L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Vittoria Colonna: la vita e la poesia

Vittoria “nata fra le vittorie”

Vittoria ColonnaFigura centrale della cultura del ‘500, Vittoria Colonna nacque a Marino (Roma) nel 1490, terzogenita di Fabrizio Colonna e di Agnese di Montefeltro. Di lei disse l’Ariosto che il nome le derivava dall’essere “nata fra le vittorie”, in quanto discendente di due nobili famiglie: i duchi di Marino, acerrimi nemici dei Borgia nella scalata al potere Vaticano, per parte di padre, e i duchi di Urbino, da cui Vittoria derivava per parte di madre, Agnese, figlia di Federico di Urbino e sorella del grande Guidobaldo da Montefeltro.
Vittoria Colonna (ritratto di Muziano del 1530)Nella contesa tra Francia e Spagna per la conquista del Regno di Napoli, i Colonna si schierarono in un primo tempo a fianco dell’esercito di Carlo VIII d’Angiò, ma poi, offesi dall’atteggiamento del re francese che si era alleato con i Borgia, passarono al servizio della Spagna. Banditi dallo Stato Pontificio da papa Alessandro VI, che ordinò la confisca di tutti i loro beni, per “troppa fedeltà” alla Corona spagnola, i Colonna si trasferirono a Napoli, dove abitarono un palazzo in via Mezzocannone, donatogli dagli Aragonesi.
In seguito la famiglia d’Avalos, di origine spagnola e per tradizione fedele agli Aragona, li ospitò per molti anni sul Castello di Ischia, che, grazie alla presenza colta e raffinata di Costanza d’Avalos, duchessa di Francavilla e governatrice dell’isola, era diventato uno dei centri culturali della corte aragonese, attorno al quale ruotavano poeti e letterati come Sannazzaro, Cariteo, Galeazzo di Tarsia, Moncada, Fuscano, Bernardo Tasso. L’amicizia fra le due famiglie, i Colonna e i d’Avalos, fu consolidata dalla decisione di concordare il matrimonio tra i propri figli ancora bambini, Vittoria e Francesco Ferrante, col beneplacito di re Federico, favorevole a un’unione che avrebbe ulteriormente rafforzato il legame tra i Colonna e la Corona Spagnola.

Ferrante d'AvalosIl 27 dicembre 1509, nella cattedrale del Castello di Ischia vennero celebrate le nozze tra Vittoria Colonna e Francesco Ferrante d’Avalos.
Il matrimonio stretto fra due discendenti di tanto illustri casate fu ovviamente molto fastoso e memorabile per il lusso e la magnificenza del convito. Le cronache dell’epoca si soffermano con dovizia di particolari a descrivere sia la magnificenza degli abiti (la sposa indossava una veste di broccato bianco con rami d’oro adornata di un mantello azzurro) che la ricchezza dei doni, come il letto alla francese di raso rosso foderato di taffettà azzurro, regalo del padre, Fabrizio Colonna, e una croce di diamanti e dodici braccialetti d’oro, dono dello sposo. Alle nozze parteciparono le migliori famiglie della nobiltà napoletana.
Ben presto Ferrante, insignito anche del titolo di marchese di Pescara, lasciò la giovane sposa, e partì agli ordini del suocero Fabrizio Colonna, militando sotto le bandiere spagnole nella guerra che opponeva Ferdinando il Cattolico al re di Francia.

Alfonso del Vasto (ritratto di Tiziano)Brevi furono i ritorni e soggiorni di Ferrante ad Ischia dove Vittoria dopo la sua partenza si era trasferita e dove lo attendeva trascorrendo il tempo tra conversazioni colte e la frequentazione di molti poeti e letterati. Su questo “scoglio”, al cospetto del golfo di Napoli, Vittoria Colonna dimorò quasi ininterrottamente dal 1509 al 1536.
Durante la sua permanenza a Ischia strinse una forte amicizia con Costanza di Francavilla, castellana colta ed energica che diventò per la giovane Vittoria una preziosa confidente e una guida anche per la sua formazione letteraria, per la quale non tardò a brillare a corte, tanto che i letterati chiamati dalla duchessa di Francavilla facevano a gara per celebrare e corteggiare la marchesa, ammirata per la sua cultura e per la sua austera bellezza. Questi anni la videro dunque musa di un cenacolo di letterati umanisti (Bernardo Tasso, padre di Torquato, Luigi Tansillo, Galeazzo di Tarsia, Girolamo Britonio, Capanio, Cariteo, Sannazaro) e le ispirarono rime amorose e spirituali composte per lo più in seguito alla morte dello sposo.
Altra intensa esperienza fu quella che si potrebbe definire una maternità spirituale verso il piccolo Alfonso del Vasto, cuginetto di Ferrante, che fu amato dalla poetessa al pari di un figlio, al punto che lo designò suo erede ed ebbe per lui parole di grande orgoglio quando, rispondendo anche ai pettegolezzi di corte sulla sua presunta sterilità, affermò: “non son sterile veramente, sendo nato dal mio intelletto costui.” La sua morte, avvenuta nel 1546 a Vigevano in battaglia, le lasciò un doloroso vuoto di cui ci è rimasta traccia in un meraviglioso e struggente sonetto (Rime, Sonetto CCVIII).

