L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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L’ultimo Inquisitore. La storia di Ines, la musa di Goya

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 1

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 2

 

Lultimo_inquisitore

Spagna, anno 1792 (anno in cui la Rivoluzione francese comincia ad avere ripercussioni al di fuori dei confini dellaFrancia). Francisco Goya è ormai diventato, non solo un importante pittore, ma il pittore ufficiale di corte e pertanto sta dipingendo i ritratti della Regina Maria Luisa di Borbone-Parma. Oltre che dalla famiglia reale, accetta commissioni per ritrarre nel suo studio, tra gli altri, anche l’inquisitore Lorenzo Casamares e Inés Bilbatúa, giovane e bella figlia del ricco mercante Tomás Bilbatúa, che per l’artista rappresenta una sorta di musa ispiratrice. È proprio nella casa del pittore che Lorenzo, mentre posa, vede Inés per la prima volta e chiede notizie di lei.

Nonostante questa sua grande celebrità però, i vertici della Chiesa di Spagna cominciano a preoccuparsi e a vedere con forte sospetto ciò che Goya raffigura nelle sue famose incisioni che si stanno diffondendo da Roma fino al Messico, ritenendole opere malvagie. Padre Lorenzo, di rimando, le difende, sostenendo che si limitano a mostrare il male che c’è nel mondo. Siamo però nei secoli in cui l’Inquisizione spagnola reprime e perseguita con durezza qualsiasi idea e comportamento che ritiene pericolosi per il popolo, per l’ordine costituito e per la Chiesa stessa. Lo stesso frate Lorenzo raccomanda con fervore ai suoi superiori di intensificare l’opera di repressione contro ognuna di tali minacce ed è da essi incaricato di occuparsene con i suoi sottoposti.

Avviene così che Inés, venendo vista da un inquisitore rifiutare di mangiare della carne di maiale in una taverna, è portata al cospetto dell’Inquisizione spagnola e proditoriamente accusata di praticare segretamente il giudaismo: inizialmente la giovane nega, ma poi, inflittale più volte l’atroce tortura detta della corda (detta in gergo anche la strappata o strappado[2]), ammette ciò di cui viene incolpata, nonostante l’evidente falsità dell’accusa, nella speranza di potersi discolpare al processo. Il padre, non vedendola tornare a casa, con l’intercessione di Goya, cerca di conoscerne le sorti tramite fratello Lorenzo, che le reca visita in carcere e, con la scusa di confortarla e darle aiuto, approfitta di lei mentre è legata in catene. Una sera il frate si reca a cena con Goya presso la famiglia Bilbatúa per assicurarli che ha visto Inés la quale ha detto di amarli tutti. Durante la loro conversazione a tavola, il genitore cerca di capire meglio ciò che è toccato alla figlia e venendo a sapere che è stata imprigionata, dopo aver confessato sotto tortura di essere una cripto-giudea (effettivamente esistevano lontani avi di origine ebraiche convertiti, i cosiddetti conversos o marrani, ma solo il padre e nessun altro era a conoscenza di questo in famiglia), con l’aiuto di Goya cerca di far comprendere a Lorenzo come, sotto tortura, sia possibile carpire la confessione di qualsiasi colpa e assurdità. Il prelato però difende l’assoluta veridicità di tali metodi, sostenendo che se gli accusati fossero veramente innocenti e credenti, Dio darebbe loro la forza di resistere ad ogni dolore e di negare ogni falsa accusa, quindi chi cede e confessa deve essere colpevole. Di fronte a tali affermazioni, il mercante spazientito, scrive una lettera in cui si dichiara di non essere un uomo bensì il figlio bastardo di uno scimpanzé e un orangutan e la sottopone da sottoscrivere a Lorenzo. Finché non l’avrà firmata gli sarà impedito di lasciare quella casa. All’ennesimo rifiuto, con l’aiuto dei figli e della servitù, nonostante gli inutili inviti di Goya alla calma, Tomás Bilbatúa decide di costringere il religioso a sottoporsi alla corda, la stessa dolorosissima tortura praticata sulla figlia, appendendolo al lampadario: Lorenzo, piegato dal dolore, accetta di firmare quell’assurdità come sua confessione e, sotto la minaccia di vedere reso pubblico il documento che ha appena sottoscritto, accetta il perentorio ordine del genitore (che gli consegna anche un grosso quantitativo d’oro per perorare con più forza la causa) affinché faccia di tutto per liberare Inés. Nonostante vari tentativi presso i suoi superiori, anche tramite le generose donazioni, il religioso non riesce però a convincere i cardinali dell’Inquisizione spagnola, certi della verità di ciò che la ragazza aveva confessato. Il documento compromettente viene, come era stato minacciato, consegnato a re Carlo IV e frate Lorenzo, macchiatosi di infamia, viene espulso mentre il suo ritratto viene confiscato e bruciato sulla pubblica piazza. Lorenzo quindi scappa facendo perdere ogni traccia di sé.

Passano quindici anni, Goya, che nel frattempo ha perso l’udito, prosegue il suo lavoro di pittore e ritrattista alla corte del re spagnolo, mentre Inés viene lasciata rinchiusa a deperire nelle segrete di un convento, senza aver mai subito quel processo che le era stato promesso.

È il 1808, Napoleone Bonaparte invade la Spagna, dichiara abolito il processo inquisitorio e pone in libertà tutte le persone imprigionate per volere della Chiesa. Inés è finalmente scarcerata, ma il suo fisico è profondamente provato e sfigurato dai lunghi anni di prigionia e la sua mente è sconvolta ai limiti della pazzia. Tra la confusione, le razzie e le violenze portate dal passaggio delle soldataglie napoleoniche, Inés raggiunge, lacera e sporca, la casa paterna e scopre che tutti i membri della sua famiglia sono stati uccisi durante il saccheggio della città. L’unica persona che può aiutarla ora è Goya. Riconosciuta a fatica ed ospitata nella sua casa, Inés confessa al pittore di aver partorito una bambina, poi subito sottrattale, durante la sua lunga e terribile prigionia ed afferma che il padre della bimba è frate Lorenzo che aveva approfittato di lei, ma di cui ella appare anche molto innamorata. Nel frattempo, al seguito dell’esercito napoleonico, ricompare proprio Lorenzo, completamente cambiato. Ha vissuto in Francia durante l’esilio, ha sposato una donna francese, ha avuto da lei tre figli e, dopo aver letto i libri di quei pensatori Illuministi che avversava quando era un inquisitore, ha deciso di sposarne e diffonderne gli ideali, diventando così il procuratore capo del governo francese in terra spagnola e nemico acerrimo della stessa Chiesa di cui lui aveva fatto parte ma che ora considera un’istituzione conservatrice e retrograda (nonostante Lorenzo sia un personaggio di fantasia, la sua biografia richiama per alcuni versi la figura storica di Juan Antonio Llorente). È così che, con la stessa intransigenza e inflessibilità di quando apparteneva all’Inquisizione, processa e fa condannare a morte il cardinale a capo del Sant’Uffizio in Spagna.

Nel frattempo rivede il vecchio amico Goya da cui apprende che Inés è ancora viva ed ha avuto una bambina da lui. Lorenzo promette a Goya che si prenderà cura della giovane donna, ma non accetta di ammettere la compromettente possibilità di avere una figlia illegittima, considerando tutto ciò come la pura invenzione di una mente devastata da anni di prigionia. In realtà la figlia esiste, Lorenzo stesso ne ha la conferma dopo aver interrogato il cardinale del Sant’Uffizio, trattenuto nelle prigioni in attesa dell’esecuzione della sua condanna. Si viene a sapere dalle suore dell’orfanotrofio in cui è stata allevata, che è stata chiamata Alicia, che ne è fuggita e una volta diventata adulta, per sopravvivere, ha iniziato a prostituirsi nei bordelli e nei parchi della città. Goya riesce a trovare Alicia (interpretata dalla stessa Natalie Portman, che nel film è anche Inés) in un parco e si accorge che il suo aspetto è incredibilmente identico a quello della madre da giovane. Pertanto parla a Lorenzo perché possa far sì che Inés riesca finalmente a ricongiungersi con lei. In realtà Lorenzo fa rinchiudere Inés in un manicomio e si reca ad incontrare Alicia sotto mentite spoglie per indurla a lasciare la Spagna per gli Stati Uniti; la ragazza fugge da lui ritenendolo un malintenzionato. Goya, deciso a far incontrare le due donne, riesce però a prelevare Inés dal manicomio e la porta in una taverna dove sa che lavora la figlia. Il pittore si presenta alla giovane mentre ella sta accudendo la neonata di un’altra prostituta, e cerca di invitarla a conoscere la madre, che sta aspettando fuori dalla taverna. Improvvisamente, però, viene interrotto da alcuni soldati francesi, mandati da Lorenzo, che irrompono nel locale e catturano tutte le prostitute, affinché possano essere portate in Portogallo per poi essere imbarcate alla volta dell’America. Poco prima di venire arrestata Alicia riesce però a mettere la neonata al sicuro, celandola sotto un tavolo e quando Inés entra nella taverna ormai svuotata, la trova; convinta, nel delirio della sua pazzia, che sia quella figlia che le era stata strappata in prigione e che doveva incontrare, la raccoglie e la porta con sé.

