L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il ruolo della donna nella società e nell’arte

Il ruolo della donna nella società e nell’arte.


La femminilità tra metafora, imposizione e scelta

Parto da una constatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

E’ questa la lucida intuizione di Virginia Woolf, all’inizio del ‘900, e la consapevolezza su cui nasce il femminismo degli anni ’70. Se siamo qui, ancora oggi, a interrogarci sul rapporto tra il “femminile” e le donne reali è perché le donne hanno subito una doppia espropriazione: identificate col corpo -e quindi non riconosciute come “persone”-, un corpo a cui l’uomo ha dato forma e nomi secondo le sue paure e i suoi desideri.

Si può passare la vita senza percepire altro che questo tessuto di immagini ricevute, stratificate e intrecciate a percezioni dirette ma oscure” (Rossana Rossanda, in “Lapis”, n.8,giugno 1990)

Mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita e con cui dovessero confrontare io loro stesso ruolo” (Agnese Seranis, Smarrirsi in pensieri lunari, Graus editore, Napoli 2007)

femminilità

 

Il femminile come metofora e simbolo Nell’uso metaforico e simbolico che ne è stato fatto, il femminile oscilla tra poli opposti, identificato ora con la natura -la materia, l’animalità-, ora con il sogno di una dimensione di purezza transumana, come se nella donna l’uomo avesse visto la sua dannazione e insieme la sua salvezza. Mi limito ad alcuni esempi. Il femminile è stato associato al sacro e alla guerra, vista come “lo stato naturale del maschi”: la guerra darebbe all’uomo l’altruismo e la bellezza morale della maternità, la libertà dai pesi sociali e il ritorno alle leggi semplici e brutali della natura; la voluttà del sangue richiama la voluttà dell’amore; come il parto essa sarebbe dolorosa e feconda, rigeneratrice. (Roger Caillois, La vertigine della guerra, Edizioni Lavoro, Roma 1990) Su un altro versante,invece, è considerato la fonte dell’ispirazione poetica: “un rigo immaginario” – per usare una immagine di Antonio Prete- a partire dal quale sale e discende l’intonazione dei versi, bianco spazio che accerchia le parole e ne misura il tempo” Il femminile è anche simbolo della nazione, della patria, dell’appartenenza etnica, anche se la patria è in realtà una “matria”, un volto d’uomo su un corpo femminile, chiamato a dare l’unità organica e la sicurezza della riproduzione. Il genocidio di un popolo è spesso femminilizzato: nella donna viene colpita la sua continuità. Lo stesso si può dire per lo stupro etnico: le donne sono depositarie dell’onore e del disonore famigliare e nazionale. Se le immagini del femminile sono molteplici, come si può vedere dai libri d’arte e dalla letteratura, tuttavia si può dire che gravitano essenzialmente su due stereotipi: quella che rimanda alla radice materiale dell’umano e alle pulsioni naturali, viste come colpa, peccato, o come forza rigeneratrice, e quella che dovrebbe sostenere l’uomo nel suo bisogno di spiritualizzarsi. La metafora del parto e dell’amore è presente sia quando si parla di pulsioni viscerali violente, come nel caso della guerra, sia quando si tratta della creatività del pensiero (la fecondità dell’anima, il filosofo come amante del pensiero).

