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Studi macrolinguistici

La sociolinguistica può essere divisa grosso modo in due grandi gruppi di studio, o meglio due livelli : quello di analisi macrolinguistica , interessato ai rapporti fra linguaggio e società nel suo complesso, e quello microlinguistico , che si occupa soprattutto delle interazioni verbali e delle conversazioni. Secondo Fishman il primo livello è orientato in senso sociologico, ed il secondo è orientato linguisticamente.

All’ interno degli studi macrolinguistici possiamo situare la famosa questione della “relativit{ culturale” rapportata alla “relatività linguistica”, secondo cui una lingua gioca una parte rilevante nello strutturare il mondo percettivo dei parlanti. Tale ipotesi, già presente in Von Humboldt e nell’ antropologo Franz Boas, viene detta “ ipotesi Sapir- Whorf ”, dal nome dei due studiosi che la svilupparono. Secondo Whorf ; “ Il sistema linguistico non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee, ma esso stesso d{ forma alle idee, è il programma e la guida dell’ attività mentale dell’ individuo ”.

Molte ricerche sono state fatte riguardo all’ influenza del lessico e soprattutto delle categorie grammaticali della lingua nel formare una determinata struttura mentale ; ma senza riuscire ad affermare una totale dipendenza concettuale dalla lingua, anche se certamente vi è una correlazione tra i due fenomeni.

A questo proposito Dell Hymes ha scritto : “ I popoli non usano tutti e dappertutto il linguaggio nella stessa misura, nelle stesse situazioni, o per le stesse cose ; alcuni popoli danno maggior rilievo di altri al linguaggio. Non si può assumere che tali differenze nel ruolo occupato dal linguaggio nel sistema comunicativo non abbiano nessuna influenza sulla profondità con cui il linguaggio determina la visione del mondo. ”

Hymes, così come gli altri esponenti della “etnografia del linguaggio”, si preoccupa di situare ogni evento comunicativo all’ interno della particolare cultura che lo produce. Ad esempio : “ Se uno straniero vuole comunicare in modo corretto con i membri di una società che non conosce, egli non potrà limitarsi a formulare i messaggi in modo intelligibile. E’ necessario qualcosa di più, cioè una conoscenza del tipo di codice, di canale e di espressioni da usare, delle situazioni in cui usarle e delle persone nei confronti delle quali usarle ”.

Recentemente hanno avuto grande sviluppo gli studi sulle comunità politiche e i correlati conflitti linguistici, su possibili “pianificazioni linguistiche” che molti governi cercano di attuare in diverse nazioni, nonché sulla alfabetizzazione dei popoli in via di sviluppo. Già nel secolo scorso il linguaggio venne considerato la caratteristica principale per definire una nazionalità, e da allora la lotta di numerosi gruppi autonomistici è stata legata all’ affermazione della propria lingua ( conflitti ancora in corso riguardano il Canada, il Belgio, i gruppi catalano e basco in Spagna, tanto per fare alcuni esempi ).

Spesso, come accade in Italia, ogni “pianificazione linguistica” deve tener conto della presenza dei “dialetti”. La sociolinguistica non pone alcuna differenza “gerarchica” tra lingua e dialetto , in quanto ambedue sono sistemi linguistici perfettamente strutturati ed appropriati alla comunicazione ; soltanto che i dialetti sono impiegati presso comunità ristrette, mentre la lingua è un “dialetto” che, avendo acquisito una maggiore importanza socio- culturale, è giunto ad essere impiegato in un’ intera nazione.

A volte il termine “dialetto” indica la variet{ di una lingua, altre volte si tratta di un sistema linguistico diverso ; ad esempio i dialetti italiani non sono “variet{ dell’ italiano”, bensì lingue impiegate accanto a quella nazionale. Il caso del nostro Paese è molto complesso, se pensiamo che in ogni regione italiana il repertorio verbale comprende più o meno :

  1. l’ italiano aulico ;
  2. l’ italiano parlato formale ;
  3. l’ italiano colloquiale-informale ;
  4. il dialetto nel suo stile più elevato ;
  5. il dialetto del capoluogo di provincia ;
  6. il dialetto locale.

