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Donne e letteratura nel cinquecento

 Nel sedicesimo secolo la produzione letteraria, fortemente monopolizzata dal potere e dalla parola maschili, viene affiancata da un nuovo tipo di poesia di stampo precettistica nel quale vengono spiegati il ruolo e i doveri della donna nella società del cinquecento. Il più importante trattato sulla vita delle donne nel cinquecento è “Il libro del cortegiano” in cui si discute la figura della donna di corte. In questo trattato Baldassarre Castiglione descrive particolarmente bene la donna di corte la quale deve far della bellezza e della gestualità la sua arma migliore. Inoltre deve saper governare le facoltà del marito, la casa e i figli ma, dovere ancora più importante, è quello di intrattenere ogni sorte d’omo con ragionamenti grati e onesti. Essa inoltre non deve mai trovarsi disorientata di fronte ad una domanda e per questo motivo il suo bagaglio culturale deve coprire tutti i campi, la letteratura, la musica, la pittura, deve saper danzare e festeggiare, ma aggraziatamente senza mai dimenticare le necessarie virtù della modestia e dell’onestà. Dopo il millecinquecentoquaranta la trattatistica della donna sposta la sua attenzione sulla sua vita famigliare e sul matrimonio come tutela dell’ordine sociale. Un esempio su questo nuovo tipo di trattatistica è “Degli ammaestramenti pregiatissimi”. Questo cambiamento di produzione trattatistica fa si che ci sia un passaggio dal prototipo di donna di corte a quello di moglie e madre. Questi testi sulla donna venivano utilizzati dagli uomini come criteri di scelta di una buona moglie e madre poiché il matrimonio all’epoca veniva visto come una realtà pericolosa e instabile. Infatti nel “Consigli a una moglie giovane” Ludovico Dolce espone la sua idea di matrimonio come metodo per incanalare nella vita sociale la forza derivante della figura femminile per fare in modo che la sua imperfezione naturale possa regolarsi alla presenza dell’universo maschile. La donna deve riconoscere il marito come suo unico referente e vivere in sua funzione, ha come dovere fondamentale di adattarsi a ogni situazione e di amare sempre il compagno, indipendentemente da come egli si comporta. La moglie, inoltre, non è padrona del suo corpo ma, è tutto in potere del marito, che ne dispone a suo piacimento. Questo fenomeno della trattatistica sull’aspetto delle donne non è presente solo in Italia, ma anche in Francia dove il medico parigino Jean Liébault espone l’ideale della bellezza femminile del cinquecento, ideale di bellezza che soddisfi l’occhio maschile. Questo nuovo ideale propone una donna in carne e formosa in modo che queste caratteristiche rappresentino lo status sociale. Infatti si nota nei libri di cucina degli alti ceti che le abitudini alimentari dell’epoca erano ricche di grassi e zuccheri. Infatti le forme opulente e la carnagione bianca evocavano un’idea di sanità fisica, di bellezza femminile e di appartenenza all’élite sociale, mentre l’abbronzatura e la magrezza venivano associate alla donna del popolo, costretta al lavoro e alla fame.

Dal sedicesimo secolo però la donna incomincia a interessarsi della vita culturale. Esse nelle loro poesie esprimono il rapporto con l’altro sesso, la loro visione del mondo, dell’amore e del matrimonio. Già nel secolo precedente però sono presenti delle figure colte femminili che furono lodate per la loro intelligenza e bellezza da molti scrittori. Le nuove poetesse si collocavano soprattutto nelle corti e con loro sono presenti anche cantanti e musiciste. Con l’inserimento delle poetesse nella sfera culturale si ha un maggiore interessamento, non più della produzione lirica, ancora molto nutrita, ma di altri generi letterari come il poemetto, la favola pastorale, l’epistolario, la scrittura mistico religiosa e anche la trattatistica. Le poetesse più importanti di questo secolo come Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Isabella Morra, Veronica Franco e Gaspara Stampa si cimentavano nell’imitazione di Petrarca.

La trattatistica delle donne sulle donne, come “Il merito delle donne” e “La nobiltà et eccellenza delle donne” sono dei trattati che fungono da risposta ad altri trattati, come “Dei donneschi difetti”, nei quali le donne venivano provocate. Ne “Il merito delle donne” la poetessa Moderata Fonte descrive la vera situazione sociale della donna la quale ci mostra come, nonostante la condizione della donna sia migliorata rispetto ai secoli precedenti, sia ancora molto inferiore a quella dell’uomo e come esse abbiano preso coscienza di questa loro inferiorità sociale.