Gli anni ischitani di Vittoria furono segnati anche da gravi lutti: nel 1516 la morte del fratello Federico in giovanissima età, nel 1520 la perdita del padre Fabrizio e nel 1522 della madre Agnese di Montefeltro; in questa triste occasione rivide il consorte.
Nel quadro delle nuove ostilità tra Francia e Spagna, Ferrante fu chiamato da Carlo V a capo del suo esercito e partì per la Lombardia, dove nel corso della memorabile battaglia di Pavia del 1525 venne sconfitto e fatto prigioniero Francesco I. Il 25 novembre 1525, in seguito alle ferite riportate nel corso di questa stessa battaglia (non si sa se anche per sospetto veleno), morì Ferrante D’Avalos, che aveva avuto gran merito in questa vittoria.
L’amore e la devozione che portava al consorte, di cui non fu sposa felicissima anche per le continue infedeltà di lui, fecero di Vittoria una vedova esemplare. Tornata a Roma, chiese il permesso di ritirarsi nel convento di San Silvestro in Capite a papa Clemente VII, il quale acconsentì, ma con espresso divieto di prendere il velo. Questo fu solo l’inizio del suo peregrinare, che la condusse di preferenza nella quiete dei conventi, dove scrisse versi e lettere pieni di rimpianto e nostalgia per il “bel sole” perduto.

Il Castello AragoneseTuttavia il desiderio di Vittoria di vivere in ritiro fu contrastato dai membri della famiglia Colonna, in modo particolare dal fratello Ascanio, uomo turbolento e difficile, perduto dietro sogni di alchimia e negromanzia, che qualche tempo dopo la dolorosa perdita riuscì a persuaderla a ritornare a Marino. L’insistenza di quest’ultimo era dovuta al fatto che la presenza della sorella, dama romana e spagnola colta, risultava particolarmente preziosa in quegli anni caratterizzati da feroci dissidi tra la Chiesa e i Colonna. Il pontefice Clemente VII, infatti, per vendicarsi degli oltraggi subiti, comandò di radere al suolo i castelli dei Colonna costringendoli alla fuga. La stessa Vittoria, nonostante in ogni modo cercasse di mettere pace tra i contendenti, dovette fuggire da Marino a Napoli e al caro rifugio di Ischia.
Durante il Sacco di Roma del 1527, perpetrato dalle milizie mercenarie di Carlo V, ebbe gran parte negli aiuti alla popolazione romana: scrisse a quanti potevano intervenire per mitigare gli effetti di quella tragedia, offrì le proprie sostanze per riscattare i prigionieri e insieme a Costanza accolse le molte dame e letterati che cercarono rifugio sull’isola.
Intanto un altro uragano si preparava nelle vicinanze di Ischia: nella battaglia navale di Capo d’Orso, combattuta nel golfo di Salerno nell’aprile 1528, dove Filippino Doria vinceva sugli Imperiali, furono fatti prigionieri Ascanio e Camillo Colonna, insieme al marchese Alfonso del Vasto. Vennero poi liberati per intercessione di Vittoria presso F. Doria, riconoscente per la carità da lei dimostrata al tempo del sacco di Roma.

Nello stesso periodo a Napoli Vittoria cominciò a frequentare un circolo formatosi attorno alla predicazione di Giovanni Valdés che riuniva personalità desiderose di operare una riforma della religiosità cristiana, come Flaminio, Piero Vermigli, Isabella Bresena, Giulia Gonzaga e molti altri.
Nel 1531 la peste scoppiata a Napoli raggiunse anche Ischia e Vittoria si trasferì ad Arpino, e di là a Roma, dove, riguardo la polemica sui Cappuccini, prese apertamente posizione in favore della nuova religiosità. La poetessa in questi anni fece sistematicamente la spola tra Roma e Ischia, sua residenza preferita. Nella città eterna strinse molte amicizie illustri: tre famosi cardinali, Reginald Pole, il Contarini, il Bembo le furono devoti.
Risale a questo periodo il progetto caldeggiato dalla marchesa di Pescara di indurre l’imperatore a un’impresa in Terra Santa, ma, tramontata ogni speranza di promuovere un’azione imperiale in favore della Cristianità, decise di recarsi lei stessa in quei luoghi sacri come umile pellegrina e nel 1537, in attesa del parere favorevole di papa Paolo III, si trasferì a Ferrara con la segreta speranza di poter proseguire a Venezia e di lì imbarcarsi. In questa città la sua presenza fu molto gradita alla duchessa Renata di Francia e al duca stesso Ercole II d’Este. Affascinata dal clima riformato e intellettualmente vivace, smise di parlare del viaggio in Terra Santa, soprattutto a causa del parere contrario del marchese del Vasto, e si fermò a lungo nella corte estense.
Decise poi di ritornare a Roma, anche a causa della salute cagionevole. Fra gli incontri di questi anni bisogna ricordare quello importantissimo conMichelangelo, da cui nacque un’amicizia indissolubile e profonda.