In questa oscillazione immaginaria tra terra e cielo, ritorno agli istinti primordiali ed elevazione morale, che viene proiettata sulla donna, si può leggere il dilemma del dualismo che ha tenuto finora l’uomo diviso in se stesso –tra corpo e pensiero-, e che è frutto a sua volta della differenziazione violenta che ha lasciato la donna a rappresentare l’origine materiale dell’umano e l’uomo la storia. Il femminile, come fantasma dei desideri e delle paure dell’uomo, divenuto costruzione storica e culturale dell’identità e del ruolo della donna, se ha potuto impedire alle donne una percezione più reale del loro essere, è perché non è stato solo un’imposizione dall’esterno, ma una rappresentazione del mondo che le donne hanno interiorizzato, incorporato -“aprioristicamente ammessa”, come dice Sibilla Aleramo-, e che ha bisogno perciò di essere “portata alla coscienza”. Si è donne, ma è come se si dovesse sempre scoprirlo. Ciò significa che siamo di fronte a una costruzione storica di “genere” che si è naturalizzata. Il femminismo degli anni ’70 comincia, non a caso, con la messa in discussione della “femminilità” : presa di coscienza di che cosa è stato il corpo femminile nello sguardo dell’uomo, dell’espropriazione di esistenza propria chele donne hanno subìto nel momento in cui sono state confinate nel ruolo di mogli e di madri. “L’uomo greco –ha scritto Genevève Fraisse- esclude le donne reali mentre si appropria del femminile” (La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri 1996). Il femminile si costruisce dunque nello sguardo dell’uomo, in relazione e in funzione dell’uomo: in relazione, in quanto è l’uomo che pone se stesso come “misura”, “norma”, come umano in senso pieno (corpo e pensiero) e dice in che cosa l’altro sesso “differisce”, di che cosa “manca”; in funzione, perché il femminile prende senso ed esistenza solo nella dedizione all’altro, nel garantire il bene dell’altro. Come scrive Otto Weininger in Sesso e carattere, un testo del primo ‘900 che riprende posizioni sessiste e razziste presenti nella cultura occidentale, greca e cristiana, “la donna è un mezzo per uno scopo”. Il dualismo –corpo e pensiero, biologia e storia, sentimenti e ragione- è una lacerazione che l’uomo trova in se stesso e che è tentato di spostare sulla donna, ma che cercherà di riportare nuovamente su di sé, optando per l’uno o l’altro aspetto del femminile (animalità o spiritualità) o per la ricomposizione dei poli opposti. L’uomo creatore di se stesso (Zarathustra) di Nietzsche è portatore di una “saggezza gravida”, e il sole che si è appena nutrito del respiro caldo del mare, la madre che va a ricongiungersi al figlio. “Nel differenziarsi dal sesso-natura, o nel riportare a sé la potenza naturale del femminile – commenta G.Fraisse-, la filosofia lascia poco spazio alle donne (…) La metafora del femminile viene a spostare la ‘virilità’ del Logos occidentale”. La tendenza a femminilizzarsi (“divenire donna”) interessa oggi la maggior parte degli orientamenti filosofici, ma anche la politica ( nel suo “personalizzarsi” e “privatizzarsi”), l’economia, le tecnologie della comunicazione, l’industria dello spettacolo, le leggi del mercato. E’ proprio il protagonismo che è andato assumendo il femminile, e tutto ciò che con esso è stato identificato, a rivelare sia la sua appartenenza all’immaginario dell’uomo, sia l’effetto di messa in ombra che produce rispetto alle donne reali. Pur essendo oggi molto più presenti nella vita pubblica di quanto non fossero al tempo di Virginia Woolf, le donne restano ancora marginali, insignificanti dal punto di vista del governo della società, assenti dai luoghi decisionali. Il venir meno dei confini tra privato e pubblico ha portato a una contaminazione, o a un amalgama tra due poli tradizionalmente opposti: natura e cultura, sentimenti e ragione, e quindi anche femminile e maschile. La “femminilità” –emozioni, affetti, seduzione, doti materne, capacità di ascolto e di mediazione, ecc.- diventa una “risorsa” per un sistema patriarcale e capitalistico in crisi. Il potere politico stesso, nel momento in cui si personalizza e porta allo scoperto vizi e virtù private, come nel caso del Presidente del Consiglio, diventa “femmineo”.

Femminile e donne reali: imposizione o scelta? A questo punto si pongono spontanee alcune domande: che femminile è quello che vediamo oggi in scena? I corpi femminili che invadono i media sono corpi liberati o corpi prostituiti? Ma, soprattutto, che rapporto c’è tra questa “femminilità” esaltata come risorsa, “valore aggiunto”, e le donne reali?

Da quello che emerge da un osservatorio sempre più attento alla rappresentazione mediatica del femminile -ricerche, pubblicazioni, articoli di giornale-, ma anche semplicemente da ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, non c’è dubbio che c’è un ritorno in forza degli stereotipi di genere, in particolare della rappresentazione della donna come corpo erotico e corpo che genera, cioè la seduzione e la maternità. La madre e la prostituta sono i due volti di quella che la cultura occidentale, classica e cristiana, ha considerato la “natura” della donna, è cioè la sessualità.

E’ nell’essenza e nella psicologia della donna il desiderio -dice Weininger- di “accoppiarsi”, sia a fini procreativi che erotici. Nel momento in cui è la società stessa a fare propria la “cultura del coito”, l’esaltazione e la mercificazione della sessualità, prevale anche nella donna “la volontà di passare dalla maternità alla prostituzione”.

Dal documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, e dalla ampia, meticolosa descrittiva che fa Loredana Lipperini, nel suo libro Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli 2007) di quello che passa nei blog, nei videogiochi, nei forum, nei libri di testo, nelle riviste femminili, nella pubblicità, oltre che in televisione, emerge con chiarezza che il messaggio dominante è quello che spinge le femmine fin da bambine, preadolescenti, a volgere la loro attenzione all’aspetto fisico, alla bellezza, e cioè in ultima analisi al corpo. La cultura popolare è impregnata da un immaginario che riporta in auge i due stereotipi di “genere” più duraturi: la seduttrice e la madre.

