L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “video

2000 grazie!!!!!!!!!!! da principiante

Grazie a di cuore a tutti coloro che seguendomi ad ogni dove del globo alimentano la fiamma …….

il miglior regalo di compleanno di una donna che nonostante tutto e tutti continua a sorridere alla vita!!!!!!!!

😀

 


Aghia Sophia – CCCP

“I bisogni che sono per la vita dell’anima l’equivalente dei bisogni di
nutrimento, di sonno, di calore per la vita del corpo.”

da Simone Weil “La prima Radice”
parte prima “Le esigenze dell’anima”
Edizione di Comunità. Milano 1980


Fiorella Mannoia – Che sia benedetta – #sanremo2017

L’inno-preghiera alla #vita sul quale riflettere e da cui trarre forza, modulando i nostri passi giorno per giorno…Melodia avvolgente e fluida come il sangue che scorre nelle vene nutrendo e contribuendo al  respiro e al movimento.

grazie Fiorella

Buon ascolto!


JOAN BAEZ ~ Donna Donna


Jane Birkin – Je t’aime moi non plus – 1969


Milva – Lili Marleen (1990)

milva


Satyricon di Federico Fellini

Goditi il Satyricon on line

fellini-satyricon-poster

GENERE: Drammatico
REGIA: Federico Fellini
SCENEGGIATURA: Federico Fellini, Rodolfo Sonego, Bernardino Zapponi
ATTORI:
Joseph Wheeler, Max Born, Lucia Bosé, Alain Cuny, Hiram Keller, Danika La Loggia, Elisa Mainardi,George Eastman, Gordon Mitchell, Magali Noël, Martin Potter, Salvo Randone, Capucine, Mario Romagnoli,Giuseppe Sanvitale, Hylette Adolphe, Fanfulla

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Giuseppe Rotunno
MONTAGGIO: Ruggero Mastroianni
MUSICHE: Ilhan Mimaroglu, Tod Dockstader, Andrew Rudin, Nino Rota
PRODUZIONE: ALBERTO GRIMALDI PER LA PEA/PRODUZIONI EUROPEE ASSOCIATE
DISTRIBUZIONE: PEA (1983) – RICORDI VIDEO, PANARECORD
PAESE: Francia, Italia 1969
DURATA: 138 Min
FORMATO: Colore TECHNICOLOR PANAVISION

SOGGETTO:
ISPIRATO AL ROMANZO DI GAIO PETRONIO ARBITRO

Fellini – Satyricon” è un film magistrale le cui qualità essenziali risiedono nella coralità di costume dei personaggi e nello spessore letterario-cinematografico della narrazione.
Fellini gira un film fuori dal comune, calandosi in un genere come quello letterario latino di ardua realizzazione. La pellicola passerà alla storia del cinema come una delle rare opere filmiche d’autore che prendono spunto dagli antichi romanzi dell’impero romano.
Fellini-Satyricon” è un film capace di fare spettacolo, di divertire, e nello stesso tempo trasmettere messaggi metaforici di alto valore comunicativo, in particolare quelli di carattere filosofico e letterario, che sono sempre ben vivificati dai pensieri più esistenziali di Fellini e ispirati dall’esperienza stessa della sua vita, complessa e contraddittoria, cattolica e laica, artistica e discutibilmente licenziosa, ma continuamente sottoposta al vaglio di una introspezione leggera e intelligente, ironica e sapiente nello stesso tempo.

La narrazione è molto originale, unica nello stile, scorrevole, senza pause espressive, ricca di una vitalità boccaccesca di difficile realizzazione, con una fotografia che rasenta per coerenza stilistica, composizione, associazioni di colori, la perfezione stessa dell’arte filmica nell’epoca del cinema moderno.
Fellini come non mai sale decisamente in cattedra proponendo, anche nelle scene più costruite, artificiose, un modello di raffinatezza scenografica sbalorditivo.
Ma, com’era di consuetudine con tutte le opere di Fellini, la critica, il pubblico e gli studiosi più diversi hanno dibattuto animatamente su questo film soprattutto sulla questione: “capolavoro si, capolavoro no, opera prima o opera seconda?” che anziché contribuire a dare più obiettività all’analisi della pellicola hanno finito per creare delle vere e proprie contrapposizioni di pensiero, sterili, finemente dogmatiche, concettualmente chiuse che alla lunga sono andate a discapito dell’opera stessa, cioè dell’acquisizione su di essa di un sapere filmico primario, essenziale, aperto, frutto di un equilibrio e una serenità di giudizio.
L’analisi su questo film è rimasta quindi largamente incompiuta, soprattutto per quanto riguarda la comprensione della logica più di fondo racchiusa nei simboli e nei significanti visivi del film.