Intanto i rapporti tra la famiglia Farnese del papa Paolo III e i Colonna si deterioravano sempre più, fin quando si giunse ad un vero e proprio conflitto dopo la promulgazione della tassa del sale che Ascanio si rifiutò di pagare, in nome di un vecchio privilegio.
Vittoria, lasciata Roma che era divenuta insicura, si ritirò nel monastero domenicano di San Paolo ad Orvieto (1541). I Colonna furono sconfitti e Paolo III ordinò la confisca di tutti i loro possedimenti nello Stato della Chiesa, mentre Ascanio fu costretto in esilio a Napoli. Dopo essere rientrata a Roma, la poetessa si ritirò nel convento di Santa Caterina a Viterbo, dove risiedeva il cardinale inglese Reginald Pole, che ella considerò la sua guida spirituale e con cui stabilì un fitto scambio epistolare.
Nel 1544 nel suo continuo peregrinare giunse nel convento delle benedettine di S.Anna dei Funari a Roma. La morte la colse il 25 febbraio 1547 dopo lunghissima malattia; troppo grave per restare in convento era stata portata in casa di parenti- Giulia Colonna e Giuliano Cesarini- alla Torre Argentina. L’Inquisizione andava raccogliendo prove contro di lei e forse la morte la salvò da un processo simile a quello che dovettero subire molti suoi compagni dei cenacoli di un tempo, accusati di eresia. Michelangelo, suo ammiratore devoto, la vegliò fino all’ultimo e inconsolabile per il dolore di questa perdita scrisse: “Morte mi tolse un grande amico”.
Donna e sposa austera, schiva, riservata e al tempo stesso energica e determinata, Vittoria Colonna fu nodo di potere e religione tra gli intellettuali rinascimentali e le cariche istituzionali del tempo. Scrittrice instancabile scambiò lettere (Lettere, 1530-1570) con i più rappresentativi personaggi dell’epoca (Baldesar Castiglione, Pietro Aretino, Marco Antonio Flaminio) e, sulla scia dei “petrarchisti” del Cinquecento, compose pregevoli poesie: Rime (1538); Rime Spirituali (1546); Pianto sulla passione di Cristo e l’Orazione sull’Ave Maria (1556).


Renata di Francia Valois Orléans 1510 – Montargis 1575

Renata di Valois Orléans, secondogenita di Luigi XII di Francia e di Anna di Bretagna, rimase presto orfana di madre (1514) e padre (1515). Fu educata alla corte del re Francesco I ed ebbe come precettore Jacques Lefèvre d’Etaples, che le fece conoscere le dottrine protestanti in un quadro di filosofia umanistica. La sua cultura generale si fondava sullo studio della filosofia, della storia, delle matematiche, dell’astrologia, della lingua greca e latina e, come afferma un biografo, volle anche «penetrare nelle questioni di teologia, secondo l’uso e l’abuso delle femmine del suo paese, che amano di farla da dottoresse, anche della religione». Alcuni la dipinsero come «una pallida stella nel firmamento che luccica alla corte dei Valois». Negli anni giovanili ella fu attorniata da «una consorteria di femmine, ristretta nel numero, composta non solo da Margherita di Navarra, ma anche da Anna Bolena, dalla zia Filiberta di Savoia, dalla regina Claudia, da madame d’Etrangues».