Nel frattempo l’esercito britannico è sbarcato in Portogallo e in Spagna è iniziata la controrivoluzione, avversa all’occupazione francese. Appresa la notizia dello sbarco inglese e conscio dell’approssimarsi sia della fine del governo napoleonico in terra spagnola che della restaurazione dell’Ancien Régime, Lorenzo decide di fuggire con la sua famiglia, ma viene catturato mentre percorre la via per raggiungere la Francia. Processato, viene condannato a morte dagli stessi inquisitori che aveva fatto arrestare. Lorenzo, in preda al tormento e al fallimento della propria vita, decide di non fare professione di pubblico pentimento, di non abiurare i suoi nuovi ideali per poter così tornare in seno alla Chiesa ed accetta, di conseguenza, di salire sul patibolo. Viene pubblicamente ucciso dal boia con la garrota sotto gli occhi di Inés, che, ormai in preda alla follia, grida tra la folla il suo nome e, negli istanti che precedono l’esecuzione, gli mostra la neonata che tiene in braccio issandola come se fosse loro figlia. Inaspettatamente, anche Alicia è presente, salvata dalla deportazione da un ufficiale britannico, a cui sembra essersi fidanzata, e assiste dall’alto di un balcone di un palazzo. Il cadavere dell’uomo viene portato via adagiato su un carretto, alcuni bambini saltano e cantano intorno al suo corpo esanime e con la testa penzolante, mentre Inés, con in braccio la bambina e sorridendo al suo amato, gli tiene e gli bacia la mano, seguita amorevolmente da Goya che, poco lontano, la chiama.

USCITA CINEMA: 13/04/2007
GENERE: Drammatico
REGIA: Milos Forman
SCENEGGIATURA: Milos Forman, Jean-Claude Carrière
ATTORI:
Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Blanca Portillo, Michael Lonsdale, José Luis Gómez, Mabel Rivera, Cayetano Martínez De Irujo, Craig Stevenson, Aurélia Thiérrée, Fernando Tielve, Antonio Bellido, Unax Ugalde

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Javier Aguirresarobe
MONTAGGIO: Adam Boome
MUSICHE: José Nieto (II), Varhan Bauer
PRODUZIONE: Kanzaman, Saul Zaentz Company, Xuxa Producciones
DISTRIBUZIONE: Medusa Film
PAESE: Spagna 2006
DURATA: 117 Min
FORMATO: Colore


I supplizi e le torture applicati dalla “Santa” Inquisizione nel corso dei secoli

L’Inquisizione nacque nel XII secolo come Istituzione della Chiesa Cattolica, la quale creò un tribunale ecclesiastico adibito ai processi contro catari e valdesi. Con il passare del tempo, il suo compito si specificò sempre di più nel ricercare e giudicare tutti gli eretici. Il criterio con cui si attribuiva a una persona il reato di eresia era alquanto discutibile e molto spesso i capi d’accusa erano del tutto privi di fondamento, tuttavia gli accusati arrivavano ad attribuirsi i più fantasiosi reati pur di porre fine alle atroci torture cui erano sottoposti.

L’esecuzione non era possibile senza una confessione, che non poteva certo essere estorta con le buone maniere. Si ricordano 3 Inquisizioni: quella medievale, quella spagnola e quella romana. Sebbene si collochino in luoghi ed epoche differenti, i loro metodi di procedura furono essenzialmente gli stessi.

Vennero impiegati antichi sistemi di tortura e ne furono inventati di nuovi, grazie anche al contributo di presunti esperti di stregoneria e demonologia. Essi erano convinti che il diavolo lasciasse un “marchio” sulla pelle del suo servo: segno invisibile, ma che rendeva insensibile la pelle in quel punto. Per questo le carni degli accusati venivano penetrate da lunghi spilloni fino a identificare il punto in cui il “servo di Satana” non provava dolore ovvero non urlava (magari perchè sfinito dalla tortura). Questa era considerata una prova sufficiente. I supplizi più usati furono i seguenti:

ANNODAMENTO: era una tortura specifica per le donne. Si attorcigliavano strettamente i capelli delle streghe a un bastone. Robusti uomini ruotavano l’attrezzo in modo veloce, provocando un enorme dolore e in alcuni casi arrivando a togliere lo scalpo e lasciando il cranio scoperto. Questa tortura fu usata in Germania anche contro gli zingari (1740-1750) e in Russia nel corso della Rivoluzione Bolscevica nel 1917-1918;

CREMAGLIERA: era un modo semplice e popolare per estorcere confessioni. La vittima veniva legata su una tavola, caviglie e polsi. Rulli erano passati sopra la tavola (e in modo preciso sul corpo) fino a slogare tutte le articolazioni;

CULLA DELLA STREGA: questa era una tortura a cui venivano sottoposte solamente le streghe. La strega veniva chiusa in un sacco poi legato a un ramo e veniva fatta continuamente oscillare. Apparentemente non sembra una tortura ma il dondolio causava profondo disorientamento e aiutava a indurre a confessare. Vari soggetti hanno anche sofferto durante questa tortura di profonde allucinazioni;

CULLA DI GIUDA O TRIANGOLO: l’accusato veniva spogliato e issato su un palo alla cui estremità era fissato un grosso oggetto piramidale di ferro. Alla fine alla vittima venivano fissati dei pesi alle mani e ai piedi;

DISSANGUAMENTO: era una credenza comune che il potere di una strega potesse essere annullato dal dissanguamento o dalla purificazione, tramite fuoco, del suo sangue. Le streghe condannate erano “segnate sopra il soffio” (sfregiate sopra il naso e la bocca) e lasciate a dissanguare fino alla morte;

FANCIULLA DI FERRO O VERGINE DI NORIMBERGA: era una specie di contenitore di metallo con sembianze umane (di fanciulla appunto) con porte pieghevoli. Nella parte interna delle porte, erano inserite delle lame metalliche. I prigionieri venivano chiusi dentro in modo che il loro corpo fosse esposto a queste punte in tutta la sua lunghezza, ma senza ledere in modo mortale gli organi vitali. La morte sopraggiungeva lentamente fra atroci dolori;

FORNO: questa barbara sentenza era eseguita in Nord Europa e assomiglia ai forni crematori dei nazisti. La differenza era che nei campi di concentramento le vittime erano uccise prima di essere cremate. Nel XVII secolo più di duemila fra ragazze e donne subirono questa pena nel giro di nove anni. Questo conteggio include anche 2 bambini;

GARROTA: non è altro che un palo con un anello in ferro collegato alla vittima, seduta o in piedi; le veniva fissato e andava stretto poi per mezzo di viti o di una fune. Spesso si rompevano le ossa della colonna vertebrale;

IMMERSIONE DELLO SGABELLO: questa punizione era usata più spesso sulle donne. La vittima veniva legata a un sedile che impediva ogni movimento delle braccia. Questo sedile veniva poi immerso in uno stagno o in un luogo paludoso. Varie donne anziane che subirono questa tortura morirono per lo shock provocato dall’acqua gelida. L’immersione dello sgabello era usata per le streghe in America e in Gran Bretagna nonché come punizione per crimini minori, prostituzione e ai danni dei recidivi;

IMPALAMENTO: è una delle più antiche forme di tortura. Veniva attuata per mezzo di un palo aguzzo inserito nel retto della persona, forzato a passare lungo il corpo per fuoriuscire dalla testa o dalla gola. Il palo era poi invertito e piantato nel terreno, così, queste miserabili vittime, quando non avevano la fortuna di morire subito, soffrivano per alcuni giorni prima di spirare. Tutto ciò veniva fatto ed esposto pubblicamente;

MASTECTOMIA: alcune torture erano elaborate non solo per infliggere dolore fisico, ma anche per sconvolgere la mente delle vittime. La mastectomia era una di queste. La carne delle donne era lacerata per mezzo di tenaglie, a volte arroventate. Uno dei più orribili casi noti in cui fu usata questa tortura era quello di Anna Pappenheimer. Dopo essere già stata torturata con lo “strappado”, fu spogliata, i suoi seni furono strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti a forza nelle bocche dei suoi figli adulti. Questa vergogna era più di una tortura fisica; l’esecuzione faceva una parodia sul ruolo di madre e nutrice della donna, imponendole un’estrema umiliazione;

ORDALIA DELL’ACQUA: in questo tipo d’ordalia, l’acqua simboleggia il diluvio dell’Antico Testamento. Come il diluvio spazzò via i peccati così l’acqua “pulirà” l’anima della persona. Dopo 3 giorni di penitenze, l’accusato doveva immergere le mani in acqua bollente, a volte fino ai polsi, in altri casi fino ai gomiti. Si aspettavano poi 3 giorni per valutare le sue colpe.

