet, Hathor , Tefnut , Dado , Wadjete, Mut . Il suo legame con Sekhmet era il più affine. Non solo entrambe le dee assumevano la forma di una leonessa, erano entrambi considerate come la sposa di Ptah e la madre di Nefertum e durante la festa di Hathor (che celebra la liberazione dell’uomo dall’adirato “Occhio di Ra”) l’immagine di Sekhmet rappresentava Alto Egitto mentre l’immagine di Bast rappresentava il  Basso Egitto .

Bast copyright Guillaume Blanchard

Bastet era molto legata ad Hathor ed era  spesso raffigurata in possesso di un sistro (il sacro sonaglio di Hathor) e Dendera (la sede del centro di culto di Hathor nell’Alto Egitto)  nota anche come il “Bubasti del sud”. Questa associazione è chiaramente arcaica in quanto le  due dee appaiono insieme nel tempio nella  valle di Chefren a Giza . Hathor rappresenta l’Alto Egitto e Bast rappresenta Basso Egitto. Uno dei suoi epiteti è stato “la signora di Asheru”. Asheru era il lago sacro nel tempio di Mut a Karnak, e a Bast è stato dato l’appellativo a causa della sua relazione con Mut, che di tanto in tanto ha preso la forma di un gatto o di un leone. All’interno del tempio di Mut ci sono una serie di raffigurazioni del faraone che festeggia con  una corsa rituale in compagnia di Bast. In questo tempio a Bast è stato dato l’appellativo di “Sekhet-Neter” – il “Campo divino” (Egitto).

Bast-Wadjet copyright Sully

E ‘stata anche identificata  con la dea dalla testa di leone pakhet di Speos Artemidos (grotta di Artemide) nei pressi di Beni Hassan. La grotta è stato denominata così perché Bast (e il suo aspetto pakhet) è stata adottata dai Greci come dea  Artemide, la cacciatrice. Tuttavia, le due dee non erano così simili : Artemide era nubile mentre Bast era associata al divertimento e alla sessualità. Tuttavia, la connessione con Tefnut e Bast di aspetto potenzialmente belligerante probabilmente ha contribuito a questo apparentemente strana connessione. Dopo tutto, anche il più piccolo gatto di casa è un abile cacciatore. I greci attribuivano a  Bast  un fratello gemello, così come Artemide aveva suo fratello Apollo. I riferimenti ad   Apollo Heru-sa-Aset ( Horus, figlio di Iside ), ha come diretta conseguenza la relazione del nome di Bast all’ “anima di Iside ” (ba-Aset) mutandone il suo nome  in una forma di questa dea diventata poi sì popolare. In  Bast era una dea  lunare.

Una leggenda racconta che Bastet, morsa da uno scorpione, fu guarita da Ra:
“Ra infuriato, provocò una siccità, quando si fu calmato, mandò Thot a cercare Bastet in Nubia, dove lei si era nascosta sotto forma della dea leonessa Sekhmet. Navigando il Nilo, Bastet si era bagnata nel fiume in una città sacra a Iside, trasformandosi di nuovo in gatta entrando a Bubastis, la città dei gatti, fu trovata da Thot … per molti secoli gli egiziani hanno ripercorso il suo viaggio in venerazione dei gatti e della dea Bastet”.

La gatta era assimilata alla luna: come nei gatti le pupille nel buio della notte subiscono grandi variazioni così venivano paragonati ai cicli lunari.

Scrive in proposito Edward Topsell (Topsell’s Histories of Beasts):
“Gli Egizi hanno osservato negli occhi di una gatta le varie fasi lunari perché con la sua luna piena splendono di più mentre la loro luminosità diminuisce con la luna calante e il gatto maschio muta l’aspetto dei suoi occhi in relazione al sole, infatti quando il sole sorge la sua pupilla si allunga, verso mezzogiorno si arrotonda e la sera non si vede affatto e sembra che l’intero occhio sia omogeneo”.

Alcuni versi tratti dai geroglifici del tempio di Dendera confermano il legame di Bastet con Iside, si legge:
“Quando la vide, sua madre Nut le disse, sii leggera per tua madre, Tu sei più vecchia di tua madre perchè il tuo nome è stato Iside” .

Nella VI dinastia, il faraone Pepi I fece costruire nel suo santuario una cappella dedicata a Bastet, e anche la grande regina Hatshepsut fece scavare un santuario in onore della dea gatto nei pressi di Beni Hassan.

Il gatto quindi venne ritenuto sacro al sole e ad Osiride, la gatta invece consacrata alla luna e ad Iside.Un brano tratto dal “Le settantacinque lodi di RA” 1700 a.C. recita:
“Lode a te, o Ra, glorioso dio-leone, tu sei il grande gatto, il vendicatore degli dei e il giudice delle parole, il presidente dei sovrani e il governatore del sacro cerchio, tu sei il corpo del grande gatto”.

Gli Egizi chiamarono il gatto Myou, conferendogli da prima un ruolo di porta fortuna, riconoscendogli una natura amabile e disponibile, lo introdussero successivamente nella vita quotidiana di tutte le famiglie, con il compito di proteggere le provviste alimentari dai roditori e serpenti velenosi.

Si sono trovate decorazioni tombali che provano che i gatti venivano portati dagli egiziani nelle paludi per recuperare le anatre cacciate, ma l’amore per questi felini si spinge oltre portando alcuni genitori a dare il nome dei gatti (Myoun… Mit… Mirt… Miut) alle proprie figlie femmine. E’ stata ritrovata a Deir el Bahri nel tempio del re Mentuhotep una mummia di una bambina di 5 anni dal nome Mirt.

Immagini dei gatti comparvero anche su oggetti di vita quotidiana, gioielli, braccialetti d’oro, amuleti e anelli ma il gatto fu anche rappresentato in moltissime statue in bronzo destinate per lo più a scopi funerari.

La gran parte delle statuette aveva le orecchie forate con orecchini d’oro o d’argento e occhi intarsiati di pietre semi preziose.

Dei gatti Erodoto scrive: “E quando scoppia un incendio, ai gatti succede qualcosa di veramente strano, gli Egiziani lo circondano tutt’intorno pensando più ai gatti che a domarlo, ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in Egitto è lutto nazionale, gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia, i gatti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubasti.”

Da scavi archeologici nelle rovine di Tell Basta (nome attuale di Bubastis) è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, infatti questi felini subivano lo stesso processo di imbalsamazione delle mummie reali, poi bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti che ne garantivano la sopravvivenza nell’aldilà.

Il gatto di colore nero era il prediletto perché associato al colore della notte e al colore nero del limo portatore di fertilità e rinascita dopo le inondazione del Nilo.

Infine anche nell’Islam si trova traccia del gatto:
Si narra che Maometto, intento a leggere con un braccio allungato sul tavolo, fu avvicinato da un gatto che gli si sdraiò sulla manica della sua tunica, arrivata l’ora della preghiera Maometto guardando dormire beatamente il gatto non volle svegliarlo credendo che il felino stesse, nel suo sonno, comunicando con Dio (Allah). Preferì quindi tagliarsi la manica della tunica per andare a pregare. Al ritorno dalla preghiera il gatto, riconoscente gli fece tante fusa e Maometto commosso gli riservò un posto in paradiso ponendogli per 3 volte le mani sulla schiena gli donò la capacità di cadere sempre sulle zampe senza farsi male.


SIMBOLOGIA PSICOLOGICA DEL GATTO

Il Bello della Psicologia

Scritto dalla Dott.ssa Annalisa Barbier

“Il gatto non ci accarezza: accarezza se stesso contro di noi”, diceva Antonie Rivarol a proposito della peculiare attitudine del gatto di soddisfare immediatamente le sue necessità sensuali, pur mantenendo le distanze “emotive” dal resto del mondo.

Le diverse mitologie riconoscono ed attribuiscono al simbolismo felino una grande importanza: gli antichi egizi associavano il gatto alla luna e ne dedicavano la figura  alla dea -gatta Bast o Bastet, che veniva raffigurata come una donna dalla testa di gatto o dalle complete fattezze di gatto, associandolo simbolicamente alla notte, alla fertilità e alla gioia.  Nel “libro dei morti” si dice che i gatti fossero alleati del sole ed in grado di distruggere i suoi nemici. Poiché erano adorati come animali sacri alla dea Bast, i gatti erano ritratti in numerose statue e la loro morte – cui faceva seguito la mummificazione e la sepoltura in…

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Il Kamasutra egiziano

www.ilsegnocheresta.it

Il primo manuale del sesso, rinvenuto in un fragile vaso di terracotta è un papiro dell’antico Egitto, conservato nel museo Egizio di Torino e toglie il primato al Kamasutra, celebre trattato indiano che contiene i segreti dell’arte amatoria.

Il documentario trasmesso da History Channel ci presenta una visone di un Egitto cosmopolita, aperto all’esterno e con un sano senso dell’erotismo.

Immagini sorprendenti, insolite per noi abituati a geroglifici e scene di vita quotidiane raffigurati sule pareti delle  tombe egizie, che ci hanno tramandato un’idea di popolo rigido e represso.

Queste immagini invece descrivono con dovizia di dettagli le acrobazie sessuali più antiche della storia.  Il papiro erotico, esemplare rarissimo e unico nel suo genere,  ci permette di confrontare le emozioni e i desideri degli egizi di cui non sappiamo nulla.

Greci e romani dalla sessualità spiccata hanno lasciato molte tracce, ma sull’Egitto la storia per pudore, ha calato…

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Il Maschile e l’illusione “maldestra” del possesso — Psicologia Alchemica

Spesso gli eventi recenti di cronaca hanno messo in risalto il “gioco” del maschile con il femminile (un po’ come accade tra il gatto ed il topo), che ha assunto forme sempre più “aggressive”, dal ricatto del cyberbullismo attraverso il “materiale” videopornografico fino al femminicidio reale e non più virtuale. Eppure queste manifestazioni attuali hanno […]

via Il Maschile e l’illusione “maldestra” del possesso — Psicologia Alchemica


Erotismo: forma alchemica di comunicazione mistica

L’ erotismo è spesso associato alla sessualità e ai suoi piaceri, ma non è accezione corretta: trattasi di componente pervasiva del corpo e della psiche

Erotico

Per il dottor Eusebio Rubio , un esperto di salute sessuale, l’erotismo è la dimensione umana derivante dalla possibilità di sperimentare il piacere sessuale e, oltre i livelli di manifestazione biologica, in sé racchiude componenti mentali, quali rappresentazioni, simbolizzazioni, significati sociali e loro regolazione, tali da rendere l’ erotismo una caratteristica specificamente umana.