“Stiamo allevando una generazione di baby-prostitute che vestono come lolite?”, si chiede Lipperini. Le donne sono spinte a ottenere potere col potere del loro corpo, dal momento che finora non hanno posseduto altro. La carta vincente per il successo, per una carriera o per un matrimonio diventa la bellezza fisica, il corpo come scorciatoia per un riconoscimento sociale (quello che per l’emancipazionismo è stata invece la maternità sociale). Weininger parla della modernità come della “emancipazione delle prostitute”. Uno sguardo alla televisione e alla pubblicità indurrebbero a pensare che avesse ragione. Ma se è il corpo erotico, esibito, mercificato, che ci colpisce e ci indigna di più, non possiamo dimenticare che non meno celebrato, sia pure in modi e contesti diversi, è oggi anche il corpo materno. In un libro che ha fatto molto discutere in Francia, Le conflit. La femme e la mère (Flammarion 2009), Elisabeth Badinter affronta in modo critico il ritorno al mito della “madre perfetta”, dell’allattamento al seno, della donna schiacciata sul ruolo materno. La spinta reazionaria verrebbe da ecologisti, psicologi, pediatri, e dalle femministe del “pensiero della differenza”, che non solo riconfermano la centralità del materno nell’esperienza delle donne (biologica o storica che sia) ma pensano di poterla estendere anche alla loro presenza nella vita pubblica. Una lettura analoga si può fare della richiesta che viene oggi dalla nuova economia, di tipo comunicativo, cognitivo, di “doti femminili”, il ValoreD di cui parlano quasi ogni giorno i giornali della Confindustria, e cioè la valorizzazione a fini produttivi e consumistici delle doti femminili materne.

In definitiva, i ruoli femminili più rappresentati restano la cura e la seduzione. Le donne sono strette tra la volgarità pubblicitaria, che le riduce a pezzi anatomici, e il richiamo alla vocazione materna o al sentimentalismo. Sulla permanenza o sul ritorno di stereotipi che si pensavano decantati, un peso notevole ha sicuramente il trionfo della logiche di mercato, della cultura di massa e del consumismo, oltre che la spettacolarizzazione della società in tutti i suoi aspetti. La società dello sguardo e dell’immagine non poteva ignorare l’ “oggetto” primo dei sogni e degli incubi degli uomini: il corpo della donna.

E’ interessante notare come queste ricerche sulla rappresentazione del femminile, fatte dalla generazione che ha visto affievolirsi e quasi sparire dai circuiti informativi la spinta propulsiva del movimento delle donne, arrivino a conclusioni analoghe a quelle da cui il femminismo è partito: l’espropriazione di esistenza che le donne hanno subìto per effetto di un immaginario maschile divenuto forzatamente anche il loro; la conseguente connivenza o complicità tra dominate e dominatori, la confusione tra amore e violenza.

Ma c’è un elemento nuovo, di cui non si può non tenere conto: oggi sono le donne stesse a calarsi nei panni che altri hanno loro cucito addosso, a impugnare a proprio vantaggio -soldi, carriere, successo, ecc.- quelle potenti attrattive, come la seduzione e la maternità, che l’uomo ha loro attribuito. Se l’emancipazione tradizionalmente intesa è stata l’omologazione al maschile, la fuga da un femminile screditato, oggi è il femminile che si emancipa in quanto tale. La donna, il corpo, la sessualità si prendono la loro rivalsa sulla storia che li ha esclusi e cancellati, ma nel momento in cui compaiono nello spazio pubblico, si fanno più evidenti anche i segni che questa storia vi ha lasciato sopra. Ci si rende conto che le figure di “genere” sono molto più di un copione imposto. Sono l’unico modo che le donne hanno avuto per essere riconosciute, amate o odiate.

Ma il passaggio da una condizione che si è subìta, perché imposta con la forza del potere, della legge, della sopravvivenza, alla possibilità di assumerla attivamente, non è senza significato. Per quanto discutibile e perversa, dobbiamo ammettere che si tratta di una forma di emancipazione. Parlare di “scelta” non significa tuttavia “essere libere di scegliere”.

Per questo, riflettendo sulle donne che offrono i loro corpi in cambio di carriere e denaro, che si fanno “oggetto” per lo sguardo maschile, che entrano come moneta di scambio nel rapporto tra uomini, che mettono al lavoro affetti, sentimenti, la loro vita intera, non parlerei più di “vittime”. E neppure, all’opposto, di “eccellenza al femminile”, per cui anche le escort, le veline sarebbero ‘figure nuove’ capaci di mettere a nudo il re.

