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Assioma del libero arbitrio

 
Molti filosofi e scienziati affermano che non si può lavorare affatto senza il presupposto della libertà. Fare altrimenti è ammettere che non abbiamo alcun controllo su tutto ciò che accade, perché “ci sta accadendo”, non accade perché “dipende da noi”. René Descartes divise notoriamente il mondo in mente (il regno ideale dei pensieri) e corpo (il mondo materiale). Il mondo fisico è una macchina deterministica , ma le nostre idee e pensieri possono essere liberi ( indeterminati ) e possono cambiare le cose nel mondo materiale altrimenti predeterminato (attraverso la ghiandola pineale nel cervello, pensò).

 

Descartes ha scritto nel 1644

La libertà di volontà è evidente. C’è libertà nella nostra volontà, e che in molti casi abbiamo potere o neghiamo il nostro assenso a volontà, è così evidente che deve essere annoverato tra le prime e più comuni nozioni che sono innate in noi.
Principi di filosofia , prima parte, sezione 41, trad. Haldane e Ross, 1911, p.235)

Nel suo libro del 1874 Principles of Science , il grande logico ed economista William Stanley Jevons è inequivocabile sul fatto che gli scienziati hanno la libertà di ipotizzare. In una sezione intitolata Freedom of Theorizing , dichiara

Sarebbe un completo errore supporre che il grande scopritore sia colui che afferra subito in modo infallibile la verità, o ha un metodo speciale per indovinarla. Con ogni probabilità gli errori della grande mente superano di gran lunga in numero quelli della meno vigorosa. La fertilità dell’immaginazione e l’abbondanza di supposizioni sulla verità sono tra i primi requisiti della scoperta; ma le supposizioni errate devono quasi necessariamente essere molte volte più numerose di quelle che si dimostrano fondate. Le analogie più deboli, le nozioni più stravaganti, le teorie apparentemente più assurde possono passare attraverso il cervello brulicante, e non può rimanere traccia di più della centesima parte. Non c’è nulla di intrinsecamente assurdo tranne ciò che si rivela contrario alla logica e all’esperienza. Le teorie più vere implicano supposizioni le più inconcepibili,e nessun limite può davvero essere posto alla libertà di formulare ipotesi.

 

Sappiamo che William James leggeva Jevons. Nel 1880, ha attribuito a Jevons di aver spiegato la creatività del genio come dipendente da ipotesi casuali. James ha detto,

“Al professor Jevons è dovuto il grande merito di aver sottolineato con enfasi come il genio della scoperta dipenda del tutto dal numero di queste nozioni e supposizioni casuali che visitano la mente dell’investigatore. Essere fertili nelle ipotesi è il primo requisito, ed essere disponibili buttarli via nel momento in cui l’esperienza li contraddice è il prossimo “.

Ma James ha detto esplicitamente che ha imparato ad affermare la sua libertà come punto di partenza dal filosofo francese Charles Renouvier . In una recensione del 1876 dell’Essais de Critique Générale di Renouvier, James citò Renouvier: “Lascia che la nostra libertà si pronunci sulla propria esistenza reale”, e disse

La {libertà] e la necessità, essendo allo stesso modo indimostrabili da qualsiasi processo quasi materiale, devono essere postulate, se mai prese.

 

 

Ha citato ancora Renouvier,

“Preferisco affermare la mia libertà e ad essa attraverso la mia libertà … La mia certezza morale e pratica inizia logicamente dalla certezza della mia libertà, così come praticamente la mia libertà ha sempre dovuto intervenire nella costituzione della mia certezza speculativa “.

Quindi per James era un assioma, un punto di partenza, che la sua volontà fosse libera. Come primo atto di libertà, ha detto, ha scelto di credere che la sua volontà fosse libera. Nella sua annotazione di diario del 30 aprile 1870 scrisse:

“Penso che ieri sia stata una crisi nella mia vita. Ho finito la prima parte del secondo Essais di Renouvier e non vedo motivo per cui la sua definizione di libero arbitrio – ‘il sostegno di un pensiero perché scelgo di farlo quando potrei avere altri pensieri’ – deve essere la definizione di un’illusione. In ogni caso, per il momento presumo – fino al prossimo anno – che non sia un’illusione. Il mio primo atto di libero arbitrio sarà credere nel libero arbitrio “.