Di solito, l’ erotismo è associato ad esperienze sessuali in particolare nell’accezione di “rapporto fisico”.

È condizionato all’atto di amare, in realtà si può avere esperienza erotica in contesti non -amatori, anche senza la presenza di una coppia.

Il Dr. David Barrios , sessuologo clinico e psicoterapeuta aggiunge che, sebbene l’ erotismo abbia basi fisiologiche , è soggetto a processi di apprendimento per tutta la vita. “Gli stimoli che innescano la risposta sessuale umana sono innumerevoli, la maggior parte con una percezione personale di esperienze individuali, temperati da una serie di emozioni e motivazioni .

L’ erotismo come espressione umana può essere concepita come un modo speciale di comunicazione e trascende l’individuo e la coppia di manifestare in letteratura, arti plastiche, la musica, o film “.

A CHE SERVE L’EROTISMO IN UN RAPPORTO

L’ erotismo è strettamente legato all’auto – conoscenza e lo studio delle sensazioni . Per gli altri specialisti in sessualità umana, come erotóloga Ana Ceron , una persona che riconosce i suoi sentimenti attraverso l’erotismo e lo vive come qualcosa di naturale e senza colpa ne ricava orgasmi più soddisfacenti, che sono necessari e sani perché aiutano a produrre gli ormoni essenziali per una sopravvivenza umana sana.

Al contrario, l’ignoranza verso il nostro corpo è responsabile di disfunzioni, come l’eiaculazione precoce e anorgasmia. Ana Cerón aggiunge che quando un bambino piccolo esplora il suo corpo e tocca i suoi genitali il primo monito perentorio è il “non toccarti “; quando si raggiunge l’adolescenza  e si esperisce la masturbazione , subentra in tali condizioni sperimentarlo  il più rapidamente come possibile, perché cresciuti con l’idea che la sessualità sia un male, e ci si stimolerà solo per raggiungere l’eiaculazione e senza esplorare i sentimenti .

Più tardi, nel caso una donna abbia l’ ansia di penetrazione sì grande non godrà  dell’ esplorazione del corpo del partner, non garantirebbe il piacere ricercato provocando in atto di penetrazione l’eiaculazione precoce . La donna subirà frustrazioni derivante dall’impossibilità di percepire l’orgasmo , perché le è stato così impartito che la ricerca del piacere non è atto consono. mediante educazione direttamente o implicitamente .

Qualora si sia aperti a sperimentare le sensazioni di un bacio, l’esperienza può essere più intima del un rapporto , ascoltare la respirazione del vostro amante durante il sonno può essere incredibilmente sexy , e si chiudono gli occhi e si prova a  descrivere a memoria parti del corpo del vostro patner può rivelarsi esperienza sublime.

L’ erotismo , come afferma la psicologa Lissette Valadez , comprende, unifica, totalizza e umanizza la sessualità.

Ancor più incisiva sull’argomento è la penna di Claudio Marucchi, che nel suo testo “Erotismo e Spiritualità” descrive e delinea il varco sacro sessuale.

“La travolgente forza ispiratrice dell’amore è contemporaneamente in grado di elevare l’individuo o disperderlo nell’abisso della frammentazione. L’amore è alla base di ogni forma di illuminazione, come ogni forma di autodistruzione. Per questo si dice “folle d’amore” o “innamorato follemente”. Il vero amore esige un grado di follia che lo avvicina all’esperienza mistica o magica.
La via dell’amore è connaturata al desiderio di sé, ma si realizza nel desiderio della perdita di sé. Come stella polare interiore orienta il soggetto a mettersi in cammino verso se stesso, per scoprire che ci si conquista abbandonandosi, ci si ritrova perdendosi, e così via, di paradosso in paradosso. Un simile desiderio è il punto di contatto tra l’amore per il partner (eros) e l’amore universale (agape). Solo una visione monca può continuare a concepire questo distinguo come una reale separazione. Non è un caso che in alcuni contesti antichi, gli amanti si chiamino tra loro fratello e sorella.
Accade con Iside e Osiride in Egitto, e anche con la coppia mirabilmente celebrata nel Cantico dei Cantici. Il partner è l’incarnazione dell’universo, dell’alterità assoluta, quindi eros è la possibilità pratica di agape. Un’attitudine moralizzatrice ha spaccato la continuità e l’identità tra sessualità e vita spirituale. Ciò che il moralismo ha strappato, la pratica può ricucire L’Eros apre le porte al Sacro, ed è il modo più immediato per chiunque di aver un approccio al numinoso e al trascendente.
I misteri della sessualità mistica sono celati tra le pieghe dei testi sacri, spesso ben criptati, ma anni di pratica aiutano nella decodificazione. E’ un percorso che va abbinato alla propria crescita interiore, nel senso che i troppi condizionamenti che abbiamo sulla sessualità rendono necessario un lungo lavoro preliminare. Non è praticabile questo tipo di amore se si pensa che sia solo una questione tecnica. Vi è anche una “riesumazione” dell’istinto. In realtà un enorme lavoro sulla propria psiche è necessario viatico per la resa nell’ambito della sessualità mistica. E’ una questione che concerne anche l’etica. Uno deve aver fatto i conti con imbarazzi o vergogne, paure, sindrome da abbandono, gelosie, possesso, attaccamenti, territorialità, identificazione nel partner e tutto ciò che normalmente contraddistingue un rapporto di coppia. Chi crede di poter fare a meno di questo lavoro, oppure si nasconde giustificando in qualunque modo la seppur minima presenza di tali “sentimenti”, si sta prendendo in giro da solo. Libertà e Amore devono essere una cosa sola… e la sola cosa! Il resto è pietra d’inciampo e serve solo a giustificare le proprie mancanze.”


Buone Feste


Arroyo – Ancient Egypt – Music of the Age of the Pyramids

Un tuffo nelle sonorità dell’antico Egitto, varcando la soglia spazio-temporale.  Buon ascolto

 


L’Egitto e la Magia

 

Magia

Pratica e forma di sapere esoterico e iniziatico che si presenta come capace di controllare le forze della natura; è stata oggetto, in varie culture e nei diversi periodi storici, di valutazioni opposte, ora considerata forma di conoscenza superiore, ora rifiutata come impostura e condannata dalle autorità civili e religiose.

(Fonte: Treccani.it)


Matriarcato in Sardegna, realta` o fantasia? —

Ci si interroga spesso sul “Matriarcato” residuo (o presunto tale) diffuso in Sardegna, un fenomeno che ha radici antichissime e quasi scomparso nell`ambito delle societa` contemporanee e “moderne”, ma che secondo alcuni pare trincerarsi nell`isola all`interno di quelle comunita` isolate ancora scarsamente colonizzate dal fenomeno globalizzante del “Patriarcato”. Ma da dove arriva esattamente questo fenomeno […]

via Matriarcato in Sardegna, realta` o fantasia? —


Oltre il tempo e gli spazi

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Sovente mi pongo mille domande cui non trovo risposta ….  sul tavolo forse ricorderai ne troveresti mille, in pieno stile Fiorella… lì tutte in fila come le espressioni facciali con le quali comunicavano molto eloquentemente nonostante l’ostinato silenzio che proferivo. Sì è vero sono ancora alla ricerca  di risposte, credo che in questo atto oltre frontiera risieda il mio senso. Sei passato ad altra energia ventitré anni fa, ed è cambiato tutto…  e non è cambiato niente. Ti lascio comunque questi pensieri.

Amo le rose, e il modus vivendi che adotto   in qualche modo le riproduce… ordinata nel disordine  quando penso, quando elaboro e quando amo. Non credo tu possa leggere,  coniugo l’amore e le sue forme… il solito tran tran detestabile….  e allora cantiamo e stavolta la scelgo io: oltrepassiamo  “Azzurro”, “L’istrione”, “Reginella” e anche “Gli uomini non cambiano”.

Cantiamo questa nella speranza che prima o poi io cresca. Ovunque tu sia, sicura che tu ci sei in qualche modo dentro me

Ciao Papà


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

E’ nata la Radio Iridata by Iridediluce

La musica che amo e stimola l’immaginazione adesso on line!!!!

 

radyo


Giovanna la Pazza: pellicola del 2001

Goditi “Giovanna la Pazza” in streaming on line

pazza

Il 22 agosto del 1496 parte da Laredo una flotta diretta verso le Fiandre: l’infanta Giovanna, figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, deve incontrare il suo promesso sposo Filippo, figlio dell’Imperatore Massimiliano. L’incontro è folgorante, è attrazione fatale e i due dimenticano i loro obblighi politici, abbandonandosi ai loro sentimenti. Ma la morte dei fratelli prima e della madre poi, fanno di Giovanna l’unica erede al trono e tali avvenimenti scateneranno una battaglia politica fra nobiltà castigliana e fiamminga, e una battaglia fra Giovanna e Filippo.

