L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Sacro culto fallico

Ogni religione ha un’origine sessuale. La venerazione del lingam-yoni e della pudenda è comune in Africa e in Asia. Il buddismo segreto è sessuale. La magia sessuale viene insegnata praticamente nel buddismo zen. Il Buddha insegnò la magia sessuale in segreto. Esistono molte divinità falliche: Shiva, Agni e Shakti in India; Legba in Africa, Venere, Bacco, Priapo e Dioniso in Grecia e Roma

Gli ebrei avevano dèi fallici e foreste sacre consacrate al culto sessuale. A volte i sacerdoti di questi culti fallici si lasciavano andare e praticavano  orge selvagge di baccanali. Erodoto cita quanto segue: “Tutte le donne di Babilonia hanno dovuto prostituirsi con i sacerdoti del tempio di Milita”.

Nel frattempo, in Grecia ea Roma, nei templi di Vesta, Venere, Afrodite, Iside ecc., le sacerdotesse esercitavano il loro santo sacerdozio sessuale. In Cappadocia, Antiochia, Pamplos, Cipro e Bylos, con infinita venerazione e esaltazione mistica, le sacerdotesse celebravano grandi processioni portando un grande fallo, come Dio o il corpo generativo della vita e del seme.

La Bibbia ha anche molte allusioni al culto fallico. Il giuramento dal tempo del patriarca Abramo fu preso dagli ebrei ponendo la mano sotto la coscia, cioè sul membro sacro.

La Festa dei Tabernacoli era un’orgia simile ai famosi Saturnali dei Romani. Il rito della circoncisione è totalmente fallico.

La storia di tutte le religioni è piena di simboli e amuleti fallici, come l’ ebraico Mitzvah, l’albero di maggio dei cristiani, ecc. In tempi antichi, le pietre sacre con una forma fallica erano profondamente venerate. Alcune di quelle pietre somigliavano al membro virile e ad altri alla vulva. Pietre di selce e silice furono indicate come pietre sacre, perché il fuoco fu prodotto con loro, fuoco che esotericamente fu sviluppato come privilegio divino nella colonna vertebrale dei sacerdoti pagani.

Michelangelo Buonarroti, Particolare de “La Creazione” Cappella Sistina (Roma),

Nel cristianesimo troviamo una grande quantità feste falliche. La circoncisione di Gesù, la festa dei tre saggi (Epifania), il Corpus Domini, ecc., Sono festività falliche ereditate dalle sante religioni pagane.

La colomba, simbolo dello Spirito Santo e della voluttuosa Venere Afrodite, è sempre rappresentata come strumento fallico utilizzato dallo Spirito Santo per impregnare la Vergine Maria. La stessa parola “sacrosanto” deriva dal sacro. E quindi la sua origine è fallica.

Il divino culto fallico è scientificamente trascendentale e profondamente filosofico. L’era dell’Acquario è a portata di mano e in essa i laboratori scopriranno i principi energetici e mistici del fallo e dell’utero. L’intero potenziale della vita universale esiste all’interno del seme.

Nei cortili rocciosi pavimentati dei templi aztechi, uomini e donne si univano sessualmente per risvegliare la Kundalini . Le coppie sono rimaste nei templi per mesi e anni, amandosi e accarezzandosi a vicenda, praticando la magia sessuale senza spargere il seme . Tuttavia, coloro che hanno raggiunto l’eiaculazione dello sperma erano condannati a morte. Le loro teste erano tagliate con un’ascia. Quindi, è così che hanno pagato il loro sacrilegio.

Nei Misteri Eleusini, le danze nude e la magia sessuale erano il fondamento stesso dei misteri. Il fallicismo è il fondamento della profonda realizzazione del sé.

Tutti i principali strumenti della Massoneria servono per lavorare con la pietra. Ogni Maestro Muratore deve scolpire bene la sua Pietra Filosofale. Questa pietra è il sesso. Dobbiamo costruire il tempio dell’Eterno sulla pietra viva.

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Con il dominio completo della Forza Serpente tutto può essere raggiunto. Gli antichi sacerdoti sapevano che in certe condizioni si può visualizzare l’aura, sapevano che la Kundalini può essere risvegliata attraverso il sesso. La forza della Kundalini arrotolata sotto è una forza terrificante; assomiglia alla molla di un orologio nel modo in cui è arrotolata. Questa particolare forza si trova alla base della colonna vertebrale; tuttavia, ai giorni nostri e all’età, una parte di essa dimora all’interno degli organi generativi. Gli orientali lo riconoscono. Alcuni indù usano il sesso nelle loro cerimonie religiose. Usano una diversa forma di manifestazione sessuale ( Magia Sessuale ) e una diversa posizione sessuale per ottenere risultati specifici, e hanno avuto successo. Molti secoli e secoli fa, gli antichi adoravano il sesso. Hanno compiuto il culto fallico. C’erano certe cerimonie all’interno dei templi che eccitarono la Kundalini , che a sua volta produsse chiaroveggenza, telepatia e molti altri poteri esoterici .

Il sesso, usato correttamente e con amore, può raggiungere vibrazioni particolari. Può provocare ciò che gli orientali chiamano l’apertura del fiore di loto e può abbracciare il mondo degli spiriti. Può promuovere l’eccitazione della Kundalini e il risveglio di alcuni centri. Tuttavia, il sesso e la Kundalini non devono mai essere abusati. Ognuno deve integrare e aiutare l’altro.

Quando l’essere umano risveglia la Kundalini , quando il Serpente di Fuoco inizia a vivere, le molecole del corpo sono allineate in una direzione, perché la forza della Kundalini ha questo effetto quando viene risvegliata. Quindi il corpo umano inizia a vibrare di salute, diventa potente nella conoscenza e può vedere tutto.

L’uomo e la donna non sono semplicemente una massa di protoplasma, una carne attaccata a una cornice di ossa. L’essere umano è, o può essere, qualcosa di più.

I fisiologi e altri scienziati hanno analizzato il corpo dell’essere umano e l’hanno ridotto a una massa di carne e ossa. Possono parlare di questo o quell’osso, di diversi organi, ma queste sono cose materiali. Non hanno scoperto, né hanno cercato di scoprire le cose più segrete, le cose intangibili, le cose che gli indù, i cinesi e i tibetani conoscevano secoli e secoli prima del cristianesimo.

La spina dorsale è davvero una struttura molto importante. Contiene il midollo spinale, senza il quale uno sarebbe paralizzato, senza il quale uno è inutile come un essere umano. Tuttavia, la spina dorsale è ancora più importante di tutto ciò.Alla base della spina dorsale c’è quello che gli Orientali chiamano il Serpente di Fuoco. Questa è la sede della vita stessa.

 


La prostituzione in Grecia

Si può pensare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti ed evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire in Attica il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13,569) In greco la parola “prostituta” è pòrne, e deriva del verbo pèrnemi (vendere), ossia colei che è invendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure di donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: “Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’am- menda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo”(Solone 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva comportare anche la pena di morte: “La legge del IV secolo a.c. sancisce che i lenoni, donne o uomini, deb- bano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte”(Eschine) Le prostitu- te entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi e dove esercitavano le professione: perciò c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le peripatètikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici, ed infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi( piccole case, bordelli). A Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e, a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la “Prostituzione Sacra” La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere, ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno spec- chio del IV secolo a.C. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti.