Il filosofo John Searle dice:

Il problema del libero arbitrio è insolito tra le questioni filosofiche contemporanee in quanto non siamo neanche lontanamente vicini ad avere una soluzione. Posso darvi un resoconto abbastanza buono della coscienza, dell’intenzionalità, degli atti linguistici e dell’ontologia della società, ma non so come risolvere il problema del libero arbitrio .Bene, perché è così importante? Ci sono molti problemi a cui non troviamo soluzioni. Il problema speciale del libero arbitrio è che non possiamo andare avanti con le nostre vite senza presupporre il libero arbitrio. Ogni volta che ci troviamo in una situazione decisionale, o addirittura in una situazione che richiede un’azione volontaria, dobbiamo presupporre la nostra libertà.
Libertà e neurobiologia , p.11)

Lo scienziato Nicolas Gisin dice:

So che mi piace il libero arbitrio molto più di quanto sappia qualcosa di fisica. Quindi, la fisica non sarà mai in grado di convincermi che il libero arbitrio è un’illusione. Al contrario, ogni ipotesi fisica incompatibile con il libero arbitrio è falsificata dalla più profonda esperienza che ho sul libero arbitrio.

Lo scienziato Antoine Suarez dice:

Il libero arbitrio è un assioma, come il teorema del libero arbitrio di Conway e Kochen .

Conway e Kochen affermano che se gli sperimentatori hanno il libero arbitrio, allora lo fanno anche le particelle elementari (di cui sono fatti gli sperimentatori). Questo è il contrario di Arthur Stanley Eddington , che ha detto che la libertà (indeterminatezza quantistica) delle particelle elementari ha aperto una porta per la libertà umana. Eddington ha detto,

“La rivoluzione della teoria che ha espulso il determinismo dalla fisica odierna ha quindi l’importante conseguenza che non è più necessario supporre che le azioni umane siano adeguatamente predeterminate. Sebbene la porta della libertà umana sia aperta, non è spalancata; appare solo uno spiraglio di luce del giorno. “
(New Pathways in Science, 1935, p.87)

Il filosofo americano Henry Allison ha detto,

 

“Prendere se stessi come un agente razionale significa presumere che la propria ragione abbia un’applicazione pratica o, equivalentemente, che si abbia una volontà. Inoltre, non si può assumerla senza già presupporre l’idea di libertà, motivo per cui si può agire, o prendere se stessi per agire, solo sotto questa idea. Essa costituisce, per così dire, la forma del pensiero di se stessi come agente razionale “.
(“We Can Act Only under the Idea of ​​Freedom”, Atti della American Philosophical Association , 71: 2; pp.39-50)

 