Il film è uscito nel 1969, in un contesto culturale fervido e ricco di novità radicali sui modus vivendi della società italiana, un periodo animato da grandi contestazioni al sistema economico e istituzionale del paese. Proteste intense, competenti, coerenti, anche violente, avvalorate e sostenute da un sociale che andava velocemente modificandosi nei suoi costumi più noti e radicati, sulla scia di una crisi dei tradizionali valori politici e ideologici che era senza pari dal dopoguerra, e che lasciava spazio a ideologie e valori di portata decisamente rivoluzionaria.
Tutto ciò ha avuto un riverbero sul “Fellini-Satyricon“, riscontrabile nel tono stesso della narrazione filmica, nel suo linguaggio verbale dalle cadenze assordanti sempre teso e diretto, esplosivo, continuamente sul filo del conflitto drammatico e pronto a piegarsi anche in un teatrale smascherato, reale, non più finto, esistenzialmente moderno capace di togliere ogni dubbio sull’intento felliniano di non voler riprodurre l’opera di Petronio in un modo fedelmente antico: nella forma tipica del periodo imperiale.
Un riverbero leggibile nel film nelle azioni più frenetiche e passionali, trasgressive e tendenti al subbuglio sovvertivo di un’autorità immaginaria, non precisata, ma ben presente nella fantasia dei due protagonisti Ascilto ed Encolpio.

Fellini si è ispirato liberamente alla omonima opera del 60 d.c. attribuita allo scrittore latino Petronio Arbitro, un libro romanzo di genere avventuroso-erotico, scritto in latino e ambientato a Pozzuoli e Crotone, un testo di impossibile ricostruzione, incompleto, giuntoci in modo lacunoso, con meccanismi letterari difficili da comprendere perché frammentari, e una scrittura smagliata da dove emergono profili di personaggi incerti, le cui identità appaiono sempre in sospeso, indeterminate, lasciando all’oscuro tutte le loro peculiarità più profonde.
Il film è ambientato nella Roma imperiale, in una città in piena decadenza morale e sociale; la prima parte della narrazione si svolge nella zona della famigerata Suburra delle terme dell’Insuleta Felicles, luogo di molte dissolutezze e ritrovo di sventurate, indigenti persone.
I protagonisti sono Ascilto (Hiram Keller) ed Encolpio (Martin Potter), due giovani letterati dalle tendenze sessuali più diverse, amanti della vita libera e avventurosa, sempre alla ricerca di ambienti e situazioni fertili di passioni, luoghi straordinari a volte belli spadroneggiati da ricchi viziosi a volte squallidi ma animati da desideri estremi, irrefrenabili, alimentati soprattutto dall’indigenza dei personaggi, luoghi dove i due mettono a disposizione la loro bellezza e la soverchiante astuzia letteraria per intrecciare relazioni dalle passioni senza precisi confini.

I due letterati si invaghiscono dell’efebo Gitone (Max Born), dalla bellezza delicata, soffice e quasi femminea, le cui attrattive estetiche vengono in principio divise dai due finché Gitone al termine di varie peripezie, costretto a una scelta da Ascilto, decide per quest’ultimo.
Encolpio deluso, prosegue i suoi viaggi senza meta, conosce il poeta Eumolpo (Salvo Randone) e diverrà erede della sua poesia; si sposerà con Lica (Alain Cuny), un omosessuale raffinato al servizio del tiranno di Taranto, che lo rapisce su una spiaggia mentre sogna portandolo a bordo di una nave dall’aspetto funebre, squadrata, surreale insieme ad altri giovani destinati a procurare piaceri carnali e sportivi (come la lotta libera all’ultimo sangue) all’imperatore tarantino.
Sfuggito da Lica, che verrà ucciso da soldati ribellatisi alla dittatura tarantina, Encolpio diventa oggetto di una burla, viene costretto a combattere in un labirinto con un uomo mascherato da Minotauro (Luigi Montefiori). Quando il giovane ha la peggio chiede grazia, viene salvato ma fallisce poi nella prova di dimostrazione di potenza sessuale con Arianna. Encolpio diventa allora oggetto di assordanti risate dalla corte e dal pubblico: la burla allo straniero inaugurava infatti le celebrazioni dell’anno in nome del Dio Riso.

