L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Le undicimila verghe – Guillaume Apollinaire

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verghe

All’indomani dell’avvento del ventesimo secolo, i vari tabù della società borghese, che con i suoi bigotti pregiudizi aveva caratterizzato il secolo dell’Idealismo,  vengono improvvisamente a scomparire, lasciando il passo ad una società che si connota per le sue caratteristiche antiborghesi.

All’interno di questa rivoluzione dei valori, un ruolo fondamentale è stato assunto  dalla sessualità, che vede appunto del Novecento mutare il proprio ruolo e il proprio scopo, alla luce di nuove prospettive dalle quali avrebbe mosso l’intera civiltà morale del nuovo secolo.

Il romanzo “Le undicimila verghe” ( in francese Les onze mille verges) di Guillaume Apollinaire, scritto nel 1907, realizza appieno questo nuovo ruolo assunto dalla sessualità come fondamento del nuovo assetto societario.

E siccome a noi pare che trattando il titolo si ti metta in evidenza, seppur in modo sommario, le scelte sessuali del nostro autore, è bene che venga posto al centro del nostro dibattito.

“Le undicimila verghe” è un titolo di carattere grottesco-camevalesco, inneggiante l’ abbondanza, con una forte propensione all ‘ omosessualità maschile. Spieghiamo questi caratteri, che sono alla base dello spirito che ha animato la personalità di Apollinaire e lo ha indotto a creare un testo simile, poichè, il presente romanzo crediamo sia il testo più rappresentativo del repertorio letterario del nostro autore, almeno nell’ ambito della prosa.

L’ anno 1907 fu uno del più poveri della vita dello scrittore. Apollinaire si vede impoverire le tasche in quanto, lasciato il Vesinet per vivere da solo, cerca di vivere alla giornata, facendosi strada nei circoli letterari: è quindi l’inizio della sua vita da bohemien; e il carattere “abbondante” del titolo può essere visto come un miraggio della ricchezza.

Ma è anche un titolo che ha un forte valore carnevalesco. Il numero è, per appellarci alla tradizione francese, rabelaisiano o, per dirla in termini più consoni alla nostra contemporaneità, ubuesco o birotiano: è una cifra esagerata. Cerchiamo, quindi, di spiegare quest’aspetto che è alla base dell’estetica contemporanea: il personaggio di Francois Rabelais, Pantagruel, con la sua grandissima bocca ingurgitava tutto ciò che riusciva ad ingoiare ed espellendo il contenuto gastrico per le vie evacuatorie, dava origine a qualcosa di diverso, di mutato rispetto alle  sembianze originali. Questa è una metafora del pensiero rinascimentale, intento a distruggere il mondo medioevale, con i suoi rigidi schemi, borghesi diremmo noi, per ricreare una società priva di punti prefissati, all’insegna di un a società basata sulla “volontà libera”, che iniziato con il secolo decimo sesto vedrà il suo apogeo nel secolo dei lumi. Quindi il valore grottesco-camevalesco di “undicimila verghe” sta proprio nel tentativo di distruggere la società borghese con le sue istituzioni morali e sociali, e creare una nuova sessualità più libera rispetto ai borghesi rapporti uomo-donna. La componente anticlericale del titolo è affermata dal fatto che il medesimo è una blasfema ridicolizzazione delle undicimila vergini di S. Orsola venerate a Colonia, massacrate in età medievale. Quindi abbiamo il ludico gioco di parole “vierge-verge”, che oltre a riconfermare Apollinaire un “inventeur de langage”, ne codifica il discorso blasfemico.

Ma il rapporto “vierge-verge” non ha solo un valore anticlericale e giocoso, ma  anche, e soprattutto, una forte componente sessuale che è un valore di fondo dello spirito di Apollinaire.

Spieghiamo questo carattere assolutamente fondamentale.

