L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Mille Mariù. Vita di Irene Brin

cover_millemariu_NAVI_Layout 1

Mille Mariù. Vita di Irene Brin” è un lungo, interessante ed incantevole viaggio nella vita e nella carriera di Irene Brin e nei mille personaggi che la scrittrice e giornalista di moda, società e costume ha incarnato. Il suo stile ha fatto epoca, la sua penna ha inventato un modo nuovo, tagliente e vagamente irriverente, di fare giornalismo. Il suo occhio attento e capace ha saputo carpire i pregi ma anche i difetti di quella borghesia della quale lei stessa faceva parte. Grazie a lei, per la prima volta, gli articoli di costume vengono sdoganati e se prima era possibile trovarli prevalentemente sulle pagine delle riviste o dei periodici femminili, ora, grazie al suo talento e alla sua forza espressiva, iniziano ad essere accolti e anche in giornali più “seri”.

Irene Brin non è che uno dei tanti pseudonimi usati dalla giornalista e scrittrice nel corso della sua vita. Un nome pensato per lei direttamente da Leo Longanesinel 1938 e col quale inizia a firmare i suoi pezzi per “Omnibus”. Al tempo Irene era già apprezzata e nota. Il suo vero nome, in realtà, è Maria Vittoria Rossi. Nasce nel 1911 a Roma ma vive la sua giovinezza nella città di Genova. Suo padre Vincenzo è un alto ufficiale dell’esercito del Re. Sua madre, Maria Pia, è un’ebrea viennese ed è, soprattutto, una donna fuori dall’ordinario: “parla tre-quattro lingue, ha come passatempo la lettura, è abituata a viaggiare ed è molto ambiziosa. Una figura femminile anomale, così poco italiana“. E Maria Vittoria, fin da bambina, non può che seguire l’esempio materno. Nel 1926 non va più a scuola ed inizia a studiare da autodidatta seguita dalla madre. Ed è così che a soli venti anni, Maria Vittoria, o Mariù come la chiama suo padre e più tardi la chiamerà affettuosamente l’amico Indro Montanelli, è una ragazza che parla diverse lingue, legge continuamente ed è innamorata di Proust. Ma oltre a questo amore per i libri e per la conoscenza, sua madre le trasmette il senso e il valore dell’eleganza.

Negli anni ’30, complici le restrizioni delle leggi fasciste, la “terza pagina” diviene lo spazio giusto per una donna che, come Maria Vittoria, vuole dedicarsi al giornalismo. L’esordio arriva nel 1932 quando Giovanni Ansaldo le permette di scrivere un pezzo “sul rito triste della chiusura dei bagni lungo Corso Italia a fine estate” sul giornale genovese “Il Lavoro”. Il primo pezzo di Maria Vittoria Rossi è firmato “Marlene”, il primo di una sequela di nom de plume che Maria Vittoria userà nel corso della sua carriera. “La prosa, in quel 1932, è forse immatura, ma si dimostra subito originale e briosa, brillante e divertente, con sequenze di immagini, bozzetti dove parlano i dettali, i tic delle persone, il modo di indossare un cappello o di portare il bastone“. Un mondo di particolari che mettono in luce il potente spirito d’osservazione di Mariù, la sua capacità di descrivere ciò che vede come fosse una fotografia e, di conseguenza, anche la sua stupefacente abilità di trasmettere i mutamenti epocali vissuti dalla società del tempo.

Nell’aprile del 1937 Mariù sposa Gaspero Del Corso “che sarà marito, amico, consulente, socio in affari…“. Nello stesso anno Leo Longanesi la chiama a Roma perché sta cercando validi collaboratori per il suo “Omnibus”, il primo rotocalco italiano. Il connubio tra la giornalista e il noto direttore sarà fondamentale per la formazione e la crescita della Brin. A lui Irene non solo deve uno dei suoi pseudonimi più celebri ed amati, ma anche molta della sua “arte”. E’ lei stessa a descrivere questo legame: “Io non mi chiamo né Irene né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi familiari. Sono nomi inventati da Longanesi. Io sono un’invenzione di Longanesi così come altre persone che ebbero la fortuna di passargli accanto, di svegliare in qualche modo il suo interesse…“. Il “personaggio” Irene Brin si costruisce proprio durante il periodo di lavoro per “Omnibus”. I suoi articoli pieni di sarcasmo e sprezzante ironia mettono a nudo quelle figure che lei detesta e, in particolare, la Brin si sofferma con sprezzo su quelle donne che non sanno rendersi indipendenti dagli uomini e che passano le serate nei locali più chic solo per trovare un buon partito da sposare. Non ha pietà per questo lato “borghese” della società e i suoi attacchi, eleganti ma sempre velenosi, la portano ad essere bollata come una snob insopportabile.