La condizione della donna in Grecia e a Roma nell’età Classica

Nell’età antica, in Grecia, la donna era totalmente sottomessa all’uomo. Quando aveva raggiunto l’età per sposarsi una ragazza passava dall’autorità paterna a quella del marito. Un donna ateniese, a differenza di suo marito, trascorreva l’intera giornata in casa, dirigendo i lavori domestici eseguiti dalla servitù e organizzando la vita familiare. Essa infatti usciva solo per partecipare alle feste religiose, le uniche atti- vità che l’avrebbero potuta far uscire dalle mura domestiche venivano svolte dal marito o dalla servitù. La donna ateniese era inoltre esclusa dall’educazione, sia intellettuale che fisica (a differenza della donna spartana che si poteva allenare nelle palestre).

In epoca romana la donna cominciava invece ad acquisire molti più diritti e molti più privilegi, soprat- tutto grazie al progressivo indebolimento dei valori legati alla patria potestas. La donna aveva infatti ottenuto il rispetto da parte dei figli e soprattutto aveva ottenuto la custodia della prole in caso di cattiva condotta del marito. Dopo l’impero di Adriano se una donna aveva più di tre figli acquistava il diritto di successione ad essi se il defunto non aveva eredi. La donna romana, sposandosi, passava direttamente dalla casa del padre a quella del marito.

Nell’età repubblicana però la donna viveva in condizione di subalternità al marito. Il ruolo della donna nella nuova famiglia era anche chiarito dalla parola matrimonio, che deriva appunto dal vocabolo madre. Un’unione stabile fra l’uomo e la donna era riconosciuta ufficialmente solo per la ragione di perpetuare la propria stirpe mettendo al mondo dei figli. Le caratteristiche fondamentali che una donna doveva avere nell’età repubblicana erano la prolificità, la remissività, la riservatezza.

In età imperiale la donna viveva libera in casa assieme al marito, godendo di grande autonomia e digni- tà. In questo periodo si siedono sul trono imperiale numerose donne degne del titolo di Augusta, donne che seguivano il loro marito in ogni decisione. Spesso infatti le mogli di uomini politici preferivano morire affianco al marito piuttosto che abbandonarlo. Molti antichi scrittori non esitano infatti ad esaltare il grande eroismo e la grande virtù che erano stati raggiunti dalla donna.

Durante il periodo imperiale notiamo che il numero di figli per ogni famiglia si era notevolmente ridotto, infatti in quel periodo la donna aveva iniziato anche ad interessarsi a nuove questioni. La donna infatti stava cominciando a partecipare alla vita politica e stava nutrendo un particolare interesse per i processigiudiziari. Numerose donne si dedicarono alla letteratura e alla grammatica, riuscendo quasi a superare alcuni fra i più illustri letterati dell’epoca. Molte donne si dedicarono inoltre alla caccia. Purtroppo la donna imitò più i vizi che le virtù dell’uomo. Le donne che non praticavano sport iniziarono invece a mangiare in modo sregolato, ingrassando a dismisura. Si cominciò a diffondere anche l’adulterio da parte delle donne, nonostante una legge promulgata da Augusto che condannava gli adulteri all’esilio. La donna raggiunse un ulteriore grado di emancipazione infatti divenne punibile anche l’adulterio maschile.

Il matrimonio, in epoca romana, era molto instabile. All’inizio era solo il marito ad avere il diritto di ripudiare la moglie, successivamente anche la donna acquisì questo diritto, ma poteva esercitarlo solo nel caso in cui essa era rimasta orfana di entrambe i genitori. Con la legislazione di Augusto riguardo il divorzio la donna ottenne il diritto di avere restituita la dote in caso di separazione dal marito.

La donna aveva il compito di cerare e di istruire i figli fino all’età di sette anni, poi passavano sotto la tu- tela del padre. L’istruzione femminile terminava all’età di dodici anni, l’età minima stabilita da Augu- sto per sposarsi. A dodici anni la donna era ormai in età da marito, quindi l’esperienza della vita domestica avrebbe contribuito al miglioramento di quelle che sarebbero state la qualità fondamentali di una buona moglie.


Donne a Lesbo

Il matrimonio rappresentava l’evento culminante della vita del tìaso; è infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all’educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenèo, fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti.

L’apparizione della stella della sera rappresenta l’inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti è proprio l’invocazione a Espero:

Espero, tutto riporti

quanto disperse la lucente Aurora:

riporti la pecora, riporti la capra,

ma non riporti la figlia alla madre.

Trad. S.Quasimodo


Le figure femminili nel teatro greco: non attrici, non autrici ma protagoniste

Nella storia del teatro, prima di trovare un accenno ad una figura femminile, bisogna arrivare al tempo della Commedia dell’arte, quando si parla di alcune donne in qualità di attrici, e poi inoltrarsi nell’Ottocento dove finalmente le cronache sono costrette a registrare con frequenza qualche nome. Idem dicasi per la voce autrice. Per molti secoli non c’è.

All’inizio del teatro occidentale, gli autori, per le loro tragedie imperniate sui grandi temi della vita, sui sentimenti e sugli eventi di guerra e di pace, non potevano evitare di dare alla donna (madre, sposa, figlia) un ruolo decisivo. Tuttavia, ad interpretare le parti femminili erano uomini e non si sa se le donne potevano assistere alle rappresentazioni teatrali. Scriveva Umberto Albini, studioso del teatro greco: “É un fenomeno sociale molto diffuso, che troviamo anche nel No giapponese, nel teatro rinascimentale di corte. Ad Atene, la donna per tutto il secolo V visse in condizioni di semiclausura, nel gineceo. Lavorava dentro casa o al massimo nelle sue vicinanze. Usciva solo in occasioni solenni, feste del culto, matrimoni, funerali, e, forse, per assistere alle rappresentazioni teatrali. Poco importa se in esse trionfavano le virtuose Alcesti o Antigone, o imperversavano le proterve Clitemnestra, Fedra, Medea”. Prosegue l’Albini: “Le testimonianze sulla frequentazione muliebre dei teatri, nel secolo V sono ambigue e contraddittorie. Un solo documento tardo parla di pubblico misto: Ateneo riferisce che Alcibiade si paludava di rosso porpora, nella sua funzione di corego, sbalordendo gli uomini e le donne. Secondo La Vita di Eschilo, alla rappresentazione delle Eumenidi, l’apparizione di questi esseri mostruosi avrebbe fatto morire dei bambini e abortire delle gestanti. Nelle Rane di Aristofane, Eschilo accusa Euripide di aver indotto ad uccidersi, bevendo la cicuta, delle donne per bene, mogli di mariti per bene, perché si sentivano colpevolizzate da tragedie come il suo Bellerofonte”. Eppure, delle opere del teatro greco antico che conosciamo, quasi la metà hanno titoli femminili. Il teatro greco è ricco di figure femminili memorabili: Medea, Elena, Fedra, Antigone, Elettra, Ecuba. Paradossalmente, mentre il ruolo pubblico delle donne nell’antica Grecia era ridottissimo, i personaggi femminili rivestono un’enorme importanza nei testi letterari. Se nell’Atene di età storica le donne erano giuridicamente e politicamente marginali, nella letteratura che parlava di Micene e di Troia, di Corinto e di Tebe, le donne contavano: scatenavano guerre (Elena), sfidavano i sovrani (Antigone), si ribellavano ai mariti (Medea). Gli aspetti del comportamento femminile esplorati nel teatro classico mettevano, dunque, in scena inquietudini fortissime. Il paradosso più grande consiste proprio nel fatto che questi personaggi femminili “forti” erano recitati da attori maschi (come accadrà poi nel teatro di Shakespeare). Platone, nella Repubblica, criticava questa pratica: chi recita personaggi moralmente condannabili o psicologicamente deboli (come una donna che si dispera per amore) acquisisce le loro caratteristiche anche nella vita reale. Questa condanna del teatro eserciterà grande influenza, e sarà ripresa dai puritani nell’Inghilterra del XVII secolo.