  • DATA USCITA: 20 settembre 2002
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2001
  • REGIA: Vicente Aranda
  • ATTORI: Pilar López de Ayala, Daniele Liotti, Giuliano Gemma, Manuela Arcuri, Eloy Azorín, Rosana Pastor, Guillermo Toledo, Héctor Colomé, Chema de Miguel, Roberto Álvarez, Carolina Bona, Andrés Lima, Cipriano Lodosa, Susy Sanchez, Jorge Monje, Sol Abad
  • SCENEGGIATURA: Vicente Aranda
  • FOTOGRAFIA: Paco Femenía
  • MONTAGGIO: Teresa Font
  • MUSICHE: José Nieto (II)
  • PRODUZIONE: PRODUCTION GROUP, ENRIQUE CEREZO PRODUCCIONES CINEMATOGRAFICAS S.A., TAKE 2000, EURIMAGES, PEDRO COSTA PRODUCCIONES CINEMATOGRAFICAS S.A., SOGEPAQ
  • DISTRIBUZIONE: COLUMBIA TRISTAR ITALIA
  • PAESE: Italia, Portogallo, Spagna
  • DURATA: 123 Min
  • FORMATO: SUPER 35MM
Curiosità:

“Tentativo maldestro di trasformare la passionale, sventata, regina di Castiglia in un’eroina romantica, idea banale venduta come sorpresa. Ma non ci avevano già detto a scuola che, se vogliamo ritrovare il romanticismo ante litteram nei secoli precedenti, basta riprendere storia e cultura del primo cinquecento?”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 27 settembre 2002)

“Il film ha un certo lusso visivo e la staticità amorfa delle stampe d’epoca. L’unica interpretazione degna di nota è quella di Pilar Lopez de Ayala. Gli attori italiani (la poco vestita Manuela Arcuri e Daniele Liotti) reclutati nel cast per esigenza di coproduzione, sono pronti per le parodie dei classici in costume dei varietà televisivi”. (Enrico Magrelli, ‘Film Tv’, 6 ottobre 2002)


Namastè


Chiedi: il segreto delle virtù

La narrazione si apre con l’evocazione simbolica dell’origine, il cerchio: la perfezione, la compiutezza, l’unione… sostanza primordiale. Tale figura richiama l’armonia poiché sprovvista di angoli e spigoli, traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza di principi. Al centro cui tutto trae origine e a cui tutto torna vi è il Sole, il cui calore è associato all’Amore, alla luce, alla bellezza alla verità. All’inizio risiede il segreto… tale concetto va di pari passo con quello di condivisione: il segreto può essere solo svelato o rivelato. Qualora in terza istanza accettassimo il segreto come conservato finiremmo nel paradosso: sarebbe sì facile imbattersi in un esperimento mentale. La dialettica qui improntata tra fede-mistero-problema ci pone innanzi alle questioni più alte esistenziali e facilmente confuse: siamo inabili a riconoscere quando siamo a cospetto di un segreto mantenuto, o un qualcosa di in-affrontabile o un qualcosa con il quale l’uomo può misurarsi. Il ruolo dell’umano allora si identifica con quello dell’eroe junghiano in misteriosa collocazione e frequente inaccessibilità, luogo sacro dello Zero silenzioso ove il culto d’osservazione minuziosa trasuda dispositivi narrativi. Rituale di conoscenza e percorso di iniziazione alla saggezza, l’unico valido motivo per non soccombere il diventare Eroe, un non-morto-intellettualmente e artefice del preludio d’azione sublime. Fiedere, termine poetico ormai desueto, consiste nella ricerca altrui con lessico dai cardini binari bisogni/desideri … ascolto e mi fermo a riflettere sul modus operandi in linea pragmatica antropologica odierna di tale azione: domandando? Interrogando ? Implorando ? Un’istanza simile ad una preghiera, presente fin dal primo battito all’atto di concepimento e si protrae in esistenza che si in-futura; la costruzione di una cattedrale esistenziale in elevazione d’atto di volontà sfibrando il soma, il non luogo reale le cui fondamenta sono poste a pilastri quali dignità, autonomia e rispettabilità. L’analisi della decadenza immorale irrazionalità vigente sintomaticamnete richiama Dioniso dall’abissale inconscio a contaminare il pelago della vuota finzione dialettica alla luce effimera del sensibile. Utilità di die in die snocciola a prezzo di asservimento ove legge non conosce padrone e garante. L’ars vivendi in armonia mundi diviene dissonante all’irragionevole compagine attuale, amalgamata in lode a giustizia e onestà. Libertà, vocabolo che in questa lirica è autorevolmente assente evoca  pensiero, istruzione, espressione, l’ampiezza delle proprie possibilità e la stabilità della propria posizione, in un’asserzione, insomma, fluida, ma sempre rivolta al bene, al valore della persona. Amore terapeutico in giustizia e onestà diviene balsamo all’insana abitudine vigente del fra-intendimento e analfabetizzazione emotivi cui stiamo divagando le giovani generazioni che agognano una testimonianza concreta e credibile. Fondare la nuova umanità significa volgere creativamente ad Oriente la volontà della riflessione inesauribile tra scienza e mistica, incentrando i temi di Philia e Umanitas coniugati in reciprocità attiva.


Buone Feste


Voluttà

Coglimi …

come seta all’aura son leggera

di brama 
alimenti lena.

Riluce verbo;

svincolo dai cristalli

l’istinto della mia purezza.

Di piacere e sensi in carne

ricopro la pelle

in serafici movimenti e dinamiche spirali,

morbide fluiscono le dita umide

in mistico ingollo

Melopea dissipa nebula

spoglia tra le cosce l’affanno

in spinte di fiato

Incido tracce sulla terga

e l’epicureo gusto nutre

l’intima risacca.


Platone e l’Eros

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Il desiderio erotico, da Platone in poi, è inscritto nel segno di una mancanza che è figlia di una colpa. L’androgino sfida gli Dèi e, per tutta risposta, viene diviso a metà e costretto a volgere la sguardo verso il segno della ferita. Da allora ogni metà desidera ricongiungersi alla parte perduta di sé. Dunque la conoscenza, e la coscienza che ne è fondamento, sono fonte di una vergogna che è avvertita in quanto colpa; ma di che cosa esattamente?Forse gli uomini soffrono l’incomprensibile abbandono degli Dèi, il loro inarrivabile silenzio e non possono che raccontarsi che è colpa loro, che qualcosa devono pur aver fatto…e in effetti qualcosa hanno fatto; si sono sottratti al controllo Dèi loro antichi padroni diventando Dèi di sé stessi (diremmo perciò che gli uomini hanno abbandonato gli Dèi ma che descrivono la cosa dicendo di essere stati abbandonati per una qualche primigenia colpa). La frattura divide l’Io da sé stesso e lo rende schiavo (d’amore) della sua metà fuggita, quella metà che più che essere un altro mortale, è il suo Dio, la sua follia (mania), cioè la sua modalità d’essere prima dell’avvento tragico dell’individuo (sempre uno, diviso).Se de-siderare significa smettere di contemplare le stelle, allora il desiderio s’insinua laddove c’è una Spaltung tra l’uomo e il divino facendosi al contempo dolorosa rottura e possibilità del suo sanamento. Eros getta un ponte tra mondi che, lungi dal potersi fondere, possono solo farsi interpreti l’uno dell’altro (sexus-nexus) connettendosi in un senso, sebbene provvisorio, caduco. È in virtù di questa mediazione erotica che l’atto sessuale (la petite mort di Bataille) e, se si vuole, quello linguistico, sospende momentaneamente la discontinuità dell’esistenza e con essa la separatezza e l’incomunicabilità. Ma se nell’avvinghiarci al corpo dell’altro scongiuriamo il pericolo di essere morti (perché e finché il piacere ci protegge), sciogliendoci dall’intreccio ci riscopriamo improvvisamente esposti, mutilati, mortali. Dunque: la coscienza individuale è la colpa, la separatezza è la pena, l’unione erotica è l’espiazione (mai definitiva). Il desiderio, che è desiderio di ciò di cui è mancanza (Eros figlio di Penia), è memore di un vissuto originario che esperiva l’unità, l’armonia cosmica tra l’uomo e i suoi Dèi, l’assenza di discontinuità nel mondo, il vissuto dell’alterità come determinazione dell’identità. Il desiderio ricorda e vagheggia il tempo in cui “tutto era Uno”(di cui l’androgino è la cifra).


Il Piacere è Sacro

di Riane Eisler

“Finchè non vedremo quel che siamo non potremo fare nulla per diventare quel che vorremmo essere” – C.P.G.

Le nostre scelte sessuali e sociali: vie nuove verso il potere e l’amore

Considerare la sessualità e il sacro nel contesto più ampio della nostra evoluzione biologica e culturale, ci aiuta a vedere come questi due aspetti non siano poi così contrapposti e demistifica molto di quanto, nella storia della nostra sessualità, ha creato confusione ed è stato travisato sotto il dogma della religione o della scienza. Soprattutto ci aiuta a comprendere meglio e pertanto a liberarci dalle agonie di cui cronicamente soffriamo nella ricerca di modi più sani e soddisfacenti di vivere e di amare, restituendoci la capacità di confrontarci.

Dobbiamo acquisire una conoscenza precisa dell’influenza che il modo di concepire la sessualità ha sulle varie forme sociali e come queste a loro volta influenzano la sessualità. Questa conoscenza deve contenere in sé una potenza trasformativa, poiché questi interrogativi non sono solo intellettuali ma devono aiutarci a comprendere quali cambiamenti personali e sociali possono spingerci verso un modo più sano,meno disfunzionale e nocivo di strutturare i rapporti sessuali e più in generale i rapporti umani. Per superare il dolore, il senso di colpa, lo sfruttamento, l’alienazione, gli ostacoli tragici e spesso ridicoli che hanno condizionato la vita di donne e uomini; per superare concezioni obsolete come: “spiritualità e sessualità si trovano agli estremi opposti” o “la guerra dei sessi è inevitabile”, sono necessari cambiamenti fondamentali nel modo di considerare il sesso,la spiritualità, la società, il corpo umano, il potere, il piacere, il sacro.

Il sesso è una delle più fondamentali pulsioni umane e i rapporti sessuali sono fisicamente più intensi e sentiti più pienamente di qualsiasi altro rapporto personale. Ecco perchè il modo in cui sono costruiti i rapporti sessuali influenza tutte le altre relazioni; ma anche il modo in cui sono definiti il sesso e i rapporti sessuali è a sua volta profondamente influenzato dalla struttura economica, religiosa e politica di una società.

Ci sono due possibilità per l’organizzazione dei rapporti sociali della nostra specie: il modello della dominanza e il modello della partnership.

Nel modello della dominanza, che inizia con la supremazia di una metà dell’umanità sull’altra, le gerarchie sostenute dalla paura o dalla forza sono primarie. Di conseguenza, le società che si orientano prevalentemente verso questo modello contano sul dolore o sulla paura per conservarsi. Al fine di mantenere i rapporti di dominazione e sudditanza, la naturale dimensione acquisitiva e donativa del piacere sessuale e dell’amore tra la metà femminile e la metà maschile dell’umanità deve essere bloccata o distorta. Questo è il motivo per cui le società prevalentemente orientate sul modello della dominanza, che storicamente hanno convalidato la supremazia degli uomini sulle donne, dei sovrani sui sudditi, dell’uomo sulla natura, hanno inserito nella loro struttura sociale di base alcune disposizioni che distorcono o reprimono la sessualità. Disposizioni mentali e pratiche come lo svilimento del sesso e della donna, l’equivalenza tra eccitazione sessuale ed essere dominanti o dominati, i dogmi religiosi contro una sessualità equilibrata che vedono il sesso sporco e valido solo ai fini della procreazione. Questa cornice di diffidenza e controllo nei rapporti sessuali tra donne e uomini ha influenzato non solo i nostri rapporti più intimi, ma tutte le nostre relazioni, improntandole alla diffidenza e alla non comunicazioneModi questi per condizionare sia le donne sia gli uomini affinché si adattino a un sistema sociale basato su gerarchie sostenute dalla forza e dalla paura e le perpetuino sia in un microcosmo personale che in un macrocosmo sociale.