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte II)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

– TERRACINA LAURA (circa 1519-1577), nobile napoletana, verseggiatrice feconda, se pure non originale. Seguì, come le altre, i moduli petrarcheschi. Scrisse le Rime, poesia dai forti accenti morali e religiosi.
Famoso fu all’epoca il suo Discorso sopra il principio di tutti i canti d’ Orlando Furioso (1550).
Di lei non ho trovato riportata nessuna poesia.

– ISABELLA DI MORRA (1520-1548) poetessa lucana. Si conosce la sua breve e tragica esistenza, ma solo poche poesie.
Figlia del feudatario della valle del Sinni che la lasciò, dopo che venne esiliato in Francia, affidata alle cure dei fratelli. Nella solitudine del castello paterno compose versi che esprimono profonda amarezza e solitudine. Strinse una relazione amorosa, con la complicità del precettore, con il poeta, nobile spagnolo Diego De Castro, che aveva un possedimento confinante col suo. Scoperta la vicenda, i fratelli uccisero lei, il precettore e infine il nobile amante.
Nel suo breve canzoniere che, va oltre l’imitazione del Petrarca, i critici hanno avvertito qualcosa di più di “una grezza testimonianza autobiografica” ed hanno messo in rilievo il suo senso accorato e malinconico della vita unito ad un accento poetico nuovo.

Da un alto monte ove si scorge il mare
miro sovent’ io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare ( legno spalmato: nave)
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia avversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella ( rubella: nemica )
la salda speme in pianto fa mutare.:

ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l’infelice lito)
che l’onde fenda, o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

– CHIARA MATRAINI, lucchese nata nel 1514 e vissuta fin quasi alla fine del secolo, di cui si dice soltanto che scrisse rime petrarchesche di carattere amoroso.

– LAURA BATTIFERRI AMMANNATI (1523-1589) urbinate, moglie dello scultore Bernardo, che ha lasciato un Epistolario indirizzato al letterato Benedetto Varchi e le Rimedi ispirazione idillica o religiosa.

Maggiore importanza viene attribuita a

– GASPARA STAMPA, padovana (1523-1554), la quale ad otto anni, morto il padre, si trasferì a Venezia con la madre, la sorella e il fratello Baldassare (anch’egli poeta). Benché di modeste origini, si inserì bene nell’ambiente mondano della città.
Fu apprezzata cantante e poetessa (ella si dette il nome poetico di “Anassilla”, dall’Anaxus, nome latino del fiume Piave, che scorreva presso le terre del suo grande amore, il conte di Collalto). Forse fu anche “cortigiana onorata”, cioè cortigiana di alto rango culturale ed intellettuale.
Aveva venticinque anni quando conobbe il conte Collaltino di Collalto, con cui ebbe una accesa storia d’amore, durata circa tre anni. Per lui scrisse gran parte della rime del Canzoniere.
Ebbe successivamente altri amori e al Canzoniere affidò come ad una sorta di diario intimo, i suoi stati d’animo, e i moti segreti del cuore, non come grezza confessione, ma sapientemente sfumati, secondo i canoni poetici dell’epoca.
I critici del Romanticismo, forse anche per la sua morte precoce (aveva solo 31 anni), la giudicarono quasi una seconda Saffo, ma della poetessa greca non ebbe né la forza né la carica drammatica. Essa scrisse seguendo la moda del tempo, secondo il corrente gusto petrarchesco e rinascimentale. La sua lirica amorosa, pur ricca di effusione sentimentale, è troppo aggraziata e morbida, priva di un passionale trasporto.
La natura musicale di questa poetessa è evidente in tutti i suoi versi, che hanno infatti la facile orecchiabilità dei canti popolari.
Rotta la relazione con il Collalto, seppe descrivere con lieve grazia gli effetti del nuovo amore per Bartolomeo Zen, come possiamo leggere nel sonetto che segue:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale ( strano animale: la fenice)
che vive e spira nel medesmo loco.

Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

Appena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti dell’arder mio pago e contento.

Nel nuovo amore c’è una languida tenerezza, ma il tormento drammatico è lontano dall’anima della poetessa padovana.
Aggraziato è anche il sonetto che segue, in cui si rievoca, in una visione elegiaca, la notte d’amore appena trascorsa. Troviamo riproposti elementi manieristici, quali il riferimento al mito antico in cui Giove, per godere più a lungo l’amore di Alcmena, allungò la durata della notte.

O notte, a me più cara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da’ primi e da’ più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;

tu delle gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m’ha legata.

