L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “Svizzera

Splendori e miserie delle cortigiane

Lucien de Rubempré, poeta caduto in disgrazia presso il bel mondo parigino dopo aver convissuto un anno con l’attricetta Coralie, è stato ricostruito dal cinico e ricco abate Carlos Herrera, che sta intrigando per fargli avere un titolo nobiliare e mira a farlo sposare con una ragazza di famiglia aristocratica, il secondo passo funzionale al primo: è perciò allarmato quando Lucien s’innamora d’una prostituta, Esther, la quale è a sua volta redenta da quell’amore appassionato. Herrera non esita a rinchiudere la giovane in una scuola di monache, ma davanti al dolore di Lucien deve riunirli, pur facendo loro un chiaro discorso: lei vivrà chiusa in una casa privata guardata a vista da due sue dame fidate, lui la potrà vedere soltanto di nascosto. Herrera è disposto a tutto purché Lucien riesca a raggiungere i traguardi che sogna per lui: entrare a corte come ministro. La protezione e l’astuzia dell’abate gli stanno spianando la strada e stanno mettendo a tacere le malelingue che ricordano ancora l’avventura giovanile di Lucien.
Nel frattempo, però, il perfido banchiere ebreo polacco di Nucingen, vecchio spasimante di Esther, deperisce a vista d’occhio da quando lei è scomparsa; disperato, incurante della moglie e della gente, decide addirittura d’assoldare un investigatore privato. Herrera, che ha già speso una fortuna per il suo pupillo e deve pagare dei debiti, medita di vendergli Esther per una cifra enorme; Lucien è completamente in balìa del demone, incapace di ribellarsi alle sue ingannevoli strategie, dal giorno in cui questi l’aveva distolto dal suicidio. In realtà, sotto la tonaca si nasconde l’evaso Jacques Colin, il quale, dopo aver assassinato in Spagna il vero abate Herrera ed averne assunto le sembianze con una rozza plastica facciale fatta da sé dinanzi al cadavere, si ricostruì una vita con i soldi d’una vecchia bigotta che gli aveva confessato, in punto di morte, d’averli ottenuti con un omicidio. Salvato dal suicidio il giovane poeta, ne aveva fatto il proprio strumento, ed ora, con il genio della corruzione ed una rete di fidati servitori, lo spingeva avanti. Rastignac, amante della signora di Nucingen, era l’unico ad aver visto e riconosciuto il potente protettore di Lucien, e ne era rimasto terrorizzato, perché, in passato, Herrera aveva tentato di adescare anche lui. Adesso Lucien era ammaliato dalle gioie della corte e legato a Herrera da cento patti demoniaci; anche se Esther non riesce a capire l’origine di quell’inerte schiavitù, Herrera sa d’averlo completamente in pugno: oltre ad approfittare della disperazione di Nucingen, Herrera sta preparando il terreno anche per un matrimonio fra Lucien e Clotilde de Krandlien, la brutta 27enne secondogenita dei duchi, invaghita dal giovane a dispetto dei pettegolezzi dei salotti, cinicamente e falsamente ricambiata dal giovane. Lucien desidera quanto Herrera questo matrimonio d’interesse, ed Esther si piega per amore a rimanere un’amante prigioniera; ma per convincere i genitori serve un patrimonio, almeno un milione. Intanto Nucingen sta contattando i migliori agenti di Parigi, in particolare La Peyrade, una vecchia spia politica. Le due reti di spionaggio, quella di Herrera e quella di La Peyrade, tramano l’una contro l’altra: Herrera è più furbo, e Peyrade si rende conto d’essere turlupinato dall’ignoto rivale, ne capisce il gioco, ma ne ignora il nome.
Herrera muove con grande abilità le sue pedine: usa i suoi sguatteri per raggirare i ricchi e perversi signori di Parigi, facendo leva sui crimini, le nefandezze, gli oscuri passati tenuti segreti ma a lui noti; manovra i pezzi grossi che gli servono corrompendo e ricattando; d’altronde, le sue vittime non sono migliori di lui: nascondono tutti una miseria morale proporzionale al loro splendore materiale; Herrera ne è soltanto la sublimazione, il genio titanico di quella civiltà malata, ne è lo spirito. Lucien è un’anima fragile e vanesia di poeta e di bello, che sogna l’amore perfetto ma al tempo stesso non vuole perdere gli ambiziosi obiettivi che gli sono a portata di mano, non vuole rinunciare a nessuna delle due cose, benché siano chiaramente incompatibili, ed Herrera lo tiene in pugno sbandierandogliele entrambe sotto il naso, nelle figure di Clotilde e di Esther.