Encolpio ritrova la sessualità perduta con una specialista del caso Enotea (Donyale Luna), con cui ha un magico amplesso, ma perde Ascilto che aveva ritrovato insieme a Gitone nella nave di Lica: il suo amico viene ucciso da un misterioso soldato.
Morto il poeta Eumolpo, che nel frattempo era diventato ricco e famoso, Encolpio assiste alla lettura del suo testamento, che prevede si il lascito dei suoi beni agli eredi ma soltanto per chi mangerà il suo corpo, una pratica allora molto diffusa in alcune regioni dell’impero romano. Encolpio rifiuta il macabro banchetto e parte con la nave appartenuta ad Eumolpo verso nuovi lidi, in Grecia, imbarcandosi sul bastimento come un semplice uomo dell’equipaggio.

Da sottolineare ancora altre scene, come quella del giovane ermafrodito (Pasquale Baldassarre), che viene rapito dai due giovani insieme a un predone (Gordon Mitchell) per sfruttare i suoi poteri di guarigione, ma il ragazzo morirà dal caldo durante il trasporto; poi le succulente scene del banchetto con Trimalcione (Mario Romagnoli), il commovente suicidio per debiti del patrizio (Joseph Wheeler) che prima della confisca dei suoi beni scioglie i suoi schiavi dal vincolo della schiavitù, l’incontro nella sua sontuosa villa dei due giovani Encolpio e Ascilto con la bella e giovane di colore con la quale i due giovani si eserciteranno in lunghi giochi d’amore, il racconto della bella e virtuosa vedova che impicca il marito morto per salvare l’amante vivo posto a guardia di un impiccato il cui corpo verrà rapito dai parenti durante le effusioni d’amore del giovane soldato con la vedova.
Per finire da evidenziare anche la scena-teatrale con l’attore Vernacchio (Fanfulla) da cui Encolpio riacquista Gitone venduto da Ascilto a Vernacchio per trenta denari.


Ludovico Ariosto, Orlando Furioso – Angelica o l’Erotismo (1474-1533)

E la bella Angelica, protagonista di stirpe reale dell’Orlando Furioso, desiderata con passione da vari cavalieri, è di quelle donne che non si rassegnano ad essere preda degli eventi, anzi, per sottrarsene, adotta l’antica strategia della fuga. Fugge più volte Angelica, da una tenda, o da una persona che la custodisce, con una cavalcata o con una corsa, così il poeta sceglie, fin dal primo Canto del Furioso, di presentarla attraverso una stupenda similitudine che ne definisce il temperamento risoluto: Qual pargoletta o damma (daina) o capriuola,/ che tra le fronde del natio boschetto/ alla madre veduta abbia la gola/ stringer dal pardo (gattopardo, animale addestrato per la caccia), o aprirle ‘l fianco o ‘l petto,/ di selva in selva dal crudel s’invola,/e di paura trema e di sospetto:/ ad ogni sterpo che passando tocca,/ esser si crede all’empia fera in bocca (L. Ariosto, cit., Canto I, 34).

Da chi fugge Angelica? Dai cavalieri che la insidiano, soprattutto da Orlando.

La passione di Orlando per Angelica è, nel Furioso, uno dei contenuti fondamentali del tema erotico. Questo tema compone l’affascinante opera di Ludovico Ariosto, insieme con quello epico (lotta tra cristiani e musulmani), e con l’encomiastico (Ariosto, fa discendere la casa d’Este dall’amore fra Bradamante, sorella del cavaliere cristiano Rinaldo, e l’eroe saraceno Ruggero).