La passione, il dolore femminile, diventa dunque un modello per il dolore e la passione degli uomini. Anzi, proprio perché la cultura greca antica spesso considerava le donne più portate all’emotività, il personaggio femminile viene utilizzato dagli uomini per esplorare stati emotivi che a loro sono normalmente preclusi.  I personaggi femminili, nel teatro antico, sono  scelti proprio per il  motivo condannato da Platone: possono essere usati per rappresentare gli estremi di dolore e di passionalità. Il famoso discorso “femminista” di Medea sulle sofferenze delle donne è stato imitato e ripreso dagli interpreti moderni come il fondamento dei drammi coniugali ottocenteschi: la Medea di Euripide può accompagnare a contrasto la lettura dei drammi di Ibsen sul matrimonio, in particolare Casa di bambola (1879), Spettri (1881), Hedda Gabler (1891) e la rilettura recente del dramma euripideo operata da Christa Wolf, che ha scritto un romanzo su Medea ed ha realizzato una delle più interessanti interpretazioni moderne di questo mito. “Mi affascinava – dice la Wolf – il tentativo di giungere, per quanto  possibile,  alla  base  di  tutte  queste  tradizioni,  non  con  approccio  scientifico,  bensì  come letterata, con immaginazione e fantasia nutrite tuttavia da un’ampia conoscenza delle condizioni di vita di queste figure. (..)”. Il sottotitolo del libro è “Stimmen”, ed è proprio dall’alternarsi delle voci di sei personaggi che il racconto scaturisce: l’io narrante si moltiplica nelle voci di Medea, Giasone, Agameda, Acamante, Leuco e Glauce. Nella Medea di Wolf si nota la riscoperta del mito originario, quello prima di Euripide. Medea viene privata dall’autrice di qualsiasi tratto demoniaco, malefico: è la donna saggia, “colei che sa consigliare e provvedere”, libera e orgogliosa creatura.   Ma per gli antichi, Medea era figura esemplare della incapacità umana di controllare con la ragione gli impulsi della passione. “Hýbris” è un termine tecnico della tragedia greca e della letteratura greca, che compare nella Poetica di Aristotele (il più antico studio critico su questo genere). Significa letteralmente “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”. Nella trama della tragedia, la hýbris è un evento accaduto nel passato che influenza in modo negativo gli eventi del presente. È una “colpa” dovuta a un’azione che vìola leggi divine immutabili, ed è la causa per cui, anche a distanza di molti anni, i personaggi o la loro discendenza sono portati a commettere crimini o subire azioni malvagie.  Al termine hýbris viene spesso associato, come diretta conseguenza, quello di “némesis”, in greco νέµεσις, che significa “vendetta degli dèi”, “ira”, “sdegno” a chi si macchia di tracotanza. Con Medea per la seconda volta Christa Wolf si è accostata a una figura femminile del mito. La prima volta era accaduto, alla fine degli anni ‘50, con Cassandra, nata dall’esigenza (siamo negli anni della guerra fredda e della possibilità, considerata come tutt’altro che irreale, di un conflitto atomico) di indagare le radici profonde di quella che Christa Wolf chiama la volontà di autoannientamento della nostra civiltà. In Cassandra Christa Wolf narra di come la donna, la sacerdotessa figlia di Priamo, che per lunga parte della sua vita si era identificata con la logica e le strutture del Palazzo, a poco a poco perviene alla coscienza della natura distruttiva della propria città e dei meccanismi assassini che stanno all’origine del potere e della sua conservazione. E’ un monologo interiore costituito dal flusso dei ricordi e delle riflessioni della protagonista che, giunta come schiava a Micene, attende la morte per mano di Clitemnestra, e che ha sempre vissuto come colei che sa ciò che il destino riserva a lei e alla sua città, ma non lo può evitare. Gli orrori della guerra di Troia sono raccontati dalla voce di una donna dalla sensibilità e dall’intelligenza critica penetranti, una donna capace di dire di no fino alle estreme conseguenze.

Un tema centrale nella presentazione letteraria e teatrale della donna nel mondo antico è il legame con la famiglia. La donna protegge la famiglia e si sacrifica per la famiglia, in particolare per i maschi della famiglia: il fratello e il padre. Antigone, nell’omonimo dramma di Sofocle, sceglie di morire pur di poter compiere i riti funebri in onore del fratello, proibiti dal sovrano di Tebe. Elettra, nelle Coefore di Eschilo, e nei drammi Elettra di Sofocle ed Euripide, incita il fratello a vendicare il loro padre, ucciso dalla madre e dal suo amante Egisto. Alcesti, nell’omonimo dramma di Euripide, accetta di morire al posto del marito. E’ vero che la vendetta spetta agli uomini, ma quando gli uomini sono morti, tocca alle donne agire, come ritiene Elettra nel dramma di Sofocle.

Nell’Antigone di Sofocle, dalla quale deriveranno molte altre opere della drammaturgia europea, si svolge un grande duello di idee: da un lato le leggi divine inviolabili, dall’altro le leggi civili, che hanno la caratteristica di rispecchiare la società, quindi sono considerate utili e opportune. Sofocle è considerato il poeta del dolore. L’uomo ha di fronte l’ignoto, non è padrone del proprio destino. Del suo modo di far teatro e delle sue tecniche va ricordato che accentrava l’azione attorno al protagonista, personaggio  maschile o  femminile che fosse, fortemente sottolineato. Sperimentò  anche tecniche innovative, come l’introduzione del terzo attore, anche se altri ritengono che il merito vada legato al nome di Eschilo. In Sofocle, Antigone accetta di morire per onorare le “leggi non scritte, incrollabili, degli dèi, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce”, leggi superiori ai decreti dei re.