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Nel 1528 venne suggellata l’unione tra Renata ed Ercole d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia. Altri illustri pretendenti ne avevano chiesta la mano: Carlo, erede al trono d’Asburgo, Enrico VIII d’Inghilterra, il figlio dell’Elettore del Brandeburgo. Cerimonie fastose si tennero in occasione delle nozze a Parigi e a Ferrara. Il seguito francese di Renata era numeroso: Madame de Soubise, quattordici damigelle, tre segretari, un elemosiniere, un medico, uno speziale, chierici, valletti, cuochi e servitori. In dote Renata portò il ducato di Chartres, la contea di Gisors e i possedimenti attorno al castello di Montargis. Il distacco dalla terra natale non fu indolore per lei, che restò molto devota alla casa dei Valois. Renata ed Ercole ebbero cinque figli: Anna (1531); Alfonso (1533), designato successore del padre; Lucrezia (1535), che sposerà il duca di Urbino; Eleonora (1537), musa del poeta Torquato Tasso; Luigi (1539), cardinale d’Este.
Dopo la notte dei placards del 18 ottobre 1534, molti protestanti fuggirono anche verso l’Italia, fra i quali Clément Marot, poeta, giunto nel 1535 alla corte di Ferrara, il quale nel 1528 aveva dedicato a Renata il “Chant nuptial du mariage de Madame Renée”. Il poeta entrò, inizialmente, anche nelle grazie del duca Ercole II, il quale lo volle come compagno di un viaggio a Roma, per l’ottenimento di un’investitura. Marot divenne poi segretario di Renata e venne compensato con duecento lire annue. Egli si trattenne a corte fino al mese di aprile 1536. Nel frattempo Ercole II maturò una certa insofferenza nei confronti di Madame de Soubise. Nelle sue lettere egli si lamentò del modo di fare della dama, secondo lui responsabile di incoraggiare interessi contrari a quelli della corte ferrarese. Il duca sottopose così a controllo la corrispondenza della moglie indirizzata in Francia. A partire dal 1534 si crearono dei dissapori. Nel 1536 la Soubise rientrò in Francia, seguita dal vescovo di Limoges.
Renata era rinomata per la sua benevolenza nei confronti dei visitatori francesi. Si presentò a corte anche Calvino, fuggito da Ginevra, il quale soggiornò presso Ferrara a partire dal 1536 e divenne una guida spirituale per Renata. Scrive Theodore de Bèze: «Appena ebbe pubblicato l’Istituzione, Calvino fu preso dal desiderio di andare a vedere la duchessa di Ferrara… principessa di cui si vantava allora la pietà…». Dopo la partenza da Ferrara Calvino e Renata proseguirono la loro relazione sul piano epistolare.
Finché Renata interloquì con i savants interessati alle lettere ed alle arti, Ercole II condivise i suoi gusti, essendo anche lui cultore dell’antichità e delle lettere. A corte si era costituita un’accademia e, scrisse il Baruffaldi, tra le “Notizie delle accademie ferraresi”, nel 1787, essa «fece onore alle lettere, ma ne fece molto meno al clero cattolico».
Il cenacolo si riuniva nella Villa di Consandolo, presso Argenta, e vi partecipavano Celio Secondo Curione (che permise alla duchessa di studiare il “Commentarium in Mattheum”, del pastore Heinrich Bullinger), dotti tedeschi, ex agostiniani come don Gabriele da Bergamo e don Stefano da Mantova, Pier Paolo Vergerio (che fu anche presso la corte di Vittoria Colonna, Eleonora Gonzaga e Margherita di Navarra); Giulio Della Rovere (pastore a Poschiavo); Isabella Bresegna (convertìtasi alla religione protestante); Paolo Gaddi (pastore della chiesa cremonese, esule dal 1550 al 1552), Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello Palingenio, Marcantonio Flaminio, Pier Martire Vermigli, Bernardino Ochino, Lavinia della Rovere, Olimpia Morata (compagna di studi delle figlie di Renata, Anna e Lucrezia); Antonio Pagano e Ambrogio Cavalli, tesoriere della duchessa dal 1547 al 1554. La duchessa prese le difese del Cavalli, di Cornelio Donzellino, di Ludovico Domenichi, Fanino Fanini e Baldo Lupatino, condannati dal clero cattolico, e dei valdesi, senza riscuotere molto successo. Ufficialmente la duchessa con la famiglia partecipò all’incontro con Paolo III, che si recò a Ferrara nel 1543.
Ercole II divenne insofferente alle frequentazioni e all’impegno spirituale della moglie e scrisse al re Enrico II di Francia il 27 marzo 1554, preoccupato per la salvaguardia della cristianità della consorte, «sedotta da qualche furfante luterano». Il re inviò a Ferrara Matthieu Ory, dottore in Teologia, priore dei domenicani a Parigi e inquisitore generale. Calvino, a sua volta, le fece rendere visita da François Morel, nella speranza di aiutarla. Il 7 settembre del 1554, dopo averle sottratto la tutela delle figlie, condotte in convento, Ercole la fece rinchiudere nelle stanze del cavallo al castello e la indusse a cedere. Renata, per timore di perdere ciò a cui teneva, in primis il legame con le figlie, si rassegnò. Dopo dieci giorni di riflessione, si confessò e si comunicò secondo il rito cattolico. Per altri cinque anni Renata rimase a corte. Dal febbraio 1555 il duca Ercole II divenne il gerente degli affari di Renata. Nel 1560, dopo la morte del marito avvenuta nell’ottobre del 1559, Renata tornò in Francia, in un clima reso confuso e pesante dalle guerre di religione. Ella rimase legata alla figlia Anna, sposatasi con Francesco di Guisa (combattente sul fronte avverso) e apprezzata da Caterina de’ Medici, con la quale avrebbe intessuto relazioni diplomatiche. Inoltre coltivò l’amicizia di Jeanne d’Albret, figlia di Margherita di Navarra. Renata fu presente agli Stati Generali d’Orléans al colloquio di Poissy, nel settembre 1561, in occasione del quale cattolici e protestanti cercarono di accordarsi e di stabilire una tregua. La nobildonna viaggiò fino alla Linguadoca e al Delfinato per prodigarsi in favore dei bisognosi e dei perseguitati. Nel castello di Montargis trovarono rifugio cattolici e protestanti, non sempre d’ accordo, il che costrinse Renata ad emettere delle ordinanze per governare i conflitti. Ella edificò una chiesa, dove si celebrò la “cena del Signore” secondo il rito riformato. Durante la guerra civile Montargis subì l’assedio in seguito all’attacco a Bourges e a Orléans, da parte delle truppe reali che inseguivano gli ugonotti.
Il 22 marzo 1568 venne stipulato il trattato di pace di Lonjumeau. Montargis veniva considerato «un nido di eretici». Il 26 settembre 1569 a Renata fu imposto di mandare via 460 persone dal castello. Nel 1572 nei giorni in cui si celebravano le nozze del re di Navarra con Margherita di Valois a Parigi, alle quali Renata assistette, si consumò la strage di San Bartolomeo. La vita di Renata non fu messa a repentaglio, trovandosi a dimorare lontano dai luoghi dove avvenne la carneficina. Per giunta, durante la notte tra il 23 ed il 24 agosto, le sue stanze furono tenute d’occhio dalle guardie di suo genero, il duca di Nemours e nel fare rientro a Montargis venne accompagnata da un ambasciatore ferrarese e da una scorta, che lei in parte ricompensò. La figlia Anna d’Este scrisse alla madre: «Mi dispiace dirvi una cosa che vi sdegnerà…ma il re emetterà un editto, perché vuole che tutti nel suo regno si rechino alla messa». Il 12 giugno 1575 Renata di Francia si spense. Il lascito spirituale di Renata è contenuto in un testamento, ispirato dalla sua profonda fede. La minuta del documento, scritta per mano del signor M.De Beaumont corretta da Renata stessa, è conservata presso gli archivi di Torino, tra le carte dei principi de Genevois e di Nemours.