Nel Furioso le avventure sono complicate ed è difficile riassumerle, così ci limiteremo ad accennarle più avanti, per considerare ora il solo tema erotico, legato ai sentimenti amorosi accesi da Angelica in coloro che incontra.

La bionda Angelica, amata dai migliori “cavalieri” del suo tempo, viene descritta dall’Ariosto, come detto, fin dalle prime ottave del poema: è la figlia altera del Gran Can del Catai (regno dell’India), giunta dall’oriente con Orlando nell’accampamento di Carlo Magno assediato da Agramante e Marsilio, capi dell’esercito saraceno. La principessa, in possesso di un anello magico (talvolta, però lo perde!) che ha il potere di dissolvere gli incanti e di farla sparire, può permettersi di “sdegnare” ogni cavaliere.

Proprio nella guerra fra Cristiani e Saraceni inizia il gioco degli incontri, degli inseguimenti e dei duelli che coinvolgono i cavalieri, ciascuno turbato, come Orlando, nel veder l’angelico sembiante e quel bel volto/ ch’all’amorose reti il tenea involto (L. Ariosto, cit., Canto I, 12).

Le Lunghe e travagliate fughe dell’eroina sono sapientemente predisposte dall’Autore, per moltiplicarne le avventure come in un caleidoscopio, ma anche per renderla l’immagine della bellezza sfuggente, intoccata dalle passioni che suscita.

Per comprendere appieno l’attrazione amorosa da lei accesa, ecco un primo piano di Angelica, discinta prigioniera, dalle forme pure e cristalline, legata al nudo sasso dai corsari che l’hanno rapita mentre dormiva, e destinata in pasto ad un’orca; Ruggero, il campione saraceno, che la scorge, crede di vedere una statua creata da un valente scultore, ma poi si accorge delle lacrime che rigano i seni della donzella: un velo non ha pure, in che rinchiuda/ i bianchi gigli e le vermiglie rose,/… Creduto avria che fosse statua finta/ o d’alabastro o d’altri marmi illustri/Ruggiero, e su lo scoglio così avinta/ per artificio di scultori industri;/ se non vedea la lacrima distinta/tra fresche rose e candidi ligustri/far rugiadose le crudette pome,/e l’aura sventolar l’aurate chiome/…. /E dolcemente alla donzella disse,/…/ – O donna…/… Forza è ch’a quel parlare ella divegna/ quale è di grana un bianco avorio asperso,/ di sé vedendo quelle parti ignude,/ch’ancor che belle sian, vergogna chiude./E coperto con man s’avrebbe il volto,/se non eran legate al duro sasso;/ ma del pianto, ch’almen non l’era tolto,/lo sparse, e si sforzò di tener basso. (L. Ariosto, cit., Canto X, 95-99).

Dopo una strenua lotta con l’orca, nel frattempo sopraggiunta, Ruggero è assalito dall’impeto del desiderio. Dimentico del suo amore per Bradamante, sicuro di poter soddisfare la libidinosa furia, egli si fa sempre più “impaziente”. Ad Angelica non resta che abbassare gli occhi vergognosi sul proprio corpo nudo, ma quel gesto le consente di scoprire il prezioso anello al suo dito, e di agire rapidamente: del dito se lo leva, e a mano a mano/ sel chiude in bocca: e in men che non balena,/ così dagli occhi di Ruggier si cela,/ come fa il sol quando la nube il vela (L. Ariosto, cit., Canto XI, 6).

La trama delle avventure e delle implicazioni romanzesche porta Angelica all’incontro con Medoro, l’umile recluta di Cirene, che ha compiuto un’eroica sortita dal campo saraceno, insieme all’amico Cloridano, per dare sepoltura al proprio re, Dardinello, e che è stato ferito gravemente da mano cristiana, tanto da darlo per morto, lasciandolo sul terreno.