Veniva messa in pratica anche un’ordalia dell’acqua fredda. Alla persona imputata venivano legate le mani e i piedi con una fune, in modo tale che la posizione non fosse certo propizia per rimanere a galla dopodiché veniva immersa in acqua: se galleggiava, era sicuramente colpevole, in quanto l’acqua “rifiutava” una creatura demoniaca; se andava a fondo, era innocente, ma difficilmente sarebbe stata salvata in tempo;

ACQUA INGURGITATA: l’accusato, incatenato mani e piedi ad anelli infissi nel muro e posato su un cavalletto, è costretto a ingurgitare più di NOVE litri d’acqua, e ancora altrettanti se il primo tentativo non risulta convincente, per un totale di DICIOTTO litri.

ORDALIA DEL FUOCO: prima di iniziare l’ordalia del fuoco, tutte le persone coinvolte dovevano prendere parte a un rito religioso. Questo rito poteva durare fino a 3 giorni nel corso dei quali gli accusati dovevano partecipare a preghiere, digiuni, sottostare ad esorcismi, ricevere vari tipi di benedizioni e prendere i sacramenti; dopodiché aveva inizio l’ordalia che poteva avvenire in diverso modo. Uno di questi consisteva nel trasportare per una certa distanza un pezzo di ferro incandescente, di peso variabile tra mezzo chilo e un chilo e mezzo.

Un altro tipo di ordalia del fuoco consisteva nel camminare a piedi nudi sopra carboni ardenti, a volte con gli occhi bendati. Dopo la prova, le ferite venivano coperte e, allo scadere di 3 giorni una giuria controllava lo stato delle ustioni. Se le ferite non erano rimarginate l’accusato era colpevole, altrimenti era considerato innocente;

PERA: era un terribile strumento che veniva impiegato il più delle volte per via orale. La pera era usata anche nel retto e nella vagina. Questo strumento era aperto con un giro di vite da un minimo a un massimo dei suoi segmenti. L’interno della cavità ne risultava orrendamente mutilato, spesso mortalmente. I rebbi costruiti alla fine dei segmenti servivano per aumentare il danno fisico. Questa era una pena riservata alle donne accusate di avere avuto rapporti sessuali col Maligno;

PRESSA: anche conosciuta come pena forte et dura, era una sentenza di morte. Adottata come misura giudiziaria durante il XIV secolo, raggiunse il suo apice durante il regno di Enrico IV. In Bretagna venne abolita nel 1772;

PULIZIA DELL’ANIMA: era opinione diffusa in molte zone che l’anima di una strega o di un eretico fosse corrotta, sporca e covo di quanto di contrario ci fosse al mondo. Per pulirla prima del giudizio, qualche volta le vittime erano forzate a ingerire acqua calda, carbone, perfino sapone. La famosa frase “sciacquare la bocca con il sapone”, che si usa oggi, risale proprio a questa tortura;

ROGO: una delle forme più antiche di punizione delle streghe era la morte per mezzo di roghi, un destino riservato anche agli eretici. Il rogo spesso era una grande manifestazione pubblica. L’esecuzione avveniva solitamente dopo breve tempo dall’emissione della sentenza. In Scozia, il rogo di una strega era preceduto da giorni di digiuno e di solenni prediche. La strega veniva strangolata, avendo cura di farla rimanere in uno stato di stordimento; il suo corpo, a volte, era immerso in un barile di catrame prima di venire legato a un palo e messo a fuoco. Se poi, per qualche fortuita coincidenza la strega fosse riuscita a liberarsi dal palo e ad uscire dalle fiamme, la gente la respingeva dentro;

RUOTA: in Francia e in Germania la ruota era popolare come pena capitale. Era simile alla crocifissione. Alle vittime venivano spezzati gli arti e il corpo veniva sistemato tra i raggi della ruota che veniva poi fissata su un palo. L’agonia era lunghissima e poteva anche durare dei giorni;

SEDIA INQUISITORIA: era una sedia provvista di punte e aculei alla quale il condannato era legato mediante strette fasciature. Il fondo poteva essere arroventato per produrre gravi ustioni;

SEGA: terribile metodo di esecuzione applicato, nella maggior parte delle volte, agli omosessuali. Il condannato veniva appeso a testa in giù con le gambe divaricate e con una sega veniva tagliato in 2 verticalmente. Veniva tenuto a testa in giù affinché il dissanguamento fosse più lento e perchè il maggior afflusso di sangue al cervello acuisse la sensibilità al dolore. Pare anche che la vittima restasse cosciente finchè la sega arrivava al cranio;

SQUASSAMENTO: era una forma di tortura usata insieme alla “strappata”. L’accusato qui veniva sempre issato sulla carrucola, ma con dei pesi legati al suo corpo che andavano dai 25 ai 250 chili. Le conseguenze erano gravissime;

STIVALETTO SPAGNOLO: le gambe venivano legate insieme in una sorta di stivale di ferro, che il boia stringeva fino allo spappolamento delle ossa;

STRAPPATA: l’accusato veniva legato a una fune e issato su una sorta di carrucola. L’esecutore faceva il resto tirando e lasciando di colpo la corda e slogando, così, le articolazioni;

TORTURA DELL’ACQUA: veniva inflitta frequentemente a personaggi compromettenti, dal momento che i suoi risultati non erano visibili esteriormente. Veniva fatta ingurgitare all’accusato una quantità spropositata d’acqua, finché il suo ventre non raggiungeva dimensioni abnormi, quindi veniva messo a testa in giù perchè la massa d’acqua pesasse sul diaframma e sui polmoni. Oltre al fortissimo dolore, ciò provocava gravi strappi e lesioni agli organi interni.


Le torture della “Santa” Inquisizione


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 11

Secondo il Malleus Maleficarum il compito di istruire il processo spettava comunque al prete, al quale si concedevano in ogni caso tempi molto brevi. Chi mancava di denunciare una strega poteva essere scomunicato a sua volta e correva il rischio di essere interrogato (e torturato) se questa sua mancanza risultava in qualche modo sospetta. Il prete doveva comunque aver bene in mente che il potere della strega era sempre legato alla sua sessualità e che questa irrefrenabile tendenza alla lussuria poteva derivare solo dal diavolo: “…tutte queste cose provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile…. e non c’è da stupirsi se tra coloro che sono infetti dall’eresia delle streghe ci sono più donne che uomini. Sia benedetto l’Altissimo che sinora ha preservato il sesso maschile da così grande flagello.”

Se si sospettava che una donna avesse rapporti con il demonio era considerato indispensabili neutralizzare i suoi poteri prendendo specifiche precauzioni. Per evitare che, attraverso il contatto con la terra, acquisisse nuova forza dalle potenze malefiche, la si trasportava su un’ asse di legno o dentro a un cesto. Quando veniva introdotta nell’aula del Tribunale i carcerieri la facevano camminare all’indietro e avevano cura che non potesse guardare (o toccare) gli Inquisitori prima che costoro guardassero lei. Il Malleus racconta di streghe che il diavolo aveva dotato della capacità di restare in silenzio in tutte le circostanze e quali che fossero le torture alle quali erano sottoposte e illustra i mezzi con i quali questa resistenza poteva essere infranta: cita, a questo proposito, i brillanti risultati ottenuti dall’Inquisitore di Como che nel 1485 (dunque nel corso di  un solo anno)  era riuscito a ottenere una piena confessione da 41 maliarde (poi, naturalmente, mandate al rogo) facendole depilare completamente. Il libro spiega poi la vera ragione per cui le streghe, qualsiasi cosa si faccia loro, non possono piangere, fatto che, a quanto pare era noto a tutti: il significato simbolico delle lacrime è legato alla purezza del cuore di chi le versa, cosa che il mondo cattolico ha ben recepito da una semplice frase di San Bernardo: “Le lacrime degli umili possono attraversare il cielo e conquistare l’inconquistabile”.

Certo si è che i due domenicani hanno una incredibile faccia tosta e ci sono parti del libro manca completamente di pudore e ci sono parti in cui vengono descritti eventi assolutamente incredibili con la naturalezza e la semplicità di chi ne è stato consapevole testimone. Nella III Parte, XV Quaestio, si raccontano in dettaglio i “noti fatti” di Ratisbona, città nella quale i carnefici avevano cercato invano di portare a termine l’esecuzione di un certo numero di eretici che l’Inquisizione aveva condannato: li avevano messi sul rogo ed erano sopravvissuti alle fiamme senza riportare alcun danno; avevano cercato di annegarli, niente, si trattava di eretici apparentemente invulnerabili. L’evento stava cominciando a rappresentare un rischio per la popolazione dei fedeli, alcuni dei quali avevano cominciato a porsi domande sul significato di una eresia che concedeva tali privilegi e sulla correttezza della condanna. Dopo aver imposto a tutti alcuni giorni di digiuno, il Vescovo della città consigliò di eseguire una più attenta perquisizione dei loro corpi e, ben nascosti sotto le ascelle, furono scoperti gli strumenti demoniaci che avevano donato loro quella invulnerabilità.