All’opposto della vendetta, per le protagoniste del teatro greco c’è l’accettazione della morte. Alcesti rappresenta la polarità estrema del sacrificio, e la più rischiosa: sacrificarsi per il marito significa sacrificarsi per una persona acquisita alla famiglia, con cui non si hanno legami di sangue.  Questo dramma ebbe una grande fortuna in età moderna, soprattutto a partire dal ‘700. La vicenda di Alcesti va interpretata sempre tenendo ben presente la netta dicotomia del rapporto uomo-donna che si evidenzia nell’Atene del V secolo: vita fuori di casa per l’uomo e vita chiusa tra le mura domestiche per la donna. Spazi e opportunità contrapposti a limitazioni e divieti. Il teatro permette dunque di accorciare questa distanza, permette alle donne di entrare in un terreno che nella vita quotidiana è precluso loro. Sembra quindi emergere un preciso tentativo da parte di Euripide di modificare gli equilibri di questo rapporto, smontandone e rovesciandone le caratteristiche fondamentali, di deviare, attraverso  la  tragedia,  il  modo  di  pensare comune.  L’appellativo  “donna”  viene  spesso  usato  nella tragedia greca come termine dispregiativo nei confronti di un uomo e Alcesti, chiedendo al marito di farsi madre, lo trascina fuori dalle tipiche funzioni che spettano ad un uomo e a un re del suo tempo. Anche il coro si domanda se per Admeto non sarebbe meglio suicidarsi, attraverso un’impiccagione, modo di morire tipico dei personaggi tragici femminili che si tolgono la vita. Alcesti invece si fa uomo: è lei che scende agli Inferi perché Admeto possa restare a vedere la luce, è lei a prendere l’iniziativa, ad agire. Successivamente, sarà lo stesso Admeto a definire Alcesti come madre e padre insieme, evidenziando un mutamento nei ruoli classici imposti dalla società greca all’uomo e alla donna. Alcesti è dunque un’eroina che demolisce gli stereotipi, trasforma Admeto da campione del “genos” a madre e custode dell’”oikos”. Il sacrificio permette ad Alcesti di imporsi, di far sentire la sua voce, di assumere il comando, costringere il marito a giurare, a sottomettersi. Alcesti fa quello che una donna greca del V secolo mai si sarebbe potuta permettere: imporre la propria legge al marito, collocandola al di sopra della norma sociale, come aveva fatto Antigone.

Se c’è, poi, un personaggio che suscita orrore e non fa nessuna concessione alla pietà, questi è Medea, la madre che  uccide i  propri figli per  vendicarsi di  Giasone che l’ha abbandonata.  Euripide qui non sentenzia, come in tante altre opere. Esprime un tragico sentimento: la vendetta. É considerato uno dei capolavori euripidei e viene sempre messa in rilievo una caratteristica stilistica importante: l’unità affidata alla figura della protagonista. Non ci sono digressioni, a parte qualche canto corale.

Il tema dell’eros è un’altra lente attraverso cui vengono presentati i personaggi femminili. Nella letteratura italiana, Beatrice e Laura, Angelica e Lucia sono i personaggi femminili che per primi vengono alla mente: tutti legati all’eros, ma a un eros molto meno inquietante di quello di Elena e Fedra. Angelica è il personaggio che si distacca dagli altri per una caratteristica mescolanza di innocenza e pericolosità: come Elena, la sua attrattiva scatena le passioni dei guerrieri di eserciti contrapposti, e provoca duelli tra i campioni dei diversi schieramenti. Il teatro greco aveva già esplorato questo rovesciamento  della  figura  di  Elena:  Euripide,  nell’Elena appunto,  ci  presenta  una  donna  casta  e rispettosa, ingiustamente accusata di essere la causa della guerra di Troia. La dea Era ha infatti creato un fantasma, un automa dalle fattezze simili alle sue: i greci e i troiani vanamente combattono per un’illusione. Fedra, che si innamora del figliastro, rappresenta, invece l’eros distruttivo nell’Ippolito di Euripide.

Anche alcune opere del quarto “grande” del teatro greco antico, Aristofane, hanno come protagoniste le donne con i loro problemi. Ne Le donne al parlamento (Ecclesiazuse), le protagoniste, riunite in parlamento, proclamano il comunismo dei beni e delle persone. Ma è Lisistrata, che riprende i temi de La Pace, la commedia più emblematica, dal punto di vista femminile: le donne dichiarano lo sciopero dell’amore, finché gli uomini non smetteranno di fare guerre. Lisistrata è un personaggio, altero nella femminile sensibilità, deciso e assieme trepido, teneramente umano. E’ una figura consapevole e coerente, ardita e commossa, paziente e ironica. Lisistrata è il simbolo dell’intelligenza femminile, intuitiva, lungimirante, consapevole di sé.


Saffo

La divina Saffo, l’hagné, considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, nacque ad Ereso, nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, ma la sua vita si svolse a Mitilene dalla quale, ai tempi della caduta dei Cleanattidi, a causa delle lotte politiche, fu esiliata per qualche tempo, e di ciò resta testimonianza nel “marmo pario”, un’iscrizione che attesta la sua presenza in Sicilia tra il 607 e il 590 a. C., perché, a parte un frammento superstite in cui ne accenna genericamente, …te Cipro e Pafo, oppure Palermo, non ne fa menzione.   Rimpatriò poi durante il regno di Pittaco, per il quale non nutriva simpatìa, considerandolo promotore delle restrizioni che mortificavano l’amore per il lusso della classe aristocratica, come prova un’ode nella quale si rivolge alla figlia (bella, dall’aspetto simile ai fiori dorati) inducendola a rinunciare alla mitra variegata che la fanciulla desidera per le sue chiome perché Pittaco si scandalizzerebbe, chiamando a testimone il poeta Alceo, con quale vi fu un vincolo di solidarietà e simpatia, e che di lei in modo lusinghiero scrisse: Saffo, veneranda, dal soave sorriso, dal crine di viola.

Ben poco sappiamo di Saffo, che ebbe un marito e una figlia, che raggiunse la vecchiaia  (infatti, in un papiro troviamo allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi), che era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto ma, soprattutto, che amò molto e che l’amore riversato nei versi fu un canto limpido e toccante.

Saffo fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che erano solite riunirsi intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita “tiaso”, costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza, e che l’abbandonavano solo quando poi prendevano marito e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei versi ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta.

Nei suoi frammenti ricorrono parecchi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria, che Saffo ammirava, stimava e celebrava, esaltandone le lodi e la bellezza, festeggiandone con gioia le nozze e lamentandone la partenza per terre lontane, con versi armoniosi e di rara bellezza, testimonianza preziosa del suo canto e dei suoi sentimenti. Di Gòngila esaltò soprattutto la bellezza, che era tale da offuscare quella della stessa dea:

O mia Gongila, ti prego

metti la tunica bianchissima

e vieni a me davanti: intorno a te

vola desiderio d’amore.

Così adorna, fai tremare chi guarda;

e io ne godo, perché la tua bellezza

rimprovera Afrodite.