La seducente fuggitiva s’impietosisce di Medoro ferito, lo medica e, condottolo alla casa di un pastore, lo guarisce, poi s’innamora di lui e lo sposa. Il biondo Medoro è solo un povero fante, e per di più un vilissimo bàrbaro (modesto militare nemico, non certo un cavaliere!), ma ottiene ciò che nessun cavaliere aveva avuto, nonostante le incredibili imprese per lei compiute e lo straordinario valore mostratole: Angelica a Medor la prima rosa/ coglier lasciò, non ancor tocca inante/ né persona fu mai sì aventurosa,/ ch’in quel giardin potesse por le piante. (L. Ariosto, cit., Canto XIX, 33).

E’ dunque curioso e degno di attenzione apprendere che Orlando, capitato un giorno dove i due giovani hanno inciso le iniziali dei loro nomi ed hanno lasciato indizi inequivocabili della passione che li lega, si strappa di dosso armi e vestiti, rimanendo nudo; insomma, diventa “matto”. E’ questo il pericolo che corre, non solo un cavaliere antico, ma anche chi, come l’Ariosto stesso, troppo si fa prendere da un sentimento amoroso determinato dall’impulso sessuale. Nell’invocazione contenuta nella seconda ottava del Furioso, il poeta si paragona a Orlando, che per amor venne in furore e matto,/ d’uom che sì saggio era stimato prima, e si augura che la donna amata gli lasci almeno ingegno sufficiente a continuare l’opera. Attualità dell’Ariosto?


Extremo IO

A sensorial documentary film on the novel “IO” by TheCoevas


Erotismo rosso



A me gli Occhi!!!!


Franco Battiato: Sentimiento nuevo


50.000 grazie!


Donna


Passione, Complicità, Erotismo.


Eugenie (Philosophy in the Boudoir) – Jesus Franco

Goditi ” Eugenie… the Story of her Journey into Perversion” del Maestro  Jess Franco on line

È una libera trasposizione cinematografica in tempi moderni del romanzo del Marchese de Sade, La filosofia nel boudoir.

È noto anche con il titolo Eugenie… the Story of her Journey into Perversion.

Genesi e fortuna
Dopo Justine and Juliet, il produttore londinese Harry Alan Towers propose a Jesús Franco di girare un secondo film tratto dall’opera del Marchese de Sade. La scelta cadde questa volta su La filosofia nel boudoir.

Se Justine and Juliet era un film in costume, relativamente fedele all’originale e girato con un budget considerevole, Philosophy in the Boudoir fu pensato come film in abiti moderni e a costo contenuto.

La sceneggiatura prevedeva scenari naturali e pochi interni, cosicché il film, girato sulle coste della Spagna, non risentì in alcun modo dei limiti economici. Anzi, gran parte della critica lo considera il più esteticamente equilibrato tra i film che Franco girò per Towers fra il 1968 e il 1970.

Ciononostante, Philosophy in the Boudoir ebbe una distribuzione assai limitata. A New York uscì il 26 agosto 1970, ma in Gran Bretagna, il paese del produttore e dell’attore di maggior richiamo, Christopher Lee, scomparve quasi subito dalle sale. A ciò si aggiunga che, fatto ancora più sorprendente, non fu mai edito in videocassetta.

Di fatto, fu solo nel 2002 che i fan del regista spagnolo e dell’attore britannico ebbero modo di vedere il film, grazie all’edizione in DVD uscita negli USA.

La spiegazione più plausibile di questa duplice anomalia risiede nel fatto che Franco non informò Christopher Lee del tipo di film che stava girando. L’attore, che in realtà appare solo per poche scene nelle vesti di un fine dicitore che legge alcune pagine del romanzo (quanto a dire di sé stesso), ebbe pertanto la brutta sorpresa di trovare il proprio nome sulle locandine di un film proiettato nel quartiere di Soho, in un cinema specializzato nel genere erotico. Oggi gli studiosi ritengono che il ritiro di Philosophy in the Boudoir dal circuito inglese sia stato dunque provocato da un diretto intervento del celebre attore.

Trama
Madame de Saint-Ange, una giovane e avvenente signora, trascorre il tempo immergendosi nella lettura della Filosofia nel boudoir del Marchese de Sade. All’improvviso squilla il telefono: è la giovanissima Eugénie, che presto dovrà incontrare per il week-end.

Ad un appuntamento clandestino, Madame de Saint-Ange si concede a Monsieur de Mistival, il padre di Eugénie, a patto che consenta alla figlia di farle visita nella sia isola privata.

