L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Amanti e regine

Amanti e Regine, il potere delle donne di Benedetta Craveri

Il letto del re di Francia, nell’Antico Regime, sotto lo sguardo implacabile di familiari, cortigiani, ministri, vescovi e anche del Papa, era uno dei luoghi più turbolenti e frequentati; dalla regina, per lo stretto necessario, piuttosto da favorite, amanti momentanee, talvolta da mogli segrete, in qualche caso da scandalosi mignons.

Nel vorticare di drappi e lini, tra puzze e profumi, parrucche e belletti, nascevano alleanze e guerre, si progettavano promozioni e assassinii, si consumavano passioni e ripudi, si concepivano eredi al trono e bastardi. Così almeno ci ha raccontato il cinema, dalla Madame du Barry di Lubitsch alla Regina Margot di Chéreau, mentre Sophie Coppola ha appena finito di girare un’ennesima Maria Antonietta e Raisat Premium trasmette uno sceneggiato francese su Madame de Maintenon, dopo che qualche anno fa l’ha interpretata per lo schermo Isabelle Huppert.

amanti e regine

Non si è mai sazi di queste mitiche figure femminili che montagne di biografie e romanzi hanno di volta in volta esaltato o denigrato, icone avventurose o romantiche, melodrammatiche o futili, raggelate dal tempo. Scorrono adesso tutte insieme, da Caterina de Medici a Maria Antonietta, dai primi decenni del XVI secolo alla fine del XVIII, gemme della storia e della storia delle donne, con le loro fortune e sfortune, col potere della loro bellezza e della loro sottomissione, il fervore della loro ambizione o del loro ardore, lo slancio della loro intelligenza o della loro astuzia, nell’affascinante nuovo libro di Benedetta Craveri; la scrittrice che si muove nelle corti e nei castelli dei Valois e dei Borbone, dei Guisa o dei Lorena con la grazia somma della cultura, della curiosità, del pensiero, della scrittura magnifica, già autrice di ricerche originali come quelle dedicata a Madame du Deffand e il suo mondo e a La civiltà della conversazione.

Il suo nuovo libro, Amanti e Regine, il potere delle donne (Adelphi, pagg. 431, euro 25) racconta di vite femminili privilegiate perché passate con il matrimonio o con la seduzione attraverso il talamo di un re di Francia, in tempi di totale soggezione e inconsistenza delle donne.

Per i giovani delfini, per i re, il mercato matrimoniale non era vasto; la prescelta, che non aveva alcun diritto di rifiutare, poteva anche essere bambina o adolescente, doveva essere sufficientemente graziosa per non respingere lo sposo, di sangue reale o anche solo nobile se portava una immensa dote, essere approvata dal papa, servire per creare alleanze o porre termine a guerre.

Il suo destino era quello di mettere al mondo l’erede al trono e principesse da usare come merce di scambio politico, sopportare l’invadenza delle favorite, non contare. Secondo la legge salica, le donne erano escluse dal trono, ma le regine, anche le più neglette e cornificate, conquistavano il diritto di regnare con la vedovanza: divennero reggenti in nome dell’erede al trono minorenne Caterina de’ Medici, l¿istigatrice della sanguinosa notte di San Bartolomeo, Maria dè Medici, così avida di conservare il suo potere da sfidare il figlio Luigi XIII, infine Anna d¿Austria che invece adorava il suo, poi Luigi XIV, e si adoperò per trasmettergli intatta l’autorità reale.

Se non arrivarono mai a gestire direttamente il governo della Francia, anche le regine di cuori, le favorite reali, usarono il loro ascendente sul re come una potente arma finanziaria e politica con cui si arricchivano e dominavano la corte. Si immaginano le trame, gli affanni, gli intrighi, le trappole, per non parlare dei veleni e dei pugnali, con cui le tante giovani signore (un matrimonio appena decente precedeva sempre l’eventuale interesse del re) si contendevano l¿ascesa al ruolo di favorita, massima carriera per una donna ambiziosa e intelligente.