Non è quindi facile stabilire cosa sia una “comunit{ linguistica” ; secondo una definizione di Fishman si tratta di : “ quella comunit{ i cui parlanti hanno tutti in comune almeno una varietà di lingua e le norme per il suo uso appropriato ” .

Infatti è molto difficile trovare una comunità caratterizzata da unilinguismo , senza che siano presenti più varietà di lingua ; la situazione comune mostra caratteri di bilinguismo e plurilinguismo .

Charles A. Ferguson ha introdotto anche il termine di diglossia , allorché in un gruppo parlante sono presenti una variet{ “alta” di lingua ed una o più variet{ “basse”, con rispettivi ambiti di uso funzionalmente ben limitati. 148 A volte diglossia e bilinguismo coincidono, ma possiamo anche avere diglossia senza bilinguismo e viceversa.

Ricordiamo anche alcune osservazioni che sono state fatte a proposito del linguaggio connesso con le regole sociali dominanti : un saggio molto interessante è quello di R. Brown e A. Gilman sui “ pronomi del potere e della solidariet{ ”. 149

I due studiosi hanno infatti riscontrato come, attraverso i secoli, ad una “ semantica del potere ” ( rivelata dall’ uso non reciproco del “tu” e del “voi” tra superiore e inferiore ) si sia sostituita una “ semantica della solidariet{ ”, per cui tendiamo ad estendere il “tu” a tutti coloro che sono come noi, o fanno qualcosa insieme a noi ( fra studenti, lavoratori, giovani in genere, membri dello stesso gruppo politico o della stessa associazione, etc. ) e a riservare il “voi” ( o meglio il “Lei” ) a coloro che ci sono estranei. In entrambi i casi l’ uso è simmetrico, cioè ci viene restituito il pronome che usiamo. Comunque i pronomi non sono le uniche forme che esprimono il potere o una forma di rapporto qualsiasi tra le persone ; anche l’ uso dei titoli e dei nomi propri è rivelatorio in questo senso ( ad esempio un padre chiama i suoi figli per nome, ma non si aspetta in genere che essi facciano altrettanto con lui ).

Vi è poi William Labov, il quale ha studiato le connessioni tra variazione linguistica e stratificazione sociale, riscontrando così le cosiddette “ variazioni sociolinguistiche ”.

Egli si è occupato soprattutto delle realizzazioni di tipo fonologico, come la realizzazione fricativa interdentale di /θ / in parole inglesi come “thing”, “thick”, “through” ( forma ritenuta corretta ) e le varianti di realizzazione in forma affricata e occlusiva. Si è rilevata una netta corrispondenza tra realizzazione linguistica e classe sociale di appartenenza ( Labov ha distinto cinque classi : sottoproletariato, proletariato, piccola borghesia, media borghesia, alta borghesia ). In una ricerca di questo tipo si possono anche introdurre parametri quali l’ età, il sesso, l’ istruzione, il luogo di nascita, etc. , ed inoltre considerare il contesto, nel senso di stratificazione stilistica ; modo di parlare formale ed accurato oppure ordinario e normale , lettura di parole separate o di un brano intero, conversazione sorvegliata o casuale.

In generale i fattori sociali che differenziano il comportamento linguistico sono riconosciuti essere cinque :

  1. l’ età ;
  2. il sesso ;
  3. il gruppo etnico ;
  4. la classe socio-economica ;
  5. l’ istruzione.

Bisogna inoltre considerare i valori sociali che sono proiettati sulla realizzazione linguistica ; ad esempio la ricerca del comportamento linguistico tipico della classe più elevata o del gruppo socialmente superiore, oppure l’ uso del linguaggio a fini di coesione o di identità del gruppo, o anche l’ espressione, attraverso il tipo di linguaggio, di ideologie innovative o conservative.

I fattori sociali influenzano in maniera decisiva la stessa acquisizione del linguaggio ; basta considerare il caso dei “ragazzi-lupo”, incapaci di esprimersi verbalmente non essendo stati socializzati in questo senso. Lo sviluppo delle capacità linguistiche è influenzato dall’ ambiente familiare o microsociologico in genere di provenienza , dall’ ambiente scolastico, dall’esposizione ai mezzi di comunicazione di massa ; fondamentale è in ogni caso il complesso delle interazioni a cui la persona è esposta, e ciò fa pensare che gli appartenenti ai gruppi socioculturali o socioprofessionali superiori siano molto favoriti in questo senso. Riguardo a questo aspetto sono celebri le ricerche del sociolinguista britannico Basil Bernstein, che sono conosciute impropriamente col nome di “teoria della deprivazione verbale “.