Fonti, risorse bibliografiche, siti

Documenti riportati nelle sue biografie conservati presso Archivio di Stato di Modena, Torino (54 volumi in due serie contenenti libri dei conti di Renata, lettere di Ercole e Renata), Firenze (mediceo); Archivio segreto vaticano in Italia, Fonds de Béthune, de Giagnières, Clarairambaut, Dupuy, francesi (lettere di Renata). Biblioteche preziose: a Ginevra, a Zurigo, a San Pietroburgo, a Simancas, a Roma.

Fontana B., Renata di Francia, duchessa di Ferrara sui documenti dell’archivio estense, mediceo, Gonzaga e dell’archivio segreto vaticano, volume I-II, Forzani & C., Roma 1889

Rodacanachi, Renée de France, duchesse de Ferrare, Ollendorf, Paris 1896

Bouchard G., Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 1942

Puaux A., La huguenote Renée de France, Paris, 1997

Lenzi A., Clément Marot e la corte di Renata di Francia a Ferrara, Coop. Libraria Universitaria, Bologna 1971

Belligni E., Evangelismo, riforma ginevrina e nicodemismo. L’esperienza religiosa di Renata di Francia, Brenner ediz., Rende 2008

Calvino G., Lealtà in tensione, un carteggio protestante tra Ferrara e l’Europa, a cura di L.De Chirico e D.Walker, Alfa &Omega, Caltanisetta 2009

Stolfi V., Alcuni documenti, lettere e biografie su e di Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Armonie e dissonanze a causa di interessi religiosi, politici e familiari ai tempi della Riforma, Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 2010