– Asia ed Europa, le due serve messe da Herrera a guardia di Esther, lavorano per bene il barone, ed Esther stessa si presta al raggiro per amore di Lucien; il barone paga ogni cifra, prima per essere introdotto all’amata e poi per saldarne i presunti debiti (in realtà cambiali fasulle fattele firmare da Herrera). Herrera, che aveva fatto di Esther una virtuosa chiudendola in convento, ora la getta di nuovo fra le cortigiane, e lei, pur di non dover rinunciare al suo Lucien, accetta. Il barone è un patetico stupido: per la prima volta in 66 anni s’è innamorato da star male, ed è inerme nelle grinfie dello spietato abate. Nel frattempo sono arrivate al punto cruciale le schermaglie di spionaggio e controspionaggio fra Herrera e Peyrade (spalleggiato da Corentin e Contenson): Peynade ha scoperto la tresca di Herrera ai danni di Nucingen per scucirgli il patrimonio con cui far spossare Clotilde a Lucien, e decide di ricattarlo: ottenuto un secco rifiuto, manda una lettera anonima al duca di Grandlieu, il quale chiude subito le porte del suo palazzo al pretendente ed incarica un’abile spia, neanche a farlo apposta Corentin, di prenotare informazioni sulla vera origine della fortuna di Lucien. Peynade si finge un gentiluomo inglese e diventa l’amante di Suzanne de Val-Noble, amica di Esther, rovinata dai debiti. Ma Herrera gioca allora l’ultima carta: rapisce la pura Lydie, figlia di Peyrade, e manda Asia a dirgli che l’avvierà alla prostituzione e lo ucciderà se Lucien non sposa Clotilde. Corentin esegue, ignaro, il compito assegnatogli dal duca e decreta così la fine del fidanzamento di Lucien: il giorno dopo Lydie viene ritrovata in pietose condizioni, sottoposta per dieci giorni ad ogni genere di sozzura, e Peyrade fa in tempo a rivederla prima di straziare avvelenato. Corentin giura vendetta sul cadavere dell’amico. A far precipitare gli eventi è Esther, che s’è prestata alla commedia ma deve ora andare a letto anche con il lascivo barone; dopo l’orgia si suicida; Europa ed il servo Paccard non resistono alla tentazione e fuggono con il malloppo accumulato da Esther e che Esther aveva lasciato a Lucien. Nucingen avverte la polizia di quello che crede un assassinio a scopo d’estorsione, e la polizia fa arrestare sia Herrera (che tenta la fuga sui tetti ed uccide Contenson) sia Lucien. Herrera ha però fatto in tempo a redigere un falso testamento in cui Esther lascia a Lucien tutti i propri averi (un patrimonio che ha ereditato morta dallo zio) e le potenti amicizie femminili di Lucien intercedono a suo favore.
– Esperto di prigioni e di processi, Herrera dirama ordini dalla cella ed Asia trama dall’esterno. Herrera tiene testa al giudice Cannisot, negando d’essere l’evaso che parecchi testimoni hanno riconosciuto; una lettera scritta da Esther in punto di morte li scagiona dall’accusa d’omicidio, ma Lucien è debole ed in pochi minuti d’interrogatorio compromette tutto, rivelando la vera identità dell’abate; nonostante ciò, Leontine de Seriay, la più accanita delle sue amanti di mezza età, aggredisce Cannusot e riesce a strappargli i verbali firmati degli interrogatori; d’altronde, tutti i magistrati di rango più elevato sono ormai conquisi alla causa del giovane e Cannusot, difendendo con tanto zelo la giustizia, si gioca soltanto la carriera. Intanto, divorato dal rimorso d’aver vilmente tradito il suo benefattore, Lucien s’impicca nella cella, e la contessa de Suray impazzisce di dolore.
– Jacques Colin, alias Vautrin, alias Tromp-le mort, riesce a risollevarsi con le solite armi della corruzione e del ricatto: in cambio delle lettere scritte a Lucien dalle sue potenti amanti chiede ed ottiene di diventare capo della polizia.