Secondo Bernstein esistono diversi codici semantici, i quali possono essere orientati verso le persone o verso gli oggetti, e inoltre possono essere ristretti o elaborati. Egli chiama “codice ristretto” una variante di lingua molto legata alla situazione, meno aperta, più particolaristica, scarna e povera ; tale codice sarebbe funzionale a forme codificate e rigide di relazioni sociali .

Il “codice elaborato” è invece meno dipendente dalla situazione, permette una notevole complessità di contenuti e di espressioni ; orientato sulle persone e sulle argomentazioni, aperto alla logica esplicita ; funzionale dunque a relazioni sociali aperte ed a carattere personale.

Come esempi di “codice ristretto” egli cita : frasi brevi, grammaticalmente semplici, spesso tronche, di esile struttura sintattica ; impiego elementare di poche congiunzioni ( così, e , dunque, perché ) ; impiego rigido e limitato di aggettivi e avverbi ; impiego frequente di pronomi personali ( noi, voi ) in funzione soggettiva al posto dei pronomi impersonali ; impiego frequente di giudizi formulati come domande implicite (“E’ soltanto naturale, non è vero ?”) ; tendenza a confondere motivo e conclusione in un giudizio categorico (“F{ come ti dico”) ; uso esteso di frasi tradizionali e idiomatiche.

L’ uso di tali codici sarebbe strettamente determinato dagli stimoli e dalle esperienze avute nel periodo della socializzazione, per cui i ragazzi delle classi basse sarebbero esposti molto più frequentemente dei ragazzi di classe medio – alta al codice ristretto. Ora questo è un tipo di espressione inferiore sia dal punto di vista linguistico che cognitivo, anzi bloccherebbe un pieno sviluppo logico e cognitivo. A Bernstein sono state fatte molte critiche, secondo cui la nozione di “codice” è inesatta : si tratterebbe semplicemente di “registri” linguistici , del tutto equivalenti tra loro.

William Labov ha parlato di “codici alternativi”, dal momento che la lingua “standard” non è certamente migliore o “più logica” ( dal punto di vista grammaticale) delle variet{ o delle lingue “non standard”, ma è solo codificata dalla norma sociale.

Ad esempio il Nonstandard Negro English , usato dai bambini negri di classe socio-economica bassa, non è una versione “sottosviluppata” dell’ inglese standard, né un tipo di espressione non logico ; è soltanto una varietà, con una sua logica precisa. Bernstein ha chiarito meglio il suo pensiero, parlando non più di “codici linguistici” ma di “codici sociolinguistici”, e svincolando tali varietà di lingua dalla connessione automatica con classi sociali di tipo “borghese”, “operaio” o “sottoproletario”.


Nascita della sociolinguistica

Abbiamo visto finora come lo studio del comportamento verbale sia stato precisato ed arricchito di elementi da queste scienze vicine alla linguistica, le quali situano un’ emissione verbale all’ interno di un complesso sistema di rapporti.

Ma recentemente, soprattutto nel corso dell’ ultimo decennio, anche la linguistica vera e propria si è enormemente modificata, utilizzando le generali categorie semiotiche di emittente , destinatario , canale , messaggio e codice . E, dovendo considerare tali fattori che entrano nella produzione del messaggio linguistico, occorre tener conto del contesto , comprendente le presupposizioni, le conoscenze, le intenzioni e i ruoli dei locatori, nonché molti altri fattori, tutti di tipo sociale .

Precedentemente si è visto come la linguistica strutturale e quella generativo-trasformazionale si sono proposte di studiare la lingua indipendentemente da ogni fatto sociale, da ogni rapporto con i parlanti e con l’ ambiente in cui essi agiscono.