I giudici utilizzavano, nel corso dei processi, tecniche che dimostravano l’esistenza di una notevole esperienza e di una sofisticata conoscenza della psicologia. Essi sapevano quanto erano importanti, per far crollare anche le persone apparentemente più forti, la solitudine, l’incertezza, la paura delle torture e perciò alternavano minacce e menzogne a studiati silenzi. Il Malleus, ad esempio, consiglia di promettere, in cambio di una piena confessione, il risparmio della vita, senza però specificare che quella vita sarebbe stata interamente vissuta in carcere; di dimostrare compassione e giurare di aver personalmente rinunciato a ogni ipotesi di condanna, per poi far emettere la sentenza da un altro giudice; di promettere misericordia, intendendo misericordia verso se stesso e verso lo Stato, in quanto tutto quello che viene fatto in favore della Chiesa e dello Stato è un atto di misericordia.


La pratica della mutilazione genitale femminile.Forse tu non sai: ogni 11 secondi….

Edvige Bilotti

In questo lavoro tratterò della pratica della mutilazione genitale femminile (MGF)1 tentando di presentare questo tema in una prospettiva che si distacca dalla maggior parte della letteratura sull’argomento che si basa generalmente su preoccupazioni di tipo medico e sull’impegno politico per abolire la pratica. L’approccio analitico di questo studio è quello di un’indagine contestualizzata che faccia riferimento alle specificità socioculturali e storiche della MGF; esaminerà i significati ed i valori specifici attribuiti a questa usanza secondo i contesti culturali ed ideologici all’interno delle reti locali di potere e le complesse relazioni che modellano la vita delle donne.

