L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Edda Ciano Mussolini

edda ciano mussolini

Figlia primogenita di Benito Mussolini e di Rachele Guidi, nacque a Forlì il 1 settembre 1910 quando i genitori non erano ancora sposati (a lungo si insinuò che non fosse figlia di Rachele bensì di Angelica Balabanoff), e quando il padre era ancora uno squinternato agitatore socialista reduce dalla dura gavetta delle piazze di Romagna. In omaggio alle rigide convinzioni anticlericali dell’ambiente, Edda, che traeva il proprio nome dalla super donna nietzschiana, protagonista di un dramma di Ibsen (Hedda Gabler),non fu battezzata: lo sarebbe stata solo molti anni dopo alla vigilia del Concordato.

Bambina, conobbe lo squallore degli alloggi suburbani, la vita povera e fuori dalle regole dei “sovversivi”, la familiarità con i ragazzi dell’altro sesso alimentata dalle comuni scorribande tra i prati delle periferie milanesi; ma conobbe pure l’atmosfera elettrica delle redazioni, la confusione delle tipografie, le animate riunioni di partito dove il padre spessissimo era solito portarla con sé.

Fin da giovanissima, insomma, respirò qualcosa del disordine e della libertà dei tempi moderni: acquistò forse allora quell’irrequietudine, quella continua intenzione di stupire, che certamente le venivano pure dal retaggio familiare e che sarebbero diventate poi la cifra del suo modo d’essere e di stare nel mondo.

«A quattordici anni fumai la prima sigaretta […] ero bravissima anche a correre, a saltare, in tutti gli attrezzi come la fune, la pertica»; si aggiungano le predilette letture salgariane e la precocissima passione per l’automobile: fu lungo queste vie, all’epoca non troppo consuete, che l’adolescente Edda, a detta di molti simile a un “maschiaccio”, divenne nell’Italia degli anni Venti una giovane donna emancipata. Non già di certo grazie agli studi: al liceo Parini infatti, rimediò sempre voti mediocri nonché un disonorevolissimo (per quei tempi) otto in condotta, mentre al raffinato Collegio “per signorine” di Poggio Imperiale, sui colli fiorentini, dove il padre ormai capo del Governo aveva voluto mandarla, resistette solo pochi mesi.

Ottenuto finalmente di potersene allontanare, l’onnipresente autorità paterna tuttavia non allentò la presa e, a mo’ di surrogato educativo, la spinse a intraprendere lunghi viaggi all’estero anche allo scopo di farle acquisire la necessaria pratica del mondo: così fu dapprima in Africa settentrionale, e poi a Ceylon e in India con una lunga crociera.

Il duce seguiva abbastanza dappresso la vita della figlia che considerava l’unica, vera Mussolini della sua progenie, e anche in occasione di questi viaggi come tante altre volte in seguito, non mancò di inviarle frequenti affettuose missive di consiglio e di incitamento.

Dopo alcuni amori giovanili di scarso peso – perlopiù, significativamente, di ambiente forlivese-romagnolo, tra i quali quello con un giovane di buona famiglia messo alla porta dal duce per aver richiesto informazioni sull’eventuale dote della giovane Mussolini – Edda decise senza pensarci su un momento («e perché no?» fu la sua risposta), di accettare la repentina offerta di matrimonio rivoltale quasi per gioco, mentre insieme stavano assistendo allo spettacolo in un cinema romano, dall’appena conosciuto Galeazzo Ciano, allora giovane diplomatico di belle speranze, figlio di un alto papavero del regime.

Aveva solo vent’anni, e lui ventisette, quando si sposarono a Roma, il 24 aprile 1930, con un ricevimento fastoso che costituì una delle poche occasioni di alta mondanità che la nomenclatura fascista offrì in un ventennio al paese.