Per Arignota, bella come la luna tra gli astri, che aveva sposato un uomo potente ed ormai abitava lontano, e che malinconicamente supplicava la poetessa di raggiungerla, Saffo si struggeva di nostalgia perché avrebbe voluto rivedere il suo bel volto e le movenze aggraziate.

Ad un’altra amica, esitante nel congedarsi, Saffo, pur afflitta dall’amarezza del distacco, ricordava le ore trascorse insieme in soave intimità e, frenando la commozione, e trattenendo il pianto, recava conforto:

“Vorrei essere morta, sai,davvero”

era così disfatta nel congedo

e parlava parlava:”Oh, Saffo,

è terribile quello che proviamo!

Non son io che lo voglio se ti lascio”,

e io le rispondevo: addio,

su, vai, e ricordati di me,

perché lo sai come ti seguivamo:

e se no-allora io lo voglio

che ti ricordi, perché tu dimentichi-

com’era bello ,ciò che provavo,

quante corone di viole

ti posavi sul capo,insieme a me,

di rose, croco, salvia, di cerfoglio,

e quante s’intrecciavano ghirlande

per il tuo collo delicato

fatte dei fiori della primavera…

Oppure si lasciava prendere da una furiosa gelosia come nella celebre ode tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, quella in cui descrive le sofferenze al cospetto della coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto.

 Il colloquio dell’amica con l’uomo amato suscitava infatti in lei il sentimento violento e appassionato della gelosia, che la rapiva nella sua ardente visione e le impediva di udire qualsiasi altra cosa intorno a sé, espresso con tale potenza mai eguagliata da nessun altro poeta. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, già famosa ai tempi di Saffo, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:

Mi appare simile agli Dei

quel signore che siede innanzi a te

e ti ascolta,tu parli da vicino

con dolcezza,

e ridi, col tuo fascino, e così

il cuore nel mio petto ha sussultato,

ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto

non ho più voce,

no, la mia lingua è come spezzata,

all’improvviso un fuoco lieve è corso

sotto la pelle, i miei occhi non vedono,

le orecchie mi risuonano,

scorre un sudore e un tremito mi prende

tutta , e sono più pallida dell’erba,

è come se mancasse tanto poco

ad esser morta;

pure debbo farmi molta forza.

Il mondo poetico di Saffo può apparire chiuso ed impenetrabile ma non è difficile comprendere la genesi dei versi sensibilissimi e delicati; il suo animo femminile non poteva certo cantare secondo i motivi usuali della lirica del suo tempo,le lotte politiche non l’attraevano, non sono donna di pertinaci rancori, ma l’anima ho mite, armi e apparecchi militari non le interessavano,  chi una schiera di cavalli,chi di fanti,chi uno stuolo di navi dice essere la cosa più bella su la nera terra, io invece ciò che si ama, e tanto meno era portata per l’esaltazione del simposio o delle espressioni dei piaceri effimeri collegati, ad esempio, alle gioie del vino. Portata per l’introspezione Saffo, coltivò soprattutto la vena intimistica, ed è appunto con lei che nella poesia nasce l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco, condizione che per lei non era di chiusura giacché, nata in una famiglia aristocratica, aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre dalla vita normale, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia e indipendenza, Saffo si ripiegava in se stessa, si creava un suo mondo poetico, in una cerchia diversa da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia, virtù squisitamente femminili.

Da un epigramma sepolcrale che scrisse per lei Tullio Laurèa, un amico di Cicerone, si apprende che gli antichi conoscevano una raccolta dei carmi di Saffo divisa in ben nove libri: dell’enorme produzione lirica sono stati tramandati scarsi brani, quasi tutti incompiuti, tuttavia sufficienti a rilevare nelle sue composizioni una tecnica unica, un sentimento che sgorga dal profondo dell’anima assetata di amore e di bellezza, che  investe ed anima personaggi e cose.

Tecnica caratteristica è quella di trarre materia ed occasione del suo canto dalle scene di vita quotidiana per trasfigurarle in un mondo fantastico, in cui trionfano, in perfetta armonia ed equilibrio di colori ed immagini, la bellezza, l’amore e la luce.

Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un ‘aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che pure le suggerivano immagini intime di raccoglimento e contemplazione della bellezza.

Ecco, allora, che in un giorno di primavera rievoca un tempio dell’isola di Creta visitato di persona o che solo le è stato descritto, ed al ricordo si sovrappone una visione smagliante di colore:

Qui da noi: un tempio venerando,

un pomario di meli deliziosi,

altari dove bruciano profumi

d’incenso, un’acqua

freddissima che suona in mezzo ai rami

dei meli, e le ombre dei rosai

in tutto il posto, e dalle foglie scosse

trabocca sonno,

poi un florido prato, coi cavalli,

i fiori della primavera, aliti

dolcissimi che spirano…

dove Cipride coglie le corone

e delicatamente mesce un nettare

che si mescola nelle grandi feste,

in coppe d’oro…

E nella solitudine di una notte senza luna e senza stelle si riflette la solitudine del suo animo:

E’ tramontata la luna, e le Pleiadi;

e la notte è a metà, ed il tempo trapassa,

ed io riposo in solitudine.

Anche l’idea della morte nella poesia di Saffo suggerisce armoniose immagini di serenità e di bellezza, perché per Saffo il regno delle tenebre non può non avere giardini coperti di fiori e bagnati di rugiada:

E mi prende un desiderio di morire,

e di vedere le rive dell’Acheronte

coperte di rugiada,fiorite di loto.

E grande sensibilità vibra anche nelle liriche dedicate alle amiche del tiaso; la bellezza di un ‘amica assente, Attide, che spicca a Sardi fra le donne lidie, suggerisce una visione di cielo notturno in cui brilla l’astro lunare:

Forse in Sardi

spesso col pensiero qui ritorna

nel tempo che fu nostro: quando

eri per lei come una Dea rivelata,

tanto era felice del tuo canto.

Ora in Lidia è bella fra le donne

come quando il sole è tramontato

e la luna dalle dita di rose

vince tutte le stelle e la sua luce

modula sulle acque del mare

e i campi presi d’erba:

e la rugiada illumina la rosa,

posa sul gracile timo e il trifoglio

simile a fiore.

Solitaria vagando ,esita

A volte se pensa ad Attide:

di desiderio l’anima trasale,

il cuore è aspro.

E d’improvviso: “Venite!”urla;

e questa voce non ignota

a noi per sillabe risuona

scorrendo sopra il mare.

Il tema predominante affrontato è sempre quello dell’amore, considerato da Saffo il più potente dei sentimenti umani, il cui ruolo è determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, e colto in tutte le sue sfumature, sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre:

Mammina mia,

non posso più battere

il telaio,

stregata dall’amore

per un ragazzo

per opera della languida Afrodite.