Seguendo Chandra Mohanty2, questo saggio tenta di evitare la trappola analitica di alcune supposizioni etnocentriche occidentali nella rappresentazione delle donne del terzo mondo come di un gruppo omogeneo e coerente unificato dalla condizione di essere oppresse dalle loro società patriarcali e culture `tradizionali’ maschiliste. In alcuni lavori di femministe occidentali3 le donne del terzo mondo sono state costruite come una categoria universale e astorica. La presupposta validità di questa categorizzazione viene applicata universalmente attraverso civiltà diverse. Le donne del terzo mondo sono accomunate in una nozione di identicità della loro oppressione e sfruttamento. Sono rappresentate come vittime senza potere di un sistema socioeconomico dominato dagli uomini.
La presupposizione problematica di alcune femministe occidentali é l’uso di una categoria monolitica, unica di patriarchia che non indirizza processi storici specifici e le dinamiche coinvolte nella formazione di reti di potere all’interno delle società locali.
Così, in molta parte del discorso femminista occidentale, le complessità delle vite delle donne del terzo mondo sono rese omogenee e situate riduttivamente in una struttura astorica. Il presupposto é che sono costituite come entità separate prima di entrare nel complesso sistema di relazioni sociali, significati e credenze. Ogni interazione tra queste donne ed il contesto di riferimento viene negato così come il loro contributo alla formazione di sistemi di valori all’interno di esso.
Anche scrivendo con vari gradi di accuratezza, molti testi femministi sono accomunati da una premessa simile che vittimizza le donne del terzo mondo. Le donne sono definite come vittime della società islamica, vittime del colonialismo, vittime del processo di sviluppo o vittime della violenza maschile.
Nel discutere la pratica della MGF molte femministe occidentali come Fran Hosken e Mary Daly, per esempio, si riferiscono alle donne praticanti come sessualmente oppresse e vittime della violenza maschile.
Hosken4 giudica la MGF come una forma di violenza da parte degli uomini sulle donne. La paragona allo stupro, alle percosse, alla prostituzione forzata ed allapurdah (segregazione delle donne). Tutte sono viste come “violazioni dei diritti umani fondamentali” portati avanti con “uno stupefacente consenso tra gli uomini”5. Nei suoi scritti le donne diventano a livello mondiale un gruppo omogeneo in una “retorica totalizzante che confidenzialmente parla del genere femminile come di una categoria universale”6. Le donne sono rappresentate come vittime della violenza maschile e sono ridotte ad una unità universale basata sulla nozione riduttiva della loro oppressione. Anche istituzioni come la purdah o il velo sono associate con la violenza maschile e spiegate in termini di oppressione sessuale e sottomissione. La specificità culturale ed il processo storico della pratica sono ignorati. Per esempio, la differenza tra l’uso del velo in Iran imposto dalla legge islamica, in opposizione alla scelta del velo come elemento di identità culturale, usato per opporsi all’imperialismo culturale occidentale. Come simbolo della tradizione islamica, la diffusione del velo é aumentata significativamente in reazione alla invadente presenza occidentale.
Daly7 presenta un approccio simile a quello di Hosken. Fa un problematico confronto di costumi di periodi storici diversi confrontando l’Africa di oggi con l’Europa medievale. In particolare fa un parallelo tra la MGF e le cinture di castità usate in Europa nel medioevo, la fasciatura dei piedi praticata in Cina fino all’inizio di questo secolo e la sepoltura di bambine vive nell’Arabia preislamica. Nella sua analisi queste pratiche sono rappresentate come sintomatiche di una cospirazione misogina universale. Daly cade nella trappola analitica che fa presumere che un sistema patriarcale unico, astorico caratterizza la maggior parte delle società e struttura le donne come un gruppo oppresso. La struttura del mondo é interpretata e definita in termini dicotomici che oppone le donne agli uomini.
Nell’analizzare la pratica della MGF descriverò le sue diverse forme, l’origine storica e la distribuzione geografica. L’indagine nel contesto socioculturale comporta l’esame della religione e dei valori morali così come delle credenze culturali e delle tradizioni all’interno della struttura sociale e familiare. La premessa teorica é che le donne sono costituite come donne attraverso la loro complessa interazione con cultura, religione, sistemi di significati e credenze, reti locali di potere, gerarchie di istituzioni e altre strutture ideologiche. Le donne sono definite da questo contesto ed all’interno di questo sotto specifiche condizioni. Loro stesse contribuiscono a formare e determinare queste relazioni in vari modi attraverso dimensioni sociali specifiche. Anche se diversi e contraddittori i livelli sociali si sovrappongono e sono intrinsecamente interrelati e vengono separati qui solo per necessità di astrazione analitica.
In questo lavoro tenterò di rispondere al bisogno di un approccio contestualizzato che eviti giudizi secondo standard occidentali. Gli occidentali tendono a vedere questa pratica semplicemente come un atto di violenza contro le donne che deve essere abolito. Inoltre, formulazioni semplicistiche e riduttive che limitano la definizione di donne all’identità di genere creano “un falso senso di comunione di oppressione, intenti e lotte tra le donne globalmente.”8 Anche in un contesto di impegno per abolire la MGF, ciò non solo é inefficace ma anche controproducente nell’organizzare efficaci strategie di resistenza politica per combattere forme di oppressione. Oltre la `sorellanza’ ci sono complesse condizioni culturali e specificità storiche da capire e rispettare.
La maggior parte degli studiosi/e9 si trovano d’accordo nel classificare la MGF, popolarmente chiamata circoncisione femminile, in tre tipi base, una tipologia che riflette vari gradi di gravità.10
La circoncisione, che consiste nella recisione del prepuzio della clitoride, è la forma più blanda perché preserva la clitoride e le parti posteriori più ampie delle piccole labbra. Nella cultura islamica, la circoncisione è conosciuta come sunna che in arabo significa “tradizione” poiché viene suggerita da alcune ahadith(massime del profeta Maometto). Questa è l’unica forma che può essere eguagliata alla circoncisione maschile nella quale il prepuzio del pene viene rimosso.11
La clitoridectomia o recisione è la pratica più comune e implica la rimozione dell’intera clitoride insieme con tutta o una parte delle piccole labbra. Nell’arabo classico questa forma viene chiamata khafd che significa riduzione ed è più popolarmente conosciuta con il termine tahara che ha il significato di purificazione.12
L’infibulazione è la forma più severa di questa pratica. Il termine deriva dal latino fibula, la spilla utilizzata per agganciare la toga romana. La fibula era usata inoltre per prevenire il rapporto sessuale tra gli schiavi; veniva fissata attraverso le grandi labbra delle donne e attraverso il prepuzio degli uomini. Questo aveva lo scopo di assicurare la fedeltà delle schiave, di evitare gravidanze che avrebbero ostacolato il loro lavoro13 e infine d’impedire agli schiavi o ai gladiatori di affaticarsi con le donne.14 L’infibulazione è conosciuta anche come “circoncisione faraonica”, perché si crede che venisse praticata in Egitto durante il periodo delle dinastie dei Faraoni (2850-525 A.C.).
L’infibulazione comporta il taglio della clitoride, delle piccole labbra e delle grandi labbra. Le rimanenti estremità delle grandi labbra sono quindi cucite insieme in modo tale che l’orifizio vaginale venga chiuso. Durante il processo di guarigione viene inserita nella vagina una scheggia di legno per poter permettere il passaggio dell’urina e del sangue mestruale. A seconda dei differenti costumi, la ferita viene cucita con filo di seta o per suture (in Sudan) o con spine di acacia (in Somalia). Per facilitare la cicatrizzazione vengono impiegate sostanze adesive come il mal-mal ( una mistura di pasta composta da zucchero e gomma), tuorlo d’uovo e zucchero, succo di limone o miscugli di erbe. Per aiutare la guarigione e per dissipare gli odori sgradevoli, derivanti dall’urina e dalla coagulazione del sangue, vengono arse sotto la ragazza delle erbe aromatiche tradizionali (e.g. asal) e della linfa essiccata.15 Le ceneri usate per controllare l’emorragia, in special modo nelle aree rurali dell’Africa occidentale, sono spesso causa d’infezioni violente. In seguito all’operazione, le gambe della ragazza vengono legate e viene così immobilizzata per diverse settimane finché la ferita della vulva non guarisce. La prima notte di nozze la cicatrice dei genitali deve essere defibulata per consentire la penetrazione. Generalmente in seguito ad ogni nascita la reinfibulazione viene praticata per restituire al corpo della donna la sua “condizione prematrimoniale”.
Gli strumenti impiegati per compiere la MGF comprendono coltelli, lame di rasoi, forbici e pezzi di vetro. Raramente questi strumenti vengono sterilizzati prima dell’operazione e tranne che negli ospedali, l’anestesia non è quasi mai impiegata. Tradizionalmente, l’operazione è eseguita dalle donne più anziane, di solito levatrici locali, conosciute come Gedda in Somalia o Daya in Egitto e in Sudan. Per le levatrici, queste operazioni costituiscono una fonte redditizia di guadagno. Nel Mali e nel Senegal questa pratica viene condotta da donne appartenenti alla casta dei “fabbri”, dotate della conoscenza dell’occulto.16 Nelle aree urbane di questi paesi, le operazioni vengono frequentemente eseguite negli ospedali da medici professionsti.
L’età per la circoncisione cambia sia geograficamente che per gruppo etnico di appartenenza. Sebbene l’età per la pratica varia da una settimana di età fino ai venti anni, viene eseguita sempre più spesso su bambine tra i tre e gli otto anni. Recentemente si è verificata una tendenza verso un’età persino più prematura per minimizzare la resistenza al terribile dolore. Verzin (1975) ha sintetizzato le età in cui la circoncisione femminile viene effettuata come segue: otto giorni dalla nascita – Etiopia; dieci settimane dalla nascita – Arabia; dai tre ai quattro anni (circoncisione e recisione) – Somalia; dai tre agli otto anni – Egitto; dai cinque agli otto anni – Sudan; dagli otto ai dieci anni (infibulazione) – Somalia; poco dopo il matrimonio – Tribù Masai.
L’origine della pratica della MGF è sconosciuta. Non esistono testimonianze conclusive che indichino come e quando l’usanza sia iniziata e in che modo si sia diffusa. Non vi è accordo se le operazioni siano nate in un posto per poi diffondersi, o se queste venissero praticate da differenti gruppi etnici in aree diverse e in diversi periodi. Tuttavia esistono due teorie principali che riguardano le origini della pratica: una sostiene che l’usanza iniziò in un luogo (la penisola araba o l’Egitto) per poi propagarsi in altri posti; l’altra argomenta che questa visione sia abbastanza improbabile perché le operazioni sono talmente diffuse che non possono aver avuto origini comuni. Per gli autori che sostengono quest’ultima teoria, la pratica si sviluppò in maniera indipendente, in posti diversi e in momenti storici differenti.17