Donne e letteratura nel cinquecento

 Nel sedicesimo secolo la produzione letteraria, fortemente monopolizzata dal potere e dalla parola maschili, viene affiancata da un nuovo tipo di poesia di stampo precettistica nel quale vengono spiegati il ruolo e i doveri della donna nella società del cinquecento. Il più importante trattato sulla vita delle donne nel cinquecento è “Il libro del cortegiano” in cui si discute la figura della donna di corte. In questo trattato Baldassarre Castiglione descrive particolarmente bene la donna di corte la quale deve far della bellezza e della gestualità la sua arma migliore. Inoltre deve saper governare le facoltà del marito, la casa e i figli ma, dovere ancora più importante, è quello di intrattenere ogni sorte d’omo con ragionamenti grati e onesti. Essa inoltre non deve mai trovarsi disorientata di fronte ad una domanda e per questo motivo il suo bagaglio culturale deve coprire tutti i campi, la letteratura, la musica, la pittura, deve saper danzare e festeggiare, ma aggraziatamente senza mai dimenticare le necessarie virtù della modestia e dell’onestà. Dopo il millecinquecentoquaranta la trattatistica della donna sposta la sua attenzione sulla sua vita famigliare e sul matrimonio come tutela dell’ordine sociale. Un esempio su questo nuovo tipo di trattatistica è “Degli ammaestramenti pregiatissimi”. Questo cambiamento di produzione trattatistica fa si che ci sia un passaggio dal prototipo di donna di corte a quello di moglie e madre. Questi testi sulla donna venivano utilizzati dagli uomini come criteri di scelta di una buona moglie e madre poiché il matrimonio all’epoca veniva visto come una realtà pericolosa e instabile. Infatti nel “Consigli a una moglie giovane” Ludovico Dolce espone la sua idea di matrimonio come metodo per incanalare nella vita sociale la forza derivante della figura femminile per fare in modo che la sua imperfezione naturale possa regolarsi alla presenza dell’universo maschile. La donna deve riconoscere il marito come suo unico referente e vivere in sua funzione, ha come dovere fondamentale di adattarsi a ogni situazione e di amare sempre il compagno, indipendentemente da come egli si comporta. La moglie, inoltre, non è padrona del suo corpo ma, è tutto in potere del marito, che ne dispone a suo piacimento. Questo fenomeno della trattatistica sull’aspetto delle donne non è presente solo in Italia, ma anche in Francia dove il medico parigino Jean Liébault espone l’ideale della bellezza femminile del cinquecento, ideale di bellezza che soddisfi l’occhio maschile. Questo nuovo ideale propone una donna in carne e formosa in modo che queste caratteristiche rappresentino lo status sociale. Infatti si nota nei libri di cucina degli alti ceti che le abitudini alimentari dell’epoca erano ricche di grassi e zuccheri. Infatti le forme opulente e la carnagione bianca evocavano un’idea di sanità fisica, di bellezza femminile e di appartenenza all’élite sociale, mentre l’abbronzatura e la magrezza venivano associate alla donna del popolo, costretta al lavoro e alla fame.

Dal sedicesimo secolo però la donna incomincia a interessarsi della vita culturale. Esse nelle loro poesie esprimono il rapporto con l’altro sesso, la loro visione del mondo, dell’amore e del matrimonio. Già nel secolo precedente però sono presenti delle figure colte femminili che furono lodate per la loro intelligenza e bellezza da molti scrittori. Le nuove poetesse si collocavano soprattutto nelle corti e con loro sono presenti anche cantanti e musiciste. Con l’inserimento delle poetesse nella sfera culturale si ha un maggiore interessamento, non più della produzione lirica, ancora molto nutrita, ma di altri generi letterari come il poemetto, la favola pastorale, l’epistolario, la scrittura mistico religiosa e anche la trattatistica. Le poetesse più importanti di questo secolo come Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Isabella Morra, Veronica Franco e Gaspara Stampa si cimentavano nell’imitazione di Petrarca.

La trattatistica delle donne sulle donne, come “Il merito delle donne” e “La nobiltà et eccellenza delle donne” sono dei trattati che fungono da risposta ad altri trattati, come “Dei donneschi difetti”, nei quali le donne venivano provocate. Ne “Il merito delle donne” la poetessa Moderata Fonte descrive la vera situazione sociale della donna la quale ci mostra come, nonostante la condizione della donna sia migliorata rispetto ai secoli precedenti, sia ancora molto inferiore a quella dell’uomo e come esse abbiano preso coscienza di questa loro inferiorità sociale.


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte I)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

Nelle conversazioni tra amici, che, come me, si dilettano di letteratura, ci siamo spesso chiesti quanta parte abbia avuto la donna nella storia letteraria italiana dalle origini fino ai giorni nostri. Se andiamo con la mente ai ricordi scolastici dobbiamo constatare che pochissimi nomi femminili tornano alla memoria, anzi tra i “Grandi” proprio nessuno.
D’altronde, in epoche in cui (salvo poche classi privilegiate) si faticava a mettere insieme il pranzo con la cena, la cultura o anche il solo saper “leggere e scrivere” era patrimonio di pochi uomini, e dico proprio “uomini” perché alle donne, eccetto rare eccezioni, non veniva fornita una educazione letteraria.