La nostra società che erotizza il predominio ha condizionato gli uomini a pensare il sesso in termini di dominazione e controllo invece che di affiliazione e di cura, e persino a considerare dominazione e controllo parti integranti della loro fondamentale “mascolinità” o senso di sè; e ha condizionato le donne ad accettare remissività e dominazione con l’erotizzazione della sottomissione femminile. Questi sistemi disumanizzano sia le donne sia gli uomini.

Grazie alle ricerche archeologiche e agli studi olistici e antropologici dell’ultimo secolo siamo giunti a conoscere le realtà storiche relative ai quattromila anni di quella che viene considerata la nostra preistoria. I risultati di queste ricerche, analizzati nel testo “Il Calice e la Spada”, ci rivelano l’esistenza di società orientate alla partnership, dove la norma per tutti i rapporti, non solo quelli sessuali, ma quelli tra genitori e figli, tra esseri umani e natura non era il predominio e lo sfruttamento. Un modello di partnership non è tutto pace, amore e collaborazione in assenza assoluta di violenza, dolore, conflitto o paura, ma è un tipo di organizzazione sociale in cui la violenza cronica, il dolore e la paura non devono essere necessariamente inseriti nella struttura sociale di base o istituzionalizzati.

La differenza fondamentale esistente nella nostra specie tra uomini e donne è da considerare, valorizzare e non da strumentalizzare, nell’organizzazione sociale orientata sul modello della partnership la differenza non equivale automaticamente a inferiorità o a superiorità. La misoginia, la subordinazione non è funzionale, non c’è alcun bisogno di vilipendere, né esiste il bisogno culturale di collocare l’uomo e la spiritualità al di sopra della donna e della natura, o di inibire il legame sessuale tra donne e uomini con i dogmi religiosi del peccato della carne. Né la dominazione deve essere erotizzata per perpetuare la guerra dei sessi.

Al contrario, l’impulso umano innato a gioire nel dare e nel ricevere il piacere sessuale può essere incoraggiato attraverso una sessualità improntata alla partnership, così come il legame che si crea nel dare e ricevere affetto con reciproca soddisfazione. Nelle società orientate sulla partnership il sesso può essere una sorta di sacramento, un’esperienza eccelsa, in quanto l’unione di due esseri umani può rammentare l’unicità di ogni vita, riaffermare il sacro legame tra donna e uomo e tra di noi e ogni forma di vita. Ancora una volta, non si vuole affermare che il sesso sul modello della partnership è sempre un atto d’amore o di consapevolezza superiore, o che in esso non esistano prevaricazioni di nessun tipo, ma semplicemente che non esiste nessuna necessità strutturale di impiantare quegli atteggiamenti e quei comportamenti necessari per mantenere un sistema basato su prevaricazioni supportate dalla forza e dalla paura del dolore.

Per riuscire a sfidare e a sostituire convinzioni insane sul sesso e sulla spiritualità è necessario comprendere che sesso e spiritualità si intrecciano in un insieme più ampio che abbraccia l’economia, la politica, la famiglia, la letteratura e tutti gli altri aspetti della vita sociale e culturale. Perchè soltanto cercando di guardare simultaneamente come questi elementi si collegano tra loro potremo vedere i modelli di fondo, e spostarci quindi verso alternative più soddisfacenti ed eque.

E’ importante considerare la possibilità di spingerci in profondità, verso le scelte sessuali, spirituali e sociali che ci si presentano; di liberarci dai condizionamenti che tanto a lungo hanno distorto le nostre relazioni fondamentali: con l’altro, con il nostro habitat naturale, e con noi stessi e il nostro corpo. Soprattutto è l’opportunità e la sfida, sia per le donne, sia per gli uomini, di costruire per noi e per i nostri figli un mondo in cui il piacere e non il dolore possa essere primario, un mondo in cui potremo essere insieme più liberi e più corretti, in cui spiritualità e sessualità si integreranno in una comprensione nuova e più evoluta e nell’assoluto rispetto dei miracoli della vita.

Con ciò non è detto che se riusciremo a spostarci verso un mondo più orientato alla partnership, non si daranno mai più atti di violenza sessuale o di altra natura. Ma un conto è riconoscere il lato distruttivo della natura, e di noi stessi e il fatto che talvolta le persone sono violente e prevaricatrici, e un altro è organizzare le società in modo che, allo scopo di conservare rigide dominazioni gerarchiche, la violenza e la prevaricazione vengano istituzionalizzate e connesse a processi di socializzazione specifici di genere.

La costruzione sociale del sesso e dei ruoli

I concetti tuttora prevalenti di una sessualità femminile e maschile fissa e immutabile sono superati, i ruoli, gli atteggiamenti e le pratiche sessuali si imparano fanno parte dell’educazione e di un determinato tipo di background sociale oltre che biologico, il sesso è in ampia misura una costruzione sociale.

Il modo in cui una società, in una determinata epoca e luogo, costruisce la sessualità, sia eterosessuale che omosessuale, è inestricabilmente connessa ai suoi miti. Ripetutamente è dimostrato che gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sono stati un’espressione, altamente variabile, dei diversi valori contenuti nei miti che ci spiegano la “verità” sul mondo, e che perfino le immagini del corpo umano, da società a società e da periodo a periodo, sono state trasformate dal flusso delle diverse visioni mitiche, fluttuando secondo le periodiche riscritture della politica della verità.

Clichè della scienza:

Non tutte le specie umane ed animali si organizzano secondo una struttura sociale gerarchica, ad esempio molte tribù africane tuttora esistenti sono organizzate su basi di partnership e molte specie animali come ad esempio gli scimpanzè nani, hanno sviluppato rituali di pacificazione volti a ridurre la tensione e l’aggressività tra i gruppi e all’interno dei gruppi e sollecitare l’unione o la risoluzione dei conflitti; oltre a vari rituali associati alla nascita, all’accoppiamento e alla morte, alla raccolta e condivisione del cibo. I vincoli madre-figlio, maschio-maschio e maschio-femmina si rivelano rafforzati. Una teoria multilineare invece che unilineare dell’evoluzione ominide e umana è molto più consona alle prove esistenti, i modelli sono congetture, non sono verità assolute e naturali, ognuna delle verità proposte suggerisce uno specchio del tipo di organizzazione sociale e sessuale delle specie. Entrambi i modi di strutturare i rapporti umani o animali, sono naturali nel senso che rientrano nel repertorio umano e perciò entrambe le società orientate primariamente sul modello della dominanza o su quello della partnership costituiscono possibilità umane.

Un’altra forzatura nelle teorizzazioni è l’uso di un linguaggio caratterizzato dai concetti di attacco e conquista per descrivere il processo del concepimento. La scienza ha costruito un romanzo basato sui ruoli stereotipati di maschio e femmina per descrivere il comportamento di spermatozoi e uova, in cui lo spermatozoo è attivo, aggressivo, conquistatore e l’ovulo è passivo, statico e ricettivo, quando in realtà il processo riproduttivo è opera di una cooperazione attiva di entrambi gli elementi.

Clichè religiosi-spirituali:

Gli scritti mistici sia orientali sia occidentali sono un miscuglio di elementi della partnership e della dominanza. La ricerca mistica dell’assoluto è un’esperienza umana, è tale è anche lo stato mistico o estatico, che pare comunichi a quanti lo esperiscono un senso indescrivibile di pace interiore e beatitudine, dando accesso ai poteri taumaturgici assieme a quello che attraverso le varie epoche i mistici hanno chiamato Amore Divino. molte sono le vie che conducono allo stato mistico od estatico, danze, trance, meditazioni, esercizi di respirazione, digiuni, veglie per indurre stati di coscienza alterati o intensificati, e anche in alcuni casi l’estasi sessuale viene considerata stato mistico o estatico. In molte tradizioni, soprattutto orientali o comunque pre-cristiane l’accento è posto sull’armonioso equilibrio tra la polarità maschile e quella femminile ed il mondo fenomenico, fisico e corporeo è coessenziale a quello trascendente.

specchio

Già prima del cristianesimo in molte filosofie e religioni, ma soprattutto con il cristianesimo medievale la spaccatura tra corpo e spirito, tra donna e uomo raggiunge l’apice e incominciamo a trovare una visione aberrante della sessualità, come in S. Agostino, secondo il quale l’umanità è dannata in eterno e condannata a morire con dolore per colpa dell’atto sessuale grazie al quale la nostra specie sopravvive. Inoltre ciò si accompagnò a una visione tragica della spiritualità, perchè non soltanto la Chiesa medievale approvò le donne e gli uomini cercavano di superare le sofferenze del loro Signore con le sofferenze peggiori e più stravaganti e perverse che si infliggevano, ma spesso arrivò perfino a canonizzarli (santificarli). In questo caso anche l’accettazione del dolore e della sofferenza causati dall’amato, che sia una divinità celeste, o un cavaliere o una dama terreni, diventa il massimo del piacere mistico o dell’erotismo.

La ricerca di una saggezza perduta da parte dei mistici di tutti i tempi, ma anche di donne e di uomini attraverso i secoli, è la ricerca della riconnessione con le radici della partnership che ci appartengono. E’ la ricerca del modo di correlarsi che è l’antitesi del modo della dominanza, in cui nella realtà come nel mito la polarizzazione e la contesa, il conflitto e la separazione, la vittoria e la sconfitta, la dominazione e la sottomissione, lo smembramento e lo scorporamento, la conquista e il controllo, in breve forza, paura e disgiunzione violenta sono i temi fondamentali.

E l’essenza medesima di questa ricerca, come hanno spesso indicato gli scritti mistici, è la ricerca di uno strumento per risanare quanto fu brutalmente smembrato con il passaggio a un mondo della dominanza: la fondamentale connessione erotica e insieme spirituale tra donne e uomini. Ma nessuna iniziazione mistica, nessuna magia alchemica e sicuramente nessuna misura di sofferenza fisica e di umiliazione di sé possono ricucire questa frattura. Ovviamente non si intende dire che il viaggio mistico, che esprime il nostro ardente desiderio di unità e di amore, non abbia portato consolazione a molte donne e a molti uomini nei lunghi secoli della nostra storia. Ma il punto è che non si tratta di un problema soltanto spirituale e neanche sessuale bensì sociale. Con il passaggio al modello della dominanza dell’organizzazione sociale e ideologica, la donna e l’uomo e la spiritualità e la natura vennero nettamente separati dalla nostra energia erotica e creativa in cerca di vita e di piacere.