Sembra che in tutte le società in cui la circoncisione femminile viene praticata ci sia anche quella maschile. La circoncisione maschile è raffigurata in rilievi della tomba egiziana di Ankh-Ma Hor della sesta dinastia (2340-2180 A.C.) e in altre rappresentazioni egiziane che risalgono ai tempi faraonici.18 Ma risulta poco chiaro se la recisione e l’infibulazione ebbero uno sviluppo parallelo. Comunque, per il primo millennio A.C., c’è la prova certa che il costume fosse praticato in Egitto. La più antica fonte conosciuta che registra l’uso è l’opera di Erodoto (484-424 A.C.). Egli afferma che la recisione era praticata dai fenici, dagli ittiti e dagli etiopi, come pure dagli egiziani.19 Attorno al 25 A.C., Strabone, il geografo e storico greco, racconta che gli egiziani circoncidevano i ragazzi e praticavano la recisione alle ragazze.20 Un’altra testimonianza si trova anche nella letteratura medica. Soramus, un medico greco, il quale praticava intorno al 8 A.D. ad Alessandria e a Roma, fornisce una descrizione dettagliata dell’operazione della recisione e degli arnesi impiegati in Egitto. Un altro medico, Aetius (502-575 A.D.), descrive l’operazione in maniera simile. Entrambi sostengono che lo scopo era quello di far diminuire il desiderio sessuale femminile.21
Inoltre, alcuni archeologi asseriscono che le buone condizioni di conservazione delle mummie egiziane testimoniano l’usanza della clitoridectomia. Generalmente si conviene che la recisione fosse praticata soprattutto dalle classi governanti, era un segno distintivo per le donne appartenenti alle famiglie reali e per la casta dei sacerdoti d’Egitto.22 Si pensava che le donne fossero le sole detentrici dell’arte magica e la MGF era il tentativo di tenere sotto controllo questo “potere”.23
Secondo alcune fonti, ebrei e arabi acquisirono le pratiche della clitoridectomia e dell’infibulazione in Egitto. Durante la conquista del nord Africa gli arabi raccolsero questi usi e li diffusero in altre parti del mondo.
La MGF è praticata principalmente da musulmani24 ma anche da cristiani, animisti, atei ed ebrei (anche se solo dai Fellashas che abitano in prossimità del Gondar in Etiopia). L’usanza è estesa in quelle aree in cui predominano la povertà, l’analfabetismo e precarie condizioni sanitarie e laddove lo stato socioeconomico delle donne è basso. La MGF viene messa in pratica in più di ventisei regioni del continente africano, in alcune zone della penisola araba e in Asia.
Come mostra la mappa qui sotto, la MGF è presente da un lato all’altro dell’Africa, tra il tropico del Cancro e l’Equatore. La recisione è documentata nel sud della penisola araba e nei luoghi circostanti il Golfo Persico, che includono lo Yemen del sud, l’Oman, gli Emirati Arabi e il Bahrain. L’infibulazione viene praticata dai musulmani in Somalia, in quei territori abitati dai somali in Etiopia, Kenya e Djibouti, nel Sudan (eccezione fatta per i non musulmani residenti nel sud della provincia), nella Nigeria del nord e in alcune parti del Mali.
Le forme più blande della MGF, che sono probabilmente legate al processo d’islamizzazione, sono eseguite in Asia dalle popolazioni musulmane della Malesia e dell’Indonesia.
Secondo alcuni autori,25 la pratica è stata riscontrata anche tra le tribù aborigene dell’Australia come pure tra quelle del Pakistan, Sri Lanka, Perù, Brasile, Messico dell’est e in Russia.26 Ma questi sono casi sporadici ed isolati.
La pratica non è presente solo nelle società non occidentali. Gli immigrati africani hanno portato queste usanze negli Stati Uniti e in Europa27, in particolare in Gran Bretagna e Francia.
Nel tentativo di spiegare le ragioni della MGF prenderò in considerazione: a) l`associazione con la religione; b) le credenze culturali e l’immagine del corpo; c) la tradizione
a) Malgrado la MGF non sia centrale all’insegnamento delle tre religioni monoteistiche (giudaismo, cristianesimo e islamismo), alle quali la maggior parte dei gruppi praticanti appartengono, si ritiene che la pratica sia un requisito religioso. La risposta più comune per giustificare il costume è per mantenere fede ai comandamenti religiosi.32 La religione che ha maggiormente abbracciato quest’usanza è l’islamismo. Sebbene l’origine della MGF non sia islamica33, è proprio nelle tradizioni musulmane che risiede la sua forza.
Con il sorgere di tradizioni islamiche, come il velo e la clausura,34 la MGF ha guadagnato d’importanza, non solo perché alcuni ahadith sono in favore della sunna, ma anche perché l’islamismo, come la maggior parte delle altre religioni, considera la sessualità femminile come un istinto “lussurioso” che deve essere controllato. Una grande importanza viene data alla “modestia” e alla “castità” delle donne. Quindi, malgrado la MGF non sia prescritta dal Corano, si è diffusa più nelle culture musulmane che altrove. In ogni modo, non tutti i musulmani seguono il costume, come negli esempi dell’Arabia Saudita, Iraq, Iran, Algeria, Marocco, Tunisia e Libia.
La visione comune sostenuta dalle religioni, che la sessualità femminile abbia bisogno di essere controllata, considera il sesso come “qualcosa” di vergognoso che può essere praticato esclusivamente all’interno della struttura di un matrimonio ufficiale, a fini riproduttivi35. La `purezza sessuale’ di una donna rappresenta l’onore della famiglia36; qualsiasi trasgressione viene condannata sia dalla famiglia sia dalla società.
Perciò la rimozione degli organi genitali femminili esterni è un provvedimento atto a ridurre il desiderio sessuale, necessario per salvaguardare la verginità e l’onore della donna e per rafforzare la sua fedeltà. Viene inoltre considerata necessaria per impedire la masturbazione, proibita dalla legge islamica.37
La clitoridectomia e l’infibulazione non erano prescritte dal Corano ma sono state associate ad esso. In un hadith, viene riportato che a Medina il profeta Maometto disse ad una donna che voleva sottoporsi all’operazione: “Tocca ma non distruggere; è più illuminante per la donna e più piacevole per il marito” e in un’altra dichiarazione il profeta dice: “Non eccedere, è piacevole per la donna e preferibile per l’uomo.
(Abdalla)”. Queste affermazioni confermano l’atteggiamento positivo delle scritture sacre islamiche verso la sessualità, piuttosto che il contrario.
Un altro hadith, attribuito al Profeta, asserisce che la circoncisione è una necessità per gli uomini, ma solamente un “ornamento” per le donne.38
La MGF si ritrova anche tra i cristiani e gli ebrei. Anche queste religioni di tipo patriarcale condividono la credenza che la sessualità delle donne debba essere repressa perché è essenzialmente peccaminosa e incita alla tentazione. Le donne sono ritenute più inclini alle passioni e alle emozioni, piuttosto che all’intelletto e alla condotta razionale. Anche in queste religioni la pratica non è ordinata dalle sacre scritture ma fuorvianti interpretazioni dei principi religiosi hanno aiutato la sua legittimizzazione.
b) In aggiunta alla religione, sono state avanzate molte considerazioni al fine di spiegare la MGF nel contesto delle culture antiche. Secondo una delle interpretazione la pratica è stata vista come un’offerta o un sacrificio alla divinità della fertilità39.
Un’altra possibile spiegazione la suggerisce Meinardus (1967) che mette in relazione la MGF con la credenza faraonica nella bisessualità degli dei; da qui la credenza che ogni persona sia dotata di un’anima maschile e di una femminile. Le società che credono nella natura duale e androgina dei bambini pensano che la parte femminile della natura dei ragazzi risieda nel prepuzio del pene, mentre la parte maschile della natura delle ragazze risiede nella clitoride.
Come parte del rito di passaggio nel mondo degli adulti, gli adolescenti devono perdere i segni della loro dualità sessuale, così da poter assumere il loro ruolo di adulti. L’alterazione genitale realizza la definizione sociale del sesso di un bambino e l’affermazione dell’identità del genere.40
Nel Mali, i Bambara e i Dogon credono che i bambini abbiano due anime; l’anima femminile del ragazzo risiede nel prepuzio (elemento sessuale femminile) e l’anima maschile della ragazza” è nella clitoride (elemento sessuale maschile). I ragazzi e le ragazze sono considerati impuri poiché possiedono elementi di entrambi i sessi. Di conseguenza, la circoncisione maschile diventa necessaria per rimuovere l’aspetto femminile dell’anatomia del ragazzo, mentre la clitoridectomia elimina l’aspetto fallico dell’anatomia sessuale delle donne.41 Il prepuzio e la clitoride sono considerati la sede di una forza demoniaca del disordine chiamata Wanzo la quale impedisce la fertilità e l’accesso al mondo degli adulti. La circoncisione ha quindi il duplice compito di definire l’identità del genere e di distruggere il potere malefico.42
Alcuni studiosi interpretano la pratica in termini di “riti iniziatici” come passaggio dalla pubertà all’età adulta.43Nella tradizione di molti gruppi etnici (nel Sudan settentrionale i Kikuyu nel Kenya, i Toguana in Costa D’Avorio, i Bambara nel Mali), l’evento è accompagnato da una cerimonia elaborata, con rituali carichi di significati simbolici (canzoni, danze, abiti speciali e cibo). Nel Sudan la ragazza che deve essere sottoposta all’operazione è chiamata arusa, la” giovane sposa”, che allude “al futuro legame matrimoniale e al ruolo sessuale della futura moglie”.44 La donna è vestita da sposa, indossa gioielli d’oro ed è abbellita con l’henna.45 Le donne che partecipano alla cerimonia incoraggiano la ragazza con lo zagarid (ululato per un lieto evento). In seguito all’operazione la ragazza viene distesa su un letto e adornata con fili rossi, con una collana di perle e con uno scarabeo che sono ritenuti capaci di accelerare il processo di guarigione e di proteggere dal male. Le ragazze ricevono doni in soldi, oro e abiti. I regali che si accompagnano all’elaborata cerimonia così come la competizione dei propri coetanei servono come forte allettamento per le giovani ragazze.
Alcune tribù conducono la ragazza ad un fiume, preferibilmente al tramonto, che è anche una forma di mushahra (cura) della condizione di kabsa (pericolo rituale) che colpisce le ragazze da poco circoncise. La celebrazione segue un modello simile per tutte le classi sociali ed è praticata ancora oggi.