Considerare ed analizzare il sistema astratto della lingua ( la “langue” di Saussure, la “competenza linguistica” di Chomsky ) è servito moltissimo a fare della linguistica una scienza estremamente avanzata e rigorosa nei propri metodi di studio, ma ha anche sviluppato un completo isolamento dalla sociologia e dalle altre discipline sociali.

Ha scritto Joshua Fishman : “ La linguistica si è tradizionalmente interessata al comportamento del tutto regolare e pienamente prevedibile : p di pin è sempre pronunciata aspirata dal parlante nativo inglese, mentre la p di spin non lo è mai : è questo il genere di relazioni completamente determinate che la linguistica ha tradizionalmente cercato e trovato … E’ chiaro che cosa implichi questo modo di vedere : la linguistica non si interessa a “cose che ora ci sono e ora non ci sono” ; essa descrive fenomeni che ricorrono, oppure non ricorrono, in modo del tutto determinabile. Quando venivano registrate altre situazioni di minore determinabilit{, ad esempio nell’ uso, queste venivano definite ‘extralinguistiche’ o ‘variazioni libere’, al di fuori del regno o del terreno centrale della linguistica propriamente detta . Da parte loro, le scienze sociali erano ( e rimangono ) sorprendentemente estranee al comportamento apparentemente invariabile. ”

La Sociolinguistica ( cioè lo studio della lingua considerata nella realtà sociale concreta ) è nata realmente come scienza negli Stati Uniti d’ America, alla fine degli anni ’50. Ciò non vuol dire che nel passato non si fosse mai considerato l’ aspetto sociale del linguaggio ; basta considerare le notevoli intuizioni dei francesi Antoine Meillet e Marcel Cohen, gli studi ( risalenti al 1935) di J. R. Firth su quella che egli chiamava “linguistica sociologica” , e tutta la feconda corrente europea della dialettologia e della geografia linguistica. Ma soltanto tra il 1955 e il 1960 si inizia realmente a parlare di sociolinguistica, per merito soprattutto degli studi antropologici americani e delle loro ricerche “sul campo” riguardo alle interazioni verbali ( essenziali per comprendere le strutture sociali e culturali di una comunità ). A poco a poco, come scrive P. P. Giglioli : “ Lo studio dei fenomeni linguistici si sta costituendo in maniera irresistibile, seppure ancora lenta, come uno tra i settori più affascinanti dell’ analisi sociologica ”.

Molti sociologi si sono avvicinati al linguaggio, tanto che si distingue a volte tra “sociolinguistica” e “sociologia del linguaggio”, quest’ ultima considerata affine ad altre specializzazioni sociologiche, come ad es. la sociologia dell’ arte. Le opinioni e le proposte sulla esatta definizione di questa scienza sono molto varie ; ad es. William Labov ha scritto : “ Mi sono opposto per molti anni al termine sociolinguistica , dato che esso implica che ci possa essere una teoria o una pratica linguistica efficace, pur senza essere sociale ”.

W. Labov, insieme a Dell Hymes e a J. Fishman, è tra i sociolinguisti statunitensi più rappresentativi e noti in Italia ; egli si è occupato soprattutto del mutamento linguistico e della comparazione tra stratificazioni linguistiche e posizioni sociali dei parlanti. Hymes è il maggiore esponente della cosiddetta “etnografia della comunicazione”, che studia gli eventi comunicativi nei suoi aspetti più ampi, mentre Fishman ha esperienza notevole di pianificazione linguistica e di politica linguistica in generale. Anche l’ Europa ha dato esponenti notevolissimi alla sociolinguistica ( basta ricordare nomi come Basil Bernstein, con i suoi studi sulla “deprivazione verbale” e Marcel Cohen ) ; in Italia poi, dalla celebre Storia linguistica dell’ Italia unita di Tullio De Mauro, l’ interesse sociolinguistico è aumentato in misura sempre maggiore.

E’ difficile definire il campo di questa scienza, dati i rapporti tanto diversi e complessi tra lingua e società. Fanno certamente parte del suo campo di indagine le varietà diacroniche e sincroniche della lingua, considerate in funzione della comunità linguistica e del sistema di valori che la sostiene ; i comportamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano ; i componenti sociali di ogni atto verbale.