Pertanto solo orientandoci verso un modo di vivere, pensare e amare più gilanico, o sul modello della partnership, riusciremo a risanare la frattura. Una risacralizzazione dei nostri corpi e dei nostri rapporti intimi è uno dei mattoni più importanti per la costruzione di una nuova spiritualità della partnership nel contempo immanente e trascendente. Una spiritualità in cui sia idealizzato il piacere sacro e non il dolore che redime. La creazione di una mitologia che sacralizza l’erotico e ci infonde il desiderio di trasformare noi stessi e le nostre società porterà con sé nuovi miti, compresi i miti di una sacra famiglia adatti ad un mondo giusto e democratico. La rivendicazione della divinità di Maria o della Madre di Dio è particolarmente importante in quanto dobbiamo lasciarci alle spalle l’idealizzazione di una famiglia in cui soltanto il padre e il figlio sono divini, e in effetti anche aggiungere una figlia divina, perchè soltanto allora avremo un modello di famiglia in cui tutti i membri sono parimenti rispettati.

Altro aspetto importante reinventare o rielaborare rituali per celebrare i riti di passaggio (i momenti cruciali dell’esistenza: nascita, morte, matrimonio, passaggio all’adolescenza ecc.) come anche le azioni quotidiane di cura di se stessi e degli altri.

Clichè sociologici e psicologici:

L’ “uomo-forte”, costretto ad un tipo di socializzazione che prescrive una corazza emotiva e la “donna debole” , indotta alla sottomissione e alla dipendenza; ruoli obsoleti e frustranti per entrambi.

dipingere

Dall’antichità ai tempi moderni verso un nuovo scenario:

Non suscita particolare stupore la mole dei problemi personali e sociali, delle relazioni disfunzionali esistenti considerando il carico di distorsioni, informazioni sbagliate, condizionamenti negativi con cui abbiamo tanto a lungo convissuto. Se, pur vacillando sotto questo fardello, siamo riusciti ad amarci l’un l’altro, questo è un mirabile risultato della capacità della specie umana e della tenacia di cui da prova, di ricercare il piacere invece che il dolore, di accudire invece di conquistare e, soprattutto, di connettersi agli altri e a tutto quanto è amorevole e creativo in noi stessi e nel mondo. Questa capacità umana, questa tenacia fanno nascere in noi la speranza realistica di riuscire a creare un sistema sociale più equilibrato e meno insensato, in cui la violenza e il predominio, insieme con il disastro in cui versa la vita sessuale e spirituale, non siano più accettati perché “è così che vanno le cose”.

Il modo in cui immaginiamo il corpo umano ha un ruolo fondamentale nel modo in cui immaginiamo il mondo, e ciò a sua volta ha un impatto diretto sul modo in cui percepiamo noi stessi in rapporto ad entrambi. Il modo in cui il sesso, il potere e l’amore vengono concettualizzati in un dato tempo e luogo non può essere compreso, e tanto meno mutato, se non si comprende anche, e non si cambia, il modo in cui immaginiamo il nostro corpo di uomini e donne.

Ciò che apprendiamo inconsciamente, e di continuo rimettiamo in atto, è il modo in cui ilnostro corpo umano deve presumibilmente correlarsi, in tutte le relazioni, in entrambe le sfere tradizionalmente definite del pubblico e del privato.

Se in principio, nelle relazioni genitore-figlio, e poi nei rapporti sessuali, siamo condizionati ad accettare come normali, predominio e sottomissione, questi modelli inconsciamente influenzeranno tutte le nostre relazioni. Per contro, se in principio, nelle nostre relazioni genitore-figlio e poi nei rapporti sessuali apprendiamo e costantemente pratichiamo il rispetto reciproco e la cura, ci risulterà assai difficile adattarci ad un sistema sociale di gerarchie dominanti fondate sulla forza e sulla paura.

Ci siamo conformati a ciò che la gerarchia al potere definisce desiderabile, un eredità con la quale uomini e donne si scontrano oggi, senza tenere conto di quanta sofferenza comportano. Donne che come provano l’anoressia, la bulimia o altri disordini dell’alimentazione, tentano di rimodellare il loro corpo secondo dettami esteriori. Uomini dal corpo muscoloso, robusto, corazzato celebrato dall’epica del guerriero, insieme con una psiche maschile parimenti corazzata.

Sono molti i modi di condizionarci socialmente; ad esempio il concetto del corpo femminile come proprietà maschile influenza profondamente anche la costruzione sociale della sessualità sia femminile che maschile. Perchè il fatto che un corpo esiste solo per servire l’altro, dagli premure, piacere e prole, fornisce un’efficace giustificazione alle gerarchizzazioni, oltre a imporre una particolare visione di come i corpi debbano correlarsi nei rapporti più intimi. Un’altro esempio efficace è da riscontrare nelle pratiche sadomasochistiche, queste immagini del corpo umano, di come due corpi umani si correlano piacevolmente in modi che sono fisicamente e/o psicologicamente dolorosi per uno dei due, illustrano un’organizzazione sociale basata sull’inflizione del dolore e ci condizionano a immaginare inconsciamente le relazioni umane in termini di un dominante e di un dominato.

Indipendentemente dallo sviluppo tecnologico di una società, esiste un conflitto tra quanto è necessario per mantenere i sistemi della dominanza e quanto è necessario per il nostro pienosviluppo in quanto specie. Se come in effetti pare stiano le cose, l’evoluzione della sessualità umana e il lunghissimo periodo di dipendenza nell’infanzia ci hanno portato al forte, struggente desiderio unicamente umano di connessione, e quindi al grande piacere che noi esseri umani traiamo dall’amare e dall’essere amati, allora un’organizzazione sociale più orientata verso la partnership che verso il predominio è più congruente con la nostra evoluzione biologica. E se come la prima direzione presa dall’evoluzione culturale in occidente, come si evince dalle immagini sacre neolitiche, preistoriche e storiche in alcuni casi, in cui è assente la soppressione della vita e sono venerati il dono e il nutrimento della vita, allora dovremmo riuscire a raccogliere la grande sfida contemporanea per una fondamentale trasformazione personale, culturale e sociale.

Ma un conto è dirlo e un conto è affermare che inevitabilmente ci riusciremo. A bloccare la trasformazione si inseriscono modelli culturali, istituzioni e dogmi profondamente radicati. Anche se tutto intorno a noi sono state scosse credenze e istituzioni credute solidissime e si sta disintegrando il vecchio sistema della dominanza, ciò non significa che inevitabilmente emergerà una nuova cultura della partnership. Nei periodi di disintegrazione sociale e di estremo squilibrio dei sistemi, si presenta l’opportunità di un cambiamento sociale e ideologico trasformativo. Di conseguenza, come nel momento di una qualsiasi biforcazione dei sistemi, non basta l’instabilità perchè emerga una diversa organizzazione sociale. Sono necessari moduli di cambiamento in numero sufficiente per formare nuovi attrattori capaci, mentre il sistema è in mutamento, di ricostituirlo in una nuova configurazione di base.

Attraverso un esame minuzioso di documenti di corte, di registri di nascite e di matrimoni, di diari, di lettere e altri documenti pubblici e privati (spesso materiali nascosti nelle soffitte e altri oscuri luoghi dimenticati della gente comune piuttosto che di sovrani o nobili) per la prima volta gli storici vanno ricostruendo una storia dei rapporti intimi e delle abitudini e condizioni di vita. Tali informazioni sono importanti in sé in quanto ci offrono un quadro molto più accurato, rispetto aquello che ritroviamo nei testi di storia, del modo in cui davvero le persone vivevano la loro esistenza. Inoltre sono utili anche per capire il modo in cui certi sistemi si sono perpetuati e come, dove e perchè li si può cambiare. Dobbiamo giungere a una comprensione molto più chiara del perchè la costruzione sociale della famiglia e di altri rapporti intimi è un fattore essenziale nella costruzione di tutti i rapporti sociali. Il modo in cui si insegna a considerare e a vivere i rapporti più intimi è un fattore essenziale nella costruzione sociale di tutte le nostre relazioni. Sicuramente la politica e l’economia influenzano la formazione, ed esiste un’interazione costante tra la sfera pubblica e quella privata, entrambe socialmente costruite per soddisfare le richieste di un particolare sistema sociale. Ma il modo in cui vediamo noi stessi in rapporto agli altri e al mondo è ampiamente modellato nella sfera privata della famiglia e degli altri rapporti intimi. E’ qui che vengono inizialmente acquisiti quei modelli del pensare, del sentire e del relazionarsi che ci diventano poi abituali, radicandosi nella mente e nel corpo, rafforzandosi quotidianamente. E’ nell’infanzia, quando siamo totalmente dipendenti dagli adulti per la sopravvivenza che impariamo a rispettare i diritti umani altrui o ad accetarne la violazione cronica perchè “così vanno le cose”. Sebbene siano sempre esistiti individui più consapevoli o più ribelli che rifiutano l’ingiustizia in tutte le sue forme, gli individui condizionati fin dall’infanzia ad accettare la violazione cronica dei diritti umani come un fatto normale non tendono a creare una società in cui ci sia rispetto.

Una delle ragioni principali di questo comportamento è l’inconsapevolezza, l’incoscienza, l’impossibilità, la difficoltà a capire realisticamente il contesto, il sistema sociale e simbolico, la struttura dentro la quale siamo immersi. Spesso ciò è anche connesso ad un meccanismo di rimozione psicologica dettato dalla paura, dalla necessità, dall’interesse, che rende possibile l’accettazione e persino l’idealizzazione di relazioni abusive e violente. Il vero progresso può darsi solamente quando le persone cominciano a risvegliarsi dalla trance sociale e culturale del conformismo, che ha lungamente condizionato le persone ad accettare, razionalizzare, legittimare le istituzioni ingiuste, una leadership oppressiva, nonché le immagini distorte di ruolo. Una volta consapevoli del condizionamento, di come siamo stati acculturati, possiamo imparare a trascendere il condizionamento. per passare dalla teoria ad una pratica quotidiana.

