L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Agorà, la parabola di Ipazia in un film forse coraggioso ma irrisolto e indigesto

Goditi Agorà ( prima parte ) on line

Goditi Agorà (seconda parte) on line

 

Una donna, tre storie. La prima è filosofica. La seconda politica. La terza sentimentale. In un film riuscito le tre storie dovrebbero intrecciarsi in un unico racconto tumultuoso e appassionante. In Agorà invece questi tre aspetti restano freddi e distinti, anche se al centro c’è la figura straordinaria di Ipazia, che nell’alambiccato film di Amenàbar ha il volto severo e bellissimo di Rachel Weisz.

Celebrata lungo i secoli come un’eroina del libero pensiero, Ipazia era una filosofa e scienziata attiva ad Alessandria nel IV secolo dopo Cristo. Brutto posto, e brutto momento, per il libero pensiero. Mentre l’egualitaria Ipazia tentava con i suoi allievi di penetrare i misteri del cosmo, la metropoli egiziana, a lungo sinonimo di tolleranza e cosmopolitismo, era infatti scossa da minacciosi fermenti. La vecchia aristocrazia pagana andava perdendo potere e prestigio; la nuova religione cristiana conquistava invece sempre nuovi adepti. Anche grazie a predicatori carismatici quanto aggressivi come l’Ammonio del film, un tipo capace di camminare nel fuoco per provare che il suo è l’unico vero Dio, e destinato a esser proclamato martire, più tardi, dopo aver scatenato un proto-pogrom antiebraico…

Ma andiamo con ordine. Culmine di questo scontro di civiltà fu la distruzione della Biblioteca di Alessandria. In Agorà la vediamo espugnata da una torma di cristiani decisi a vendicarsi dei pagani. I quali, stufi di veder profanate le statue delle loro divinità si erano dati a scannar cristiani trincerandosi poi nella cittadella del sapere. È una delle scene migliori del film. Non per la violenza, che Amenabar peraltro non spettacolarizza; non perché gli integralisti una volta tanto, da qui in poi, sono i cristiani (è l’idea-guida di Agorà); ma perché – almeno qui – le tre anime del film si fondono.

Succede quando Davo, schiavo di Ipazia, segretamente cristiano e innamorato di lei, dopo averla difesa la abbraccia con passione per poi offrirle la gola, pronto ad espiare. Ipazia lo risparmia, gettando il seme del perdono (Davo è l’unico cristiano del film a conoscere questo concetto). Uno sceneggiatore all’antica avrebbe sfruttato a dovere questo amore proibito. Qui invece, forse temendo la retorica, tutto torna subito esangue, astratto, strumentale.

Lo stesso vale per l’amore dell’allievo Oreste, che guida la pista “politica” del film. Pubblicamente respinto da Ipazia, Oreste si converte e anni dopo diventa prefetto di Alessandria. Ma non riesce a salvare l’amata. Ai cristiani al potere servono vittime-simbolo e Ipazia, donna, filosofa, nubile, agnostica, è la vittima ideale. «Voi non mettete in discussione ciò in cui credete», dirà prima di essere fatta a pezzi. Il messaggio è chiaro. Ma il film, malgrado le inquadrature “cosmiche” e le sontuose scenografie, resta confuso, intellettualistico e hollywoodiano insieme. Coraggioso, forse. Ma disinvolto, irrisolto e indigesto.

AGORÀ

(storico, Spagna, 128’)

di: Alejandro Amenabar
con: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Bahrom, Michael Lonsdale, Homayoun Ershadi

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