Nell’isola, Madame de Saint-Ange attende trepidante Eugénie insieme al fratellastro, e amante, Mirvel. L’ospite è accolta con ogni premura, ma la dolcezza dei luoghi e della compagnia si trasforma presto in un’esperienza allucinante.

Eugénie vive, o crede di vivere, tre riti di iniziazione sadico-erotica. Prima viene sverginata da Mirvel. Quindi è frustata da un gruppo di bizzarri ospiti in costume (gli stessi che apparivano a Madame de Saint-Ange durante la lettura del romanzo), capitanati da Dolmancé. Infine uccide Mirvel e, sotto la guida di Dolmancé e degli altri ospiti, la stessa Madame de Saint-Ange, estraendone il cuore dal petto.

Fugge quindi tra le dune, nuda e in lacrime. Il telefono squilla: Madame de Saint-Ange va a rispondere. È Eugénie. La storia ricomincia….

Il film
Pochi film di Jesús Franco hanno ricevuto negli ultimi anni l’attenzione di Philosophy in the Boudoir (oggi più noto col titolo americano Eugenie… the Story of her Journey into Perversion). Le recensioni all’uscita del DVD sono state largamente positive e hanno sottolineato in particolare la presenza di una fattura costantemente elegante e una cura del dettaglio che non sempre si riscontrano nella produzione del regista spagnolo.

Il titolo originale, De Sade 70, inquadra bene l’idea di fondo del film: trasportare l’universo del Marchese De Sade nella cultura e nell’estetica contemporanea. La villa di Madame Saint-Ange è arredata con aristocratica essenzialità, nello stile degli ultimi anni sessanta, con colori chiari e tocchi preziosi. Altrettanto alla moda sono gli abiti. Tutto concorre a creare l’immagine del contesto alto borghese in cui agisce la coppia sadica e incestuosa di Madame Saint-Ange e Mirvel, che nella dolcezza solare e insieme malinconica di un paesaggio naturale dominato dal mare e dalle distese di sabbia attende la sua giovane vittima per sottoporla ad una sorta di rito di iniziazione. La storia di Eugénie è infatti una dolorosa metafora della crescita come perdita di ogni innocenza.

Il ruolo della giovane protagonista fu affidato ad un’attrice svedese, Marie Liljedahl, non ancora ventenne, reduce da alcuni successi nel cinema erotico soft. Il regista puntò sul suo aspetto di bambolina dal volto di porcellana rigorosamente inespressivo, facendone una vittima ideale. Accanto a lei, Maria Rohm dimostrò di essere ben di più della compagna del produttore, tratteggiando un personaggio al tempo stesso algido e sensuale, crudele e triste. Come spesso accade nei film di Franco, è la donna a condurre il gioco, mettendo in ombra la figura maschile, qui interpretata dall’attore americano Jack Taylor, la cui omosessualità aggiunge un ulteriore elemento di ambiguità delle scene erotiche.

La colonna sonora di Bruno Nicolai, pubblicata su CD da Digitmovies, ha un’importanza fondamentale nel definire l’atmosfera del film. L’eclettico e colto compositore di musica dodecafonica attinge qui al repertorio leggero, mescolando registri stilistici quanto mai eterogenei: dalla vacanziera spensieratezza delle danze sudamericane alla leggerezza aristocratica di un valzer francese, dalle sonorità elettroniche che accompagnano i riti satanici al languore melanconico della canzone Voice in the Night, accompagnata solo dalla chitarra e intonata da Augustin, il servo nero che, come noi spettatori, contempla l’intera vicenda dall’esterno, frustrato in ogni tentativo di avvicinarsi agli oggetti del suo desiderio.

Il tutto nel luogo irreale e mentale rappresentato dall’isola, vero leitmotiv del cinema di Franco, in un’inscindibile sovrapposizione tra realtà e sogno sottolineato dall’uso di filtri rossi in alcune scene chiave e da frequenti effetti di fuori fuoco.

Titoli alternativi
Il film fu girato con il titolo De Sade 70.