Ciò nonostante mi sono accinta, per pura curiosità intellettuale, a sfogliare con puntigliosa diligenza sia la Storia della Letteratura Italiana sia le più usate Antologie dei nostri Licei.
Vuoi vedere, mi sono detta, che non si trovi almeno tra gli autori “minori” qualche nome femminile?
Invece proprio all’inizio della mia ricerca, per buon viatico, mi sono imbattuta in un testo del XII secolo, molto diffuso all’epoca, dall’emblematico titolo “Proverbi sulla natura delle donne“.
E’ questo un poemetto (in quartine monorime di versi alessandrini) che, con intento didascalico e accusatorio, getta discredito su tutte quante le donne, da Eva alla Marchesa di Monferrato, non risparmiando fanciulle o maritate e neppure … le monache!
Il tono intimidatorio usato dall’autore non favoriva all’epoca qualche poveretta, che avesse avuto in animo di metter mano alla penna!
Proseguendo nella mia indagine ho visto che i primi documenti in lingua italiana trattano di argomenti, che forse poco si addicevano all’indole femminile: poemi di natura allegorica o didascalica, poemi epici, invettive politiche, canti goliardici.
Ci sono anche inni o laudi di carattere religioso, ma forse se qualche donna pur ne avesse composti non avrebbe trovato il coraggio, né il modo di pubblicizzarli.

La poesia d’amore, tema più congeniale all’animo femminile, ebbe inizio in Italia su imitazione della poesia Provenzale ed acquisì vera indipendenza letteraria con i poeti della Scuola Siciliana.
Mentre, però, in Provenza la presenza di poetesse non è del tutto ignota, qui da noi non se ne trova traccia.

Unica eccezione, nel 1200, si ha con una poetessa fiorentina, che conosciamo sotto lo pseudonimo di:

– COMPIUTA DONZELLA (Significativo è l’uso di un nome d’arte in un’epoca in cui nessun poeta riteneva opportuno di doversi celare!).
Di lei, vissuta nel XIII secolo, rimangono solo tre aggraziati sonetti di stile siciliano-provenzaleggiante.
Il più noto dei tre è il seguente:

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore

ed io di ciò non ho disio né voglia,
e in gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Di questi versi il critico A. Momigliano dice: “L’ultima terzina è di una sobrietà da vero poeta; e tutto il sonetto adombra in poche linee di misurata tristezza il dramma di un’anima raccolta e pensosa”.

Con l’avvento del Dolce Stil Novo, la donna crebbe d’importanza, non tanto come autrice di versi, ma in quanto simbolo di gentilezza e di virtù, sorgente di purificazione spirituale, mezzo per elevarsi fino a Dio.
In questa stessa epoca non mancarono comunque rimatori realistici, che attraverso versi di eredità giullaresca, ignorando il modello della “donna angelicata”, cantarono la donna fatta di carne ed ossa, l’amore fisico, il gioco da taverna e la febbre dei sensi.
Ad ogni modo è da allora che la donna, venerata come angelo o desiderata solo come oggetto di brama sensuale, entra in qualche modo nel mondo della poesia.

Dobbiamo, però, arrivare alla seconda metà del XIV secolo per trovare una presenza femminile tra gli autori di cui ci è stato tramandato il nome e l’opera.
Tra gli scrittori a carattere religioso spicca una giovane donna, destinata a esser presto canonizzata:

– CATERINA DA SIENA (1347-1380), con le LettereIl Dialogo della Divina Provvidenza.
Secondo la critica letteraria, però, questi scritti, pur pieni di fervore apostolico e di enfasi mistica, non raggiungono un vero valore letterario, non avendo né il tono distaccato della confessione poetica, né il rigore di un assunto filosofico.

Successivamente nel XV secolo, nella Firenze Medicea, troviamo tra gli scrittori di sacre rappresentazioni

– ANTONIA GIANNOTTI PULCI con la sua Santa Guglielma, un esempio di teatro devoto, in cui sono inseriti molti elementi romanzeschi.
Ella andò sposa nel 1470 a Bernardo, fratello del poeta Luigi Pulci, autore del famoso poema eroicomico Morgante. E’ quindi lecito supporre che la sua notorietà sia dovuta almeno in parte al fatto di essere una nobile fiorentina con libero accesso alla corte di Lorenzo il Magnifico.

Sempre del XV secolo è:

– ALESSANDRA MACINGHI STROZZI ( Firenze 1407-1471), vedova di Matteo, nobile del casato degli Strozzi, che fu esiliato con i figli per ragioni politiche. Di lei, nel carteggio degli Strozzi, ora nell’Archivio di Stato di Firenze, sono state tramandate le Lettere ai figliuoli esuli. Queste sono lettere spontanee, scritte con l’immediatezza del parlare familiare, piene di buoni sentimenti e di tenerezza, ma prive di un qualsivoglia intento letterario.