Se vogliamo tornare alle donne reali, dobbiamo avere il coraggio di analizzare i tanti modi in cui le donne hanno cercato di sopravvivere, di far fronte ai ruoli, ai modelli imposti, di garantirsi comunque qualche piacere e potere: adattamenti, resistenze, risarcimenti, poteri sostitutivi. Il primo e il più duraturo è sicuramente quello di rendersi indispensabili agli altri. E’ la contropartita alla mole di lavoro gratuito che le donne continuano a fare nelle case, lavoro di cura e lavoro domestico. Sono poteri sostitutivi che restano ancora in gran parte innominabili, così come l’amore, il sogno di appartenenza intima a un altro essere. Questo spiega anche la tentazione che hanno le donne di considerare la “cura” –una dedizione materna che si estende anche ad adulti perfettamente autosufficienti- un tratto identitario, la loro “differenza”, la loro missione nel mondo, anziché una responsabilità collettiva di uomini e donne.

Per indurre le donne a togliere centralità al corpo e all’amore, al potere materno e seduttivo – a non essere più, come scriveva Virginia Woolf, “schiave che tentano di rendere schiavi altri”- non basta la presa di coscienza. Occorre anche un cambiamento delle istituzioni della vita pubblica, dei poteri, saperi e linguaggi che si sono strutturati sulle differenze di genere tradizionali.

Occorre, soprattutto, che gli uomini, anziché occuparsi delle donne, per usarle o proteggerle, comincino a deporre la maschera di neutralità e a interrogare se stessi, le loro paure i loro desideri, la cultura prodotta da secoli di dominio maschile, riconoscendo quanta poca libertà e scelta sia stata lasciata anche a loro, nel dover indossare la corazza virile.


Virginia Woolf

virginia_woolf-570x300 Virginia Woolf nacque Adeline Virginia Stephen e crebbe in un ambiente saturo di atmosfera vittoriana, formato per la maggior parte da personaggi illustri, studiosi e romanzieri, che frequentavano lo studio dello scrittore e critico Leslie Stephen e il pomeridiano tavolo da tè di quella famiglia dell’alta borghesia. Secondo il rigido costume vittoriano, la formazione di Virginia Woolf sarà tipicamente femminile, dal momento che solo i figli maschi avevano diritto a un’istruzione pubblica: lei, donna, ad una scuola pubblica non sarebbe mai andata. Visse la sua infanzia in uno stato di crescita ansiosa; quel mondo della cultura che non era possibile “avvicinare” eccitò l’immaginazione di Virginia che sentì più forte il peso della discriminazione maschio/femmina, e il non poter ricevere un’istruzione più accurata assunse ai suoi occhi l’immagine di una grande ingiustizia. A Thoby, il fratello maggiore che studierà all’Università di Cambridge, spetterà il compito di fare da mediatore nei confronti di quella cultura a lei preclusa; ma la futura scrittrice non perdonerà mai ai suoi familiari di averle dato, nei primi anni, un’istruzione di seconda mano. Tuttavia, dato che aveva un padre colto, Virginia godè i vantaggi di una selezionata biblioteca e cercherà di sopperire all’impossibilità di ricevere un’istruzione adeguata, dedicandosi ad un’intensa attività di lettura e scrittura. Tutto questo, nel tempo, si rivelerà una promozione ricca di conseguenze. Gli inizi del Novecento trovano in Virginia Stephen una giovane donna non incline alle regole del conformismo vittoriano, regole di mondanità, di salotti dorati ed esclusivi per i ceti privilegiati: la visione narcisistica della sua vita futura riguardava la scelta di strade diverse, in un progetto non ancora chiaro nella sua mente. Non potè mai sopportare il concetto che le ragazze erano “solo adatte” all’area domestica, che gli uomini non fossero in grado di accettare in maniera seria questa condizione e che scuotessero il capo: questa condizione doveva essere superata e, per quanto possibile, dovevano essere sconfitte quelle regole imposte da un sistema ingiusto. Ogni aspetto della vita di V.W. è condizionato dal suo destino di scrittrice, una vocazione ineluttabile, vero significato della sua vita; contemporaneamente, possiamo dire che le sue opere rispecchiano gran parte della sua vita, delle sue fantasie, del suo genio creativo, del suo destino di donna. Quello che ci interessa qui sottolineare, è quell’aspetto particolare della vita del- la scrittrice che fa riferimento al “suo femminismo” e che rileviamo soprattutto in almeno due tra i suoi saggi più noti A Room of One’s Own (Una stanza tutta per sé) e Three Guineas (Le tre ghinee). Di essi ammiriamo il contenuto, lo spirito di appartenenza al genere femminile, la solidarietà per la donna emarginata dallo spazio sociale sentimento sottolineato con indignazione e sofferenza perché anche “lei è donna” -, la sua sensibilità di scrittrice che riesce a trasformare il rapporto genere/scrittura dal piano delle idee e dell’astrazione al piano dell’esperienza storica, economica, esistenziale.