Un mondo infame, dove non esiste altra etica al di fuori dell’intrico, un modo d’apparenze splendenti che nasconde un viscido repellente intrico di bassezze.
FONTE

Honoré de Balzac
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.
Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
La veridicità di quest’opera colossale ha portato Friedrich Engels a dichiarare di aver imparato più dal “reazionario” Balzac che da tutti gli economisti.
Di grande influenza (da Flaubert a Zola, fino a Proust e a Giono, tanto per restare in Francia), la sua opera è stata anche utilizzata per moltissimi film e telefilm.

Balzac proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata: il padre Bernard-François Balssa, di origine contadina, aveva raggiunto una posizione di rilievo nell’amministrazione dello Stato, e aveva sposato Anne-Charlotte-Laure Sallambier (quando lui aveva 51 e lei 19 anni, dalla quale ebbe poi quattro figli (Honoré, Laure, Laurence e Henri).
Il primogenito studiò in collegio prima a Vendôme (1807-13) e a Tours (1814), poi a Parigi, dove si trasferì con la famiglia nel 1815, nel quartiere di Marais. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, quando a vent’anni scoprì la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere dell’Arsenale, al numero 9 della rue Lesdiguières, dal 1821 al 1829, dopo aver tentato la strada del teatro con il dramma in versi Cromwell, scrisse opere di narrativa popolare, ispirandosi a Walter Scott, con gli pseudonimi di Horace de Saint-Aubin, Lord R’hoone (anagramma di Honoré) o Viellerglé. Le sue prime prove artistiche non furono molto apprezzate dalla critica, tanto che Balzac si diede ad altre attività: divenne editore, stampatore e infine comprò una fonderia di caratteri da stampa, ma tutte queste imprese si rivelarono fallimentari, indebitandolo pesantemente. Nel 1822 conobbe Louise-Antoinette-Laure Hinner, una donna matura che gli resterà accanto affettivamente fino alla morte. La presenza della donna ebbe molta influenza sull’autore che venne da lei incoraggiato a continuare a scrivere: nel 1829 pubblicò con il proprio nome il suo primo romanzo (Physiologie du mariage), che gli procurò un certo successo. Tra le tante esperienze amorose con dame dell’aristocrazia, la più importante fu con Évelyne Hanska (1803-82), una contessa polacca conosciuta nel 1833, che ebbe un ruolo importante nella stesura di Eugénie Grandet e che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. A partire dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne frenetica, tanto che in sedici anni scrisse circa novanta romanzi (sulla “Revue de Paris”, sulla “Revue des Deux Mondes”, ma anche in volumi e in tirature sempre più numerose, per non contare i continui racconti, aneddoti, caricature e articoli di critica letteraria). I suoi primi successi di pubblico furono La peau de chagrin (La pelle di zigrino, 1831) e, tre anni più tardi, Le Père Goriot (Papà Goriot, 1834).
Charles Baudelaire chiamò la prosa di Balzac “realisme visionnaire”; pare inoltre che il termine “surréalisme”, coniato anch’esso da Baudelaire, sia stato ispirato a quel particolare punto di vista che caratterizza la produzione di Balzac.
Nel 1842 Balzac decise di organizzare la sua opera monumentale in una specie di gerarchia piramidale con il titolo di La Comédie humaine: alla base di essa c’è il gruppo degli “Studi di costume del XIX secolo” diviso in “Scene delle vita privata”, “Scene della vita di provincia”, “Scene della vita parigina, della politica, della vita militare, della vita di campagna”; poi c’è il gruppo degli “Studi filosofici” ed infine quello progettato ma non realizzato degli “Studi analitici”. Si tratta di un grandioso progetto di analisi della vita sociale e privata nella Francia dell’epoca della monarchia borghese di Luigi Filippo d’Orleans.
Accanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska (detta più frequentemente Évelyne Hanska), vedova di Waclaw Hanski (1791-1841), da Balzac sposata solo il 14 marzo 1850 (lei ne pubblicherà diversi inediti e nel 1877 la prima raccolta di Oeuvres complètes, in 24 volumi).
Honoré de Balzac infatti morì per una peritonite trasformata in cancrena e venne sepolto, con l’orazione funebre tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise. I suoi eccessi nel lavoro, oltre al grande consumo di caffè, sembrano aver contribuito a dissolvere rapidamente la sua salma (tanto che già il giorno dopo la morte, la decomposizione veloce, anche a causa della stagione estiva, impedì di fare il calco in gesso per la maschera mortuaria).
Balzac pensava infatti che ogni individuo ha a disposizione una riserva limitata di energia: vivendo intensamente l’uomo brucia la sua vita. Il suo destino sembra ripetere la concreta e drammatica rappresentazione del contenuto di La pelle di zigrino (1831).
Durante la sua vita aveva viaggiato molto, in Ucraina, Polonia, Germania, Russia, Prussia austriaca, Svizzera e in Italia (che appare spesso nei “racconti filosofici”), soprattutto nella provincia francese e nei dintorni di Parigi, puntualmente ripresi nella sua enorme mole di scritti.