Agli inizi del secolo XVI viene citata:

– TULLIA D’ARAGONA (1508-1556), una cortigiana, che, nata a Roma, visse in varie città italiane. Di lei abbiamo eleganti Rime di ispirazione amorosa secondo i canoni petrarcheschi e l’opera Dialogo della infinità di amore. Quest’ultimo è da alcuni critici attribuito a Benedetto Varchi, (forse perché scritto troppo bene per essere opera di una donna?)

Nel 1559 Ludovico Domenichi pubblica a Lucca il libro “Rime diverse di alcune nobilissime e virtuosissime donne“. Questo avvenimento ci fa capire che, in un’epoca divenuta più colta e più libera, molte furono le donne, che coltivarono la poesia.

La critica letteraria non è, devo dire, molto favorevole nel giudicarle, almeno secondo il giudizio di studiosi come il nostro contemporaneo Natalino Sapegno, che scrive testualmente: “All’insegnamento petrarchesco si attengono come ad utile freno, pur nella loro naturale tendenza all’effusione immediata e disordinata del sentimento, le moltissime rimatrici del tempo”.

Penso, comunque, sia doveroso ricordare qui i nomi delle poetesse, che ho trovato riportati nei libri di letteratura ad uso delle scuole:

– BARBARA TORELLI STROZZI (1475-1533), gentildonna parmense, cui viene attribuito un unico sonetto sulla morte del secondo marito Ercole Strozzi, assassinato pochi giorni dopo le nozze. E’ un sonetto molto ammirato per il vigore realistico, tuttavia, proprio per questo, recentemente la critica lo ha attribuito al poeta ferrarese Girolamo Baruffaldi.

– VERONICA GAMBARA (1485-1551), contessa bresciana, che andò sposa a Gilberto, signore di Correggio. Rimasta vedova a soli 28 anni resse con fermezza il governo del suo staterello.
Scrisse rime aderenti al linguaggio petrarchesco tutte dedicate al marito, sia prima che dopo la morte di lui. Di questa poetessa abbiamo sia sonetti che raffinate canzoni, che raramente, dicono i critici, si elevano a vera altezza poetica, perché sono troppo ragionate.
Di lei leggiamo la seguente un’ottava:

Quando miro la terra ornata e bella
Di mille vaghi ed odorati fiori,
e che, come nel ciel luce ogni stella,
così splendono in lei vari colori,
ed ogni fiera solitaria e snella,
mossa da naturale istinto, fuori
de’ boschi uscendo e de l’antiche grotte,
va cercando il compagno e giorno e notte.

– VITTORIA COLONNA, romana (1490-1547), che fu moglie del Marchese di Pescara. Rimasta presto vedova, visse un’intensa esperienza religiosa. Fu legata da amicizia con artisti del tempo, quali Michelangiolo e il poeta Galeazzo Tarsia. Scrisse anche lei rime di gusto petrarchesco con un linguaggio elegante, ma senza un vero abbandono poetico.
Del suo Canzoniere si trascrive questo sonetto:

A quale strazio la mia vita adduce
Amor, che oscuro il chiaro sol mi rende,
e nel mio petto al suo apparire accende
maggior desio della mia vaga luce.

Tutto il bel che natura a noi produce,
che tanto aggrada a chi men vede e intende,
più di pace mi toglie e sì m’offende,
ch’a più caldi sospir mi riconduce.

Se verde prato e se fior vari miro,
priva d’ogni speranza trema l’alma:
che rinverde il pensier del suo bel frutto

che morte svelse. A lui la grave salma
tolse un dolce e brevissimo sospiro,
e a me lasciò l’amaro eterno lutto.

– FRANCESCA TURRINI BUFALINI, umbra di Città di Castello, (XVI sec.) di lei scarse sono le notizie sulla vita. Scrittrice di buona cultura, compose poesie sacre e delicate liriche petrarchesche, che rievocano i suoi affetti e la quiete di un’esistenza serena. I suoi versi vennero pubblicati a Roma nel 1595 e a Città di Castello nel 1608.
Suo è il seguente sonetto:

Cara, fida, secreta cameretta,
in cui passai dolente i miei verd’anni,
da cui la notte e ‘l dì piansi i miei danni,
mentre in te mi vedea chiusa e soletta;

quanto in ogni stagion fosti diletta,
alternando a me stessa i fregi e i panni,
ed a’ vari pensier spiegando i vanni ( i vanni: le ali)
o sonando e leggendo opera eletta!

Or con trapunti il giorno iva passando,
or con le Muse al fonte d’ Elicona,
ponendo in tutto ogn’altra cura in bando.

Ché a questo ogn’altro ben non paragona,
né dolcezza è maggiore di quella, quando
con lor dove si canta e si ragiona.


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