Sol mi mancò che non venni allora
la fortunata Alcmena, a cui sté tanto
più che l’usato a ritornar l’aurora.

Pur così bene io non potrò mai tanto
Dir di te, notte candida, ch’ ancora
Da la materia non sia vinto il canto.

Verso la fine del secolo, quando all’imitazione petrarchesca si sostituì una poesia che cercava di aprirsi, pur tra tante sovrastrutture di maniera, ad aspetti più realistici, troviamo la cortigiana veneziana

– VERONICA FRANCO (1546-1591), cortigiana di grande intelligenza e buona cultura. Intrattenne numerose relazioni con nobili e letterati del suo tempo. Di lei rimangono, oltre a un gruppo di sonetti, le Terze rime e le Lettere familiari a diversi.
Il Tintoretto dipinse un suo ritratto e si dice che Enrico di Valois, prima di tornare a Parigi, per essere incoronato re di Francia col nome di Enrico III, si fermasse a Venezia proprio per esserle presentato.
Le Terze Rime si possono definire lettere in versi sui più svariati argomenti, ma soprattutto sull’amore, sulla gelosia, sul ricordo di luoghi cari all’autrice, come Venezia o la campagna di Fumane nella Valpolicella.
Lo stile della poetessa è decoroso, non convenzionale e, nella confessione dei suoi amori, venato da una schietta sensualità .
Audaci dovettero sembrare ai suoi contemporanei parole come quelle della poesia che segue:

Certe proprietadi in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o versi altrui mai non espose…
Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo dell’altrui amor divien più stretto.

( proprietadi: proprietà)

Le terzine sotto riportate sono sempre tratte dalle Terze Rime e parlano del sentimento di quieta amicizia per l’uomo un tempo amato che torna dopo molti anni :

Del mio passato amor dalla potenza
queste faville in me sono rimaste,
più temperate e di minor fervenza;
da queste accesa, le mie voglie caste
in quella guisa propria di voi formo,
che ‘l santo amor a circonscriver baste.
In amicizia il folle amor trasformo,
e, pensando alle vostre immense doti,
per imitarvi l’animo riformo;
e, se ‘n ciò i miei pensier vi fosser noti,
i moderati onesti miei desiri
non lascereste andar d’effetto vuoti.

Proprio alla fine del secolo, quando era nell’aria già un presentimento del gusto barocco, ci imbattiamo in una autrice di favole pastorali, che venivano rappresentate in teatro:

– LAURA GUIDICCIONI, lucchese (1550-1599) moglie del compositore Lucchesini, visse a Firenze alla corte dei Medici. Amica del musicista E. de’ Cavalieri compose sulla sua musica (tra il 1590 e il 1595) il Satiro e la Disperazione di Fileno.

Squarci realistici si ritrovano nelle rime di una poetessa padovana che fu anche una famosa attrice di teatro:

– ISABELLA ANDREINI (1562-1604), la quale intrattenne rapporti con i maggiori letterati dell’epoca come il Tasso, il Marino, il Chiabrera.
Purtroppo non ho trovato nessun testo che riportasse i suoi versi.

Se il Rinascimento aveva affermato la libertà dell’individuo, il secolo successivo riafferma, sotto la forma appariscente e fastosa, una disciplina tutta formalistica.

Nel Seicento, infatti, in ogni genere letterario si accentua la fissità delle regole, si esaspera il formalismo e il precettismo, che mascherano l’inerzia del pensiero. Di questo secolo Leopardi disse :”L’Italia ebbe allora versi senza poesia”.

Migliaia di versi e nessun vero poeta. Antesignano di quest’epoca è il Marino, il quale asseriva:

E’ del poeta il fin, la meraviglia;
chi non sa far stupir vada alla striglia.

In questo secolo scarsa è la presenza di nomi femminili nella nostra Letteratura, infatti troviamo citate solamente:

– LUCREZIA MARINELLA, poetessa appartenente ad una nobile famiglia veneziana che scrisse in versi e in prosa. Di lei si ricorda in particolare un poema epico-religioso sulla IV Crociata, dal titolo Enrico ovvero Bisanzio acquistato.

– MARGHERITA SARROCCHI, colta poetessa napoletana (morta a Roma nel 1618), che dapprima fu amica di G.B.Marino e poi lo criticò per i suoi canoni poetici. Donna di viva intelligenza, difese nei suoi scritti le tesi di Galileo Galilei.
Scrisse in italiano e in latino, di lei si citano le Lettere e un poema Scanderbeide, pubblicato postumo nel 1623.

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