La Comédie humaine

È stata definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità”, ed è certamente una perfetta rappresentazione di quell’invenzione del XIX secolo che fu il romanzo moderno europeo. Tra tutti i romanzieri francesi il nome di Balzac (con la sua Comédie humaine) è il primo che viene in mente quando si volesse o si dovesse raffigurare il panthéon universale di questa forma di narrazione. È quasi un’associazione automatica che lega l’uomo all’opera e l’opera all’epoca.
Tessuto di ragionamenti interessanti e a volte bizzarri, pervaso da uno spiritualismo fumoso e a tratti come interrotto per proseguire oltre, il suo pensiero corre lungo la penna quasi senza riuscire a seguirne la velocità. Pare che non abbia tempo di riflettere mentre si occupa di costruire e nutrire un mondo che però rappresenta in chiave quasi “sociologica” i posti, i tipi e le persone reali della propria vita.
Così come Gogol’, Balzac è convinto che ciò su cui l’artista non pone il suo sguardo rivela solamente l’aspetto vegetativo della vita, e invece è solo nell’opera d’arte che il reale assume significato.
Complice la pubblicazione a puntate, che impone fidelizzazione del lettore, e comunque il sistema di distribuzione in allegato ai giornali che si andava sperimentando per la prima volta, il romanzo di Balzac ha la tendenza a girare attorno a personaggi forti (come per esempio Goriot, Rastignac, o Eugènie, ormai leggendari), a loro volta circondati da molte comparse che ne amplificano l’energia.
La precisione dei termini, la tessitura delle frasi, la più o meno rara scelta di descrizioni e la ricchezza di parole “enciclopediche”, nonché le molte correzioni mostrano quanto fosse ambizioso e ricercato il progetto che sta dietro al suo lavoro, spesso considerato solo vulcanico e istintivo o biecamente realistico, e invece scoperto dalla critica più recente addirittura come “fantastico” e comunque legato al desiderio di fare moderna “epopea”.
Si dice che descriva l’umanità come la vede, senza consolazioni o incantamenti arbitrari, ma lo slancio stesso della scrittura finisce con il superare la mera realtà.
La Comédie humaine (titolo trovato da Balzac nel 1840) comprende 137 opere che includono 95 romanzi, novelle, saggi realistici, fantastici o filosofici, oltre a racconti e a 25 studi analitici (piano da lui dettagliato nel 1842).


Cristina di Belgioioso

L’ infanzia e l’ adolescenza

La Principessa Cristina ricorda così il trascorrere della sua infanzia infelice: “Ero una bambina malinconica, seria, chiusa, quieta… talmente timida che spesso mi capitava di scoppiare in singhiozzi nel sa- lotto di mia madre perchè temevo che qualcuno mi guardasse o cercasse di farmi parlare… Mi credevo decisamente brutta… Dopo la nascita di mio fratello fui data a lui: dovevo farlo giocare e senza lamentarmi passavo le mie ore di svago a spingere la sua carrozzina… Non ho mai avuto la compagnia di altre bambine”.

Era nata il 28 giugno 1808 da una famiglia dell’alta aristocrazia milanese. A quattro anni aveva perso il padre, e la madre, “dopo un breve anno di vedovanza” si era sposata con il marchese Alessandro Visconti d’Aragona. Il patrigno venne arrestato e imprigionato in seguito alla cospirazione antaustriaca del ’21, così la piccola Cristina venne subito a conoscenza delle tensioni politiche di quel periodo.

Ricevette un’istruzione molto accurata, ma che si rivelò in seguito superficiale; le donne, come avrebbe notato in seguito, erano state allontanate, per volontà dell’uomo, da ogni studio e dalla partecipazione agli affari della società rimanendo così confinate tra le mura delle loro case.
Si sposò a sedici anni con il Principe Emilio Barbiano di Belgioioso d’Este, ma si separarono dopo soli quattro anni.

Lasciato il marito e decisasi ad abbandonare Milano, soggiornò per qualche tempo a Lugano. Qui inoltrò la richiesta di divenire cittadina svizzera. Per questa ragione e per non essere rientrata a Milano, nono- stante l’intimazione del governo austriaco, fu considerata pericolosa per l’impero. La principessa si rifugiò allora a Parigi, dove arrivò in condizioni economiche disastrose; per questo non frequentava quasi mai i teatri, ma si recava regolarmente alle sessioni della camera e alle prediche sansimoniane. Poiché viveva all’estero senza regolare autorizzazione, il governo austriaco le confiscò i beni. Date le difficili condizioni economiche si ingegnò al fine di procurarsi qualche guadagno. La possibilità di lavorare presso un giornale parigino, il “Constitutionel”, le permise di risolvere i suoi problemi economici e di scoprire le sue vocazioni: il giornalismo e in particolare la pubblicistica politica. Da allora la Belgiojoso apparve una delle dominatrici della scena mondano – intellettuale parigina e la sua casa costituì il polo di attrazione di duplici correnti: da un lato tutto l’ambiente dell’immigrazione italiana, come il vecchio rivoluzionario Filippo Buonarroti, Niccolò Tommaseo, Vincenzo Gioberti. Dall’altro l’elite della cultura francese del tem- po, come Thierry, rimastole amico per tutta la vita, George Sand, sua cara amica, Alfred de Musset, innamorato sempre respinto, Fauriel, Liszt, Chopin, Heine.