Il tiaso diretto da Saffo era consacrato alle Muse e ad Afrodite, non stupisce perciò che nei versi della poetessa compaia spesso la dea come presenza benevola. Famosa fin dall’antichità è la composizione dedicata appunto ad Afrodite, un inno d’invocazione, una preghiera tradizionale nella forma ma innovativa nel contenuto, poco religiosa, giacché poetessa e dea sono poste in diretto rapporto confidenziale, in dolce patto d’alleanza, fino ad annullare, con complicità tipicamente femminile, la distanza tra umano e divino:

Afrodite immortale dal trono variopinto,

figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,

non distruggermi il cuore di disgusti,

Signora, e d’ansie,

ma vieni qui, come venisti ancora,

udendo la mia voce da lontano,

e uscivi dalla casa tutta d’oro

del Padre tuo:

prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci

ti portavano sulla terra nera

fitte agitando le ali giù dal cielo

in mezzo all’aria,

ed erano già qui: e tu, o felice,

sorridendo dal tuo volto immortale,

mi chiedevi perché soffrissi ancora,

chiamavo ancora,

che cosa più di tutto questo cuore

folle desiderava: “chi vuoi ora

che convinca ad amarti? Saffo,dimmi,

chi ti fa male?

Se ora ti sfugge, presto ti cercherà,

se non vuole i tuoi doni ne farà,

se non ti ama presto ti amerà,

anche se non vorrai”.

Vieni anche adesso, toglimi di pena.

Ciò che il cuore desidera che avvenga,

fa’ tu che avvenga. Sii proprio tu

la mia alleata.

Nei versi che seguono, frammenti intensi e suggestivi che pure esaltano il sentimento amoroso, l’amore s’impone invece come forza, in profonda analisi psicologica:

Eros mi ha squassato la mente

come il vento del monte

si scaglia sulle querce.

Nel canto di Saffo, come in tutta la letteratura greca, ritroviamo anche la caratteristica dell’erotismo, spesso censurata dall’interpretazione moderna, eppure l’eros, da Omero fino alla produzione ellenistica, fu elemento ben presente in molteplici aspetti, eliminato dalla letteratura ufficiale solo con l’avvento dell’ebraismo e soprattutto del Cristianesimo.

Per meglio comprendere il rapporto che i Greci avevano con l’eros è necessario ricordare che differente fu il loro concetto di morale,  la nostra cultura confina l’eros nel tabù, invece i Greci lo legavano alla religiosità tradizionale e lo vivevano come rito della fecondità e celebrazione misterica; inoltre non separavano rigidamente l’eros eterosessuale da quello omosessuale, frequenti sono infatti nell’Iliade le allusioni ai legami omoerotici, come quelli tra Achille e Patroclo, e la stessa figura di Elena è rappresentata come intrisa di irresistibile sensualità.

Per quanto riguarda gli uomini sono i dialoghi di Platone ad attestare l’esistenza dell’erotismo maschile, ma anche in molte commedie di Aristofane, come la Lisistrata, si ritrova conferma della libertà dell’erotismo nella cultura greca, come pure è testimoniata la pratica dell’incesto nella riflessione della poesia tragica, dall’Edipo Re di Sofocle agli epigrammi e al romanzo dell’età ellenistica, che affrontavano l’eros in tutti i suoi aspetti.

Fu, poi, con la diffusione della cultura giudaico- cristiana, e soprattutto con quella del cristianesimo, che le tematiche dell’erotismo vennero emarginate e addirittura eliminate fino a compromettere la stessa corretta comprensione del patrimonio culturale greco.

E’ con Saffo che, per la prima volta nella storia della letteratura, abbiamo la rappresentazione dell’erotismo femminile (definito col tempo, con connotazione denigratoria, “saffico”), ma che è semplicemente espressione dell’eros vissuto legittimamente e in normalità nella cultura greca, ed è per questo che cantò con schiettezza l’amore, anche verso le sue amiche del tiaso, senza veli e ritrosie, proprio per la diversa moralità della cultura greca .

Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: Saffo, un essere meraviglioso! Chè in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguagliò quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata.

I suoi versi, in cui la rievocazione delle scene è sempre limpida e chiara, come sincero fu il sentimento ispiratore dei versi, l’amicizia che la legava alle sue compagne, furono spesso denigrati fin dall’antichità: basti pensare ad Orazio che definì Saffo dispregiativamente mascula.

Il processo denigratorio nei suoi confronti risale, però, ai commediografi attici, che l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e che arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore dalla rupe di Leucade (come riprende Leopardi) perché invaghitasi senza speranza del bellissimo Faone; più onesti e sinceri gli entusiasmi di Platone, che chiamarono Saffo bella e saggia, di Teofrasto che ne rilevò la grazia, e di Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore.

Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo. Il suo amore fu squisitamente femminile, investì tutto ciò che la circondava, in delicatezza e levità, tanto che ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, in purezza e sincerità.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 3

Di dee notturne, misteriose e quasi sempre malvagie si sono riempiti i sogni degli europei che hanno lasciato tracimare nella propria cultura i riti barbarici dei Traci, degli Sciti, dei Celti e di Daci. Questi miti sono sopravvissuti anche in tempi nei quali sembrava aver prevalso il culto delle nuove divinità: nelle cerimonie di nozze della tarda romanità gli sposi, dopo aver sacrificato agli dei ufficiali, riservavano particolari attenzioni alle divinità sotterranee alle quali portavano doni e rivolgevano preghiere, sempre evitando di pronunciarne il nome. Questi riti erano frutto della superstizione e della paura: una giovane sposa che sperava di diventare madre, non poteva ignorare il culto di Lamia, l’antica regina di Libia i cui figli erano stati uccisi da Giunone e che era divenuta una feroce assassina di bambini. In Grecia crebbe, prima nell’isola di Lemnos  e poi un po’ ovunque, il culto di Efesto, un dio brutto e cattivo, oltretutto anche un po’ danneggiato nel fisico essendo stato scaraventato giù dall’Olimpo dallo stesso Giove (o da Era, sua madre, che comunque non era ben disposta nei suoi confronti): come è naturale, viene in mente la cauda di Lucifero (sicut fulgur de coelo cadentem….). Non è dunque strano che la prima donna bruciata per stregoneria della quale si conservi memoria sia stata una certa Theoris, che viveva proprio a Lemnos e che con ogni probabilità sacrificava a Efeso.


Euripide – Il dibattito sui sentimenti e la donna

Con Euripide la tragedia assume nuove caratteristiche e viene definita “moderna”. Rappresenta un teatro di rottura con la tradizione precedente, e rompe con una serie di categorie concettuali. Introduce nuovi argomenti di riflessione, o che piuttosto si collocano su un piano diverso dai precedenti interrogativi universali. Con Euripide protagonista della tragedia è l’uomo: se Eschilo è poeta della Divkh, e Sofocle dell’umana grandezza, ora Euripide è il poeta dell’umana debolezza, perché l’uomo al centro delle sue tragedie è diverso dagli eroi precedenti 141e45b , più uomo e vicino alla dimensione umana, meno eroe. Si hanno una visione antropocentrica e un approccio umanistico, l’uomo viene scandagliato in tutte le pieghe più intime del suo animo, è caratteristica l’analisi psicologica e introspettiva, che non lascia spazio ad altre questioni sulla vita umana. Euripide si concentra sull’uomo inteso nella sua dimensione più semplice.