TRATTO DA “DONNE E ROMANZO”

Il testo trascrive due conferenze che Virginia Woolf tenne in due college femminili sul tema “Donne e romanzo”. Il presupposto indispensabile perchè una donna possa scrivere è, secondo la Woolf, avere del denaro ed una stanza tutta per sé. Del denaro perchè le donne sono sempre state povere sia materialmente che culturalmente, ed una stanza tutta per sé, per avere la giusta concentrazione e non essere distolte dalla scrittura con continue interruzioni.

Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanto non avessero i figli degli schiavi ateniesi. Le donne, pertanto, non hanno avuto la più piccola opportunità di scrivere poesia…[…] mi piace leggere; mi piace leggere un libro dopo l’altro. Negli ultimi tempi questa dieta è per me diventata piuttosto monotona; la storia parla quasi sempre di guerra; la biografia si occupa di uomini illustri; la poesia ha dimostrato, credo, una tendenza alla sterilità; e il romanzo… Perciò vi chiedo di scrivere ogni sorta di libri, su qualunque argomento. Senza dubitare, per quanto triviale o per quanto vasto vi possa sembrare. In un modo o nell’altro spero che un giorno avrete denaro sufficiente per viaggiare e per oziare, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare davanti ai libri e vagare per le strade e lasciare che la lenza del pensiero scenda sempre più in fondo al fiume”.

E se una donna dei secoli scorsi fosse stata dotata di ingegno letterario eccezionale, come se la poteva cavare? Spiritosamente la Woolf risponde:

“Immaginiamo, giacchè ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo. Molto probabilmente Shakespeare studiò – poiché sua madre era ricca – alla “grammar school”; gli avranno insegnato il latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e qualche elemento di grammatica e di logica. Era, come si sa, un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po’ più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l’ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava la sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina. Intanto sua sorella, così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non diciamo leggere Orazio e Virgilio. A volte prendeva un libro, magari un libro di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all’umido in cucina, e di non perdere tempo tra libri e carte. Questi ammonimenti saranno stati netti, benché affettuosi, poiché si trattava di persone agiate, che sapevano come debbono vivere le donne, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che ella fosse la figlia diletta di suo padre. Forse riusciva a riempire di nascosto qualche pagina, su nell’attico; ma poi aveva cura di nasconderle o di bruciarle. A ogni modo, non appena arrivata alla pubertà, ella era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio era per lei una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. Poi, cambiando tono, la pregò di non fargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una bella collana, oppure una bella gonna, diceva, con le lacrime agli occhi. Poteva forse disubbidirgli? Poteva forse spezzargli il cuore? Eppure la forza del suo talento la spinse al gesto inconsueto. Una sera d’estate Judith fece fagotto con le sue cose, scese dalla finestra e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia, il più vivo senso della musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta da teatro. Bussò alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. L’amministratore – un uomo grasso, dalle labbra spesse – proruppe in una gran risata. Disse qualcosa sui cani ballerini e sulle donne che volevano recitare; nessuna donna, disse, poteva essere attrice. Egli accennò invece… ve lo potete immaginare. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. D’altronde non poteva mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte. Eppure il genio di Judith la spingeva verso la letteratura; ella desiderava cibarsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne, studiare i loro costumi. Infine (poiché era molto giovane, e di viso somigliava molto a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e la fronte curva) Nick Greene, l’attore-regista, ebbe pietà di lei; Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto – chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero e intrappolato nel corpo di una donna? – si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle. “

(Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf)


Le donne di Shakespeare tra commedia e tragedia

Ai tempi di Shakespeare, la professione teatrale era considerata di stretta pertinenza maschile. Sul continente, specie in Francia e in Italia, vi erano nella medesima epoca esempi abbastanza frequenti di donne che recitavano sulle scene, ma in Inghilterra non se ne videro fino al 1660, quando per la prima volta un’attrice, Margaret Hughes, interpretò la parte di Desdemona nell’Otello. La Hughes divenne attrice in un periodo di grandi cambiamenti nel dramma inglese. Al tempo di Shakespeare, invece, i ruoli femminili erano di regola riservati ai ragazzi. Ogni compagnia ne aveva un certo numero: si trattava di apprendisti, quasi sempre figli d’arte, che compivano il loro duro tirocinio sotto la guida degli attori più anziani. Ofelia, Giulietta, Desdemona, la soave Cordelia furono presentate per la prima volta sulle scene da questi ragazzotti, che forse già si radevano il mento e recitavano in un curioso falsetto, sforzandosi di tenere alta ed esile la voce. E Rosalinda, Porzia e Viola, le eroine delle commedie costrette a celare la loro identità sotto abiti maschili, erano ambiguamente interpretate da ragazzi che si fingevano donne travestite da uomini. Tuttavia, per strano che possa parere un simile costume dal punto di vista estetico e da quello della verisimiglianza, in realtà esso era suggerito principalmente da motivi pratici.