La famiglia non nasce nel vuoto ma è intessuta nella struttura sociale nel suo insieme, stiamo parlando delle dinamiche psicosociali che tradizionalmente hanno coinvolto non la famiglia soltanto ma ogni istituzione sociale in un ininterrotto processo di socializzazione volto a insegnarci a considerare inevitabile la realtà del dominante. Questa socializzazione non si limita a operare a livello mentale ed emotivo; opera infatti anche a livello fisico, del corpo. E’ proprio a livello corporeo che il condizionamento nell’infanzia è particolarmente efficace e duraturo, poiché il controllo autoritario è esperito nel modo più traumatico e lì si radicano inizialmente i modelli psicosomatici necessari per il mantenimento dei sistemi, che entrano a far parte del senso del sè.

Un’altra parte ancora del problema è la rigidità delle settorializzazioni delle specialità accademiche, che contribuisce a peggiorare il problema di coloro che oggi studiano seriamente i rapporti sessuali o i rapporti di genere che continuano a concentrare la loro attenzione solo sulle implicazioni psicologiche e non su quelle politiche, e non riescono ad avere una prospettiva più ampia.

Il problema è riuscire a decostruire e ricostruire i ruoli senza farsi influenzare da pressioni sociali, revival di ruoli di genere estremisti, fondamentalismi, conservatorismi, dalla sociobiologia e dalla mitopoietica. E’ pertanto assolutamente necessaria la decostruzione ma anchela ricostruzione di un sistema coerente di norme etiche, per considerare le nostre relazioni non in termini di quanto è morale o immorale secondo gli insegnamenti impartitici, ma in termini di quanto è giusto ed etico, o ingiusto indifferente e non etico, ha poco senso rifiutare ciecamente tutte le regole esistenti, così come ha poco senso accettarle ciecamente. Ha invece senso riesaminarle e distinguere tra quelle volte a mantenere gli squilibri fondamentali del potere là dove crudeltà, violenza, indifferenza e sofferenza sono giustificate dalla morale. Dobbiamo assumerci una parte di responsabilità non per osservare soltanto ma anche per agire.

La condivisione della gioia fisica, emotiva, psichica o intellettuale che sia, getta un ponte tra coloro che la condividono che può diventare la base per comprendere quanto non è condiviso e per ridurre la minaccia della differenza. Quando viviamo fuori di noi stessi, secondo direttive esterne invece che secondo i nostri bisogni e le nostre conoscenze interiori, allora la nostra vita è limitata da forme esterne ed estranee, e ci conformiamo ai bisogni di una struttura che non si basa sulla necessità umana, e tanto meno individuale. Ma quando cominciamo a vivere dall’interno verso l’esterno, in contatto con il potere dentro di noi, consentendo a questo potere di illuminare le nostre azioni nel mondo circostante, allora diventiamo responsabili di noi stessi. Perchè non appena cominciamo a riconoscere i nostri sentimenti più profondi, necessariamente la smettiamo di accontentarci della sofferenza, dell’autonegazione, del torpore, dell’ironia che tanto spesso pare l’unica alternativa della nostra società. I nostri atti contro l’oppressione diventano parti integranti dell’io, motivati e potenziati dal di dentro.


Maria Gaetana Agnesi, matematica e linguista italiana.

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Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718 in una famiglia facoltosa di commercianti della seta. Contrariamente a quanto è stato scritto in passato, il padre Pietro (1690 ca-1752) non era professore di matematica a Bologna, bensì un “uomo nuovo” della ricca borghesia milanese, che in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Un salotto di intellettuali italiani e stranieri presso il proprio palazzo e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale.
In tale contesto, le figlie Maria Gaetana e Maria Teresa (1720-1795) vengono avviate fin da giovanissime allo studio delle lingue, la prima, al canto ed al clavicembalo, la seconda. Iniziano ben presto ad esibirsi per gli ospiti del padre.
Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.
La giovane Maria Gaetana si forma in questo ambiente. Prosegue la sua educazione con i migliori istitutori privati leggendo gli autori classici e testi di filosofia, di etica e di fisica. Nel 1738 pubblica una raccolta di 191 Propositiones philosophicae, presumibilmente un sommario, dove il sapere fisico-matematico giocava un ruolo di tutto rilievo delle ricerche filosofiche intraprese fino ad allora con il conte Carlo Belloni (cui le Propositiones sono dedicate), con Padre Francesco Manara, professore di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, e Padre Michele Casati. In questo testo le scienze vengono presentate secondo una prospettiva apologetica dove solo le matematiche consentono una “conoscenza certa” e una “contemplazione intellettuale” infusa di spirito religioso. Con la pubblicazione delle Propositiones, che attestavano una discreta conoscenza di matematica, aumenta la notorietà di Maria Gaetana Agnesi; ospiti illustri dall’Italia e dall’Europa si recano presso il palazzo paterno per incontrarla.
Nello stesso periodo si accentua altresì la vena mistica della giovane, che si dedica sempre più alla meditazione ed alla vita spirituale. Nel 1739 manifesta la volontà di abbandonare l’attività mondana e la frequentazione dei salotti per prendere i voti: di fronte alle resistenze paterne la giovane acconsente ad un compromesso che le permetta di vivere un’esistenza ritirata senza entrare in convento, ma prestando opera di assistenza presso il reparto femminile dell’Ospedale Maggiore di Milano.
E’ del 1740 l’incontro con il monaco Ramiro Rampinelli (1697-1759), docente di matematica a Padova e formatosi a Bologna. Già dal 1735 l’Agnesi si era dedicata allo studio del manuale di calcolo differenziale del marchese Guillaume François de L’Hôpital (1661-1704) con l’intenzione di scriverne un commento ad uso didattico. Sotto la guida di Rampinelli affronta i lavori di Charles-Réné Reyneau (1656-1728), di Guido Grandi (1671-1742) e di Gabriele Manfredi (1681-1761), mentre entra in contatto con i matematici italiani che si occupavano allora del calcolo infinitesimale, in special modo con il conte Jacopo Riccati (1676-1754). Nel 1748 pubblica in due volumi le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana: come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro. Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.
Socia di varie accademie scientifiche, nel 1748 viene aggregata all’Accademia delle scienze di Bologna. Papa Benedetto XIV le fa assegnare nel 1750 l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna, che negli stessi anni vede tra i suoi docenti donne celebri come Laura Bassi; Agnesi accetta, ma non svolgerà mai il suo incarico.
Nel 1752, alla morte del padre abbandona, infatti, l’attività scientifica per dedicarsi alle opere caritatevoli ed al raccoglimento spirituale: pochi anni dopo lascia il palazzo di famiglia e si trasferisce presso le stanze dell’Ospedale Maggiore. Su richiesta dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli (1696-1783), assume nel 1771 la direzione del reparto femminile del Pio Albergo Trivulzio. Il suo impegno si manifesta anche nel suo incarico di consigliera di materie teologiche dello stesso arcivescovo, che nel 1768 la nomina “priora della dottrina cristiana”, incarico legato all’opera di catechizzazione del popolo. Muore nel 1799.

 


Buon Compleanno Aretha Franklin, indiscussa Regina del Soul

Aretha Franklin nasce a Memphis nel 1943, ed è figlia del Reverendo Battista Charles Franklin, importante religioso di Detroit. In casa Franklin entrano ogni tanto Mahalia Jackson, Berry Gordy, Clara Ward e un intimo amico del padre:Martin Luther King. Il Reverendo Franklin è infatti soprannominato “The Million Dollar Voice” per la capacità di intonare sermoni “ipnotici” e gospel. Nel 1960 la giovanissima Aretha è scritturata dalla Columbia, per la quale incide dieci dischi in sei anni, senza alcun successo commerciale. Più fortunata la collaborazione con la Atlantic, che la spinge con più decisione sulla via del rhythm’n’blues. Dal 1967 in poi brani come “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Baby I Love You”, “Chain of Fools”, “Think” ottengono un grande successo. La Franklin si segnala anche per la capacità di affrontare con la propria voce, una delle più belle e riconoscibili del mondo della musica, brani diversissimi come “Satisfaction” (Rolling Stones), “I say a little prayer” (Burt Bacharach), nonché una versione di “Respect” che lascia stupefatto lo stesso Otis Redding. A consacrarla come leggenda del r’n’b è tuttavia “(You make me feel like) A natural woman”, di Carole King.
Nel 1979, dopo 19 album con la Atlantic, Aretha passa alla Arista. Gradualmente il sound dei suoi dischi comincia a “ringiovanire” con innesti di fresche “contaminazioni” della nuova black music e non solo: negli anni ’80 il suo grande rilancio passa attraverso collaborazioni o duetti con, tra gli altri, George Benson, Eurhythmics, Rolling Stones, George Michael e Whitney Houston. La “Queen of Soul”, continuamente omaggiata da tributi e riconoscimenti (è la prima donna ad entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame e vince ben 15 Grammies), è anche protagonista di una memorabile versione di “Think” in “Blues Brothers”.
Grazie al sapiente lavoro del produttore Narada Michael Walden, la cantante torna anche nelle top ten, con il brano “Freeway of love” (1984), utilizzato anche per uno spot della Coca-Cola. In ogni caso Aretha non rinnega le origini “gospel” (il suo disco del 1987 ONE LORD, ONE FAITH, ONE BAPTISM è il più venduto nella storia del genere, superando persino quelli di Elvis.
Nel 1998, dopo una lunga lontananza dagli studi di registrazione, incide A ROSE IS STILL A ROSE, per il quale ancora una volta si avvale del contributo di alcuni tra i più quotati produttori contemporanei, tra i quali Jermaine Dupri, Sean “Puffy” Combs, e l’inseparabile Narada.
Nel 2003 viene pubblicato SO DAMN HAPPY, che include la canzone “Wonderful”, vincitrice del Grammy. In seguito all’uscita del disco, pur incidendo di fatto poi un altro album di duetti illustri dal titolo JEWELS IN THE CROWN: ALL-STAR DUETS WITH THE QUEEN (2007), la Franklin lascia – dopo trentadue anni – l’Arista Records e fonda la propria etichetta discografica, l’Aretha Records per la quale incide il suo nuovo album A WOMAN FALLING OUT LOVE, in uscita nel 2008.
A febbraio 2008, durante la 50esima edizione dei Grammy, l’artista viene insignita di un premio alla carriera per aver vinto ben venti “grammofoni d’oro”. A novembre 2010 Aretha viene ricoverata in ospedale: ha infatti dei seri problemi di salute (un tumore al pancreas), per cui le viene impedito di cantare almeno fino a maggio 2011.