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 Visse dal 483 al 406 a.C. Nel 438 a.C. andò in scena l’Alcesti, la sua prima tragedia, poco prima dell’inizio della guerra del Peloponneso. La crisi ateniese è fondamentale nella vita di Euripide e ne influenza la produzione tragica. Le guerre persiane avevano fatto nascere una diffusa fiducia di poter vivere felici condividendo la cosa pubblica, ma dopo un periodo di splendore politico, civile (i valori) e religioso i conflitti sottointesi sfociano nell’insanabile contrasto della guerra fratricida tra Sparta e Atene, da cui il mondo greco esce distrutto ed esposto alle dominazioni straniere (macedone e poi romana). Nella seconda metà del V secolo a.C. vengono meno i valori morali, religiosi e civili, tra cui la fiducia che l’abnegazione all’altro producesse la felicità dell’uomo, l’estremo impegno nella vita pubblica, la credenza in un perfetto ordine divino. Questa decadenza comporta il cambiamento del mondo in cui si muove Euripide e l’abbandono dei grandi interrogativi esistenziali: è finito il mondo che giustificava una riflessione di così alto livello. A Euripide mancano in presupposti culturali per una meditazione su temi tanto elevati. Nelle tragedie di Eschilo e Sofocle la riflessione parte dal divino e approda all’uomo, in quelle di Euripide, invece, è esclusivamente umana ed ancorata alla realtà, non si propongono sistemi filosofici, ma ci si limita allo studio della psicologia dello sviluppo dei rapporti umani. Il dubbio sui valori e la religione, che pervade Euripide, è accentuato dall’influsso che subisce dalla Sofistica, che professava il relativismo etico (“L’uomo è misura di tutte le cose” Protagora). Euripide non professa alcuna verità assoluta, umana o religiosa. Utilizza ancora i personaggi del mito tradizionale, ma sono eroi solo per definizione, in realtà uomini comuni del suo mondo. Euripide analizza situazioni di vita ordinarie, proprie della dimensione di vita concreta del poeta stesso. Esamina i sentimenti più comuni: amore, gelosia, odio etc., e come l’animo umano reagisca alle diverse situazioni.

 Aporie della vita: la situazione della donna, un tema innovativo perché nessuno aveva denunciato le ingiustizie e difficoltà della donna greca, anche del suo ruolo familiare, nelle situazioni quotidiane. La sorte dei vinti in guerra, ad esempio Andromaca, che accentua i motivi di dolore di chi è costretto a cambiare status sociale. La condizione dello straniero e dell’emarginato. Emergono spunti di riflessione, ma sempre legati alla dimensione umana e non connessi alla sfera divina. Considera l’uomo razionale, ma comunque incapace di dominare la realtà, e da questo scaturisce il contrasto tragico. Non propone soluzioni, e la caratteristica fondamentale delle sue opere è il dibattito attorno ad un determinato tema, in cui propone più punti di vista, come già la Sofistica. Dalla sua incertezza di fondo nasce il cuore della poesia di Euripide. Dal punto di vista drammaturgico non porta grandi innovazioni, tranne il minor spazio del coro a vantaggio dei dialoghi tra gli attori. Abbiamo celeberrimi episodi di sticomuqiva, anche molto serrati e tesi. Per comodità si divide la produzione euripidea in temi.

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Il dibattito sui sentimenti e la donna

Alcesti, Medea, Ippolito e Andromaca sviscerano le pieghe più intime dell’animo umano.

 L’Alcesti è il primo dramma di Euripide ed è particolare perché ha un lieto fine. Admeto, re della Tessaglia, deve morire ma può salvarsi se qualcuno decide di farlo in sua vece. Si rifiutano gli anziani genitori, accetta, invece, la sua giovane sposa, Alcesti. Il dramma consiste nell’analisi psicologica di questa figura irreprensibile e del tutto positiva. Interviene Eracle, una figura ambigua che possiede connotati sia comici sia tragici, nella reggia a lutto e ricambia l’ospitalità di Admeto richiamando Alcesti dalla morte, tramite un combattimento con Qavnatoı. Il punto cruciale è il dibattito suscitato nel pubblico sulla correttezza del gesto di Alcesti: una donna deve morire per il marito? Il marito deve accettare questo sacrificio? Euripide presenta Admeto come un vile e meschino egoista, che avrebbe dovuto rifiutare la generosità della sposa. La sua grettezza d’animo emerge dal colloquio con il padre Ferete, che egli critica come egoista, e che gli risponde seccamente volgendogli la medesima accusa. E’ sceso il livello del dibattito dall’alto piano di dignità tragica. Si è abbassato il livello dei contenuti rispetto ai precedenti toni solenni e tragici, qui le accuse reciproche sono meschine. Il colloquio sembra quasi tra due personaggi comici.

 L’Ippolito si svolge a Trezene: Teseo ha un figlio, Ippolito, amante della caccia e della natura, devoto ad Artemide, puro. Suscita la gelosia di Afrodite che, per vendicarsi, scatena nella sua giovane matrigna Fedra un’insana passione per lui, durante l’assenza di Teseo. Si vede una passione devastante a livello erotico e fisico, e la donna cade in delirio. Dapprima ha vergogna del suo sentimento, poi lo rivela alla nutrice, che lo riferisce a Ippolito, che fugge per non compiere un’ingiustizia nei confronti del padre. Fedra ne rimane ferita e decide di uccidersi per la disperazione del rifiuto, ma per vendetta lascia scritto a Teseo di essere stata violentata da Ippolito. Euripide analizza la psicologia di una donna devastata dalla passione erotica e poi rifiutata, questo tema sarà magistralmente ripreso nella Medea. Teseo condanna a morte il figlio, che prima di morire fa sapere al padre la verità con l’aiuto di Artemide, ma questo non lo salva. I temi sono la passione erotica e le conseguenze che questa può avere. Rappresenta una donna amante in uno stato estremo.

 L’Andromaca presenta il tema del destino dei vinti, costretti a cambiare status sociale. Andromaca da principessa troiana si ritrova schiava presso Neottolemo, con l’umiliazione di diventare sposa del figlio di chi le aveva ucciso il marito, e vittima della gelosia di Ermione. E’ presentata come estremamente dignitosa.

 La Medea, pur essendo stata accolta con freddezza dai contemporanei (ottenne solo il terzo posto nell’agone teatrale), è uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale.

 Giasone fu mandato dallo zio Pelia a recuperare il vello d’oro, custodito da un serpente nella Colchide, sul mar Nero. Fu aiutato da Medea, figlia di Eete, re del luogo. Costei è una maga abilissima, intelligente, appassionata e scaltra, di cui Giasone si innamora, e che al termine dell’impresa porta con sé. Medea fece a pezzi il fratellino per fermare l’inseguimento del padre, costretto ad attardarsi per raccoglierne le membra in mare. E’ estremamente determinata a perseguire la sua volontà, e i suoi sentimenti e desideri più profondi. Giasone e Medea vivono serenamente alcuni anni a Corinto e generano due figli, ma l’eroe decide di ripudiare la maga per sposare Glauce, figlia del re di Corinto, Creonte.