Accuse e illazioni non mancarono mai alla Belgiojoso a causa della sua condizione di donna sola e del suo comportamento anticonformista, di donna che si dava arie di superiorità e non sottostava alle regole convenzionali. Persino Balzac, che pure l’ammirava, avendo notato che Liszt si tratteneva in casa sua sino alle undici e mezza di sera, concluse sdegnato: “Cristina non merita più riguardi: è una cortigiana”. Di lei ci restano più testimonianze della sua bellezza inquietante, ideale per l’età romantica, che non documenti del suo itinerario intellettuale in quegli anni. In seguito alla maternità, e al maturare di orien- tamenti interiori diversi, la principessa decise di chiudere il suo salotto e si limitò a tener vivi i legami con gli amici più stretti

Il 4 settembre del 1840 Cristina Trivulzio, ritorna in Italia, dopo dieci anni di vita agitata e varia e dopo aver provato esperienze di ogni tipo.
L’intensa vita politica e intellettuale parigina, l’immobilità e il torpore del Lombardo Veneto le procurano un senso di soffocamento e di sconforto. Perciò, sebbene ancora giovane e nel fiore della sua bellezza, si ritira a vivere nella vasta casa della prediletta Locate di Triulzi, antico feudo dei Trivulzio. La Principessa durante il suo soggiorno a Locate, passa le giornate giocando a tarocchi col Parroco e col fattore, ricevendo gente umile con quella stessa semplicità con cui a Parigi riceveva uomini politici e letterati. Ma ben presto esce dalla sua nicchia ed intraprende a Locate – dal 1840 al 1847 – un’azione che trasformerà il paese nel comune più progredito d’Italia in fatto di istituzioni per il popolo. In questa sua opera sociale la Principessa desidera concretizzare le idee espresse dal socialismo fourierista. Vuole trasformare il suo castello in una sorta di falansterio, attuando una perfetta organizzazione sociale che combini gli interessi, i lavori, le attitudini dei membri della comunità. Convinta della necessità di migliorare le condizioni morali e materiali dei suoi contadini, pochi mesi dopo il suo arrivo a Locate di Triulzi – il 14 dicembre 1840 – Cristina Trivulzio inizia la sua opera riformatrice senza farsi intimorire dalle critiche fondate sul pregiudizio.

Cristina di Belgioioso ebbe molteplici interessi culturali. Alla passione per la lettura accompagnò il gusto per la scrittura. La produzione dei suoi scritti è varia e abbraccia diversi generi. Si dedicò alle traduzioni ma anche alla stesura di saggi, alla attività giornalistica e alle analisi di costume.
Grazie al suo viaggio in Oriente, Cristina riuscì a definire il senso della condizione femminile tramite gli incontri con altre donne. La principessa scoprì il funzionamento ed i meccanismi interni dell’harem poiché ne entrò in contatto diretto chiamata per dare pareri di carattere medico. Attraverso i tre racconti contenuti in “Scènes de la vie turque”, l’autrice volle sottolineare le disparità tra uomo e donna in relazione ad un legame affettivo, le diversità del loro destino determinato dalla condizione sociale. Le donne dell’harem sono vittime sia delle leggi della società sia di quelle dettate all’interno dell’harem stesso. In uno dei suoi ultimi saggi, Cristina scrisse di ricordare le sofferenze e le umiliazioni subite dalle donne nel corso della storia, poiché anch’esse hanno contribuito, anche se solo parzialmente a percorrere la via della felicità.

De Musset esalta l’ enigmatica bellezza della Belgioioso con queste parole: “Aveva gli occhi terrificanti di una sfinge, così grandi, così grandi che dentro di essi mi sono perso e non riesco a trovare la via d’uscita.”
Il poeta “Henry” invece, annota: “Quel volto mi ossessiona giorno e notte, come un enigma, che mi piacerebbe risolvere.”