Recentemente, ( nel corso dell’ XI Congresso Internazionale dei linguisti tenutosi a Bologna e a Firenze ) il linguista Halliday ha indicato, tra i settori di ricerca della sociolinguistica, la demografia linguistica, lo studio della diglossia, del plurilinguismo e del pluridialettalismo, la pianificazione linguistica, la sociolinguistica dell’ educazione, il registro ( repertorio verbale e commutazione di codice ), i fattori sociali del mutamento fonologico e grammaticale, etc.

Comunque, secondo una famosa definizione “giornalistica” di Fishman, essa deve stabilire “ Chi parla quale varietà di quale lingua , quando , a proposito di che cosa e con quali interlocutori ”. Al che Gaetano Berruto aggiunge “ come , perché e dove ”.

Fishman ha anche mostrato quali differenze separino alla base la SL ( sociolinguistica) e la linguistica generativo- trasformazionale (LTG) :

“ Mentre la LTG si è interessata alla struttura sintattica priva di intenzioni comunicative, la SL si è concentrata sull’ appropriatezza comunicativa relativa a funzioni sociali diversificate. La LTG ha posto l’ accento su aspetti comuni innati, la SL lo ha posto su differenze socializzate (…….) Una ha cercato di raggiungere, al di sotto e al di là della lingua reale, la regolarità della struttura linguistica e di quella cognitiva dell’ uomo, che devono sottostare a tutte le irregolarità osservate dalla lingua quotidiana.

L’ altra si è concentrata, raccogliendoli sistematicamente, sui dati della lingua reale in quanto tale e ha dimostrato che la sua supposta “variazione libera” è profondamente strutturata, sia all’ interno (secondo cooccorrenze linguistiche che compongono la variet{) che all’ esterno ( secondo cooccorrenze situazionali funzionali e linguistiche ). ”

E’ impossibile dunque stabilire una lingua “omogenea”, che si rende accessibile mediante l’ esame della competenza di uno dei suoi parlanti nativi. La sociolinguistica non fa che sottolineare la varietà della lingua ; infatti essa cambia

  1.  attraverso il tempo,
  2.  attraverso lo spazio,
  3.  attraverso le classi e/o i gruppi sociali,
  4. attraverso le situazioni sociali.

Ad esempio, all’ interno di un codice “standard” come la lingua italiana, noi possiamo ritrovare un notevole numero di sottocodici specializzati e di “registri”, entrambi definiti come variet{ funzionali–contestuali del codice. Si chiama Sottocodice una varietà del codice lingua che possiede ( soprattutto a livello lessicale) una serie di corrispondenze, che si aggiungono a quelle generali del codice; inoltre è usata riguardo ad argomenti e sfere particolari.

Sono sottocodici le lingue tecniche e scientifiche, la lingua studentesca, la lingua politica, quella sportiva, le lingue di vari mestieri e professioni. Parte di queste varietà linguistiche hanno il nome di “linguaggi speciali” e, col termine più recente, “linguaggi settoriali”; su di essi sono state compiute un buon numero di indagini, perché la loro proliferazione continua è divenuta un fenomeno importante del linguaggio di oggi, dominato dai mass- media e dalla pubblicità.

Ognuno di noi è in pratica obbligato a possedere una certa “competenza” per un buon numero di questi linguaggi, che si ritrovano sulle pagine dei giornali, sui documenti burocratici, e nell’ attività lavorativa di ogni giorno, spesso con grave danno per la corretta comprensione dei messaggi.

Molte volte tali sottocodici ( come ad esempio i “gerghi”) sono considerati varietà sociali della lingua, in quanto sono impiegati da precisi gruppi sociali o classi socio-economiche della comunità, e vengono perciò sentiti come segno di coesione e di identità del gruppo corrispondente.

I registri si differenziano dai sottocodici per il fatto di utilizzare soltanto certi elementi del codice ; essi non sono dotati di un lessico specifico che li identifichi, presentando invece varianti soprattutto a livello fonologico e morfosintattico. Ad esempio nel registro “familiare” della lingua italiana si userà il “tu” invece che il “lei”, parole semplici e generiche ( “cosa”, “roba”, “affare” ) al posto del linguaggio specialistico, insomma un lessico di tipo “confidenziale” e “amichevole”.