Negli USA e in Francia fu distribuito come

Eugenie… the Story of her Journey into Perversion (USA)
Les Inassouvies (Francia)
In Germania, da alcune lobby cards, sappiamo che doveva essere distribuito prima con il titolo originale

De Sade 70 – Geschlagen und Geliebt
e poi come

Die Jungfrau und die Peitsche
In entrambi i casi tuttavia la censura lo vietò e alla fine il film fu distribuito come Wildkatzen, nel 1972 (la prima proiezione di cui si ha notizia risale al 2 giugno).


Guttuso


Guy Bourdin


Cyndi Lauper – True Colors


Duran Duran: Skin Trade


Filmografia erotica. Histoire d’O

Goditi “Histoire d’O” on line

La visione di questo film e’ consigliata ad un pubblico adulto.

Regia: Just Jaeckin
Produzione: Eric Rochat yang Films
Sceneggiatura:Dominique Aury (novel) Sébastien Japrisot
Fotografia: Georges Pierre
Montaggio: Caterine Bernarnd
Suono: Alex Pront, J.C.Duval Laurent Quaglio
Costumi: Cerruti 1881
Trucco: Florence Fouquier

La storia di O, una fotografa di moda che decide di donarsi completamente all’amato. Questi la porta a Roissy, un luogo dove le donne vengono “educate” alla piu’ completa sottomissione…. Il film si dipana in una ricerca dell’amore assoluto in una introspezione psicologica che porta il dominato a divenire dominatore e padrone. Film girato in piena rivoluzione femminista e’ stato profondamente colpito dalla critica del tempo, assolutamente poco incline alla rappresentazione di una sessualita’ libera ma non “canonica”. Di fatto e’ la sessualita’ ed il vincolo del rapporto visto dalla parte femminile che mostra il profondo bisogno di dominare il rapporto mentre dominata, nel “passive aggressive” che la pervade va trovata la chiave di lettura di questo film.

cast
Corinne Clery …. O
Udo Kier …. Rene
Anthony Steel …. Sir Stephen
Jean Gaven …. Pierre
Christiane Minazzoli …. Anne-Marie
Martine Kelly …. Therese
Jean-Pierre Andréani …. Eric, master II
Gabriel Cattand …. The commander
Li Sellgren …. Jacqueline (a model)
Albane Navizet …. Andree
Nadine Perles …. Jeanne
Laure Moutoussamy …. Norah, the maid
Henri Piégay …. Master I
Alain Noury …. Ivan
Florence Cayrol …. Yvonne (as Jehanne Blaise)

“Se c’è una parola che mi pervade l’animo quando penso a O, questa è pudore. Sarebbe troppo arduo motivarla. E quel vento che corre incessante, che attraversa tutte le stanze. Così soffia anche in O uno spirito, non saprei dir quale, sempre puro e violento, senza tregua, senza ombre. Uno spirito decisivo, che nulla può turbare, né i sospiri né gli onori, né l’estasi né la nausea. L’Histoire d’O, dall’inizio alla fine, procede come un’azione travolgente. Evoca un discorso più che una mera effusione; una lettera più che un diario intimo. Ma a chi è indirizzata la lettera? E chi vuole persuadere il discorso? A chi domandarlo? Non so neppure chi lei sia.” (Jean Paulhan)


Catullo, Odi et Amo


Black and White


Gaio Valerio Catullo – Vacui sentimenti


Roberto Murolo, (Totò) Malafemmena


Irene Fargo – La donna di Ibsen


Antonello Venditti – Esterina


Loredana Bertè – Sei Bellissima


Sergio Bruni – Carmela


Lina Sastri – Femmene ‘e mare / Maruzzella


Pooh – Cercando di te


Max Gazzè – Cara Valentina


Accarezzare


Negrita – Greta


A testa in sù


Alex Britti – Una su un milione


Antonello Venditti – Giulia


A braccia strette


Jovanotti – Chissà se stai dormendo


Le Vibrazioni – Angelica


Raf – Ossigeno


Jovanotti – Bella


Angelo Branduardi – Donna mia


Killing me softly


Laura Pausini – Uguale a lei


Vasco Rossi – Brava


Pino Daniele – Sara


Antonello Venditti – Ogni volta


Irene Fargo – Come una Turandot