Fino al matrimonio la vita di Edda si era svolta in pratica tutta all’ombra di suo padre. Ella non aveva certo corrisposto ai canoni che egli avrebbe voluto imporle (al duce, per esempio, sigarette e pantaloni apparvero sempre cose incompatibili con una donna, mentre la figlia ne fece costantemente grande uso), e però la violazione di quei canoni da parte della giovane, all’insegna di una certa impulsiva audacia, di una ribalda indipendenza di modi e di carattere arieggianti un modello virile, era in fin dei conti fatta apposta per incontrarsi con i gusti più riposti di Mussolini: che infatti non fece mai mancare alla figlia un’intesa affettuosa venata di complicità.

L’emancipazione di Edda, insomma, era stata fino ad allora un’emancipazione sì, ma per così dire sotto tutela, previo consenso paterno. Ora, invece, con Galeazzo, tutto sarebbe stato diverso; con lui, infatti, Edda avrebbe conosciuto un’emancipazione più personale e più vera, anche se infinitamente più contraddittoria e più aspra, destinata alla fine a toccare il culmine della tragedia.

Il matrimonio fu tanto solido quanto all’apparenza poco felice. Nacquero negli anni tre figli – Fabrizio, Raimonda, Marzio – ma l’attrazione fisica tra i due sposi fu subito assai scarsa e finì rapidamente per spegnersi del tutto. Fortissimo, invece, doveva rivelarsi il legame psicologico ed affettivo tra l’incerto, vanitoso Galeazzo, familista e maschilista quanto giusto, e la caparbia, generosa Edda, insofferente dei ruoli tradizionali di donna. Come se lui si sentisse rafforzato dall’avere quella moglie sicura al proprio fianco, compiacendosi al tempo stesso di proteggerla dalle sue eccessive sconsideratezze, e come se lei, dall’altra parte, riuscisse a placare le sue irrequietudini nell’indulgente maternage di quel suo marito leggero, apprezzandone, lei così spigolosa, i tratti accomodanti di buon figliolo italiano, spessissimo canaglia, ma assai difficilmente carogna.

Gli agi, la giovane età e i temperamenti di entrambi, la levità dell’ambiente mondano-diplomatico della Roma del fascismo trionfante, infine l’avvento dei tempi nuovi: tutto contribuì a fare di Edda e Galeazzo “una coppia moderna”. Fin dall’epoca di Shanghai dove erano andati subito dopo il matrimonio (lui essendo stato nominato console generale d’Italia) si erano lasciati una reciproca libertà di incontri e di storie. Edda ebbe le sue, ma senza riuscire mai a trovare qualcosa di più di qualche affettuosa devozione, come fu quella che seppe poi dimostrarle nelle circostanze più tragiche il marchese fiorentino Emilio Pucci di Barsento.

In genere furono corteggiamenti e flirt di nessuna importanza sullo sfondo della bella casa ai Parioli, della villa del Castiglione a Capri, mèta sempre più frequente di lunghi soggiorni, del Circolo del golf dell’Acquasanta alle porte di Roma, dei languidi pomeriggi estivi sulla spiaggia di Castelporziano. «Da bambina – confesserà molto avanti negli anni – ho disperatamente sognato di essere un uomo: un archeologo o un esploratore. Non mi sentivo tagliata per essere un’impeccabile padrona di casa, una madre modello, una nuora da manuale, insomma una perfetta donna qualunque».

In fuga perenne da se stessa, Edda ama il gin e il tavolo da gioco (dove perde somme favolose per trovare le quali non esita a ricorrere al segretario del padre), predilige i quadri di De Chirico di cui addobba il suo salotto, e s’interessa di politica. L’ha respirata fin da piccola, la politica, è un’ammiratrice decisa di suo padre e può essere definita una fascista convinta.

La sua qualità di moglie/figlia del duce indubbiamente conta qualcosa nella folgorante carriera del marito (ministro degli Esteri a soli trentatre anni nel 1936), ma ella si astiene dal darlo a vedere, e soprattutto sa resistere alla tentazione di svolgere un qualsiasi ruolo sulla scena pubblica. Tuttavia le sue battute mordaci, i suoi giudizi senza peli sulla lingua nei confronti di aspetti e personaggi del regime, Mussolini incluso, se necessario (per esempio a proposito del suo rapporto con Claretta Petacci), fanno in un baleno il giro della Roma che conta.