Nella poesia apollinairiana, lo spirito della donna, essere fondamentalmente infedele secondo il poeta, è rappresentato ne “La Canzone del Disamato”

Questa lunga poesia ha, all’interno della sua complessa struttura, tre digressioni e precisamente :

1) Mattinata cantata a Laetare un anno fa

2) Risposta dei cosacchi zaporoghi al Sultano di Costantinopoli

3) Le sette spade

La prima digressione consiste nella richiesta d’ amore da parte del poeta alla sua  amata; la seconda digressione contiene il rifiuto dell’ amata di quanto il poeta aveva chiesto, che getta il medesimo in uno stato di prostrazione straordinaria; nella terza digressione, la donna, essere etereo e di eccezionale bellezza, è divenuta, tramite la risposta dura della seconda digressione, spada; e il numero delle spade non è uno ma sette, numero sacro ( e quindi nuovamente il discorso blasfemico ), ed hanno tutte nomi femminili. Ed è proprio da questa digressione che bisogna partire per capire perchè la spada diventa verga e perchè quindi ad una componente femminile, seppur dagli aspetti mascolini, si sostituisce una scelta marcatamente omosessuale. La spada simboleggia un femminile che recide, taglia, e che, all’ atto della penetrazione, fa uscire il sangue, che però, si badi bene, non è sangue simbolo di fecondità, ma al contrario, è sinonimo di castrazione. E’ il sangue della castrazione. Quindi, la spada, che per sua natura taglia, è simbolo del dolore, della perdita, e dell’ angoscia.

La verga, invece, che la caratteristiche più spiccatamente virili, non produce nessuna recisione o taglio, non crea sangue e quindi per la sua forma affusolata, della spada ne è l’esatto opposto, e come tale dona solo piacere, piacere che freudianamente, è il simbolo della riappropriazione di un organo sessuale svalutato e (simbolicamente ) reciso.

Nel concludere il nostro intervento su Apollinaire, quali conclusioni proporre per un testo che, essendo stato scritto all’ inizio del ventesimo secolo ha visto avverare tutti i valori ivi enunciati, mano amano che il secolo avanzava, mettendo a tacere una buona parte del moralismo borghese?

La risposta, del tutto spontanea, date le conquiste sociali di questi ultimi anni, sarebbe nessuna. Invece non è cosi!

Nello scrivere questa conclusione, ci sentiamo come una femminista che passando in rassegna le conquiste civili della donna all’ alba del terzo millennio, constata che, tuttavia, un certo ostracismo e diffidenza sussistono ancora ed allora, seppur con molta amarezza, si decide di rimboccarsi le maniche e lottare!

Ma se per le donne buona parte delle conquiste sono state confermate, per gli omosessuali questo è ancora lontano. E tutto, noi crediamo, per una società, come quella italiana ad esempio, che culturalmente e sottolineiamo culturalmente è fondata è fondata sul virilismo, anche se poi molti matrimoni vanno in rovina perchè l’uomo di casa “non regge”, oppure è incapace di rendere madre sua moglie. Ma nonostante tutto si va avanti, mentendo agli altri e soprattutto a se stessi.

Gli atteggiamenti che la società “tout court” ha nei confronti degli omosessuali, nonostante si proclami tollerante (e poi tollerante per che cosa?) è essenzialmente di due tipi: il primo, tipicamente fascista, è di aperto e sfrontato razzismo; il secondo i di compassione cristiana, ma entrambi credono, ciascuno a suo modo, che siano del minorati mentali, degli handicappati sessuali, frutto della cattiva educazione delle madri.

Così, mentre coloro che i sostenitori di un conservatorismo intransigente si rifugiano in un’ educazione maschilista, anche se poi qualche “difetto di fabbrica” si annida tra loro (ma logicamente si tace!), la seconda categoria, non si proclama schiettamente fascista ma, seppur in maniera più dolce, li affianca.

Nonostante l’ avvento del nuovo millennio e le conquiste finora avute, le “lotte sindacali” per i diritti degli omosessuali devono continuare, come in una lotta continua: Apollinaire all’inizio del secolo ha dato le coordinate teoriche da seguire, resta alla società presente e futura continuare a determinare i fatti.

 

 

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