Senza donne, la compagnia, quando girava per le province, poteva spostarsi molto più rapidamente e a buon mercato. Gli attori si sistemavano tutti insieme nei cameroni delle locande, molto simili alle antiche foresterie dei conventi. Inoltre, la vita dell’attore era cosi faticosa che difficilmente una donna avrebbe potuto adattarcisi senza risentirne nella salute. Le esigenze dei copioni e quelle del pubblico imponevano all’azione un continuo movimento: salti spettacolari, scalate, cadute, prove di resistenza e di destrezza erano disseminati in ogni intreccio; occorreva inoltre una vera abilità di trasformista nel mutare di costume e d’aspetto nel minor tempo possibile, perché ogni membro della compagnia sosteneva almeno quattro o cinque ruoli diversi nel corso di ogni rappresentazione, tanto fitte di personaggi erano le commedie e le tragedie rispetto all’esiguità numerica delle compagnie. Nonostante ciò, nelle tragedie, nei drammi storici e nelle commedie di Shakespeare le figure femminili sono molte e significative. Donne forti e malvagie, fragili e buone, romantiche ed innamorate, pazze d’odio e matte per amore: ogni personaggio gioca un ruolo ben preciso in ogni opera ed è fondamentale per l’evolversi della storia. I caratteri, i vizi e le virtù dei personaggi sono indagati con una misteriosa intuitiva capacità di penetrare e capire l’animo umano e rappresentati con accuratezza in ogni strato dell’animo  e in ogni contraddizione di comportamento;  il  carattere di ogni donna è rapportato  al contesto e alle situazioni in cui si viene a trovare, e in base a questi ulteriori elementi assume ogni volta una luce nuova: non ci sono stereotipi, maschere caratteristiche, la natura della donna è espressa in tutta la sua profondità, nelle sue mille sfaccettature, nelle sue certezze, nelle sue contraddizioni. Gli stessi protagonisti maschili daranno le proprie impressioni e definizioni. Amleto dirà: “Fragilità, il tuo nome è donna!”, nel re Lear: “Uno spirito deforme è meno orribile nel diavolo che in una donna”. Ma non è certo grazie al parere soggettivo degli stessi protagonisti delle opere che il cuore e i sentimenti delle lady si svelano: è nella stessa tragedia che dalle loro azioni, dai loro pensieri e parole, dai loro atteggiamenti le persone si scoprono come incredibilmente rivelate tra le cose dette e non dette, tra le bugie e le verità, tra ragione e passione.