I malevoli ironizzano invece sul suo aspetto “spettrale” e lo stesso De Musset, respinto, pubblica sulla “Revue des deux mondes” una velenosa poesia intitolata “Sur une morte”.
A conferma di tali giudizi, si riporta l’episodio (citato da Raffaele Barbiera in “Passioni del Risorgimento”, ma contestato da Malvezzi), avvenuto durante una perquisizione della polizia austriaca, del presunto ritrovamento del corpo imbalsamato del giovane segretario di Cristina, Gaetano Stelzi, morto di tisi nel 1848, in un armadio della proprietà di Locate. La lettera della Belgiojoso ad Augustin Thierry, suo amico fraterno e confidente, riportata nei suoi passi più significativi qui di seguito, in cui si raccontano le ultime ore di vita dello sfortunato Stelzi e le modalità della sua sepoltura, ci sembra riportare chiarezza su questo presunto mistero. La lettera, semmai, documenta il legame affettivo che legava la Belgiojoso al suo segretario. Riferendosi alle sofferenze patite dal Thierry per le vicende politiche parigine Cristina scrive: ” Anch’io ho molto sofferto e in modo tale che lascerà in me più di un segno. Io sono sola; sola con una bambina, che io amo più di me stessa, ma che non comprende nulla di ciò che si agita in me”. Si fa poi cenno alle speranze suscitate da un miglioramento delle condizioni di salute di “questo caro malato”. Segue un repentino peggioramento.”Il 14 giugno egli si sentì male tutto il giorno, lamentava una gran- de stanchezza e una soffocazione alla quale era soggetto sottoforma di attacchi spasmodici che andavano e venivano” . Durante la notte è il medico a chiamarla a gran voce perché il malato stava morendo “In cinque secondi ero vicina lui; egli moriva infatti senza dolore, senza conoscenza senza contrazioni (…) Non sapevo di amarlo a tal punto; non sapevo che la sua vita fosse così intimamente legata e così necessaria alla mia. Lo sperimento oggi. L’ho portato qui (a Locate) in una tomba che si trova entro la cinta della mia casa. Poiché la putrefazione non ha mai intaccato il corpo il curato di qui non ha preteso che la tom- ba fosse chiusa di modo che la Signorina Parker ed io abbiamo la triste consolazione di ornarla di fiori e di mantenere questo luogo come una camera piuttosto che come un sepolcro”.

Le idee politiche di Cristina Belgiojoso vengono riassunte concretamente dal progetto del Falansterio, realizzato a Locate (MI), una sorta di comunità ideale, in cui ogni membro collaborava, adoperandosi nel campo più congeniale ed esprimendo liberamente la propria personalità, nonostante diritti e doveri venis- sero equamente divisi. Il suo orientamento era quindi diverso da quello liberale italiano, più vicino piut- tosto a quello dei socialisti utopisti. Nel 1848 appoggiò il re Carlo Alberto e l’intervento del Piemonte e l’annessione della Lombardia allo Stato Sabaudo. Cristina sosteneva l’inscindibilità di progresso, libertà e giustizia sociale. Era per lei fondamentale l’appoggio del popolo, di cui esaltava l’operato in vari articoli, come, ad esempio, quelli sul 1848 a Milano e a Venezia, nei quali criticava parallelamente l’azione svolta dal governo provvisorio milanese. Dal punto di vista religioso, pur rimanendo sempre una cattolica convinta, mantenne un atteggiamento ironico nei riguardi delle “autorità” e delle “verità di fede”, e considerò esperienza e concretezza come importanti scuole di vita. Questi elementi risultano fondamentali per com- prendere almeno alcune delle numerose vite che la Belgiojoso visse e che la rendono, ai nostri occhi, una figura controversa quanto affascinante e sfuggente. La sua indipendenza e straordinarietà emergono anche dai velenosi rapporti che si trovò a vivere con Papa Pio IX, che l’accusò di sentimenti irreligiosi, for- malmente perché aveva accettato l’aiuto di alcune popolane romane dai costumi forse non irreprensibili, come lei stessa ammise, ma preziose nella cura dei feriti giunti agli ospedali militari da lei diretti nella Repubblica Romana, incarico affidatole da Mazzini che però non ne appoggiava gli atteggiamenti rivoluzionari. Scriveva così a sua madre: “Quella donne m’era un tormento pel continuo litigare che faceva

con i chirurgi, medici e infermieri”. Il motivo reale di questa denuncia da parte di Pio IX va probabilmente ricercata nella nobildonna che era stata capace di mostrare apertamente il suo scetticismo circa l’idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. Questa era Cristina Belgiojoso, una donna ca- pace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa.