Auguri a Mina


Buon compleanno a Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova (in russo Валентина Владимировна Терешкова) (Maslennikowo, 6 marzo 1937) è una ex cosmonauta e politica sovietica. Nata nei pressi di Jaroslavl sul fiume Volga è stata la prima donna nello spazio e fino alla prima missione di Svetlana Savitskaja (successivamente la prima donna ad eseguire un’EVA svoltasi nel 1982) contemporaneamente l’unica.

Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova

Figlia di un guidatore di trattori caduto durante la Seconda guerra mondiale ha avuto un’infanzia difficile. Da giovane lavorava in una fabbrica produttrice di pneumatici e successivamente in un’impresa produttrice di fili. Per sette anni ha svolto la professione di sarta e stiratrice all’interno di quest’impresa. Oltre al lavoro ha frequentato corsi serali per diventare tecnica, diploma che conseguì nel 1960.

Già a partire dal 1955 Tereškova divenne un’appassionata paracadutista. Grande ammiratrice di Jurij Gagarin si candidò più volte per frequentare la scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962 riuscì a partecipare all’esame di assunzione, che superò con bravura, e ad iniziare il suo addestramento per diventare donna cosmonauta.

A bordo di Vostok 6, Valentina Tereškova il 16 giugno 1963 venne lanciata dal cosmodromo di Baikonur per una missione nello spazio durata quasi tre giorni interi. La missione effettuò 49 orbite terrestri. Quale comandante di una navicella spaziale scelse il nomignolo di Чайка (Čaika-“gabbiano”) per i collegamenti via radio. Pochi giorni prima era stata lanciata la missione Vostok 5 equipaggiata dal cosmonauta Valeri Bykovski.

Dopo una trentina di giri intorno alla Terra, però, i tecnici si accorsero di una complicazione che poteva rivelarsi fatale. La navicella Vostok si stava allontanando dal pianeta e non avvicinando. Presto sarebbe sfuggita alla attrazione terrestre per perdersi nello spazio. Il centro di controllo sovietico inviò repentinamente le necessarie correzioni per salvare Vostok6 e soprattutto Valentina.

Il 19 giugno Tereshkova atterrò nelle vicinanze di Novosibirsk, dove venne accolta e calorosamente festeggiata dalla folla. Pochi giorni dopo le venne conferita a Mosca un’alta onoreficenza, cioè il titolo di Pilota-cosmonauta dell’Unione Sovietica.

Valentina Tereskova raccontò che «Sotto di me c’era un lago e non la terra ferma. Ci avevano addestrato a questa eventualità ma non sapevo se avrei avuto la forza necessaria per sopravvivere». Il vento, fortunatamente, la spinse via. Ma nell’impatto Valentina sbattè la faccia contro il casco e si provocò un trauma sul naso e venne portata subito in ospedale.

A novembre dello stesso anno sposò Andrijan Grigorjevič Nikolajev (nato il 5 settembre 1929 e morto il 3 luglio 2004), cosmonauta che aveva partecipato alla missione Vostok 3. Il matrimonio venne celebrato a Mosca e usato per fini propagandistici sovietici. Venne assegnato agli illustri sposi un appartamento di lusso sul Kutusovskij Prospekt. Nel 1964 naque la loro figlia Alenka.

Successivamente Tereškova studiò presso l’accademia per ingegneri dell’aeronautica militare sovietica Čukovski. A maggio del 1966 venne eletta a far parte dell’ Alto Soviet dell’Unione Sovietica e a maggio del 1968 divenne presidente del comitato donne dell’Unione Sovietica. Nel 1971 divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. A partire dal 1974 fece parte del direttivo dell’Alto Soviet e dal 1976 in poi vicepresidente della commissione per l’educazione, la scienza e la cultura dell’Unione Sovietica.

Nel 1982 ci fu il divorzio da Nikolajev. Si sposò una seconda volta con Juri Šapošnikov del quale è vedova dal 1999.

Nel 1994 venne nominata dal governo russo direttrice del “Centro russo per collaborazione internazionale culturale e scientifica”.


La protesi, la carne e il tempo

Come è nata la strana idea che il corpo sia un oggetto?
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Perché nel linguaggio della vita quotidiana i termini “corpo” e “mente” sono più spesso associati al verbo avere che al verbo essere?
Il corpo che sono non è un oggetto fra gli altri anche perché è il luogo da cui percepisco gli oggetti stessi. Il corpo può osservare una cosa da diversi punti di vista ma non può girare intorno a se stesso, appunto perché non è un arnese fra i tanti. Il corpo è la struttura nella quale e tramite cui diventa concreto lo spazio geometrico nel quale la mente è immersa. Dalla elaborazione delle percezioni visive, tattili, olfattive, sonore si origina il pensiero come scambio continuo fra il soggetto e l’ambiente naturale e sociale che gli dà vita e senso.
“Bene pertanto suppongono quanti ritengono che né la mente esiste senza il corpo né che è essa un corpo.
Corpo, certo, non è, ma qualcosa del corpo” (Aristotele), essa è la forma che consente alle parti organiche di percepire il mondo non come un insieme frammentario e casuale di suoni, colori, odori, superfici, bensì come un tutto coerente e sensato. Il corpo è quindi ciò che siamo e tuttavia il corpo di ciascuno è inafferrabile dal proprio sguardo. Gli occhi –infatti- che tutto guardano non possono vedere se stessi, neppure in uno specchio. L’immagine che una superficie lucida riflette non è mai fedele poiché le parti vengono invertite e quindi –è esperienza facile da verificare- ciascuno nello specchio percepisce se stesso in un modo leggermente diverso da come lo vedono gli altri e quindi noi non sapremo come davvero appariamo, quale sia il volto scrutato da chi ci sta vicino. E però la visione vera del mio corpo non l’avrà nessuno se non io stesso. Il corpo che sono, infatti non è il semplice organismo ma è il centro da cui si dipartono i significati, il linguaggio, il tempo, da cui –insomma- prende avvio il mondo intero.

Corpo e corporeità
Con quali argomenti è possibile confutare una visione oggettivistica del corpo?
Discende da ciò che abbiamo detto che io non ho un corpo ma sono corporeità vivente, tanto che se d’improvviso la mia figura cambiasse forma, io non solo non sarei più riconosciuto da alcuno ma non sarei più io, perché è nella profondità temporale del corpo vissuto che si inscrive, pulsa e si dipana la mia storia, ciò che a ragione posso definire io. Pensare il corpo come qualcosa di diverso da me significa lasciare al pensiero solo il nulla, il vuoto sconfinato di ciò che mai sono stato, perché “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro” (F. Nietzsche). Il corpo quindi sono io. Mentre, infatti, ogni altra cosa è oggetto del mio sguardo, del tatto, del vol-gersi e rivolgersi del corpo verso di essa, il corpo è ciò che rende possibile ogni esperienza e conoscenza. Posso distogliere la mia riflessione dalle cose ma non posso annullare l’attenzione continua verso il mio corpo. Il corpo è anche l’organismo composto da cellule, molecole, tessuti, liquidi, muscoli, motilità ma non è solo questo: è soprattutto corporeità installata nel mondo, capace di conservare i ricordi (gli engrammi) e costantemente diretta verso le cose e gli eventi. È la corporeità a coniugare interiorità, esteriorità e comportamento in una sintesi che oltrepassa il corpo come semplice presenza per farne la struttura che agisce e che pensa l’agire. È anche per questo che l’essere umano è l’animale capace di dare forma a se stesso e al mondo. L’essere un corpo vivente, comprendente, pulsante nel tempo, intessuto di desideri, costituisce il dato fondamentale della vita. Se per noi è possibile conoscere il mondo, è perché siamo una corporeità produttrice di esperienze e di significati e non solo rappresentatrice di dati esterni a noi. La conoscenza, infatti, non somiglia all’esperienza dello spettatore che guarda una pellicola girata indipendentemente da lui e quindi da lui del tutto separata ma si può paragonare alla stessa cinepresa che illuminando la scena la fa essere.

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Dualismo e punti di vista
Come si pone in questo contesto l’opposizione cartesiana fra corpo e mente?
Ogni visione puramente naturalistica, soltanto fisiologica, del corpo allontana quindi dalla comprensione non solo della corporeità ma anche della mente, per la ragione essenziale che non coglie l’unità psicosomatica dell’essere umano. Ciò che la tradizione ha chiamato corpo e anima è in realtà lo stesso processo osservato da due differenti punti di vista. È necessario andare oltre il dualismo di corpo e mente, di materia e vita –il quale ha indotto ad attribuire di volta in volta un peso esclusivo e unilaterale allo spirituale o all’organico– senza però chiudersi in una prospettiva di materialismo elementare. Una visione più unitaria dell’essere umano e del cosmo nel quale egli vive è indispensabile per fondare l’etica o meglio per rifondarla dopo la crisi determinata dal nichilismo e dalle diverse forme del relativismo morale.

L’oggettivazione medica
Come ha contribuito la medicina all’imporsi di questa opposizione?
Uno dei limiti più gravi della medicina contemporanea sta nello studiare il corpo come se fosse una cosa fra le altre, nel dividerlo in parti, sezioni, organi, funzioni, che si presume di poter analizzare, diagnosticare e guarire in modo separato dall’intero. La medicina costruisce così per se stessa una corporeità frammentata, incompresa, oggettivata e non vissuta. Difficilmente, quindi, conosciuta nella sua complessità e nella continuità fra salute e malattia, due momenti che vengono resi assoluti come se fossero invece due stati ed è anche per questo loro atteggiamento che le scienze non hanno a che fare con le relazioni mondane e temporali che costituiscono il corpo ma soltanto con frammenti di tempo/corpo isolati e quindi artificiosi. Una scienza medica costruita sulle schegge dell’umano, sui suoi brandelli invece che sulla interezza del corpo-tempo-mondo, non riesce a capire che non si muore perché ci si ammala ma la malattia è una delle espressioni più evidenti della finitudine e della mortalità dell’umano. L’attenzione estrema alla durata quantitativa dell’esistenza – l’accanimento terapeutico – costituisce l’inevitabile conseguenza della riduzione della corporeità al biologico e della chiusura alla qualità esistenziale del tempo vissuto.
Come un pesce nell’acqua, fin dal suo nascere il corpo umano è collocato e si muove in una continuità inseparabile di anatomia organicistica, di scambi metabolici con l’ambiente naturale e artificiale, di significati mentali e di relazione con gli altri umani, a cominciare dalle figure parentali e allargandosi a gruppi via via più ampi sino a comprendere potenzialmente l’intera specie. L’unità psico-somatica precede qualunque divisione ed è per questo che un dolore intenso e prolungato che il mio corpo subisce causa immediatamente una riduzione dell’intera mia capacità di rapportarmi con gli altri, con gli eventi, con il tempo futuro. Non è lo stomaco a subire degli spasmi ma è l’intera mia esperienza vitale che si restringe insieme ai miei organi.