Nell’Otello, Desdemona sposando il Moro va contro i desideri di suo padre e si ribella alle regole della società e del suo ceto. Desdemona trasgredisce anche verbalmente quando dichiara il suo amore per il Moro, mostrando una propria volontà. La Bisbetica domata mette in evidenza come l’ordine si fondi sul rispetto delle regole sociali. Kate, la bisbetica del titolo, rifiutando il matrimonio si oppone al volere del padre creando scompiglio nella gerarchia sociale. Nel Macbeth le streghe sono epitome del caos che caratterizza l’opera dopo l’uccisione del re Duncan. Il Macbeth si rivela una delle opere più rappresentative dello stile shakespeariano e del teatro elisabettiano. Nel personaggio  di  Lady  Macbeth  vediamo  concretizzarsi  quanto  di  più  aberrante  e perverso vi possa essere nell’animo umano. È una figura contraddittoria, la cui sete di potere  che  non  ha  confini  diventa  ossessione,  forza  di  natura,  passione  selvaggia. Questa donna così risoluta, per la quale il delitto, l’inganno, il tradimento non sono ostacoli alla sua volontà di potenza, è il simbolo della passione che acceca, del desiderio di grandezza che non ha limiti né materiali né morali. La Lady Nera è la nera luce di un’anima che si rivela punto di convergenza tra un bene apparente e un male effettivo, concretizzati nel suo aspetto fragile ed indifeso di donna e nella sua logica fredda e calcolatrice di mostro. Il malefico carisma del personaggio inventato da Shakespeare si fonda sul suo essere donna e tuttavia motore psicologico dell’azione in un mondo governato da ferree strutture maschili. E’ ben conscia che solo attraverso l’azione di un uomo potrà acquistare il potere assoluto a cui il suo animo aspira. La sua realizzazione come donna passa quindi attraverso la perdita della sua essenza femminile per simularne una maschile. Nell’Amleto, Ofelia è la figlia di Polonio e la sorella di Laerte. Come figlia del lord Ciambellano, Ofelia ha dovuto convivere da sempre con la sua mentalità retriva e con la sua visione negativa del genere umano ma è ancora capace, forse grazie alla sua innocenza, di destare l’amore di Amleto. Ofelia è di carattere debole e facilmente manipolata dai familiari. Così nonostante le lettere di amore di Amleto l’abbiano realmente commossa, crede al fratello, che descrive l’amore di Amleto ingannevole e bugiardo. Ormai confusa, si presta ad agire da esca per coloro che intendono spiare Amleto. Suggestionato dalle parole del fantasma e disgustato dal comportamento della madre, Amleto è deluso dal genere femminile e la rifiuta. E’ allora che Ofelia capisce la forza del suo amore per Amleto, ma è troppo tardi. Prima il rifiuto dell’amante, poi la morte del padre, spezzano le sue esili forze e la ragazza impazzisce. Si aggira pronunciando frasi incoerenti e cantando stralci di vecchie canzoni. Quasi per caso, appendendo una ghirlanda al ramo di un albero sospeso sul fiume, Ofelia cade e annega in acqua. Forse il personaggio femminile più famoso della produzione shakespeariana è Giulietta, sempre ed inscindibilmente unito al nome del suo amato Romeo. I due amanti appartengono a famiglie rivali e nel corso della loro tragedia faranno di tutto pur di arrivare alla loro unione definitiva e non ostacolata. Troveranno la soluzione ai loro  problemi d’amore con la morte, che li vedrà uniti per  sempre.  Infatti i loro nomi non sono separabili, come le loro ombre giovanili, sono avvinti per l’eternità. Giulietta in questa tragedia svolge un ruolo assolutamente attivo che rifiuterà le convenzioni cortesi che assegnavano alla donna solo il ruolo di immagine ideale di bellezza. Ma il coraggio di Giulietta è da individuare anche nella voglia di portare avanti una storia impossibile, soprattutto in un tempo in cui l’amore era ridotto ad un puro e semplice contratto commerciale. La fama di Shakespeare fu in primo luogo stabilita grazie alle sue donne, e già nel Sette e Ottocento se ne riscrivono le storie. Tuttavia nel Seicento nessuna donna avrebbe mai potuto scrivere le opere di Shakespeare. La società elisabettiana non avrebbe mai permesso ad una donna di diventare un genio di tale portata: è questa la tesi che sarà sostenuta dalla scrittrice Virginia Woolf nel suo libro “Una stanza tutta per sé”, pubblicato nel 1928, in cui immagina che il drammaturgo abbia avuto una sorella, Judith Shakespeare, con le sue stesse doti ma alla quale  sarebbe stata preclusa qualunque forma di apprendimento. Al massimo, immagina la Woolf, per seguire le orme del fratello avrebbe potuto scrivere qualcosa, e leggere qualche suo libro, ma sempre di nascosto; sarebbe poi fuggita da casa dopo essere stata malmenata dal padre per aver rifiutato un matrimonio combinato; avrebbe forse cercato fortuna presso qualche compagnia teatrale, e dopo sventure e rifiuti, dopo essere stata esposta a qualsiasi tipo di violenza, se fortunata sarebbe diventata la moglie di qualche brav’uomo che l’avrebbe destinata al tanto odiato ruolo che era stato proprio di sua madre, della madre di sua madre e così via. Presa dalla disperazione, si sarebbe probabilmente uccisa per rimanere fedele alla strada che aveva cercato di intraprendere, al suo genio, perchè il suo unico destino doveva rimanere quello della sottomissione, dell’anonimato, della rinuncia ad ogni aspirazione che non fosse quella di essere una madre e una moglie.


Letteratura e… eros: La critica sessuale e omosessuale

L’interesse per la sessualità dal punto di vista critico diventa importante in letteratura a partire dall’opera di Freud (1856-1939), il padre della psicanalisi. Riducendo all’osso le sue teorie, si può dire che l’aver individuato la forza della libido come principale motore della vita ha provocato un interesse particolare per la sfera della sessualità nell’uomo, soprattutto nei suoi aspetti normalmente censurati: sessualità nei bambini, omosessualità, desideri illeciti, ecc. La scoperta dell’inconscio e dei suoi meccanismi (censura, transfert, ecc) ha aperto così un enorme campo d’indagine per la psicologia e la medicina, ma ciò è vero anche per il campo letterario: dallo studio biografico degli autori, all’analisi dei rapporti tra i personaggi, all’interpretazione simbolica degli elementi testuali, si può dire che dopo Freud non esista critica che non faccia riferimento – diretto o indiretto -, anche solo per opposizione, alla sorprendente opera di Freud. Lo stesso Freud ha aperto la strada all’interpretazione psicanalitica in letteratura, con un’analisi del racconto tedesco Il mago sabbiolino [Der Sandmann, 1816] di E. T. A. Hoffmann, nel suo saggio del 1919 Il perturbante [Das Unheimlich]. Egli ha anche analizzato alcuni miti, primo fra tutti quello di Edipo, dandone la famosa interpretazione secondo quello che è passato alla storia come il complesso di Edipo.