Così come è nota la sua simpatia per Hitler e per il nazionalsocialismo, visto come una sorta di fascismo più deciso, capace, lui sì, di fare i conti con i poteri tradizionali. Si reca anche da sola più volte in Germania, e in un ambiente che certo non è propenso a eccessiva indulgenza per l’impegno politico di una donna, suscita una ammirazione non di maniera nei circoli massimi del regime, a cominciare dal Führer, conquistato dalla sua aggressiva sincerità, dalla sua passione ideologica senza mezze misure.

Scoppiata la guerra, Edda, che l’ha voluta, vi partecipa come crocerossina volontaria. Tra lei e la principessa Maria Josè, presidente del Corpo, non corre buon sangue, ma le due si rassegnano a sopportarsi a vicenda. Nella baia di Valona si salva a nuoto dal naufragio della nave ospedale su cui è imbarcata, e alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia non manca di segnalare al padre – in una lettera durissima per la franchezza spietata – le condizioni materiali penose in cui versano le popolazioni dell’isola e insieme i sintomi del disfacimento dell’organismo militare del paese.

Ma ormai è tutto inutile. Il 25 luglio, con l’adesione di Galeazzo Ciano all’ordine del giorno che approvato dal Gran Consiglio del fascismo segna la fine di Mussolini, inizia la tragedia di Edda. Nelle settimane seguenti, fidandosi della sua antica amicizia con i nazisti, è lei che commette l’errore fatale di consigliare il marito di rifugiarsi presso l’ambasciata tedesca di Roma. Da lì saranno portati non già in Spagna, come avevano sperato, bensì in Germania dove sarà subito chiara la sorte che aspetta l’ex ministro degli Esteri.

Ma perché la sorte decisa a Berlino si compia è necessario il consenso di Mussolini. Dalla metà ottobre del ‘43 a metà gennaio del ‘44 Edda ingaggia una battaglia disperata per impedire quel consenso. Il destino l’ha posta nell’alternativa di dover scegliere tra il padre e il marito ed Edda sceglie Galeazzo, quasi con la volontà di stare dalla parte della propria autonomia, della propria vita individuale, in definitiva della propria libertà.

Lo scontro con il padre raggiunge, in un ultimo drammaticissimo colloquio, vertici di tensione ineguagliabile: «La guerra è finita. Siete tutti pazzi […]. Tra noi tutto è finito, finito per sempre. Ti odio, ti disprezzo, non sei più mio padre», urla in faccia a Mussolini. Dopo il no del duce gioca infine la carta disperata della trattativa con i tedeschi per la consegna dei Diari del marito in cambio della sua vita. La contessa Ciano ora si muove da sola, da sola deve lottare per la vita e per la morte, non ha l’aiuto di nessuno salvo che di qualche amico coraggioso. Anche così, nel lutto e nella disperazione la guerra può obbligare una donna italiana a scoprire il proprio valore, la può spingere a battersi per ciò che vuole e che ama, a scoprire la propria singolare irriducibilità.

Dapprima Himmler e le SS sembrano interessati allo scambio, ma all’ultimo momento tutto salta: l’accordo non ci sarà e per Galeazzo giunge l’ultima ora. A Edda viene impedito perfino di incontrarlo prima della fucilazione: non le resta che la possibilità di mandargli qualche riga che firma «Edda tua», «Deda tua». Il marito le si rivolge chiamandola «buona, sincera, generosa».

Dopo quei giorni terribili la sua vita non avrà più storia. Consegnata nell’estate ‘45 alle autorità italiane dalla Svizzera presso cui si era rifugiata subito dopo la morte del marito, viene inspiegabilmente mandata al confino a Lipari, dove tutta via starà per pochi mesi.

I decenni seguenti saranno spesi in lunghi viaggi che assomigliano a un vagabondare senza pace tra la piccola casa che ha conservato ai Parioli, la Romagna, Capri e il mondo. A farle compagnia solo i ricordi, che il tempo ingigantisce, ma di cui almeno tempera lo strazio. Edda si spegne a Roma la domenica delle Palme del 1995.

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