In altre aree, come la Somalia, il rituale è molto meno elaborato. La cerimonia include tè, dolci e porridge con ghee (burro). Durante l’operazione i parenti e le donne, che seguono l’evento, cantano e gridano per coprire le urla della vittima e per offrire un sostegno emotivo. Dopo l’operazione, la ragazza deve rimanere in casa per un periodo di quaranta giorni per salvaguardarsi dai jinns (influenze malefiche) che si ritiene possano scatenarsi nel periodo che segue un evento importante (circoncisione, matrimonio, nascita o funerale). Nelle aree urbane l’operazione avviene durante le vacanze scolastiche (da luglio a ottobre); in quelle rurali il periodo abituale è la fine della primavera o l’autunno perché coincide con il termine della stagione piovosa e le ragazze sono ben nutrite e in grado di tollerare l’operazione.46
Certi gruppi etnici come i Tagouana della Costa D’Avorio, credono invece che la circoncisione intensifichi la fertilità47. Ironicamente l’operazione è spesso la causa di gravi problemi di salute il cui risultato è la sterilità.
Altre tribù come i Mossi dell’Alto Volta e i Dogon del Mali credono che la clitoride sia un organo pericoloso. Si pensa che durante il parto il contatto con la clitoride possa provocare la morte del nascituro. I Bambara del Mali credono addirittura che la clitoride possa uccidere un uomo se, durante il rapporto, entra in contatto con il suo pene.48
Un’altra ragione per la pratica consiste nel ritenere che la `clitoridectomia’ sia necessaria per diventare `puliti’ e `puri’. Specialmente in paesi dell’Africa orientale (Egitto, Sudan, Somalia, Etiopia), i genitali femminili esterni sono considerati “sporchi”. Per esempio, in Egitto la ragazza non ancora circoncisa è chiamata nigsa(impura, sporca) e nel Sudan il termine colloquiale per la circoncisione è tahur49 (depurazione, purificazione).
Per di più, nel Mali, la clitoride è considerata `brutta’ che diventa una giustificazione per la recisione. Anche in Mauritania, la clitoridectomia è eseguita per bellezza50 ed è conosciuta come tizian, che significa rendere più belli, e gaad che vuol dire tagliare e rendere uniforme.51
Come già visto, il concetto di bellezza e dell’immagine del corpo varia da cultura a cultura52. Quelli che seguono sono i resoconti dei diversi costumi del mondo circa la trasformazione del corpo effettuata sulla base di determinate idee di bellezza, socialmente accettate. “Tutte le culture possiedono una propria nozione su come il corpo dovrebbe essere modellato, sulle sue dimensione e sul suo ornamento. Le immagini di come dovrebbe essere un “bel” corpo sono incredibilmente varie; l’apparenza formale del corpo in un gruppo potrebbe sembrare non del tutto umana a un rappresentante di un altro gruppo”.53
I gruppi etnici dell’Africa occidentale, Australia, Nuova Guinea, Nuova Zelanda, Melanesia e Polinesia praticano il tatuaggio dei visi. Invece di usare i colori incidono la loro faccia con disegni simbolici. L’operazione è talmente dolorosa ed il loro viso così tumefatto che, per nutrirsi, hanno bisogno di imbuti speciali.54
In Nuova Zelanda , le donne e gli uomini oltre al viso si tatuano cosce e natiche. L’arte del tatuaggio è un’operazione lunga e dolorosa eseguita da artigiani esperti i quali si servono dell’ushi, uno strumento sottile e appuntito con un’estremità tagliente di diverse misure. La fine dell’operazione è spesso segnata da una funzione sociale e da una festa cerimoniale.55
Alcune popolazioni indigene che abitano in villaggi dell’Amazzonia brasiliana praticano l’allargamento del labbro e dell’orecchio. I Ge, i Tchikrin e i Kayapo perforano i lobi dei neonati con dei grandi tappi per le orecchie a forma di sigaro. Al momento dello svezzamento, le labbra dei bambini vengono forate e gradualmente allargate.56
Anche nei paesi occidentali sono diffusi “miglioramenti” del corpo piuttosto dolorosi. La chirurgia estetica, che comprende la riduzione o l’aumento del seno, la liposuzione, il lifting facciale, è largamente eseguita per una specifica immagine del corpo.57
c) Anche la tradizione è una giustificazione ampiamente sostenuta per il persistere della MGF. Essa é regolarmente eseguita come una parte integrale della conformità sociale e in linea con l’identità della comunità58. Per una famiglia tradizionale è estremamente raro mettere in discussione l’essenza dell’usanza che è sostenuta da una consuetudine profondamente radicata. La tradizione viene data per scontata, “porta con sé la sua stessa validità e lo status quo non è mai messo in dubbio”59. Sembra che le `ragioni’ siano razionalizzazioni che tentano di spiegare un costume che “si è così completamente intessuto nella struttura di alcune società, che le “ragioni” non sono più particolarmente rilevanti, poiché invalidandole la pratica non cessa”.60
La MGF è profondamente radicata in paesi sottosviluppati dove l’analfabetismo e la miseria sono molto diffusi, dove le donne devono lottare quotidianamente per sopravvivere e per soddisfare fabbisogni primari. Esse crescono nel contesto delle loro norme culturali, vivono con l’idea che una ragazza non circoncisa sia inaccettabile e non sarà chiesta in matrimonio, che è quasi l’unica soluzione per assicurarsi un futuro. In una cultura in cui i valori, fortemente radicati, di castità prematrimoniale e matrimonio sono intrinsecamente legati alla MGF, la sofferenza fisica è preferita all’ostracismo destinato ad una ragazza non circoncisa.61Questo spiega perché le donne siano le più convinte sostenitrici della pratica e perché le sofferenze ed il rischio di gravi infezioni siano spesso viste come preferibili alla condizione di essere una reietta non circoncisa.
Per diversi secoli il tema dell’MGF è stato nascosto nel segreto e nei tabù. Recentemente il problema è stato portato alla luce da femministe, professionisti sanitari e scienziati sociali62 La pratica ha suscitato in occidente una reazione di grande sdegno, orrore e condanna. Se da una parte questo ha aiutato a rompere il silenzio intorno all’argomento, dall’altra, senza il riconoscimento della complessità e delicatezza del problema, ha aumentato la distanza tra i movimenti femministi dell’occidente e quelli del Terzo Mondo. L’occidente interpreta la MGF come una forma di tortura e di violazione dei diritti umani fondamentali.
L’indignazione dell’occidente è stata respinta come imperialistica, ignorante e aggressiva. Alcune femministe africane hanno criticato la campagna occidentale contro la pratica denunciandone “l’ignoranza” e “la totale mancanza di considerazione del particolare contesto nel quale le donne africane stanno lottando”.63 La risposta è stata che “è essenzialmente del popolo africano e in particolare delle donne africane, il compito di decidere di mobilitarsi e combattere contro certi aspetti della loro realtà – quelli che vanno cambiati più urgentemente e di decidere in che modo quella lotta dovrebbe essere intrapresa”.64 Hanno enfatizzato il diritto alle differenze culturali e alla difesa dei valori tradizionali. Questa posizione nega agli occidentali il diritto d’interferire in questi problemi culturali.
Le femministe occidentali nell’opporsi alla pratica hanno capito che nessun cambiamento è possibile senza la partecipazione consapevole delle donne africane. Le campagne sono iniziate ad essere organizzate con più sensibilità e una migliore comprensione del contesto socio-culturale. La complessità del problema richiede un approccio multidisciplinare di natura comprensiva. Una campagna di successo ha bisogno di una combinazione di interventi legislativi ed educativi sostenuti dai capi religiosi e da quelli civili che ricoprono posizioni influenti nelle loro comunità.
Durante il periodo coloniale, i tentativi per abolire la pratica attraverso delle leggi si rivelarono controproducenti. Inizialmente, per prevenire tensioni, i governi coloniali evitarono d’interferire nelle usanze locali di queste società. Quando intervenirono come in Sudan e Kenya65, dovettero affrontare un risentimento e un’opposizione locale molto forte. Le leggi speciali promulgate furono interpretate come una minaccia alla solidarietà nazionale e come un’intromissione di ordine culturale e sociale. Le leggi non furono mai accettate e la pratica diventò invece un simbolo di resistenza all’influenza straniera. Anche in altri regioni la MGF diventò un simbolo di identità nazionale, tradizione e autenticità.
I governi nazionali che seguirono all’indipendenza cercarono di eliminare la MGF tramite le vie legali. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, la legislazione non produsse un gran cambiamento e le usanze continuarono ad essere praticate di nascosto. In paesi come l’Egitto e l’Eritrea, l’infibulazione e la clitoridectomia diminuirono, ma non come risultato legislativo. In Egitto, sotto Nasser, le donne ottennero uguali opportunità nel campo educativo e lavorativo. In Eritrea, l’infibulazione fu bandita per merito delle campagne del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo al quale si associarono molte giovani ragazze66
Alla fine degli anni `70 l’argomento diventò una questione d’interesse internazionale. La pratica fu ampiamente discussa in conferenze promosse da organizzazioni internazionali come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)67, l’UNICEF (Fondo Internazionale di Emergenza per l’Infanzia delle Nazioni Unite), l’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, le Scienze e la Cultura) e da varie organizzazioni femminili. Nel 1982 la posizione dell’OMS era diventata molto chiara e determinata. Affermava che “i governi dovrebbero adottare chiare politiche nazionali per abolire la circoncisione femminile e per intensificare i programmi educativi così da informare il pubblico sulla dannosità della circoncisione femminile. In particolare le organizzazioni di donne a livello locale sono incoraggiate ad essere coinvolte, poiché senza la consapevolezza e l’impegno delle donne stesse, i cambiamenti sono poco probabili”.68 L’OMS e l’ UNICEF assicurarono ai governi la loro disponibilità a sostenere gli sforzi nazionali contro la MGF e a proseguire la collaborazione nella ricerca, diffusione dell’informazione e programmi educativi.
L’impegno politico delle femministe e dei gruppi internazionali per l’abolizione della pratica deve capire il contesto specifico per organizzarsi efficacemente per cambiarlo. Gli atteggiamenti eurocentrici che sono ancora impressi nella cultura occidentale dovrebbero essere riconosciuti ed evitati.
Ogni cultura segue i propri precetti morali e ha il proprio punto di vista. La maggior parte delle convinzioni riguardo i diritti umani non corrisponde a quelle espresse nel contesto dei dibattiti occidentali. La MGF è praticata da donne che vi credono fortemente. Essa non è percepita come una “mutilazione”, ma al contrario è pensata come un atto nel migliore interesse della donna. Nelle parole di Renteln: “La cultura è così potente nel modo in cui forma le percezioni degli individui, che capire il modo di vivere nelle altre società dipende dal riuscire a vedere a fondo in ciò che che si potrebbe chiamare la logica culturale interna”.69