La morte ridotta a fatto
Se il corpo è un oggetto, cosa diventa la morte?
La morte, questa esperienza mai vissuta e sempre attesa, non è il risultato del semplice degrado degli organi, non è un fatto contingente che un qualche spettacolare sviluppo delle scienze mediche e conservative potrà prima o poi sconfiggere ma è forma essenziale della vita che in quanto tempo non può che sorgere e tramontare, come è necessario che accada a tutte le cose che sono. Uno dei limiti dell’approccio organicistico alla corporeità è l’ignoranza pressoché completa di questa temporalità naturale di cui il corpo è espressione e forma. Il corpo non è nel passato ma è il passato della memoria; il corpo non è nel futuro ma è la tensione verso il tempo che ha da essere; il corpo non è nel presente ma è la pienezza dell’essere qui e ora.

La razionalità disincarnata
Se l’uomo è soprattutto pensiero, c’è da chiedersi chi pensa?
Che ne resta oggi della res cogitans? La separazione del pensiero dal sostrato profondo della fisicità ha prodotto una razionalità disincarnata che è diventata poi ragione calcolante con Cartesio, Hobbes, Leibniz per confluire oggi nell’Intelligenza Artificiale. A questa linea di pensiero, si oppone quella di Pascal, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Merleau-Ponty. Seppur in modi assai diversi, questi ultimi cercano di tener conto della corporeità che ci costituisce, del senso comune che nasce da essa, della immersione fisica nello spazio-tempo in cui la vita umana consiste e che rende parziale ogni approccio puramente astratto e digitale alla mente. La fisicità che siamo non può, infatti, essere trattata come un fenomeno fra i tanti, come qualcosa la cui assenza non modificherebbe di molto l’essere dell’uomo. “Lungi dall’essere il mio corpo per me un semplice frammento dello spazio, non ci sarebbe per me spazio alcuno se io non avessi un corpo” (M. Merleau-Ponty). Il corpo, quindi, è l’elemento primario da cui tutto nasce, del quale è intessuta ogni esperienza e nella cui dissoluzione finisce per l’individuo il tempo e, con esso, ogni possibile significato.

La protesi bionica
Come si può quindi immaginare l’effetto delle tecnologie sulla corporeità?
Il rafforzamento delle capacità fisiche e logiche tramite l’artificializzazione dell’ambiente e del corpo non può distruggere e neppure soltanto ridimensionare questa corporeità naturale e profonda dell’essere umano ma può invece costruire ulteriori strumenti da aggiungere alla serie ininterrotta di protesi con cui la specie affronta da millenni l’ambiente terrestre e vince le sfide per la sopravvivenza. Ed è qui, nel punto di maggiore difficoltà, che diventano ad esempio possibili degli sviluppi positivi per l’Intelligenza Artificiale, gli sviluppi che la ricerca ha percorso negli ultimi decenni e che consistono nella necessità di “aggiungere al “calcolatore-cervello” un “robot-corpo” che si possa immergere nell’ambiente” (G.O. Longo). Un corpo che non venga dal nulla, bell’è fatto e compiuto ma che possa in qualche modo ripercorrere la vicenda evolutiva e temporale della corporeità umana e la costante apertura del singolo al mondo. I calcolatori da soli non avranno mai la capacità di pensare perché non possiedono un corpo proprio. Gli umani da soli non potranno attingere la velocità di calcolo e la ricchezza di memoria del computer; una qualche forma di simbiosi tra computer ed esseri umani sembra quindi la prospettiva più feconda. La bionica, la fusione tra biologia e microelettronica, è il campo aperto nel quale l’evoluzione dell’umano non si arresta e potrebbe proseguire verso esiti che saranno determinati sia dalla disponibilità a sperimentare nuove strade per la specie sia dall’attenzione a non smarrire i suoi caratteri fondamentali, fra i quali la comprensione del mondo in quanto immersione spazio-temporale del corpo è forse l’elemento più specifico.

Il corpo è tempo incarnato
Quali limiti si possono considerare invalicabili?
Sciolto dal corpo che è, l’individuo affiderebbe “la propria immortalità ad un replicante plastico bionico, che nient’altro sarebbe quanto a spirito, coscienza, che una statua di sale inscioglibile nel fiume della vita” (E. Mazzarella) e il cui destino di sofferenza non sarebbe per questo redento. Gli umani, infatti, non sono macchine computazionali ma costituiscono l’unità profonda di pensiero e biologia. Quello che i computer non possono per ragioni strutturali essere in grado di compiere, è probabile che lo facciano invece degli umani capaci di trasformare le macchine in strumenti del proprio corpo senza però perdere ciò che al macchinario li rende irriducibili, integrando invece gli aspetti computazionali della mente con i ben precisi elementi fisici che ci costituiscono e i quali, lungi dall’essere un ostacolo, rappresentano in realtà l’unica concreta possibilità che abbiamo di interagire col reale, per comprenderlo, interpretarlo, dominarlo e agire fecondamente in esso. Il corpo è radicato nel mondo e nel suo divenire al punto da costituire insieme la sua sintesi e una sua parte. Il corpo è quindi irriducibile alla bio-chimica non perché sia libero dalle sue leggi –e come potrebbe?- ma perché corpo e mente umani sono letteralmente intessuti di tempo, come l’acqua lo è di molecole H2O, le foglie di clorofilla, il corpo di un qualsiasi animale lo è di fame e ogni ente è fatto di carbonio. Per il corpo/mente, il tempo rappresenta il costituente di base, la sintesi delle funzioni, il bisogno primario, la radice più antica e la struttura fondamentale. Siamo quindi corpo perché siamo tempo incarnato e consapevole di se stesso.

Approfondire
Eddy Carli, (a cura di), Cervelli che parlano, Bruno Mondadori, Milano, 2000
Federica Facchin, Mente/Corpo. Bibliografia ragionata, Unicopli, Milano, 2004
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2003
Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem, Laterza, Bari, 1998
Roberto Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
Eugenio Mazzarella, Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica?, Guida, Napoli, 1998
Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita, Il Melangolo,Genova, 2004
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003
Sandro Nannini, L’anima e il corpo, Laterza, Bari, 2002
Vilaynur S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano, 2004
F.J. Varela, E. Thompson, E. Rosch, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1992.


Marie-Louise von Franz – Splendida intervista alla piu’ fedele ed originale collaboratrice dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Marie-Louise von Franz (1915-1998) allieva di Carl Gustav Jung (per il quale cominciò a lavorare nel 1933 come traduttrice e ricercatrice, e con il quale più tardi collaborò più strettamente fino alla morte di lui nel 1961 e alla cura di L’uomo e i suoi simboli, 1964), è stata una delle più importanti esponenti della psicologia analitica del XX secolo. Esponente di spicco della corrente “classica” della psicologia analitica, ha prodotto opere fondamentali sulla comprensione psicologica della favola, dei sogni e del simbolismo alchemico. Ha scritto oltre venti volumi di argomento psicoanalitico, ed è stata una delle più note docenti ed analiste di supervisione del C. G. Jung Institut di Zurigo.

Interessante la sua lunga corrispondenza con il celebre fisico Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica, conosciuto nel 1947.

Mentre James Hillman indagò le strutture archetipiche del mito, la Von Franz esplorò maggiormente l’espressione degli archetipi della fiaba, che secondo lei rivelano un significato ben preciso: il Sé, inteso come totalità psichica dell’individuo e come “centro regolatore” della vita psichica.

“Tra i sessantamila sogni che ho analizzato non ce ne sono due uguali. Compaiono motivi simili. È su queste similitudini che Jung basa la sua teoria degli archetipi, secondo cui vi sono delle strutture di base sempre ricorrenti. Si può accertare la presenza comune di certi motivi ricorrenti […] che Jung chiama le strutture archetipiche della psiche che permettono di accedere al livello collettivo della psiche umana, un livello che rimane sano anche in individui psichicamente  disturbati. Il livello collettivo è, per certi versi, il livello istintivo comune a tutti gli uomini e quando si mettono in contatto le persone con questo livello psichico esse si ristabiliscono, in seguito riallacciano i contatti con gli altri e si reinseriscono nella società. Per questo motivo è così importante conoscere queste strutture. Per capirle io ho continuato a studiare le fiabe e l’alchimia”

“Ciò mi ha aiutato molto a comprendere i sogni. Ma l’arte di interpretare i sogni è duplice; bisogna riconoscere le strutture archetipiche, comprenderle e poi vi è ancora tutta un’altra arte: come lo si comunica all’altro? Perché l’altro comprenda pienamente, senza rimanere insabbiato nell’intelletto, perché riesca a comprendere anche con il sentimento il contatto con il proprio profondo”.

“Una funzione dei sogni sembra quella di preparare gli esseri umani ad una nuova fase della loro vita, e nella vita ci sono sempre delle soglie. La pubertà costituisce una soglia di crisi, poi l’ingresso nella vita matrimoniale, la crisi di metà della vita, periodi di crisi e transizione che richiedono un mutamento e un nuovo modo di porsi nei confronti della vita. E vengono preparati dai sogni. La cosa interessante è che al cospetto della morte i sogni preparano ad un adattamento, ad una fine che però non è una fine. Ho raccolto almeno una cinquantina di sogni di moribondi, am nessuno accenna ad una fine, piuttosto ad un groso cambiamento, a un viaggio, una trasformazione, un trasloco e più di frequente ad un sontuoso matrimonio al gran compimento […]” “Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni […] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più […]” “Essere se stessi e diventare se stessi, realizzare se stessi. Si pensa di solito alla realizzazione dell’io. Jung pensa piuttosto alla realizzazione del proprio profondo, alla realizzione del proprio destino. All’io talvolta ciò con conviene affatto. Ma è quello che si sente che in fondo si dovrebbe intimamente essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste l’individuazione […]“, Marie Louise von Franz


Shirley Temple