La fortuna della critica letteraria di stampo freudiano ha dato vita a numerose scuole e numerose tendenze, di cui sarebbe impossibile dare un’idea in un breve articolo come questo. Prima di passare oltre, tuttavia, vogliamo dare qui di seguito un esempio di come funzioni la critica “freudiana”… applicata alla favola di Cappuccetto Rosso (in questo caso si tratta del lavoro di Erich Fromm, che comunque si discosta dalle tesi di Freud per molti aspetti).

     La maggior parte del simbolismo contenuto in questa favola può essere compreso senza difficoltà. Il cappuccetto di velluto rosso è un simbolo delle mestruazioni. La ragazzina di cui ascoltiamo le avventure è diventata una donna matura e si trova ora di fronte al problema del sesso.

     L’ammonimento di non allontanarsi dal sentiero per non cadere e rompere la bottiglia è un chiaro avvertimento contro i pericoli del sesso e contro quelli di perdere la propria verginità.

[Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato. La natura dei miti e dei sogni, Bompiani, 1994, p. 228. Ed. orig. The Forgotten Language, 1951]

Questo esempio è interessante sotto più aspetti: mostra chiaramente l’orientamento freudiano di interpretazione, non solo di testi letterari, ma anche di miti e sogni; si applica anche alla tradizione popolare, orale, come quella delle favole per bambini. Questo perché si avvale di elementi critici che trovano posto nel bagaglio culturale collettivo.

L’interpretazione freudiana della letteratura ha avuto molto successo in epoca moderna anche da parte di tutti i movimenti di rivendicazione come il femminismo (soprattutto anglo-americano e francese) e, più di recente, i movimenti gay. Per le femministe, la teoria freudiana ha aperto la strada all’interpretazione di numerosi testi (in alcuni casi dell’intera tradizione letteraria mondiale), sia scritti da uomini che scritti da donne, come una prova di subordinazione della donna ad una società fondamentalmente maschilista. È nata così tutta una serie di scuole di critica letteraria di stampo femminista. Ovviamente, tra le donne che per prime si sono interessate a problematiche sociali e psicologiche del genere, si poneva contemporaneamente il doppio problema della scrittura al femminile di fronte ad una tradizione di scrittori (quasi) esclusivamente maschile, e quello dell’interpretazione della suddetta tradizione con gli occhi e la sensibilità di una donna, cosciente della propria diversità rispetto alla tradizione, anch’essa esclusivamente maschile, della critica letteraria.

Allo stesso modo, la critica omosessuale nasce dall’opera di scrittori che, tra le righe, sotto la censura, hanno cercato di aprire alcune strade chiuse dalla mentalità sociale. Il pregiudizio sulle realtà sessuali diverse è stato sempre molto forte negli ultimi secoli. Ma accanto al tentativo di creare una letteratura aperta a certe problematiche, negli ultimi decenni è nato anche un tipo di critica attenta all’elemento omosessuale che, proprio come la critica femminista, si è posto il problema di considerare sotto una nuova luce gli scrittori omosessuali e si è posta il problema di costituire una critica omosessuale. Per la donna lesbica, due volte “censurata” per la sua natura prima femminile e poi omosessuale, questo ha significato porsi il problema della scrittura e, più in generale, della vita, da un punto di vista che prescinde dall’uomo, dalla cultura maschile. Nel suo importante saggio del 1929, A room of one’s own [Una stanza per sé], Virginia Woolf prende in considerazione il primo romanzo di una scrittrice che, ai suoi occhi, pone il lettore di fronte ad un legame lesbico, e afferma:

“Chloe amava Olivia,” leggo. E per la prima volta considero quale immenso cambiamento c’è qui. Chloe amava Olivia forse per la prima volta nella letteratura. […] Sono ora e per sempre madri e figlie. Ma quasi senza eccezione [le donne] sono sempre rappresentate nei loro rapporti con gli uomini. È strano pensare che tutte le grandi scrittrici di romanzi sono, fino all’età di Jane Austin, non soltanto viste con gli occhi dell’altro sesso, ma anche solo in relazione all’altro sesso.

 [Tradotto da: Virginia Woolf, A room of one’s own, The Hogarth Press, London, 1949, pp. 123-124]

Nei paesi nordeuropei e anglosassoni esistono anche delle vere e proprie case editrici gay, che pubblicano non solo opere di scrittori gay o opere attinenti all’omosessualità, ma anche compendi sui diritti gay, ecc. In Italia questo fenomeno è piuttosto nuovo, ma si registra già la nascita di case editrici quali Il dito e la luna, Zoe, Edizioni Libreria Croce ed Enola.


Nadia Fusini racconta Virginia Woolf


Nadia Fusini racconta Virginia Woolf


Nadia Fusini racconta Virginia Woolf


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