Erano decine le nobili signore giovani e belle, lussuosamente addobbate e imbellettate: ma per farsi notare tra tante, per sedurre il re, diventarne ufficialmente l’amante, fargli riconoscere i figli avuti da lui, e tenerlo avvinto per anni, non bastavano né la bellezza estrema né l’estrema giovinezza, e neppure la maestria erotica. Bisognava adattarsi ai desideri, alle paure, al carattere, alle intemperanze del re: al suo timore di commettere peccato o di annoiarsi, al suo interesse per le donne alla moda, o per quelle anche solo apparentemente in ombra.

Bisognava essere, o apparire, pie o sfacciate, modeste o brillanti, spiritose o severe, colte o incolte, caste o focose, riservate o estroverse. Bisognava, nel caso il re avesse dimostrato interesse, trattare la resa, o farla trattare dal marito o dai parenti; oppure si poteva essere scelte da un ministro, da una fazione politica o anche religiosa, per intrappolare il re in una relazione di cui poi i mandanti avrebbero approfittato per i loro fini.

Se il Re di Francia si infiammava, anche contro la volontà della prescelta, ai suoi desideri non era possibile opporsi: ma anche se, come capitava più spesso, l’assediata era contentissima, la tattica che risultava sempre vincente era, oltre ad apparire unica e diversa da tutte, quella di essere irraggiungibile, di protrarre la resa il più possibile. La nobile, altera Diane de Poitier, di leggendaria bellezza, sposa e madre esemplare, folgorò l’undicenne Enrico, secondogenito di Francesco I, e da quel momento si lasciò adorare come una irraggiungibile dea dell’Olimpo, secondo gli schemi del platonismo cortese: vedova a 31 anni, acconsentì a rendere pubblica questa adorazione, finendo finalmente a letto con l’ormai esausto innamorato qualche anno dopo: lei aveva 36 anni, lui 17.

Diventato re a 28 anni, Enrico II ne fece una specie di suo primo ministro ombra, e continuò a venerarla anche dopo il matrimonio, caldeggiato da Diane, con Caterina de Medici. Un’altra esperta nel tenere sulla corda un re, in questo caso Luigi XIV, fu una straordinaria Cenerentola, nata in prigione, vissuta in povertà e vedova di uno scrittore libertino e paralitico, Paul Scarron: proprio per questo, di Françoise d’Aubignè, elevata poi al rango di marchesa di Maintenon, si è fatto spesso, per esempio nel film Saint Cyr con la Huppert e nello sceneggiato L’Allée du Roi, un ritratto umile e poco attraente.

Oppure la si è trasformata in una terribile Madre Badessa, ipocrita e bigotta, se non addirittura l¿istigatrice segreta della politica di intolleranza religiosa e del cupo conformismo che opprimeva la Francia di quegli anni. Invece la storia, e Benedetta Craveri, attraverso l’eccezionale epistolario della marchesa, ne descrivono l’appetitosa bellezza, la vocazione mondana, la dolcezza, fierezza, il rigore morale ma anche l’adesione ai codici della galanteria, del gioco amoroso, allora molto di moda.

Il Re l’avvicinò perché era diventata l¿affettuosa governante dei figli suoi e della favorita in carica, la bella, aristocratica, orgogliosa, brillante Athénais de Montespan. Pur abbagliata dal fascino anche fisico del re, Françoise mise da parte i suoi scrupoli religiosi e la sua prudenza mondana solo dopo un lungo assedio: la nuova favorita aveva 44 anni quando finalmente cedette alla passione che indubbiamente provava per Luigi e si lasciò sbattere sul letto: mossa giusta, anche se di molto ritardata, perché poi il re, dopo la morte della regina Maria Teresa, pressato dal cupo partito devoto che lo spingeva a porre fine a una vita di peccato, fece della marchesa la sua sposa morganatica.

Se il riserbo, in nome del gioco galante o della virtù poteva prolungare la curiosità di uno spasimante intraprendente, negarsi a un re troppo timido, fedele per dovere alla moglie, timoroso di un precettore tirannico e di confessori minacciosi, poteva essere una pazzia.