Nel 1939 “Omnibus” viene chiuso da Mussolini. Irene ha comunque già conquistato una discreta notorietà e firma articoli per diversi giornali italiani. Nel 1941 inizia per lei un’esperienza molto particolare: segue suo marito Gaspero in territorio jugoslavo. Doveva rimanere per alcuni mesi, alla fine vi rimase tre anni. Irene vive sulla propria pelle l’esperienza di una guerra e da questa vicenda nasce “Olga a Belgrado”, un libro che appare per la prima volta nel 1943 ma che viene immediatamente bloccato e censurato perché giudicato troppo favorevole ai partigiani jugoslavi. Una volta tornati in Italia, Irene e Gaspero devono barcamenarsi come possono. Lui è considerato un disertore e deve cercare di sfuggire ai tedeschi. Lei si accontenta di ciò che trova e riesce ad andare avanti traducendo alcune opere su commissione e scrivendo un libro: “Usi e costumi”. Insieme ospitano, nella soffitta della loro abitazione romana, decine di soldati sbandati e senza una lira a cui cercano di dare aiuto e sostentamento. Inoltre Irene si inventa un mestiere insolito per lei e diviene mercante di oggetti usati. E’ questo l’embrione di un progetto molto più importante che, dopo la guerra, vede Gaspero divenire gestore e proprietario di una galleria d’arte, L’Obelisco, molto nota a Roma negli anni ’50 e ’60.

Nel dopoguerra Irene scrive per “Bellezza” uno dei primi mensili che, dopo gli eventi bellici, si permette di tornare a parlare di moda, tendenze, abitudini e frivolezze. Nel 1950 inizia per lei un’esperienza tutta nuova: nasce il personaggio della Contessa Clara, una raffinata e coltissima signora che, dalle pagine della “Settimana Incom Illustrata”, risponde alle domande dei lettori in merito a questioni amorose, di bon ton, di stile e di buone maniere. Il successo della Contessa Clara è strabiliante tanto che riesce ad ispirare persino un film (Piccola Posta) con Franca Valeri ed Alberto Sordi. La rubrica della Contessa Clara ha lunga vita: viene meno solo nel 1968, un anno prima della morte di Irene Brin.

Claudia Fusani mette in evidenza come Irene Brin sia stata una delle prime divulgatrici del “made in Italy” nel mondo. La lunga collaborazione della giornalista con il famoso magazine statunitense “Harper’s Bazaar” ha permesso alla moda, allo stile e all’inventiva italiani di essere apprezzati anche oltre oceano fin dagli anni del celeberrimo “boom” economico. E’ evidente che Maria Vittoria Rossi è una figura fondamentale del giornalismo e della cultura italiani. Eppure il suo nome non è celebrato e ricordato come meriterebbe. Il libro della Fusani, che raccoglie tra le altre cose numerosissimi brani tratti dagli articoli, dalle lettere e dai libri della Brin, è evidentemente scritto con estrema passione e grande accuratezza. Ricostruire le tappe di una vita e di una carriera tanto complesse non deve essere stato semplice ed, evidentemente, ha comportato un lavoro di ricerca e di studio documentale abbastanza impegnativo. Ho apprezzato molto “Mille Mariù” perché mi ha permesso di conoscere una donna davvero straordinaria a cui, come sottolinea anche la De Gregorio in prefazione, moltissime giornaliste italiane di ieri e di oggi devono parecchio.

Claudia Fusani è una giornalista italiana. E’ nata a Firenze ma vive e lavora a Roma. Ha collaborato e scritto per “La Repubblica” per venti anni poi, nel 2008, è passata a scrivere per “L’Unità”. Si occupa prevalentemente di politica e di cronaca giudiziaria. E’ un’appassionata giocatrice di tennis.

Claudia Fusani, “Mille Mariù. Vita di Irene Brin”, Castelvecchi Editore, Roma, 2012. Prefazione di Concita De Gregorio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...