Va dove ti porta l’Eros

Eros

La mia idea si regge su una distinzione fondamentale che specificherò in questa frase iniziale: l’insegnare e l’imparare non devono essere confusi con l’educazione e possono persino essere impediti dall’educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale, allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell’educazione, alla certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei programmi educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri dibattiti che impegnano cittadini ed esperti. La distinzione può essere posta in termini semplici e pratici. Qualcosa dentro di noi, quasi naturalmente, vuole imparare, specialmente nell’infanzia. Come usare una sega, cucinare un uovo strapazzato, ricordare i versi di una canzone? Dove va il sole quando scende «giù»? E dove sono i pettirossi d’inverno, e perché le anatre non annegano come i polli? Qualcosa dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è innato alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai genitori, agli amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di apprendere, anche fino ad assumere un comportamento ossessivo, ritualistico, dove «perché?» si ammucchia su «perché?» e su «perché?». Possiamo imparare ponendo delle domande, ma impariamo ancora di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi stessi, tiene un occhio all’esterno e un cuore aperto per il dove e il che cosa, e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio d’imparare.
In corrispondenza con questo desiderio d’imparare c’è un impulso a insegnare, egualmente innato. Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente, vuole rispondere a una domanda, dimostrare, spiegare, correggere. «Su, dammi quello; lascia che ti mostri come si fa». «Non tenere la sega così stretta. Lascia che siano i denti a fare il lavoro». «La pioggia? Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da bagno: guarda come il vapore del bagno produce delle piccole goccioline sulla superficie fredda dello specchio». La relazione fra l’imparare e l’insegnare è animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il prodotto della civilizzazione e della cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa relazione tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a questa relazione, l’insegnante e l’allievo, la guida e l’apprendista, l’esperienza e l’innocenza, il sapere e l’ignoranza, il pieno e il vuoto sono costituenti costanti della vita interiore dell’anima. In quanto tali, appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi dell’indagine. La ricerca di un insegnante, di un insegnamento e il desiderio d’insegnare continuano in modo significativo nella tarda età. Uno dei momenti più miserevoli della tarda età è quello in cui l’impulso a insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò che si può insegnare. Fra questi due impulsi e la loro affinità l’uno per l’altro viene l’Educazione. Immaginate l’Insegnare e l’Imparare come un fratello e una sorella, sperduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba, catturati dalla strega, l’Educazione, e sempre sul punto di essere divorati dall’insaziabile appetito di quella strega. L’intervento dell’Educazione sembra piuttosto ragionevole: mira a facilitare la serendipità (1) della relazione rimuovendo la casualità e controllando il contingente. Soprattutto l’educazione esteriorizza e sistematizza la relazione nella «scuola» (istituzioni educative). Tenta di mettere in contatto i giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati) allievi. Così l’insegnare e l’imparare vengono personificati in classi di persone: quelli che possono e quelli che non possono; quelli che sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa una professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla divisione in classi, che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura dell’«altro». Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro insegnanti, minacciando l’educazione stessa e conducendola a definire il suo ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come un’autorità impositiva. In questo modo l’educazione separa l’insegnare e l’imparare. Pure la storia dell’autodidatta mostra che i due elementi potenziali nella natura umana sono funzioni complementari. Quanto ciascuno di noi ha imparato e ancora impara insegnando a se stesso da solo!
L’educazione richiede un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove, valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità misurabile. Pure l’educazione si suddivide in due specie: primaria e superiore, tecnica e classica, scienze e arti; riparatrice e avanzata. Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità, l’insegnare e l’imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni segrete. Dei lunghi anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di illuminazione conservati nella memoria, quanti pochi momenti di insegnamento che hanno acceso un fuoco! Anche per gli insegnanti solo una manciata di studenti da tante classi realmente «connesse» restano ben presenti nella memoria. Potrebbe sembrare che la distinzione che sto tracciando segua un vecchio spartiacque fra ciò che William James – che fu lui stesso molto interessato all’insegnamento (Conversazioni con gli insegnanti, 1899) – chiama le menti «dure» e quelle «tenere». Questa divisione domina la teoria pedagogica come l’opposizione tra disciplina e libertà, tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il bisogno innato assennato e creativo di opportunità ed espressione. Potrebbe sembrare che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare e insegnare segua un lato di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di Rousseau, Pestalozzi, Frobel, Montessori e Alice Miller, i quali tutti sottolineano l’elemento idiosincratico piuttosto che quello nomotetico, privilegiando l’individuale sulle necessità collettive della società. Ma questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da questo spartiacque del tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante preceda l’educazione non può subire un’interpretazione letterale in un programma d’educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più duri di contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall’altra, una tenera educazione in classi collaborative e l’istruzione scolastica a casa. Se io optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre sono solo uno psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell’anima dell’educazione piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che l’affinità innata fra l’insegnare e l’imparare, e l’idea di ciò come di un fatto primordiale, restino vive nell’anima.
L’educazione oggi assorbe il 5% del prodotto mondiale nazionale lordo; l’educazione è la più grande industria del mondo. Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel mondo. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di insegnanti e allievi, esse non sono radicate nell’insegnare e nell’imparare. Infatti l’immediatezza di quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi dell’educazione. Per la gioventù ci sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi dell’educazione contro i quali c’è tanta ribellione, sia diretta – come il rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos o scomparsi – sia indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio «i disturbi dell’imparare». Gli insegnanti, presi fra le richieste dell’educazione da una parte e la ribellione degli studenti dall’altra, sono in una posizione simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato verso il cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il peccatore. Sono obbligati dalla fedeltà alla loro coppia a stare con i loro studenti i cui sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine generale dell’imparare chiamato «educazione». Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare che una società guidata dall’economia insiste nel ritenere di primaria importanza. Devi ricevere un’educazione, avere un’educazione, perché allora sarai più vendibile, servendo l’economia e alzando il Pil. Ecco perché gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L’educazione come merce, come un investimento di capitale che serve alla competizione del libero mercato. È questo ciò a cui i sintomi dicono «no»? È questo ciò che il rifiuto della scuola in definitiva significa? Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia.