Nel 1848 appoggiò il re Carlo Alberto e l’intervento del Piemonte e l’annessione della Lombardia allo Stato Sabaudo. Cristina sosteneva l’inscindibilità di progresso, libertà e giustizia sociale. Era per lei fondamentale l’appoggio del popolo, di cui esaltava l’operato in vari articoli, come, ad esempio, quelli sul 1848 a Milano e a Venezia, nei quali criticava parallelamente l’azione svolta dal governo provvisorio milanese. Dal punto di vista religioso, pur rimanendo sempre una cattolica convinta, mantenne un atteggiamento ironico nei riguardi delle “autorità” e delle “verità di fede”, e considerò esperienza e concretezza come importanti scuole di vita. Questi elementi risultano fondamentali per comprendere almeno alcune delle numerose vite che la Belgiojoso visse e che la rendono, ai nostri occhi, una figura controversa quanto affascinante e sfuggente. La sua indipendenza e straordinarietà emergono anche dai velenosi rapporti che si trovò a vivere con Papa Pio IX, che l’accusò di sentimenti irreligiosi, formalmente perché aveva accettato l’aiuto di alcune popolane romane dai costumi forse non irreprensibili, come lei stessa ammise, ma preziose nella cura dei feriti giunti agli ospedali militari da lei diretti nella Repubblica Romana, incarico affidatole da Mazzini che però non ne appoggiava gli atteggiamenti rivoluzionari. Scriveva così a sua madre: “Quella donne m’era un tormento pel continuo litigare che faceva con i chirurgi, medici e infermieri”. Il motivo reale di questa denuncia da parte di Pio IX va probabilmente ricercata nella nobildonna che era stata capace di mostrare apertamente il suo scetticismo circa l’idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. Questa era Cristina Belgiojoso, una donna capace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa.

All’ età di 30 anni partorisce quella che sarà la sua unica figlia, Marie.
Dopo una lunga permanenza in Inghilterra, torna in territorio italiano. Prendendo spunto dalle sue idee socialiste utopistiche, trasforma le sue proprietà di Locate in centri di istruzione e servizi adibiti ai contadini. Tra il ’42 e il ’43 viene pubblicata “Essai sur la formation Catholique”, sua prima opera; è un saggio formato da quattro volumi in cui viene narrata la storia della cristianità dalle origini a quei tempi, la formazione delle eresie e dei dogmi cattolici. Nel ’44 scrive “La science par Vico” in cui viene af- fermato che il punto di arrivo della storia è la ricostruzione dell’ identità nazionale e l’ abolizione dell’ ingiustizia sociale. Nel ’45 arriva ai vertici della “Gazzetta Italiana” e nel frattempo raccoglie fondi per la causa italiana.
Milano insorge contro l’Austria; per questo motivo Cristina Trivulzio organizza un battaglione di volontari con il proposito di aiutare il governo provvisorio. Dopo la firma dell’ Armistizio da parte di Carlo Alberto, torna a Parigi per organizzare
l’ opposizione contro l’ Austria. Nel ’49 ottiene l’ incarico della direzione degli ospedali militari della Repubblica Romana da parte di Mazzini
Si reca a Costantinopoli ed, in un secondo tempo, nel distretto di Kastamonov. Nel ’52 parte per un pellegrinaggio a Gerusalemmme che la occuperà per ben undici besi. Al ritorno è vittima di un attentato, dal quale si salva nonstante le ferite fisiche e morali.
Torna in Italia dopo essere rimasta per un periodo in Francia. Pubblica una serie di racconti di argomento orientale dal titolo “récits turques”. Nel ’58 esce “scènes del la turque” che raccoglie “emina”, “un prince turque” e “les deux femmes d’ Ismail-Bey”. Scrive le ultime opere dopo l’ unità d’ Italia in cui viene affron- tata la situazione politica e sociale del nuovo stato all’ interno di un sistema internazionale. Muore a Milano il 5 luglio 1871.

Il viaggio in Turchia

Nell’ottobre del 1850, passato il Bosforo, la Belgiojoso sbarcò sulle coste dell’Asia Minore, con Maria e tre compagni di viaggio. Il suo programma di vita era di vivere in grembo alla natura e lontana da ogni forma di civiltà. A Ciaq-Mag-Ogla acquistò una grande estensione di terreno e una casa che, date le dimensioni, prendeva il nome di capanna; con il passare del tempo fece aggiungere alla casa nuove costruzioni e Ciaq-Mag-Ogla prese l’aspetto di una grande e laboriosa fattoria con la pretesa di grandi risultati produttivi. Lì scrisse dei racconti di ispirazione orientale e alcuni si soffermavano soprattutto sulla penosa condizione delle donne negli harem. Decise di tornare in Europa perchè era stata pugnalata da un suo servitore a anche a causa del fallimento economico della sua impresa in Turchia, ma soprattutto perché l’Austria le aveva sequestrato tutti i suoi beni e lei aveva il pensiero di assicurare un futuro a Maria.