 Medea, attraverso una serie di metamorfosi, passa dal dolore iniziale ad una terribile vendetta: l’uccisione dei suoi stessi figli. La gelosia iniziale si trasforma in dolore e autocommiserazione, e deperimento anche fisico –la mancata voglia di vivere si manifesta nel desiderio di stare nell’inattività-, presto sostituiti dalla rabbia e dall’acredine fortissima per chi l’ha tradita. Da donna fragile e delicata diviene un’eroina animata da un odio profondo, dovuto all’orgoglio ferito, che le fa travalicare i più sacri sentimenti materni. L’oggetto della riflessione di Euripide è unicamente l’animo femminile, e in questo senso –interrogarsi esclusivamente sull’uomo, escludendo temi religiosi ed elevati- è una tragedia moderna. Medea uccide anche Glauce dei doni intrisi di veleno, per il quale morirà anche Creonte nel tentativo di salvare la figlia. La tragedia si conclude con la fuga di Medea con i cadaveri dei figli sul carro del Sole, perché Giasone non li possa seppellire. Euripide non condanna la protagonista, anzi nutre una profonda compassione per Medea, vittima del suo stesso sentimento, e autrice di azioni che faranno soffrire lei stessa. E pur essendo consapevole della malvagità dei suoi gesti, non riesce ad uscire dal suo travaglio interiore e dal suo odio funesto. Il poeta si chiede sino a dove possa giungere l’animo femminile ferito nel suo orgoglio: ma non c’è limite per questo. Se il sacrificio di Ifigenia era stato suggerito ad Agamennone da un indovino e si inseriva nella cultura omerica dell’ai[dwı; il gesto di Medea scaturisce solo dalla sua volontà. Giasone accusa più volte Medea di essere una donna “barbara”, e quindi incivile a confronto con la cultura ellenica; Euripide parteggia per la sua protagonista e accantona il mito della superiorità greca, facendo emergere la figura meschina e vile di Giasone. Tratta anche la condizione della donna in Grecia, nulla e obbligata ad accettare il nuovo matrimonio del marito, è forte la simpatia per le donne, e la denuncia della loro condizione nell’epoca a lui coeva.

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Il tema della guerra e la condizione dei vinti

Euripide ha a cuore questo tema perché era in corso la guerra del Peloponneso che porterà alla distruzione il mondo greco e la sorellanza ellenica tra le poleis, stretta durante le guerre persiane.

L’Ecuba ruota attorno alla figura della regina troiana, nella mitologia e nell’Iliade un personaggio solitamente in disparte, che qui appare sulla scena la momento finale della distruzione di Troia. Polissena, la figlia piccola, era stata destinata ad essere sacrificata sul tumulo di Achille; la notizia colpisce profondamente Ecuba, così come l’assassinio di Polidoro, il figlio più piccolo, per mano di Polimnestore, re di Tracia, che ospitava il fanciullo e l’oro di Priamo. Ecuba è talmente accecata che, ottenuto da Agamennone il permesso di vendicarsi, acceca Polimnestore e gli uccide i bambini. I temi sono il desiderio di vendetta e i limiti –in questo senso- dell’animo femminile ferito; ma Ecuba, a differenza di Medea, era sempre stata una donna tradizionale e madre di famiglia, pertanto non ci si aspetta la sua reazione, ma che accolga con fermezza l’ineluttabilità del suo destino. Euripide le concede il lusso di essere donna e di sfogare i suoi sentimenti quando è colma la misura della sopportazione. Una composta e anziana regina giunge a vendicarsi su dei bambini. Il messaggio di Euripide è che in guerra, un fatto terribile, tutti i valori vengono violati e l’ordine sovvertito; è una condanna della guerra ed un chiaro riferimento ai fatti contemporanei al poeta.

Le Troiane presenta più protagoniste femminili: Cassandra, Polissena, Ecuba, Andromaca (che perde il marito e il cui figlioletto Astianatte viene precipitato giù dalle mura di Troia) ed Elena (condannata a morte da Menelao). E’ una tragedia corale. Euripide vuole trasmettere una condanna della guerra, che arreca morti di innocenti, dolore, distruzione, cambiamenti di status sociale ed esaspera i sentimenti tanto da far compiere gesti inconsulti.

La critica al mito

Euripide rivolge una critica serrata al mito tradizionale, come già a molti aspetti della società ateniese; dimostra una mentalità moderna e critica il mito, da sempre paradigmatico per i greci, ma con il suo anticonformismo e libertà di espressione sottopone a dubbio e revisione alcuni personaggi e aspetti della tradizione.

L’Eracle: l’eroe si allontana da Tebe, dove ha lasciato il padre putativo Anfitrione, la moglie Megara e i tre figli. In sua assenza l’antagonista Lico tenta di impadronirsi del potere, ma al ritorno di Eracle viene da questi ucciso. Interviene Era, sua eterna nemica perché gelosa dei figli illegittimi di Zeus, e lo acceca nella ragione facendolo uscire di senno, sicché egli in un raptus di follia e violenza uccide la moglie ed i figli. Pallade, sostenitrice del eroe, lo fa rinsavire e gli evita di uccidere anche il padre. Ad Ercole l’unica soluzione sembra essere il suicidio, ma Teseo, re di Atene, lo dissuade dal proposito. Questa tragedia richiama l’Aiace di Sofocle, da cui si differenzia, però, per il sistema dei valori. La tragedia sofoclea era inserita nel contesto della u{briı e della cultura della vergogna. Euripide, invece, pone in dubbio la liceità del suicidio, ed è esplicitamente contrario ad esso perché rappresenta una fuga dalla realtà con cui l’eroe viene meno alla sua stessa natura eroica: è un atto da vile. In ultima analisi critica Eracle stesso. E critica anche il comportamento degli dei: siamo giunti a un punto di modernità per cui Euripide si concede il lusso di criticare l’intervento nocivo di Era. Sottopone a critica l’accecamento della mente da parte degli dei, e non crede più che ciò possa avvenire. E’ una tragedia profondamente moderna ed innovativa, coraggiosamente di rottura con la tradizione.

L’Elettra: l’argomento è lo stesso delle Coefore di Eschilo e dell’omonima tragedia sofoclea, rispetto alle quali emergono forti elementi di differenza. Mentre in Eschilo i personaggi si muovono in nome della necessità della giustizia divina e recano una forte dignità tragica, Euripide li trasforma in personaggi borghesi, suoi contemporanei. Elettra è sposata ad un contadino, i dialoghi con il quale sono molto poco aulici, come tra persone di basso ceto; scompare l’aura tragica ed eroica. Anche Clitemnestra, credendo che la figlia stia partorendo, corre subito da Elettra, come una quotidiana e comune madre in apprensione.

La critica è volta all’oracolo delfico che aveva comandato ad Oresta la vendetta: che dio è quello che ordina ad un figlio di uccidere la propria madre?! Sono miti e tradizioni ormai anacronistici. Ma Euripide era troppo nuovo e moderno; non fu apprezzato dai suoi contemporanei perché si scontrava con il sentire comune e tradizionale.