1 L’espressione ” mutilazione genitale femminile” richiede dei chiarimenti. Nel saggio uso questa espressione con la consapevolezza che essa assume una connotazione negativa ed implica un giudizio di valore occidentale. Nonostante l’espressione MGF non sia neutrale e quindi non opportuna per un’analisi che voglia evitare un atteggiamento eurocentrico di condanna, ho scelto di usarla ugualmente come termine generale per questa pratica invece di far riferimento all’espressione popolare di ” circoncisione femminile” che in realtà ne costituisce solo la forma più leggera. Anche i termini di clitoridectomia e infibulazione sono parziali in quanto si riferiscono a forme specifiche e precise della MGF.
2 Mohanty 1982,333-34 , Mohanty 1991, 51-80, Muge Goceck e Balaghi ed., 1995, 5.
3 Tra le altre Fran Hosken, Mary Daly ecc.
4 Hosken 1982.
5 Hosken 1982, Mohanty 1991, 58.
6 Goldstein 1991, VIII.
7 Daly 1978.
8 Mohanty 1991, 68.
9 Tra le altre, Shandall 1967, Verzin 1975, Cook 1976, Abdalla 1982.
10 Il grado di gravità dipende dal costume locale, dall’abilità di chi opera e dagli strumenti usati. La maggior parte delle operazioni sono eseguite senza anestesia, spesso su bambine immobilizzate con la forza che spesso oppongono resistenza e ciò può provocare un taglio ancora più drastico.
11 Mettendo da parte, per il momento, il significato religioso e le numerose teorie che riguardano le origini della circoncisione maschile, dal punto di vista medico, distinto dal rituale, l’operazione consiste nella rimozione del prepuzio per consentirne il libero ritiro oltre il glande del pene, che ne impedisce l’infiammazione. Anche nel mondo occidentale l’operazione è stata praticata sempre più diffusamente come procedura igienica.
12 Vedi Karim e Ammar 1965a, Mustafa 1966, Shandall 1967, Meinardus 1967 e Assad 1980.
13 Widstrand 1965, Armstrong 1991.
14 Sequeira 1931, Hosken 1979.
15 Abdalla 1982, 19-20.
16 Dorkenoo e Elworthy 1992.
17 Abdalla 1982.
18 Barnes-Dean 1985.
19 Trimingham 1949, Kennedy 1970, Taba 1979.
20 Meinardus 1967.
21 Karim e Ammar 1965, Meinardus 1976, Hosken 1979, Abdalla 1982.
22 Abdalla 1982, 66.
23 Abdalla 1982.
24 Secondo The Hosken report, i musulmani sono l’unico gruppo che pratica l’infibulazione.
25 El Sadawi 1980, El Dareer 1982, Cutner 1985.
26 Attualmente non ci sono testimonianze ma nella Russia zarista, la setta degli Skopzi, un gruppo di monaci ortodossi, praticava la castrazione volontaria di ambo i sessi, per ragioni religiose. Lo scopo era ” di assicurare una verginità eterna”, citando San Matteo(XIX, 12) come loro autorità:”ci sono eunuchi che si sono resi eunuchi per il beneficio del Regno dei Cieli” (Verzin 1875).
27 In Europa e negli Stati Uniti tali operazioni erano eseguite tra le classi medio-alte durante la seconda metà del XIX secolo e all’inizio del XX: venivano impiegate come rimedi per l’isteria, l’epilessia, la masturbazione (ritenuta causa d’insanità) e per diverse afflizioni nervose. ( Hosken Repot 1982)
29 Melly 1935, Huber 1964.
30 Armstrong, 1990, 11.
31 El Dareer, 1982, 8.
32 El Dareer 1982, Abdalla 1982.
33 La MGF era praticata nell’Arabia pre-islamica specialmente tra le pastorelle come mezzo di protezione contro lo stupro. ( Shandall 1967, Daly 1978).
34 L’uso del velo (hijab, burqa o chador) e la clausura (purdah, harem) sono altre sfaccettature della “modestia” delle donne richieste nella cultura islamica. Entrambi sono costumi assimilati dai persiani soggiogati e dalle società bizantine (dove erano abitudini diffuse tra l’aristocrazia dell’impero persiano nel primo sec. d.C.) e giudicati come la giusta espressione delle norme e dei valori del Corano. Lo scopo principale del velo e della clausura era la protezione dell’onore e la segregazione delle donne. Erano adottati dalle donne appartenenti alle classi ricche urbane che beneficiavano di una mobilità considerevole e dell’opportunità di partecipare alle attività sociali. Le contadine furono più lente nell’adottare queste pratiche poiché interferivano con il lavoro nei campi. Così durante il dominio di Abbasid nel VII fino all’XI sec., l’uso divenne un simbolo dello status delle classi e venne proibito alle classi più umili e agli schiavi. Anche per ciò che riguarda il velo, il Corano non esprime richieste specifiche ma suggerisce semplicemente che le donne dovrebbero” vestire modestamente” e “rispettabilmente”, ” che dovrebbero abbassare lo sguardo e custodire la loro modestia; non dovrebbero ostentare la bellezza e il fascino ad eccezione di ciò che di loro appare normalmente; dovrebbero stendere il velo sui seni e mostrare la loro bellezza solamente ai mariti e ai padri.”(24:31). Ma il Corano stesso non ordina che le donne siano completamente coperte dal velo o separate dagli uomini ( ai membri che non appartengono alla famiglia) ma, al contrario tende ad enfatizzare la partecipazione e la responsabilità religiosa di entrambi gli uomini e le donne nella società.(El Sadawi 1982, Esposito 1988) .
35 Secondo Abdalla (1982) l’enfasi sulla castità femminile non è dovuta solamente alla credenza nella natura aggressiva della sessualità delle donne, ma è anche da associare con il mantenimento della proprietà, con l’eredità dei diritti sulle donne e con altre ricchezze. L’operazione è sorta come tale per giustificare i rapporti di possesso.
36 Hicks 1993, 25.
37 El Sadawi 1980.
38 Esistono diverse interpretazioni islamiche. I Melekite vedono la circoncisione come una condizione per gli uomini e un abbellimento per le donne. I Hanifite e gli Hanbalite descrivono la circoncisione come sunna per gli uomini e makrama (nobilitante) per le donne, i leaders musulmani intervistate da Lewa-a El Islam in Egitto, per la chiarificazione sulla “circoncisione femminile” hanno concordato che solamente la forma più blanda è quella menzionata nella tradizione del Profeta, e approvata dagli imani “tenendo conto del suo effetto nell’attenuare il desiserio sessuale nelle donne e nel dirigerlo verso una moderazione desiderabile”. Sfortunatamente, malgrado la presenza di leggi religiose scritte, le forme più gravi delle mutilazioni genitali sono praticate principalmente nelle culture musulmane. (Assaad 1980, Abdalla 1982).
39 Taba 1980.
40 Ammar 1954, 121, Meinardus 1967 e Assaad 1980,4.
41 Ghaliongui 1973.
42 Diallo 1977, Epelboin 1979, Kouba e Muasher 1985.
43 Kenyatta 1965, Kouba e Muasher 1985.
44 Ellen e Makki 1990, 28.
45 Una tinta rossastra ottenuta dalle foglie della pianta dell’henna, è usata sui capelli e per le decorazioni della pelle.
46 Dirie 1985.
47 Worsely 1938, 690.
48 Epelboin 1979.
49 Boddy 1989, 55.
50 Lecture on Clitoridectomy to the Midwives of Touil, Mauritania 1987.
51 Lecture on Clitoridectomy, op.cit. e Paulus , medico greco del VII sec., scrisse sull’operazione che aveva lo scopo estetico di ridurre una clitoride ipertrofica (Coquery Vidrovitch 1994).
52 Da questo punto di vista, la MGF può essere paragonata alla fasciatura dei piedi praticata in Cina. L’uso iniziò nel 1300 tra le classi più alte, durante la dinastia dei Ming. La pratica implicava una fasciatura talmente stretta che deformava i piedi della ragazza (di solito prima dei dieci anni). Le quattro dita di ogni piede venivano fasciate e unite sotto la pianta del piede, in modo tale che la crescita curvasse l’arco verso l’alto e il tallone e le dita si toccassero. Il piede piccolo, cosiddetto loto dorato era considerato un simbolo di bellezza e ” l’ultimo focus di erotismo”( Vlahos 1979, 44-45). La conseguenza sociale era l’inabilità delle donne a muoversi liberamente in pubblico e quindi ad avere meno contatto con gli sconosciuti.
53 Fisher 1986, 123.
54 Vlahos 1979, 35-6.
55 Best 1952, 233-8 e Schwimmer 1966, 91-7.
56 Vlahos 1979, 41, Turner 1993, 16-17.
57 Nelle società occidentali fino a poco tempo fa una vita sottile veniva considerata cosi desiderabile che le donne indossaveno dei busti per comprimerla. ” Il corsetto non era visto come uno strumento di tortura ma piuttosto come l`armatura della rettitudine, l`essere femminile sprovvisto di corsetto è “una donna libera”in più di un senso”. ( Vlahos 1986, 48).
58 Taba 1980, 21-22.
59 Sanderson 1981, 47.
60 WHO 1986, 37.
61 Dorkenoo e Elworthy 1992, 26.
62 Assad 1979.
63 ” A Statement on Genital Mutilation” da The Association of African Women for Research and Development (AAWORD), 1984,p.217.
64 Cosi come ha espresso Marie-Angelique Savane(editore del giornale Famille e Developpement) in una lettera all’ISIS nel 1978, in Isis International Bulletin su “Women and Health”, No.8, Summer 1978.
65 In Sudan e in Kenya l’amministrazione britannica vietò l’infibulazione nel 1946 ma le altre forme continuarono ad essere legali.
66 van der Kwaak, 1992, 784; Lightfoot-Klein, 1989,51.
67 Nel 1958 il Consiglio Econmico e Sociale delle Nazioni Unite invitò l’OMS a studiare la persistenza della pratica e a proporre misure da adottare per fermrla. Ma nel 1959, la dodicesima assemblea dell’OMS rifiutò questa richiesta motivando che “le operazioni rituali in questione si riferiscono ad ambiti sociali e culturali il cui studio è fuori dalla competenza dell’OMS. In seguito l’ECOSOC ed i partecipanti africani di un seminario delle Nazioni Unite chiesero ancora una volta all’OMS di intraprendere uno studio sull’argomento ma nulla accadde fino al 1979 quando si organizzò un seminario su “Le Pratiche Tradizionali che Colpiscono la Salute delle Donne e dei Bambini in Khartoum”,
68 Dalla dichiarazione sulla posizione e sulle attività dell’OMS sottoposta alle Nazioni Unite nel 1982.
69 Renteln,1990, 62.