Il ritorno in Italia e il ripensamento in politica

Nel febbraio del 1856 ricomparve in Lombardia e, grazie a questo atto di sottomissione, le fu possibile riavere tutti i suoi beni. Tutto, dentro di lei, era tornato al suo posto: la religione come scelta primaria, la storia come percorso precario e difficile al quale, però, si doveva pensare con fiducia, e la politica come problema di forze oggettive in cui non c’era spazio per le ideologie sentimentali, puntualmente schiacciate. Nel 1860, dopo la pubblicazione de “L’histoire de la maison de Savoie”, la Belgiojoso, che era diventata una convinta sostenitrice della politica di Cavour, continuò a collaborare alla milanese “Perseveranza”. Nelle “Osservazioni sullo stato attuale dell’Italia e sul suo avvenire”, uscite nel 1868, la sua esplicita sconfessione “dei bei discorsi e delle belle imprese del ’48”, delle “funeste assurdità rivoluzionarie” riceveva una più argomentata motivazione: occorreva guardare ai problemi concreti, pensare a ferrovie, banche po- polari, a eliminare le piaghe come l’analfabetismo e l’omertà, a difendere i contadini dagli affittaioli, a combattere “gli intrighi di certi capitalisti” e a tenere a bada tutte le forze che minacciavano l’unità nazionale da poco raggiunta. A tali considerazioni si accompagnavano elogi a Napoleone III (“un amico fedele”), espressioni di postuma gratitudine per Carlo Alberto, critiche alle idee del “contumace Mazzini ,e condanna dell’eversiva indisciplina di Garibaldi negli episodi di Aspromonte e Monterotondo, quasi “indegno di far parte di un consorzio civile”. Dall’involuzione delle sue posizioni precedenti si salvò la co- stante attenzione che la Belgiojoso continuò a riservare ai problemi sociali, sicuramente un lascito del suo passato sansimoniano. In questa ottica va letto il saggio del 1866 “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”, peraltro moderato nei toni rispetto all’impegno che la stessa Belgiojoso aveva espresso nella sua vita. Mai antisocialista, rimase sempre sostanzialmente convinta di quel che nel 1853 aveva scritto a Thierry: “per parte mia, vedo le cose in modo del tutto diverso: non temo nulla per la società che è vecchia quanto il mondo e quanto questo durerà; io credo che certi progressi debbano essere compiuti’. Nell’aprile del 1849, la Belgiojoso arriva a Roma, proveniente da Parigi, quando le speranze dei patrioti italiani sono ormai tramontate perché Carlo Alberto, riprese le ostilità contro l’Austria, sospinto dalle manifestazioni di piazza, è stato sconfitto a Novara il 23 marzo. Dopo l’abdicazione a favore del figlio Vittorio Emanuele, il re ha scelto l’esilio volontario in Portogallo.

Gli ultimi anni

La Belgiojoso passò gran parte dei suoi ultimi anni in una villa sul Lago di Como; non aveva più legami che la portassero a Parigi e la sua vita era dedicata alla figlia e alle nipotine. Di sé scriveva in quegli anni: “Vedo le rughe solcarsi a forza sulle mie guance ed imprimere al mio volto un’espressione di severità, o di noia, o di indifferenza, che non ebbero mai il loro corrispettivo né nel mio cuore, né nella mia testa”. E fino all’ultimo continuò a studiare, a interessarsi di cose politiche e a scrivere. La morte la raggiunse nel 1871.

Collocare la Belgioioso tra i guelfi giobertiani o i repubblicani mazziniani, in cui era divisa politicamente l’Italia, diventa difficile, perché sembra non schierarsi né da una parte né dall’altra. Soprattutto pare che, contrariamente a quanto spesso si è scritto, non abbia dato il minimo sussidio finanziario a Mazzini per organizzare la spedizione in Savoia del 1834. Nel 1848 la Belgioioso dichiarava che mai avrebbe potuto spingere alla rivolta la popolazione lombarda. A suo giudizio soltanto un esercito avrebbe potuto sconfiggere l’Austria, ma quell’esercito mancava: non rimaneva altro che chiedere ed ottenere dall’Austria pro- gressive e caute riforme. Negli anni precedenti il 1848, si fece portavoce di quel movimento di “resistenza legale” che condusse Milano l’adesione di Cattaneo e a Venezia di Tommaseo e Manin. L’idea di fondo di quella idea politica era che, era possibile far crollare il potere austriaco usando la legalità come arma da ritorcere contro il dispotismo.