Meglio allora i mezzi spicci, farsi magari trovare in una stanzuccia degli appartamenti reali dove il re, in questo caso il complessato Luigi XV, veniva introdotto da un suo fidato cameriere. Fu questa la strategia adottata da Louise-Jolie contessa di Mailly, giovane bellezza provocante spinta dalla sola ambizione di farsi amare dal giovane e avvenente monarca, che, una volta uscito dalla vita intemerata, pareva mai sazio di piaceri: presto alla favorita se ne aggiunse un’altra, la di lei sorella Pauline-Félicité, sedicenne e bruttissima, spiritosa e irriverente: quindi una terza sorella, la bella vedova Marie-Anne, istigata dal duca di Richelieu che la voleva nell’alcova del re per sue trame politiche; le altre due sorelle, Diane-Adélaide e Hortense-Felicitè, ebbero il compito di divertirlo con la loro giovialità e grazia.

Questa volta i francesi si scandalizzarono e Marie-Anne, la più amata delle cinque sorelle Mailly-Nesle, come era capitato ad altre ingombranti favorite, una notte si sentì male e morì dieci giorni dopo tra dolori atroci: aveva 27 anni e in molti pensarono che fosse stata avvelenata.

La condizione delle donne tra ‘500 e ‘600 era tornata a essere desolata dopo il periodo feudale in cui aveva goduto di un margine di autonomia. In difesa dell’istituto familiare su cui si reggeva l’edificio dello Stato moderno, bisognava neutralizzare l’irrazionalità, l’incostanza, l’irresponsabilità, tipiche della donna: che rappresentava un enigma e con la sua doppia natura, angelica e diabolica, poteva indurre l’uomo all’elevazione spirituale ma anche alla perdizione morale.

Definita incapace, ogni sua azione doveva essere autorizzata (come oggi in alcuni stati islamici) dai parenti maschi. «Giuristi, moralisti, uomini di Chiesa erano concordi nel chiederle obbedienza, modestia, castità, parsimonia, riserbo», scrive Craveri. Si discuteva se, data la sua intelligenza debole e limitata, era il caso di consentirle una sia pur vaga istruzione, anche se «il sapere rischiava di incoraggiare difetti congeniti quali la curiosità e l’orgoglio».

Rare le voci femminili che si alzavano a protestare, come quella di Marie de Gournay, che nel suo grief des dames, nel 1626, scriveva: «Fotunato sei tu lettore, se non appartieni a quel sesso che, privato della libertà, è interdetto da tutti i beni, come pure da pressochè tutte le virtù.Un sesso cui, come sola felicità, come uniche e sovrane virtù, si lasciano l’ignoranza, la servitù e la facoltà di passare per stupido».

Mademoiselle de Gournay divenne bibiliotecaria di Margherita regina di Navarra: figlia oppressa di Caterina de’ Medici, costretta a sposare Enrico di Navarra, lei fervente cattolica, lui capo degli ugonotti, innamorato pazzo della bellissima Gabrielle d’Estrées, poi convertito alla religione cattolica per diventare re di Francia col titolo di Enrico IV e sposare, ottenuto l’annullamento da Margherita, Maria de’ Medici, La Reine Margot ebbe l’audacia di rivelarsi nelle sue memorie, raccontando della sua vita libera, tragica e tumultuosa.

E di scrivere una specie di manifesto femminista, in cui osava ribaltare l’idea derivata dalla civiltà cortese, che le donne fossero oggetto dell’omaggio maschile a causa della loro fragilità: «l’infermità e la debolezza non generano l’onore bensì disprezzo e pietà.e non è in considerazione della sua infermità ma della sua eccellenza che l’uomo rende onore alla donna».

Margherita fu forse la sola regina di quell’epoca soffocante a immaginare una vita femminile più libera, in cui esprimere tutto il proprio valore e affermare i propri desideri. Decenni dopo, scrive Benedetta Craveri, «per la prima volta nella civiltà occidentale, un gruppo di donne rifletteva in maniera sistematica sulla specificità della condizione femminile, e consapevole del proprio “prezzo”, cioè del proprio valore specifico, rivendicava il diritto di decidere della propria vita».

Erano le “preziose” che con le loro impossibili aspirazioni finirono con suscitare ostilità, irritazioni, o prese in giro geniali come quella di Molière nelle sue Précieuses ridicules. Passarono di moda a corte, e all’inizio del regno personale di Luigi XIV, scomparvero; dovette passare più di un secolo prima che le donne tornassero a rivendicare autonomia e libertà.

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