Possiamo osservare il cuore dell’insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il romanziere e saggista americano, ricorda: «Un edificio scolastico… terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller – una giovane insegnante di scuola, bianca, una donna bellissima… che amavo… in modo assoluto, dell’amore di un bambino», riconobbe una qualità in questo bambino nero di dieci anni. «La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi». Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendole una fotografia. «Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni». Un altro resoconto, questo di Elia Kazan, lo straordinario regista cinematografico: «Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna, l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una lettera. “Quando avevi solo dodici anni” scrisse, “la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …”. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline classiche». Un terzo esmpio è quello di Truman Capote, un tipico «bambino difficile», che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.
«Mi prese in simpatia», ha detto Kazan; «Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni», ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank «mi disse che avevo dei begli occhi marroni», ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c’è un modo di valutare indipendente dagli esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore. Noi non crediamo più in questa specie di visione: «…la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto». Ma al giorno d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievi e questi maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros si risvegli? Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e l’eguaglianza? Può darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computers all’interno dell’aula: essi sono completamente imparziali. Non c’è eros nel programma. Niente eros neppure nell’accademia – una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il personale è «di una classe più bassa», persino al di sotto degli studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di conoscenza che sarà superata dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l’unico accesso all’eros nell’università. Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l’eros è represso cade in un’intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza – osservando le mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): «Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho toccato». Mentre sull’educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice: «Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà erotika)».
È importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti quanto – in questi casi di scrittori – per la lingua inglese. I loro demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si salvano l’uno con l’altro. Così l’insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.

Prima di concludere questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe rendere più chiaro un pensiero. La base dell’insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da quella di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell’educazione subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l’educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. Il fatto che l’educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. All’insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il destino di Socrate, la persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di trincea durante la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti educativi, il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo. L’imparare deve nascondersi all’interno dell’educazione come abbiamo visto nei tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente erotica lega in modo sovversivo l’insegnante e lo studente. Marsilio Ficino, uno dei più autorevoli insegnanti d’Europa, si riferì a questo imparare nascosto e sovversivo come contro-educazione. Noi impariamo ciò che è ufficialmente insegnato, e re-impariamo il contrario o ciò che sta più profondamente nel suo interno, vedendo in esso e attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il chiedere ulteriormente: «Questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che cosa significano per l’anima?». La contro-educazione interiorizza e individualizza, come ha detto Ficino, le uniformità dell’educazione. Individualizzare l’educazione, cioè collocare l’imparare all’interno dell’anima di qualcuno, esige l’eros, non perché l’individualizzare favorisce uno studente a scapito di un altro, il cosiddetto «prediletto dell’insegnante», ma perché l’eros incendia il particolare stile di desiderio di ogni persona. Con «uniformità» mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza, gradazioni attraverso livelli, libri di testo uniformi, divisioni del tempo, architettura delle aule scolastiche, ecc. L’idea autentica dell’uniformità educativa, dell’universalità stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a Harvard, e molto tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri universali dai quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici, che ha chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che governano l’immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi universali mostrano come la natura umana immagina i suoi problemi, viene a contatto con essi, ed effettua scelte di valore. Essi offrono un modo di pensiero umanista o quella che può anche essere chiamata una base poetica della mente che è capace di superare il nichilismo etico dell’educazione contemporanea e l’ottusità estetica travestiti e rinforzati dal «metodo obiettivo».
Così, seguendo Vico, la base archetipica della mente è un substrato sia di logica che di sogno, di scienza e di arte, di passato e di presente, di obiettività e di soggettività. Mentre Vico propone le molteplici persone e storie e valori dei miti nella loro immensa differenziazione, Gardiner mina l’uniformità dimostrando che l’imparare dev’essere molteplice perché l’intelligenza è molteplice. L’imparare e l’insegnare devono seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene a tutto. Anche la nozione di «misura» può essere liberata dalla sua angusta denotazione – significati matematici e statistici – per allargarla al chi, al perché e al che cosa è stato misurato; per esempio, l’estetica, la narrativa, la morale o le capacità del corpo. Ma ora sto andando oltre il mio semplice tema e sto trasgredendo nel campo delle idee educative, idee per rifondare l’educazione lungo linee che derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il primo compito dell’educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di decostruirsi trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque cosa venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis di tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento dipende dall’affinità naturale fra la coppia archetipica: l’Insegnante e lo Studente.